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Archivio per maggio 1, 2020

Il momento è propizio


Quando saluti si spargono le spore dell’empatia, e dipenderà solo da te se queste saranno positive o deleterie: poniti in un modo limpido e aperto, lascia decantare la furberia, e ogni cosa scorrerà sincera e lontana dai profitti.

Riflessioni su “Echoes” dei Pink Floyd | Iridediluce


Sul blog di Fiorella Corbi un post che narra di Echoes, secondo me il miglior brano dei Floyd e non solo, credo la migliore composizione musicale mai realizzata – opinioni, ci mancherebbe…

Echoes: la migliore canzone dei Pink Floyd, secondo molti. Un testo poetico, intensamente avvolto in armonie profonde e intime. Una canzone complessa.

Il testo era originariamente intitolato Return to The Sun Of Nothing ed è stato eseguito per la prima volta, con questo titolo, il 15 maggio 1971, al Garden Party nel Crystal Palace di Londra. La traccia segna un’importante svolta negli argomenti solitamente toccati dai Pink Floyd: l’attenzione della band, che pian piano abbandonò l’immaginario psichedelico di Syd Barrett, si spostò verso la dimensione umana e l’interazione tra gli umani.

Ma qual è il suo significato? Echoes, come ha dichiarato Roger Waters in un’intervista, è nata dal tentativo di descrivere “Il potenziale che gli esseri umani hanno di riconoscere l’umanità reciproca e di rispondervi, con empatia anziché con competizione“.

La canzone descrive precisamente il potenziale che l’umanità ha ed è rimasto inespresso, soffocato dalle ambizioni, dalla ricerca del successo, del potere e del denaro. L’intera canzone è un invito a meditare, a ricongiungersi all’universo, alla piena armonia. Un invito a cercare ciò che è essenziale, a colpire la condivisione, la solidarietà, l’abbandono del nostro individualismo.

Stranieri che passano per strada

Per caso due sguardi separati si incontrano

E io sono te e quello che vedo sono io

Questi versetti sono emblematici: due stranieri che si guardano l’un l’altro, rendendosi conto che sono un singolo soggetto che vive la realtà “soggettivamente”, una realtà che dovrebbe essere effettivamente abbandonata, mettendo da parte il nostro egoismo. Stiamo parlando della ricerca dell’empatia universale. Nella prima parte del testo, parliamo dell’esistenza umana, in cui tutti fanno domande e dove qualcuno cerca di trovare la luce, le risposte.

La crepa nel muro


Un posto rivelato è come la coscienza che si apre dopo un pensiero illuminante e fugace. Dopo, nulla è più come prima.

Le mutazioni arrivano, infine


Rispetti i tuoi sguardi fino alla complessa saturazione del male, lasciandoti andare e lasciandoti stare, mostrandoti solo un poco più annoiato del solito e invece sei soltanto più determinato – lo si scoprirà solo dopo.

Lankenauta | Solaris parte seconda


Su Lankenauta la recensione al seguito di Solaris, il celebre romanzo di Stanislaw Lem che è stato continuato da Sergej Roić. Un estratto:

Se il romanzo di Lem ci aveva raccontato la storia di Kris Kelvin, psicologo inviato sulla stazione orbitale gravitante attorno al pianeta, sul grande mare senziente in grado di sconvolgere la psiche degli astronauti con cui entra in contatto e che tentano di studiarlo, e che finisce anch’egli preda dei sogni e delle presenze che emergono dal proprio subconscio, Roić ci propone però una seconda parte che, pur ponendo Solaris ancora al centro della vicenda narrativa, non ne è una semplice continuazione quanto un libro a sé, parallelo e complementare, e che di questo mondo ammaliante e lontano e dei suoi misteri mira a fornire una propria interpretazione.

In linea con l’amore di Lem per le questioni filosofiche, anche in Roić sono frequenti i richiami diretti a Platone, a Hegel, a Kant, esposti all’interno di una trama assolutamente non lineare in cui passato, presente e futuro si mescolano e si intrecciano, si sovrappongono con grande facilità. Due sono le vicende principali, che si rispecchiano l’un l’altra: quella dello scrittore Petar Bogut che, assieme a una donna misteriosa conosciuta per caso a Milano, si mette sulle tracce di un libro altrettanto misterioso che narra di un pianeta molto simile a Solaris, e che con l’aiuto dell’amico filosofo Gabriele cerca di attingere a ciò che non è conoscibile, di avvicinarsi al tutto omnicomprensivo, proposito realizzabile solo rinunciando al proprio antropocentrismo, alle categorie interpretative usate dagli umani, cioè azzerando le conoscenze già acquisite e alienandosi da se stesso (“Mi ritrovarono in un casolare abbandonato in cima a una collina. Non parlavo, non dicevo nulla. Non stavo né bene né male (…) Non ci fu una diagnosi precisa. Dissero (non battevo ciglio) che mi si era spento il cervello. Tutte le funzioni neurovegetative erano intatte, ma il mio cervello era disconnesso dal mondo reale. Ero stato azzerato.“); e quella del pilota solariano Petar Bogut precipitato con un razzo nel gran mare senziente che, sempre accompagnato dal gatto Schrödinger (il famoso gatto del paradosso omonimo, che contro ogni senso comune lo presenta, in uno stato di sovrapposizione quantistica, contemporaneamente sia vivo che morto: “Infine mi disse che, se un giorno fossi arrivato a considerare il paradosso del gatto di Schrödinger, avrei potuto comprendere che esistono sempre almeno due possibilità di vivere contemporaneamente vite diverse.”), persegue fortemente l’”atto supremo del conoscere“, un tipo di approccio che “è rappresentabile in potenza ma non in concreto, dato che il nostro sguardo (tatto, gusto, udito e olfatto) non è in grado di eludere il mondo sensibile.“, il che ci rivela come “quanto è essenziale alla ragione è raggiungibile unicamente tramite un’esperienza che si distacca dalla realtà, l’esperienza mnemonica o sognante; quest’ultima è limitata, tuttavia, dal principio di irrealizzabilità pratica.“

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