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Alan D. Altieri: un Uomo, un mito. | Contorni di Noir


Siamo nel momento in cui ricordiamo Sergio Altieri, proprio ieri è sucita per KippleOfficinaLibraria l’antologia Cronache dell’Armageddon, e un altro bellissimo modo per ricordarlo è far parlare chi lo ha conosciuto, come fa il sito ContornidiNoir. Un estratto dalle memorie di ognuno dei tanti amici e scrittori che aveva sotto la sua capace ala protettrice:

GIOVANNI DE MATTEO
Le voci del Lupo
La prima volta che ho sentito la voce di Sergio Altieri è stata per telefono. Era un pomeriggio romano di giugno, anno 2007. Un numero sconosciuto, una voce tonante che irrompe dall’altro capo della linea per presentarsi come l’editor delle collane da edicola Mondadori e annunciarmi che con il romanzo Post Mortem avevo vinto il Premio Urania. Una di quelle telefonate che ti cambiano la vita.
Sergio non poteva saperlo, ma io e lui ci conoscevamo da tempo.
Non solo perché lo avevo intervistato, sotto pseudonimo, pochi anni prima per il mio blog di allora. Fin dal primo racconto che avevo letto, lo straordinario La sindrome di Wolverton ospitato sulle pagine di Robot, lo avevo eletto tra i miei modelli e ne avevo divorato i romanzi. La lettura del primo volume della trilogia di Magdeburg, L’Eretico, mi aveva mesmerizzato.
Nel corso della nostra frequentazione succedutasi a quella telefonata, e scandita da innumerevoli altre, da presentazioni e incontri in giro per l’Italia, ho avuto la fortuna di conoscerlo meglio, ammirandolo anche per la sua inesauribile dedizione agli altri: se nei suoi libri Sergio “Alan D.” Altieri metteva a fuoco la distruzione del mondo, nella vita reale era animato da un altrettanto infaticabile spirito da aggregatore e costruttore di comunità.
Conteneva moltitudini: tutte le voci dei suoi protagonisti vibravano in lui, ma nessuna di loro poteva trasmettere la totalità del loro artefice. Nella sua immensità, per quanto ben delineato, ogni singolo personaggio resta un’eco del suo creatore, ma continuando ad ascoltarlo è impossibile non riconoscere l’inconfondibile timbro di Alan D., un maestro, un amico e una leggenda.

FRANCO FORTE
Un amico e un fratello
Custodisco nel cuore Sergio “Alan D.” Altieri, un amico, un fratello, un maestro di scrittura e di vita. Una delle persone più generose che io abbia mai conosciuto.
Lo conobbi grazie a mio padre. Nel 1982 mi porse un libro dicendo: “Vuoi fare lo scrittore? Impara il mestiere dagli americani.” Si trattava di “Città oscura” di Alan D. Altieri.
Sergio in qualche modo l’aveva fregato, facendogli credere di essere americano. D’altra parte, lui è sempre stato un autore molto anglosassone: nella sostanza, nella tecnica, nel modo di prenderti per i capelli e trascinarti in una storia. Divorai “Città oscura” e cercai di saperne di più sul suo autore. Quasi quindici anni dopo l’incontrai di persona e lui divenne il mio maestro di scrittura.
Le nostre carriere si sono incrociate più volte, finché un giorno, nel 2010, mi disse, con una luce di tristezza negli occhi: “Ehi, bro, che ne diresti di sostituirmi alla direzione delle collane Mondadori? Sono stanco”. Quella stanchezza era dovuta all’impossibilità di scardinare la diffidenza dei lettori italiani verso gli autori nazionali. Ci aveva provato con la collana “Epix”, che avrebbe dovuto approfondire il weird; oppure con “Il Giallo Mondadori presenta”, che avrebbe dovuto lanciare nuovi giallisti italiani. Niente da fare.
Tutto troppo in anticipo sui tempi. Il weird oggi è di moda, all’epoca non se lo filava nessuno. I giallisti italiani ora sono i più venduti, ma quando ci ha provato lui erano mosche bianche.
Dunque in alto i calici e brindiamo a Sergio “Alan D.” Altieri. Che era più avanti di tutti.

DARIO TONANI
Primi di luglio 2006. «Ti devo dare due notizie, Man. Una buona e l’altra cattiva, quale vuoi per prima?». Ricevetti quella telefonata in stile vecchio west a casa, dove stavo scontando i postumi di una brutta intossicazione alimentare. All’altro capo della linea, la voce di Sergio Altieri; il periodo quello pre-vacanziero che per tradizione coincide con la proclamazione del vincitore del Premio Urania. «La cattiva» risposi di botto. «Non hai vinto» ribatté con un tono che si ringalluzzì subito. «Adesso quella buona: il tuo romanzo lo pubblico lo stesso. Il capo sono io e decido io…».
Furono queste le mie prime battute con lo straordinario “Sergione” (Alan D.) Altieri, che in qualità di editor delle pubblicazioni da edicola Mondadori mi comunicava che il mio “Infect@” sarebbe uscito su Urania la primavera dell’anno dopo, nel marzo 2007. Passò qualche giorno e c’incontrammo faccia a faccia davanti a una birra in un anonimo bar di via Mecenate a Milano per discutere di come procedere con l’editing. Era fatta, il sogno di una vita, e quel gigante dai modi delicati e l’entusiasmo contagioso me lo aveva consegnato su un piatto d’argento, prima opera non vincitrice a trovare spazio nella storica collana di SF.
Un anno e mezzo dopo, mi ritrovai non con uno, ma con ben due altri contratti Mondadori (il che portava il conto a tre in un paio d’anni; di che leccarsi le dita di entrambe le mani): uno per il seguito d’“Infect@” e l’altro per un secondo Urania, che voleva pubblicare prima. «Una doppietta, tu intanto Bro pensa al primo…».
Del secondo romanzo breve seppi dopo cinque giorni dalla consegna del primo, quella che si dice una lettura da Wolf. Confesso che il concetto di “doppietta” non mi era molto chiaro, sta di fatto che non credevo toccasse a me continuare con un’altra… puntata. «Pensavi di essertela cavata col lavoro» tornò a incalzarmi al telefono. «E invece me ne scrivi un altro della stessa lunghezza. Tranquillo, se è come il primo, nooo problem at all…». Era così “Sergione”, un autentico asso quando si trattava di tirarti fuori le motivazioni giuste, quelle che non ti aspetti dagli altri e neppure sospetti di avere dentro, da qualche parte, pudicamente nascoste anche a te stesso… Grazie di cuore Maestro. Per tutto!

DANILO ARONA
Dinamica dei sistemi
Solomon Newton irruppe sulla scena all’alba del 1981, anticipando di qualche mese l’uscita del film 1997 Fuga da New York di John Carpenter. Precocità presaga di un solo libro rispetto a un filone che caratterizzerà di sé tutto il decennio. Parlo di Città oscura che uscì nel marzo di quell’anno. Parlo di Alan D. Altieri. Sergio, Sergione, l’Amico.
Nel 2012 gli posi una domanda. La risposta sembra scritta oggi.
Sergio, che sta accadendo?
La natura umana, soprattutto la paura umana, va alla ricerca della risposta terminale: quanto tempo mi resta? Dal conto alla rovescia individuale, al conto alla rovescia globale, il passo è numerico: quanto tempo CI resta? Nel libro Le invenzioni della notte di Glavinic l’intera narrazione rimane costantemente in bilico tra surreale, iper-reale e onirico.
Nel senso: è davvero vuoto, il mondo, o sono io a sognarlo vuoto? Allargando il campo dalla letteratura alla società, nell’immaginario collettivo, si è fatto strada il nuovo “Apocalypse Clock”. Tutte le ipotesi sono aperte: dall’incombere della “Settima Estinzione” al “e finiamola con queste fregnacce oscurantiste”. Vedremo. La mia personale prospettiva? Facendo riferimento al mio background tecnico – tra sette miliardi di esseri umani sul pianeta e l’agonia delle foreste pluviali, tra la scomparsa dei ghiacciai e il dilagare del petrolio negli oceani, tra il problema dei rifiuti urbani e quello delle scorie radioattive, tra la desertificazione delle fasce tropicali e il raddoppio ogni dieci anni del fabbisogno planetario di potenza elettrica -, beh, forse non è del tutto impossibile che la Dinamica dei Sistemi stia per richiamarci all’ordine. In modo gelidamente sgradevole.

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