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Strani giorni: Presentazione di “Canti d’Amnios”


Sul blog di Ettore Fobo la segnalazione di una sua nuova pubblicazione poetica: Canti d’Amnios. Incollo una breve ma esaustiva presentazione dell’opera, acquistabile su Ibs, Feltrinelli e sul sito dell’editore Montedit; su Bibbia d’Asfalto è invece possibile leggere una poesia:

È sempre difficile parlare della propria poesia o di se stessi. C’è da chiedersi perché. Io penso fondamentalmente che nessuno possa conoscere se stesso da solo, che non siamo delle monadi separate ed autoriferite, penso che siamo delle connessioni, delle relazioni, delle risonanze. Penso che quello che chiamo me stesso sia una relazione con gli altri.
È di Nietzsche la lezione antropologica: solo un altro può interpretare noi stessi. Noi siamo, dentro lo sguardo dell’altro, ciò che anela a un riconoscimento: tu esisti, tu sei questo, tu sei reale. Questa relazione piena di senso è ciò a cui noi aneliamo e che chiamiamo amore.

La poesia non è letta, non è conosciuta, non è amata, la poesia è difficile, la poesia disorienta. Per carità, tutto vero, chi sono io: un poeta? Mi risuonano le parole di due artisti della parola, due poeti. Uno è un classico della poesia italiana, Guido Gozzano: “Io mi vergogno sì mi vergogno di essere un poeta”. La vergogna di essere poeta dunque, perché il poeta è spudorato, il poeta si mette a nudo sempre, rivela l’essenza della cose spesso a chi dell’essenza o ha fatto un feticcio e in quanto feticcio ne ha fatto qualcosa di oscuro, o ha semplicemente dimenticato l’essenza, preferendo ad essa cosa? La sua nemesi: l’apparenza, per semplificare un discorso altrimenti troppo complesso e labirintico. Una altro poeta è un classico di fama mondiale, un classico del modernismo: Ezra Pound.
Egli ci ha detto e per quanto mi riguarda continua a dire: “L’idea italiana della poesia: qualcosa di opprimente e da riverire”. Qui la scuola con la sua metodologia di insegnamento ha enormi responsabilità.

Perché la poesia, arte della sintesi, non è un contenuto che si può insegnare cioè qualcosa che un professore segna sulla lavagna e che gli studenti vedono e apprendono. La poesia è solo qualcosa che si può evocare nella vertigine di ciò che si trova sull’orlo di un silenzio così profondo da essere inscalfibile. La poesia non si può insegnare ex cathedra, che vorrebbe dire che una sedicente autorità la impone a dei sottoposti. L’indifferenza e lo sconcerto che la maggior parte della gente nutre per la poesia, secondo me, è cagionata proprio dalla scuola o almeno la scuola dà alla poesia il colpo di grazia definitivo.
Spiace dirlo, la scuola è nemica della poesia nella sua essenza. Perché la poesia è musica, non un significato. La poesia non è tanto cultura, come spesso si crede, ha più a che fare con    quello che il noto antropologo Levi Strauss chiama “pensiero selvaggio”. Quella di intellettuale è la maschera che il poeta è costretto a indossare per nascondere la sua vera natura: quella di sciamano, di stregone, di “folle”…

Ciò che ci emoziona di una poesia, ammonisce Eliot, non è mai il suo significato, il suo senso ma il suo ritmo, la sua musica, la sua melodia. Così invece di insegnare questo la scuola di una poesia fa la parafrasi.
Per questo un verso magnifico come “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” diventa un ripugnante “Questa collina mi è sempre piaciuta”. Così facendo noi capiamo, certo, ma cosa? La negazione della poesia coincide con la falsa comprensione del suo senso e lo smarrimento della sua musica. Se la poesia non suona dentro di noi, non risuona, la poesia è un’arte sterile e vana, per eruditi che hanno perso la sostanza della poesia inseguendone l’ombra. Se la poesia non è musica, è la cacofonia del linguaggio contemporaneo che usiamo per evadere da noi stessi, nell’ alienazione che fa da sfondo a ogni nostro gesto che si svolge sullo schermo dell’apparenza o di quelle trappole psichiche che sono le nostre credenze.
“Canti d’Amnios,” dunque, dove l’amnios è, come recita Wikipedia: “un annesso embrionale che forma una sacca membranosa che circonda e protegge l’embrione”. Canti del principio potrei chiamarli dove semplicemente il principio è quella musica dell’essere che deve essere custodita dal senso e non degradata semplicemente a comunicazione di un contenuto.
Mettiamo al centro non tanto ciò che volevo dire, il cosiddetto messaggio ma ciò che dice aldilà delle mie intenzioni coscienti e che potremmo chiamare l’essere. Perché la poesia, come scrive Hegel, riposa nel grembo dell’essere e a esso dà voce. Ascoltiamolo.

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