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Archivio per luglio 21, 2020

Phonothek – River of Woe


Risvolti interiori che si coagulano su enormi sorgenti di dispiacere surreale.

Syxty: tutti teatranti o… più nessuno? | LiquidSky Agency


Ricordate la neonata agenzia LiquidSky, di Gazzola & L’Assainato? Ecco, uno dei primi frutti comunicativi di questo strumento metacomunicativo e metartistico è una bella intervista ad Antonio Syxty, direttore artistico delle Manifatture Teatrali Milanesi (realtà nata dalla fusione del Teatro Litta con il teatro Leonardo e Quelli di Grock).

Una volta noi che lavoravamo in teatro eravamo quelli che s’imbarcavano in una carriera priva di certezze, mentre la gran parte di chi ci veniva a vedere di giorno contava su un solido impiego a tempo indeterminato. Oggi stanno crollando quelle certezze: in pratica state diventando un po’ tutti teatranti”.

La crisi virale che ci auguriamo d’aver quasi concluso ci ha sbattuti tutti sul palcoscenico del crollo definitivo di un’epoca?

“In un certo senso sì, non certo nel senso che si diventa tutti teatranti ma in quello che ormai tutti i lavori stanno diventando precari o almeno ‘liquidi’ come vi definite voi, come storicamente sono stati non solo quelli legati al teatro, ma anche quelli del cinema (cfr. intervista con Bocca Gelsi), della musica (cfr. la recente protesta ‘#iolavoroconlamusica’, NdR), insomma tutti i professionisti dello spettacolo. Pensate alla classica reazione di panico dei genitori all’annuncio da parte di un figlio dell’ambizione di lavorare in teatro (o come filmmaker, batterista rock etc.): l’assennata famiglia già prevedeva un futuro non solo d’incerti guadagni e nessuna carriera, ma anche di mutui negati dalle banche per l’acquisto di casa in assenza di reddito stabile. Tutti problemi che ricordo benissimo perché sono anche la storia della mia vita: fortunatamente, oggi che questa è diventata appunto una situazione generalizzata alcune banche e assicurazioni stanno proponendo soluzioni finanziarie più flessibili, adatte anche per chi ha redditi variabili nel tempo.”

Ecco, il motivo per cui mi è sembrato utile parlare del settore teatrale in un blog focalizzato sulla comunicazione aziendale era questo: non solo rilevare l’importanza economica del settore, a livello di occupazione, sviluppo di professionalità peculiari e serbatoio di competenze per i contigui settori del cinema, della tv e della pubblicità, ma proprio evidenziare questa valenza di precursore di scenari socio economici che oggi riguardano anche settori che con la cultura o l’entertainment non hanno nulla a che vedere.

“Sì, certo, ormai il mito del ‘posto sicuro’ regge solo per chi ha lauree in campi tecnico scientifici particolari e molto focalizzati, come l’ingegnere aziendale o il fisico quantistico, che poi magari in Italia non riuscirà facilmente a fare ricerca nel campo che l’ha appassionato all’università ma troverà sicuramente occupazione nell’impiego di strumenti statistici per una banca o una finanziaria.”

Questa crisi epidemica – come abbiamo già scritto – ha incrementato la fruizione di contenuti di entertainment televisivo e digitale, ma ha pesantemente colpito lo spettacolo dal vivo: tournée di gruppi pop, musical e, ovviamente, teatro…

“Il lockdown ha solo rimarcato in maniera ancor più forte il fatto che stiamo vivendo una fase di passaggio epocale: c’è un mondo prima della rete e un mondo dopo la rete. Più ancora dell’innovazione portata dalla televisione, internet sta avendo per la civiltà umana una valenza paragonabile alla scoperta del fuoco. Nulla sarà più come prima, e non solo nel teatro: oggi il ciclo di attenzione dell’individuo è più breve, ma anche quello della celebrità sembra la realizzazione della profezia di Andy Warhol sul mitico ‘quarto d’ora di celebrità’, che infatti più o meno spetta a ognuno di noi quando si racconta sui social network.”

Anch’io ho letto di una ricerca recente che prefigurava un inesorabile accorciamento del ciclo di vita della pop star: in pratica, se oggi Bob Dylan è ancora una star per il duraturo sedimento della sua opera musicale iniziata negli anni ’60, non possiamo aspettarci che ad es. un Ed Sheeran nel 2050 possa avere un peso analogo…

“Assolutamente: oggi diventi improvvisamente un fenomeno virale, fra cinque anni sei già sparito. E questi tempi di attenzione e di fruizione più veloci si riproducono anche in campo cinematografico, dove hanno contribuito al successo delle serie televisive presso il pubblico giovane: lunghe trame verticali, ma che si sviluppano su episodi di circa 45 minuti, finito uno dei quali puoi anche staccare e dedicarti ad altro. Questo, tradotto nel nostro campo, significa ad esempio che concepire uno spettacolo teatrale che duri tre ore è praticamente un suicidio: il pubblico non ti segue. Oggi un’ora è l’arco temporale su cui puoi credibilmente lavorare.”

Per una teoria universale dell’utopia e delle sue contraddizioni | Holonomikon


Articolo come solo Giovanni De Matteo sa redigere, espansione di quello della settimana scorsa, sempre sulle utopie-distopie-ucronie-discronie. Un estratto – non esaustivo, ma intrigante – di un concetto che Luigi Acerbi e Daniele Bonfanti avevano sviluppato con il mio modesto ausilio, circa dieci anni fa: Discronia.

Come abbiamo visto per le distopie e più in generale per la fantascienza, nel caso dell’utopia è forse altrettanto appropriato parlare di meta-genere. I lavori citati nel capitolo precedente sono, in maniera abbastanza trasparente, opere di fantascienza che evolvono da una premessa utopica: diffondere una civiltà pacifica tra le stelle, realizzare una società ideale su un altro pianeta, risolvere i problemi legati alla scarsità delle risorse che affliggono una civiltà planetaria, guidare il progresso di società meno avanzate con ricadute benefiche per la loro popolazione.

Ma in fondo, come ci ricorda Alastair Reynolds, non dobbiamo dimenticare che le speculazioni fantascientifiche hanno sempre in qualche modo a che fare con l’utopia. Al di là di tutte le sue contraddizioni, delle sue criticità, dei conflitti che i suoi abitanti si trovano a dover affrontare, già solo «pensare a una civiltà umana interstellare è quanto di più vicino ci sia a una celebrazione dell’utopia: se già solo l’impresa di inviare una missione umana tra le stelle presuppone l’allineamento di una serie così difficile di condizioni da sconfinare nell’idealismo, figuriamoci la costruzione e il sostentamento di una società diffusa tra le stelle».

E d’altro canto l’utopia è un campo che la fantascienza condivide con il mainstream. Riprendendo ancora una volta le parole di Antonino Fazio dal suo articolo La letteratura di genere nell’epoca della sua riproducibilità parziale (Anarres n. 2):

[…] fantascienza e mainstream non condividono solo le correnti “storiche” della letteratura, bensì (prescindendo dalle contaminazioni) anche generi come l’epica, la commedia, la parodia, l’utopia, la satira. Questa circostanza ci indica con chiarezza che la fantascienza non è un semplice genere della narrativa popolare, bensì una forma di letteratura diversa dal mainstream, ma certo non meno “rispettabile” (cfr. Proietti, cit.), la quale va indagata anche con strumenti concettuali non tradizionali […]

Il Sessantanove psichedelico italiano: differenze e coincidenze tra esperienze psichedeliche e mistiche – L’INDISCRETO


Articolo molto interessante su L’Indiscreto che indaga il mondo sciamanico, psichedelico e creativo della fine ’60 in Italia. Un estratto:

Il mio primo contatto maturo con il mondo degli psichedelici risale a poco tempo fa. Il che risulta strano in quanto i miei studi, iniziati anni prima, mi avevano già condotto a Mircea Eliade e a tutta la genia di autori che si sono occupati di sciamanismo e tecniche dell’estasi. Avevo letto i libri di Castaneda da ragazzo e quelli di Huxley. Conoscevo Burroughs. Avevo pure consumato dei “tartufi allucinogeni” da ignaro neodiplomato in quel di Amsterdam. Eppure, continuavo a percepire dentro di me una certa ritrosia o comunque una distanza. Un pregiudizio. Nonostante questo, mi sono sempre interessato a esperienze limite, di espansione dello stato di coscienza. Senza però mai trovare qualcuno con cui confrontarmi o che potesse davvero darmi una chiave di lettura valida che concretizzasse esperienzialmente le teorie che René Guénon enuncia nel suo Gli stati molteplici dell’essere (Adelphi, 1996). Rimasi quindi molto colpito quando due carissimi amici di una vita mi consigliarono la lettura di Sciamani (TEA, 2009) di Graham Hancock. Un libro tanto appassionante quanto controverso che ha il pregio di raccontare delle esperienze psichedeliche fatte personalmente dall’autore. Un uomo, nostro contemporaneo, la cui cultura affonda le radici in un modo di pensare tipicamente occidentale, razionale, positivista. La lettura mi sconvolse, qualcosa si mise in moto e da quel momento all’occasione di immergermi nel mio primo viaggio psichedelico ci volle solo qualche settimana.

Devo dire che l’impressione di quel periodo era proprio che stessimo scavando in un ambito di conoscenze proibite e occultate nell’ombra. Il potere rivelatorio di queste sostanze e il loro impatto inconsistente sulla nostra salute ce le mostravano come un tesoro enorme, la straordinaria possibilità di sviluppare un nuovo e diverso punto di vista da cui guardare il mondo che qualcuno, inevitabilmente, aveva voluto tenere nascosto.

Col senno di poi sarebbe ingenuo pensare di aver scoperto un segreto per pochi. Sarebbe più corretto dire che quel potere misterioso è venuto a noi in un più grande processo di riavvicinamento della cultura dominante al mondo degli allucinogeni, quello che oggi conosciamo come «Rinascimento psichedelico». Un grandissimo e rinnovato interesse che ha coinvolto studiosi di ogni tipo e di ogni regione del mondo occidentale. Un processo che lentamente vedeva i suoi frutti maturare anche in Italia. Lo possiamo osservare oggi in tutte le librerie, sfogliando l’ormai celeberrimo volume di Michael Pollan, Come cambiare la tua mente (Adelphi, 2019), in cui parte della storia del Rinascimento psichedelico ci viene raccontata con grandissima dovizia di particolari. Oppure possiamo esplorare attentamente i due volumi di Terapie psichedeliche (Shake, 2020) all’interno dei quali Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo tracciano l’intero panorama degli studi che coinvolgono gli psichedelici. Inoltre, tutta questa passione per l’argomento ha portato a importanti ripubblicazioni dei libri che hanno fatto da pilastri durante l’ondata psichedelica degli anni Sessanta e anche di quelli che hanno successivamente mantenuto vivo il lavoro di quel periodo, nonostante la demonizzazione mediatica degli allucinogeni e la loro conseguente scomparsa da tutti gli ambienti di ricerca. Cito qui alcuni dei casi più interessanti, come Moksha (Mondadori, 2018) in cui sono raccolti gli interventi di Huxley sull’argomento, in un pregiato lavoro curatoriale (sigillato – nell’edizione italiana – dall’illuminante prefazione di Edoardo Camurri); oppure i libri di Terence McKenna, pubblicati da Shake edizioni, cui si aggiunge quest’anno uno dei suoi testi fondamentali, Il cibo degli dei (diventato introvabile in italiano e riproposto da Piano B edizioni in una nuova traduzione e con una prefazione di Federico Di Vita); mi sembra importante anche il lavoro fatto sui testi di Artaud, sul famoso libro di Micheaux (riproposto da Quodlibet con una bella introduzione di Marco Belpoliti, col titolo: Conoscenza degli abissi) e ancora LSD (Giometti & Antonello, 2017, introduzione di Donato Novellini), il carteggio tra Albert Hofmann ed Ernst Jünger (di cui ricordiamo, rispettivamente: LSD. Il mio bambino difficile e Avvicinamenti. Droghe ed ebrezza).

 

Christian Meaas Svendsen With Nakama And Rinzai Zen Center Oslo ‎– New Rituals | Neural


[Letto su Neural]

Può la musica presentare con un altro linguaggio la filosofia buddista? In New Rituals, Christian Meaas Svendsen prova che sia possibile, esplorando il rapporto tra forma e libertà, tra la cultura occidentale moderna e la cultura orientale tradizionale. Sono tre i cd presentati, tutti radicati e basati sullo stesso materiale sorgente: 10 antichi sutra o canti buddisti Zen. Quello che si vuole sperimentare è un sé indipendente, in realtà inseparabile da tutto il resto e che cambia continuamente. Questo in alcune parti di New Rituals prende la forma di veri e propri canti devozionali, in altre assume quasi le sembianze d’un free jazz molto arioso ed espressivo, in altre ancora è un cantilenare solo accompagnato da un contrabbasso. La musica in questo progetto mette in discussione la necessità della forma come mezzo per sperimentare la libertà e questo – secondo l’autore – potrebbe essere un valore che pervade anche altri aspetti della vita. Christian Meaas Svendsen è semplicemente il tramite d’una antica sapienza, che trascende la sua stessa persona. Sulla stessa onda emozionale sono sintonizzati pure gli altri musicisti, Agnes Hvizdalek, Adrian Løseth Waade, Ayumi Tanaka e Andreas Wildhagen, abilissimi nel districarsi stilisticamente, a metà strada tra la musica classica contemporanea e il canto tradizionale. Alla Nakama Records possono essere soddisfatti del risultato, che è stato possibile grazie anche al supporto della Norsk Komponistforening e del Rinzai Zen Center di Oslo, un luogo nel quale le pratiche di meditazione sono essenzialmente silenti. Il buddismo Zen è una tradizione religiosa con rituali e una forma fissa, ma è essenzialmente antidogmatico e antintellettualistico, in particolare la scuola Rinzai, che ritiene l’illuminazione un evento improvviso, che si può raggiungere sia mediante la meditazione seduta sia mediante forme di colloquio paradossale. Lo zen – non solo in Giappone – ha molto influenzato la produzione letteraria e artistica: dalla poesia alla pittura, dal teatro No all’architettura di templi e giardini, dalla disposizione dei fiori al rapporto con molte arti e discipline, fino ad arrivare alla musica contemporanea di Cage, che è tutta permeata dalla complessità e dalla mutevolezza del reale suggerita da questa disciplina. Si dà scacco matto ai nostri tentativi di classificazione e di indagine, quello che rimane – scevro da facili riduzionismi – ci avvicina al reale in quanto processo, per restituirci a pieno tutta la sua complessità.

Decades

by Jo & Ju.

The Paltry Sum

Detroit Richards

chandrasekhar

Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

AUACOLLAGE

Augusta Bariona: Blog Collages...Colori.

PHOTO.RİP

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The daily addict

The daily life of an addict in recovery

Tiny Life

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SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

Labor Limae

- Scritture artigianali -

Federico Cinti

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che alla fine parlano sempre d'Amore

Wiersze, poezja, ZagonBzu

Blog poetycki Tomasza Kuciny

The Nefilim

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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