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Archivio per luglio 29, 2020

La sfida di Gaia – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella riflessione data dalla recensione di La sfida di Gaia, saggio dell’antropologo Bruno Latour magistralmente introdotto da Luca Mercalli. Il tema di riferimento è i cambiamenti che l’uomo, tramite le sue strutture sociopoliticoeconomiche, apporta all’ecosistema in cui  immerso e di cui non può farne a meno, al netto delle sue voracità sistemiche e capitalistiche. Un estratto:

Il nuovo ultimo libro di Bruno Latour riprende una serie di conferenze tenute nel 2013 attorno al tema della “religione naturale”. Nonostante gli anni trascorsi, possiamo dire con una buona dose di certezza che i problemi rimangono attuali, e in via di peggioramento. L’azione dell’uomo sulla natura sta cambiando e l’uomo e la natura. Questo il dato assodato. Da qui, però, iniziano le incognite, per nulla confinabili entro il dibattito tra scienziati ecologisti e lobby industriali. Latour prova a ricostruire una sorta di orizzonte di senso dei fatti e della posta in gioco, attraverso l’uso della sua strumentazione dialettica fortemente visionaria, dai tratti profetici a volte utili, altre volte affaticanti. Sono d’altronde i rischi e le virtù delle narrazioni ibride, e questa si colloca volontariamente al confine tra l’antropologia, la filosofia e la sociologia. Il risultato può essere spiazzante, come onestamente segnala nella prefazione Luca Mercalli, stordito – pare – da un linguaggio e da ragionamenti a volte eterei, altre mistici. C’è un fatto che però sembra dar ragione a Latour in questo suo tentativo forse naif: scienza e cultura sono andate separandosi nel corso del secondo Novecento, ma risultano oggi talmente intrecciate tra loro che senza il lavorio epistemologico delle scienze umane non è possibile cogliere l’essenza della nostra società: divisi a forza i loro destini, la scienza si è mutata rapidamente in tecnica (peggio, in tecnologia produttiva), la cultura in una sorta di sociologia dell’inessenziale. Occorre riavvicinare i due capi della scienza, ed è il condivisibile proposito di Latour.

La vicenda del Covid, d’altronde, lo ha dimostrato: ogni discorso anti-scientifico è destinato clamorosamente a contraddirsi; viceversa, ogni aristocrazia, sia essa fondata sulla ricchezza o sulla sapienza scientifica, confligge con la democrazia e con la logica dello sviluppo umano. La ripartizione dei poteri tra scienza e politica – è Latour che parla – è divenuta obsoleta. E finalmente, aggiungiamo. Secondo l’antropologo francese, è la questione del cambiamento climatico ad aver imposto questo moto di ritorno, costringendo ad avvicinare quel che per molti decenni aveva subito un vero e proprio distanziamento sociale. Da questo proposito, veniamo catapultati nel cuore del discorso, ovvero: «il contesto fisico, che i moderni avevano dato per scontato, il terreno su cui la loro storia si era sempre dispiegata, è divenuto instabile». Ma chi è il responsabile di questa instabilità? Il fisiologico mutamento geologico e naturale o l’azione dell’uomo? La realtà, lo diciamo subito, invita alla prudenza. È nota la metafora della terra come libro. Se la storia della terra fosse rappresentata da un libro, questo avrebbe circa 1.300 pagine. Di questo volume, la vicenda dell’uomo occuperebbe l’ultima parola. Non l’ultima pagina, né l’ultima riga: l’ultima parola di un testo che parla d’altro, che ha altre stazze, altre unità di misura, tanto nel tempo quanto nello spazio. Può quella singola unica parola influire e stravolgere tutto il libro? È un problema aperto, anche perché la presunta fine dell’Olocene e l’avvio dell’ancor più presunto “Antropocene” è datata ancor più vicino a noi: la “grande accelerazione” riguarda, tutt’al più, gli ultimi duecento anni di vita dell’uomo; per altri, invece, gli ultimi settant’anni. L’unità di misura umana non coincide con l’unità di misura geologica. Siamo dunque malati di catastrofismo? Anche in tal senso, occorre prudenza. E realismo.

L’attività umana è entrata in contraddizione con l’azione della natura. E siccome uomo e natura sono una unità e condividono lo stesso destino, la contraddizione non è tra due soggetti, ma è il conflitto che si dipana entro un ecosistema dato e chiuso. La contraddizione e quindi esiziale: non può esserci conflitto duraturo tra la natura e se stessa, pena il mutamento radicale, che svilupperà altre forme di adattamento, e non è detto che queste nuove forme prevedano sempre l’uomo come soggetto privilegiato. Anche in questo caso, però, le unità di misura dell’uomo e della Terra non corrispondono. Come giustamente rileva Latour, «se si trattasse davvero di una mutazione radicale, saremmo già tutti impegnati a modificare le basi della nostra esistenza da cime a fondo. Avremmo cominciato a cambiare la nostra alimentazione, il nostro habitat, i nostri mezzi di trasporto, le nostre tecniche di coltivazione, in sintesi il nostro modo di produzione». Lo avremmo dovuto fare, sottolinea poi l’autore, ma non averlo fatto ci pone di fronte al dilemma: questi mutamenti non appaiono in realtà radicali, il problema non sembra possedere quella repentinità catastrofica che pure viene data per assicurata da schiere di scienziati e intellettuali. Sbagliano dunque i profeti di sventura? Siamo di fronte ad un complottismo ingenuo, smentito continuamente dalla realtà? Neanche questo. Però per cogliere la verità che si cela dietro il mutamento climatico occorre posizionarsi, in primo luogo, con la scienza e contro il negazionismo; poi, riflettere sugli errori investigativi e comunicativi di questa stessa scienza, lasciata sola e disarmata a rappresentare il campo della critica.

Se non si può sovrapporre l’evoluzione dell’uomo con l’evoluzione del capitalismo, difficilmente potrà essere il capitalismo il sistema-modello in grado di risolvere la contraddizione ecologica. Un sistema fondato sul consumo continuo di terra, suolo, esseri viventi e risorse naturali non può auto-disporsi per controllare (e limitare) questo stesso consumo, pena la sua rovina. La soluzione non saranno le profezie di decrescita, pure accarezzate da Latour, o improbabili salti all’indietro pre-moderni, come ancora suggerisce l’autore senza avvertire le multiformi antinomie generate dall’approccio primitivistico (dentro un eclettico rassemblement di Hegel e Nietzsche che ricorre in tutto il testo). Quale sarà la soluzione, non sta a noi deciderlo. Ci sembra però sicuro che questa non possa che passare da una rinnovata riflessione anticapitalistica, superando in avanti quei limiti che il socialismo del XX secolo non aveva saputo risolvere, anche perché parte di un mondo “antico” disegnato su altre grandezze e problematiche. I problemi del XXI secolo costringono ad escogitare soluzioni partorite dal XXI secolo. Ma se l’uomo è costretto a porsi solo quei problemi per cui ha già, in sé, la soluzione, allora una qualche speranza è ancora possibile coltivarla. «Avremmo dovuto agire già quarant’anni fa», ricorda Latour, ma non è detto che oggi sia tropo tardi per fare qualcosa. Non è mai troppo tardi, d’altronde.

Visioni del reale


La realtà è un fake. Ma funziona benissimo.

Spaghetti western. Freak Show | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Spaghetti western. Freak Show, nuovo romanzo di Paolo Di Orazio edito da Watson Edizioni. Concludo dicendo che non vedo l’ora di leggerlo…

Il protagonista della storia è il Dottor Emilio Carlomaria Martinetti Branzini. Un nome che è già tutto un programma. Il personaggio è complesso, un uomo dalle mille sfaccettature caratteriali che se da un lato vi farà venire i brividi, dall’altro riuscirà a commuovervi con la sua dolcezza. Il tutto senza contraddirsi mai, restando sé stesso. Una figura davvero inquietante che non mancherà di sorprendervi spesso.

La sua missione nella vita è assistere e prendersi cura di uomini sventurati, i suoi amati freak, con tutte le loro deformità e sfortune. Tra varie vicissitudini e peripezie, l’improbabile comitiva si sposterà dalle Marche agli Stati Uniti in cerca di fortuna, con uno spettacolo da baraccone itinerante.

Quello che ne consegue è genio e pura follia. Vi stupirà sotto ogni aspetto quest’opera di vero e raffinatissimo orrore. Siamo di fronte a pagine scritte da un talento assoluto, un libro di questo tipo è una rarità.

Il primo aspetto fondamentale da analizzare è lo stile. Di Orazio scrive bene, benissimo. La lettura scorre fluida, tra parole ricercate, mai banali e sempre precise che sono tanto evocative da trasportare in un mondo lontano, in un’avventura magica, irreale, ma al contempo spaventosamente concreta. Alta letteratura in un genere in cui troppo spesso capita di leggere prose ordinarie. Ogni elemento della vicenda viene descritto con vocaboli che attraversano tutti i sensi, dalla vista, al tatto e specialmente l’olfatto. Al lettore è garantita un’esperienza di terrore trasversale e totalizzante.

La seconda peculiarità riguarda la trama, sbalorditiva e originale. Un racconto così non era mai stato scritto. L’unicità di una lettura è molto importante, soprattutto in un tempo in cui le rivisitazioni e i remake la fanno da padroni. Una sottile paura vi riempirà a ogni pagina e nel mentre sentirete crescere una forte agitazione.

Atto dopo atto ci si affeziona ai vari personaggi narrati, da Serena la  donna Mantide, a Temistocle il ragno umano. Il loro disagio, le tristezze di queste vite accidentate riempiono l’animo. Cosa succederà a questi sventurati? Tuttavia immergendosi nella storia vedrete che il disgusto e la repulsione non mancano, grazie al modo sottilmente disturbante in cui l’autore ha sviluppato la vicenda.

Le scene descritte sono tutte memorabili, nella loro sanguinosa teatralità, sembra di assistere a uno spettacolo che non delude mai e in cui succedono tante cose diverse, tutte strane, tutte da non perdere.

Emptyset – Blossoms | Neural


[Letto su Neural]

Emptyset, ovvero James Ginzburg e Paul Purgas, nel corso dell’ultimo decennio hanno pubblicato ben sette LP ed un numero – nel complesso – ancora più significativo di singoli, EP, compilation e dj mix. Blossoms, la seconda prova su formato esteso per la Thrill Jockey è stato sviluppato nell’arco di ben diciotto mesi avvalendosi di una rete internazionale di programmatori all’avanguardia nella ricerca sulla sintesi del suono. Questa collaborazione è stata focalizzata precipuamente sugli aspetti generativi della composizione e sulle caratterizzazioni basilari che l’organizzazione di strutture audio originali e complesse comporta. Le ambientazioni cupe e macchiniche alludono a una creazione quasi impersonale, dettata da reti neurali artificiali ed altri astrusi apparati d’origine sintetica e post-human. Su questi aspetti a nostro avviso un pochino s’esagera, perché una forte base autoriale e manipolativa comunque è indubbia. Le tracce non si realizzano da sole, siamo ancora lontani da quel livello cyborg per cui – citando i Kraftwerk – “by pressing down a special key, it plays a little melody”. Qui non ci sono melodie e questa è una scelta, il set di dati sonori è comunque assai ben elaborato e le connessioni tra suoni apparentemente non correlati dubitiamo fortemente siano frutto d’una qualche intelligenza artificiale aliena. Le sonorità ibridate e mutevoli sono combinate con l’ausilio d’impulsi audio complessivamente ben sintetizzati, che fanno uso infatti di riverberi e impulsi dei più disparati ma comunque all’occorrenza progettati. Si enfatizza che in base a diversi parametri iniziali si producano soluzioni imprevedibili ma questo – a dire il vero – non si percepisce poi molto attraverso i suoni, che al contrario sembrano misuratamente spazializzati, ricchi di citazioni industrial e con echi d’elettroacustica d’antan. Il duo è di quelli consolidati e James Ginzburg, head honcho della Subtext, insieme a Paul Purgas, che adesso cura il festival del Wysing Arts Centre nel South Cambridgeshire, non sono certo impreparati nel presentarsi al pubblico. Anche se preferiscono citare i loro sistemi “automatizzati” dietro il tutto c’è solo la loro inesauribile spinta creativa e futuribile.

Vandal Moon – Love. Signs. Time. Fear.


Stralci di dark verso il gothic, rasoiate di luce sottile che muoiono nel buio…

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