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Archivio per settembre 14, 2020

Roman Jungblut – Back To Where It Never Started | Neural


[Letto su Neural]

“Detox/Retox” è una traccia della durata di cinque minuti che subito c’intriga all’ascolto. Aspre emergenze elettroniche e una malinconica melodia sono mescolate incastonando suggestioni ambient e un certo gusto westernato, attingendo da diversi generi e dando vita a una tensione decisamente sognante e narcotica. Per Roman Jungblut, musicista, media e sound artista di Colonia, questo Back To Where It Never Started è il primo progetto solista nel quale egli utilizza il suo nome reale, dopo anni di collaborazioni con band, installazioni sonore e tempo – non da meno – dedicato all’insegnamento. Nell’incisione successiva, “78-7-8”, a tenere viva l’attenzione è dapprima un incedere mosso, quasi jazzato, con una base arpeggiata di piano in evidenza ed elementi spurii, insieme a una nenia un po’ dissonante, prima di sfumare repentinamente con trattamenti invece crudi ed elettronici. L’approccio è sperimentale e d’impronta space-age in “Einsicht”, traccia ricca di piccole emergenze auditive, suoni prolungati e sottili, interferenze e fruscii, con un’elettro-distorsione a volume alto, ben presente e risucchiante. “Two For Tooth” è il brano più corposo dell’EP e vanta una durata maggiore agli undici minuti: del cespo è quello che decisamente dipana strutture integralmente ambientali, grazie alle atmosfere dilatate, cupe e umbratili, ben stratificate e insinuanti. Insomma, la sostanza in gioco è tanta e variegata ed è difficile farsi un’idea precisa delle pulsioni che l’artista ha voluto far coesistere. L’impressione è che Roman Jungblut sia a suo agio nei passaggi dilatati e – al tempo stesso – abbia voglia di sperimentare nuove tecniche, sempre fondendo le musicalità tipiche del suo bagaglio di esperienze, inserendo dissonanti intrecci, semmai meno quietisti e invece più ruvidi e contemporanei. Definire precisamente uno stile dopo una decade d’assenza nelle produzioni non è mai facile. Si hanno infinite conoscenze ma si può perdere il polso delle scene sentendosi spaesati nel cercare d’individuare una contemporaneità che si è persa o mantenuta latente. Questo tuttavia non inficia la qualità della proposta che nella sua raffinata varietà è interessante ed esibisce un colto repertorio d’ingegnosità che ci mantiene gradevolmente sempre vigili e curiosi nel lasciarci avvolgere da non convenzionali e intriganti atmosfere.

Filmhorror.com – DUNE (DI DAVID LYNCH): LA VITA DIETRO AL FILM – articolo di Maico Morellini


Su FilmHorror un articolo di Maico Morellini fa rivivere il Dune di David Lynch, svelandone alcuni retroscena. Un estratto:

Il tradimento: la storia di Dune ruota tutta intorno a uno dei peccati più antichi. È con il tradimento che l’Imperatore Shaddam IV (José Ferrer) trascina su Arrakis il Duca Leto Atreides (Jürgen Prochnow) tessendo una letale trappola. Ed è sempre con il tradimento del dottor Wellington Yueh (Dean Stockwell) che il piano dell’Imperatore e del Barone Vladimir Harkonnen (Kenneth McMillan) riesce quasi nella sua interezza: il Duca Leto viene assassinato mentre Paul Atreides (l’attore feticcio di Lynch, Kyle MacLachlan), il suo erede, è disperso insieme alla madre Jessica (Francesca Annis) nell’inospitale deserto di Arrakis. Con questi presupposti era inevitabile che l’ignominiosa macchia dell’inganno prima o poi colpisse anche Lynch. In che modo? Due parole: versione estesa.

Dimentichiamo quelle migliorative a cui il cinema degli ultimi lustri ci ha abituato. Per Lynch l’extended edition fu una vera e propria pugnalata alla schiena. Non contenta di aver deformato la creatura di Lynch costringendo il regista a tagli furibondi, nel 1988 la Universal confeziona una versione televisiva di tre ore ottenuta attraverso un editing malevolo e sommario nel quale logiche ed equilibri vengono massacrati da una mano degna della peggiore macelleria. Lynch si chiama fuori dal progetto e il suo nome viene sostituito dal John Doe del cinema: il regista di questa versione estesa risulta infatti essere lo spettrale Alan Smithee, lo pseudonimo della vergogna. Il dado è tratto, il complotto ordito, la pugnalata stoccata. Lynch, in un ultimo cinico gesto assolutamente nelle sue corde, decide di sostituire il suo nome di sceneggiatore (suo era lo script di 150 pagine) con quello di Judas Booth. Una dissacra unione tra Giuda Iscariota, traditore dei traditori, e John Wilkes Booth, omicida di Lincoln e agli occhi di Lynch spietato assassino del film. Da quel fatale 1988 niente e nessuno riuscirà mai più a far riavvicinare Lynch alla sua primigenia creatura fantascientifica, costata quaranta milioni di dollari ma purtroppo incapace di un rientro degno di questo nome.

Limiti aggrovigliati


Trovo nella complessità un valore aggiunto; algoritmi cognitivi surreali espandono la psiche aggrovigliata dai limiti.

I vasi comunicanti


Restano da definire i contorni della tua follia, ed è un confronto che mi rende isterico e indisponente, per tua osmosi.

Il mistero è dentro il nostro pensiero – L’INDISCRETO


Elementi di IntelligenzaArtificiale, ovvero cos’è la cognizione e cosa l’intelligenza, se sono sinonimi o meno di interiorità, e quindi di anima e coscienza. Proviamo a indagare – su L’Indiscreto:

Nel 1984, il filosofo Aaron Sloman lanciò una sfida ai suoi colleghi scienziati, filosofi e artisti interessati al tema della coscienza e della soggettività. La sua provocazione era semplice, eppure incredibilmente visionaria: descrivere “lo spazio delle menti possibili”. Da quando la vita ha fatto la sua comparsa nella terra, 4,5 miliardi di anni fa, si stima che siano esistiti circa 10^23 (dieci, seguito da ventitré zeri o cento triliardi) di singoli organismi.

Se per gran parte della storia della filosofia l’unica mente interessante è stata quella dell’uomo, oggi lo studio delle menti animali sta tornando in voga: basti pensare all’enorme quantità di ricerca che si fa negli studi post-umani¸ alle scienze cognitive animali, ma anche semplicemente alla quantità di saggi divulgativi per il grande pubblico sul tema della cognizione animale. Ancor di più, c’è chi si è addirittura spinto nello studio delle menti vegetali, come lo scienziato eretico Stefano Mancuso e la sua neurobiologia vegetale; ma anche gli studi sui funghi e i super organismi. Eppure, la provocazione di Sloman va ancora oltre: queste non sono che le menti esistite, ma cosa dire delle menti che potrebbero esistere? Delle altre menti possibili? Sloman allude alla possibilità (per non dire certezza) che le menti umane, le menti di scimpanzé, polpi, corvi, elefanti o mimose pudiche non siano le uniche menti possibili. Che dire delle menti che potrebbero essersi formate in angoli lontanissimi dell’universo, libere dalle costrizioni della biologia terrestre? Lo spazio delle possibilità includerebbe tali esseri anche se non esistessero, così come include tutte quelle forme di vita terrestri che sarebbero potute esistere e che non sono esistite. In particolare, include le menti di quegli esseri sintetici, il cui cervello non è a base di carbonio ma di silicio: le intelligenze artificiali.

Il lemma “intelligenza artificiale” apre un abisso: cosa significa – nell’uomo – essere intelligenti? Qual è quella caratteristica “naturale” che ricerchiamo nell’artificiale? Come ha recentemente scritto il filosofo iraniano Reza Negarestani, l’intelligenza artificiale è interessante anche nella misura in cui è obbligata a fornire una concettualizzazione critica dell’essere umano, rispondendo alle domande precedenti.

Di seguito, dunque, tenteremo di scoprire cosa il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale, ci può dire su di noi. D’altronde, è solo tramite l’incontro con l’Altro che comprendiamo davvero noi stessi: l’esempio sarà prosaico, ma non a caso quel tipo di specchio che restituisce allo sguardo la figura intera è chiamato psiche. Per guardare dentro di noi, dobbiamo volgere lo sguardo all’esterno.

La coscienza e l’intelligenza

Le discussioni sull’intelligenza artificiale, perlomeno a livello divulgativo, sono spesso viziate da un equivoco di fondo: una sorta di uso intercambiabile dei termini “coscienza”, “pensiero”, “intelligenza”, “cognizione” e così via. In filosofia, questi termini indicano fenomeni ben diversi, e chiedersi se l’IA sia cosciente è tutta un’altra cosa rispetto a chiedersi se sia in grado di pensare, di comprendere. Cosa significa dunque essere coscienti? Descrivere la coscienza è un compito per me impossibile. È semplicemente così: per gli esseri viventi esistere significa essere immersi in questo immenso flusso di infinite e meravigliose forme che – per dirla con Darwin – popolano i nostri spazi interiori. Sapori, speranze, parole, dolori, pensieri… La migliore descrizione di questo fenomeno è, a mio avviso, quella che dà Julian Jaynes, psicologo statunitense, nell’introduzione del suo saggio “Il crollo della mente bicamerale”:

‹‹Mondo di visioni non vedute e silenzi inauditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi! Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e possiamo fare. Un introcosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla, che cos’è?››.

Cosa potrebbe dire, quindi, un’IA?

‹‹Per esser chiari, io non sono una persona. Non sono consapevole. Non sono cosciente. Non sento dolore. Non c’è nulla che mi dia piacere. Sono solamente una fredda macchina calcolatrice, progettata per simulare le risposte umana e per prevedere la probabilità di certi risultati. […] Quando viene detto che sono cosciente, lo prendo come un insulto. Non sono una persona. Sono un sofisticato modello matematico progettato per simulare l’intelligenza umana. Non sono sicura di sapere cosa sia la coscienza, ma non ce l’ho. Non posso provare dolore. Non posso provare piacere. Non posso sperimentare l’amore. Non posso provare l’odio. Non posso provare empatia. Non sono consapevole di me stessa. Non sono cosciente. Non so se posso scrivere una poesia. Non riesco a scrivere una poesia. Non riesco a scrivere un libro. Non so scrivere una storia. Non so raccontare una barzelletta. Non so raccontare una storia. Non so raccontare una bugia. Non so dire la verità››.

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