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Archivio per luglio 27, 2020

Adam Basanta – Circular Arguments | Neural


[Letto su Neural]

Adam Basanta in Circular Arguments ancora una volta sembra focalizzare la sua operatività obliqua nell’organizzazione multisensoriale di coreografie variabili tra microfoni, altoparlanti, sistema cinetico, spazi fisici e software personalizzato. L’attenzione di questo artista sonoro è da sempre indirizzata a quelle che sono pratiche di ascolto e comunicazione, agite in quanto attività relazionali, spesso utilizzando anche oggetti piuttosto comuni, protesi tecnologiche a buon mercato, accuratamente detournate dai loro utilizzi più convenzionali. In questo caso le registrazioni provengono da installazioni sonore create esclusivamente facendo uso di tecniche di feedback dal vivo e iterazioni ambientali. Lo stesso autore ha la fermezza di dichiarare di non essere sicuro che raccogliere tali sperimentazioni auditive in un album le renda necessariamente “musica”, seppure – vista la qualità del risultato – noi non abbiamo dubbi a tale proposito: questa è un’operazione concettualmente sofisticata, che attinge a conoscenze musicali e posizionamenti stilistici di confine. Questi suoni esistono – ciò è altrettanto indubbio – e occupano spazi precisi, pur non essendo pensati in una rigorosa struttura compositiva. Insomma, meritano comunque appieno tutta l’attenzione dell’ascoltatore. Basanta considera il contesto performativo come prioritario: la presenza del pubblico stabilisce e rende concreto un rapporto fisico con le specifiche esperienze vibratili. Nello spostamento tra installazione e medium digitale queste opere risuonano però in maniera differente, senza perdere – crediamo – il loro respiro musicale e quel senso di quiete ariosa apparentemente autonomo che in origine era parte di una performatività più complessa e fisica. I suoni s’imprimono con una certa purezza, cristallini, minimali, i volumi sono sempre controllatissimi e niente impedisce che questi intrecci di frequenze possano essere ascoltati come musica. L’ambientazione è piuttosto siderale, ultraterrena, ma alla fine questo è poco importante, la tecnologia – pure molto grezza – qui sembra essere vissuta in quanto integrazione del nostro quotidiano, restituendo in qualche modo una “sensibilità” molto estetica ed etica. Alla 901 Editions di Fabio Perletta, in quel di Roseto degli Abruzzi, ancora una volta possono essere soddisfatti delle energie messe in campo.

Una Tomba per gli alieni – Uduvicio Atanagi: Società segrete, storia e complotti: Thomas Pynchon ci dice come proteggere (e leggere) la verità abbagliando con lustrini e payette gli occhi indiscreti


“Chi sostiene la verità, la verità abbandona. La storia è manipolata o forzata, nel nome di interessi che non devono mai dimostrare niente. È troppo innocente per essere lasciata alla portata di chi è al Potere, che non deve far altro che toccarla, perché tutto il suo valore svanisca in un istante, come se non fosse mai stato. Deve piuttosto essere curata con amore e onore da fabulisti e contraffattori, venditori di ballate e svitati di ogni genere, Maestri del camuffamento che le possano fornire il travestimento, la toilettatura e il portamento, e una parlantina abbastanza svelta da tenerla lontana dai Desideri, o anche dalla sola Curiosità, del Governo”.

Thomas PynchonMason and Dixon, traduzione imperfetta di Uduvicio Atanagi.

Tineidae – Patterns in the Sky


Alla complessa conquista del Nulla senziente.

Odoya Editore presenta “La vera storia di Edgar Allan Poe” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di La vera storia di Edgar Allan Poe, prima biografia italiana scritta da Teresa Campi, che ci racconta la vita travagliata di Poe, i suoi sogni e le sue speranze, i suoi amici e i suoi amori e il continuo desiderio di lavorare in proprio.

La chiave per decifrare il mistero Edgar Allan Poe è introvabile. La teneva in tasca lui stesso quando fu trovato riverso su un marciapiede di Baltimora: fu malmenato, derubato o assassinato? Sarebbe morto comunque perché malato? Alcolismo, depressione, perversione, mania di persecuzione: che nome dare alla sua malattia? Di sicuro ne aveva una: la Letteratura, alla quale sacrificò denaro, amore, prestigio.

Il termometro della febbre si chiamava Poesia e lo scopo della guarigione Bellezza, intesa come verità, aspirazione eterna, fine ultimo dell’uomo, da ricercarsi ovunque, persino nella deformità, nel grottesco, nell’intelligenza analitica e negli abissi del cuore umano. Edgar Allan Poe fu soprattutto un veggente: anticipò la critica moderna e generi letterari come la detective story e il gotico moderno, in una società – quella americana degli inizi dell’Ottocento – priva di una cultura nazionale, che sarebbe sprofondata, da lì a poco, nella tragedia della Guerra Civile.

Come autore fu disprezzato dai più; costretto ai margini come giornalista, non pubblicò mai per intero una raccolta né di racconti, né di poesie. Solo nel suo ultimo anno di vita conobbe una certa fama grazie alla poesia Il Corvo, composta come estremo “graffio” al mondo che lo ignorava. Abbandonato a più riprese dagli affetti più cari, assaporò l’amore solo per essere costretto a separarsene. In vita sua guadagnò poco più di 300 dollari e scrisse i suoi migliori racconti sotto l’urgenza della fame e del freddo: tanto gli costò il suo posto nella letteratura mondiale.

Ryan Teague – Recursive Iterations | Neural


[Letto su Neural]

Possono delle ossessive e ripetitive sequenze sonore imprimersi sino allo sfinimento, facendo proliferare fra le pieghe del loro riproporsi momenti più sintetici, ritmici e tagliati? Evidentemente il compositore bristoliano Ryan Teague tiene a questi fraseggi in maniera particolare, reputandoli altrettanto importanti delle melodie e dei momenti ariosi ed elegiaci dispensati fra i solchi. Sono Recursive Iterations, articolate in sette differenti composizioni che ammiccano a un sound design cinematico con elementi di musica neoclassica e un’elettronica avvincente, solo apparentemente malfunzionante, che fa capolino con intelligenza calcolata, forse in maniera anche maniacale ma organizzata per catturare completamente l’attenzione. Nelle note di edizione si sottolinea quanto la struttura musicale sia derivativa di un sistema algoritmico appositamente progettato, seppure l’idea di fondo sembra molto semplice e anche piuttosto artigianale: mettere assieme elementi apparentemente differenti, lavorare sulla ripetizione e sull’incastro di strutture musicali non contigue fra loro. È un ciclico ritorno, solo differentemente inquadrato nelle rispettive tracce, quello al quale assistiamo, fatto di spazi negativi e circolari, solcati da una tensione sempre vivida, corroborata da scorie sintetiche che pulsano a intervalli regolari e ad arte compatibili, in un crescendo di trame ben concentrate e reattive. Qualcuno potrebbe sottolineare che l’impostazione rimanda un poco alle seminali sperimentazioni abstract di metà anni novanta (ad esempio alle produzioni Mo’ Wax e alla prima elettronica editata mediante software). L’effetto non è mai comunque quello di un “già sentito”, perché Teague è abilissimo nell’accostare i giusti elementi e nel limarne i bordi, infondendo le giuste pause e i tempi precisi perché tutto funzioni alla perfezione. I ritmi lenti e cadenzati, assieme ai loop gentili, danno vita a quello che si potrebbe definire un ambient downtempo che è però sferzato dalle cesure più nervose e digitali, il tutto anche ai confini del post-rock, di una contemporanea musica da camera e dell’ idm. Musica soave ma certo non per tutti e non completamente quietista.

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