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Archivio per dicembre 21, 2020

La sincronicità della coscienza – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che narra la Sincronicità vista dagli occhi del suo scopritore, C. G. Jung, e da quelli di Wolfgang Pauli; un estratto assai significativo:

Il dialogo e il lungo carteggio tra Pauli e Jung ha dato forma all’idea che la sincronicità sia un aspetto fondamentale del funzionamento dei processi cerebrali. Tale ipotesi suscitò più di una perplessità e fu spesso fraintesa nei suoi intendimenti e significati dal mondo delle scienze, strutturate intorno a categorie tradizionali e al principio di causalità. Postulare un “parallelismo di significato” e implicare la sovrapposizione di tempi tra loro distanti – la coincidenza di presente e passato vissuti –, infatti, rappresentava un’incrinatura del sapere dell’epoca ed era considerato, al contempo, una debolezza teorica. Parlare poi di “coincidenze significative di eventi a-causali” complicava ulteriormente le cose.
A dissipare i dubbi e le critiche non bastarono né l’autorevolezza di fisico di indiscussa e riconosciuta competenza di Pauli, né le riflessioni da lui espresse nella celebre lettera a Carl Gustav Jung del 7 novembre 1948, che inizia con un tributo allo psicologo analista: “[…] il nostro dialogo di ieri sulla ‘sincronicità’ dei sogni e di altri eventi (Lei impiega il termine ‘sincrono’ anche se tra il sogno e l’evento esteriore intercorrono 2-3 mesi?) mi è stato di grande aiuto e vorrei nuovamente ringraziarLa”.
Pauli interrogava la teoria di Jung e si chiedeva: perché parlare di sincronicità e di relazioni di significato, anziché di rapporto di causa ed effetto, dato che questo è regolato chiaramente dalla successione degli eventi nel tempo e che presuppone ed esige che la causa preceda l’effetto? E perché farlo, se gli eventi avvengono sempre in sequenza, seppur a distanza di mesi? Come si fa a far rientrare un intervallo temporale, magari consistente, all’interno di una teoria fondata sulla sovrapposizione di istanti lontani nel tempo?

Nella lettera a Jung, Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, si riferisce a un dialogo avvenuto con il suo interlocutore il giorno precedente e utilizza il termine “sincronicità” come sostantivo e “sincrono” come aggettivo relativo. La questione affrontata nel carteggio è la capacità del cervello di far coincidere e di far interagire fenomeni e informazioni appartenenti a momenti diversi, gestendoli come se ci fosse un legame tra piani di significato e sequenze temporali anche molto distanti tra loro.
Per illustrare la complessità di tale ipotesi, Pauli riporta il disegno del caso più semplice di superficie di Riemann, che è rappresentata come una sezione trasversale di due fogli da intendersi perpendicolari rispetto al piano del disegno: ruotando intorno al punto centrale (anch’esso, come perno, perpendicolare al piano del disegno), si può passare da un foglio all’altro. Viene così introdotto un piano di riflessione, disposto non già parallelamente e sovraordinato gerarchicamente rispetto agli altri, bensì perpendicolare, che attraversa e connette i vari piani sincronisticamente, legandoli insieme. In questo modo si passa da una moltitudine di aspetti separati e sconnessi a un’esperienza unica e integrale, i cui elementi, apparentemente privi di relazioni di causalità, hanno ora nessi ben precisi, che riguardano i loro contenuti significativi. Per esemplificare, Pauli si riferisce al caso di un sogno particolare comunicato a Jung, il foglio inferiore, e di un evento (la malattia o la morte di una persona), il foglio superiore, e al perno centrale, intermedio tra i due fogli, che costituisce il punto d’incontro tra i due fenomeni: evidenzia così “la differenza tra ‘fisico’ e ‘psichico’ e rappresenta un ordine che si svolge al di fuori dello spazio e in parte anche al di fuori del tempo”.

“Sincronicità” indica quindi la capacità di legare insieme piani differenti anche in assenza di un nesso causale: non solo, tale nozione può estendersi nel tempo, come spiega Jung, che connette due fenomeni, come un sogno e un evento vissuto, tra cui possono intercorrere due o tre mesi. Basta immaginare che il piano verticale sia in grado di scorrere orizzontalmente, legando piani diversi esistenti in momenti di tempo tra loro distanti.

Tutti gli Urania in edicola nel 2021 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la lista degli Urania del prossimo anno; c’è di che leccarsi i baffi. Un estratto:

Gennaio: si perte con uno degli autori francesi più apprezzati in Italia, Serge Brussolo, di cui esce proporrà Anatomik.
Febbraio: esordisce la trilogia The Corporation Wars di Ken MacLeod col primo titolo, Dissidence. Il secondo volume già in agosto.
Marzo: il secondo romanzo del ciclo Freyaverse di Charles Stross, Neptune’s Brood, finalista al Premio Locus nel 2014.
Aprile: secondo titolo della trilogia Transcendental di James GunnTransgalactic.
Maggio: Fearless, un nuovo romanzo di Jack Campbell, autore di Il viaggio della Dauntless.
Giugno: Un domani per la Terra(Terran Tomorrow) conclusione della trilogia di Nessun domani di Nancy Kress.
Luglio: Slow Bullets saga spaziale di Alastair Reynolds.
Agosto: il secondo volume della trilogia The Corporation Wars di Ken MacLeodInsurgence.
Settembre: Eymerich risorge, ultimo romanzo della saga di Valerio Evangelisti.
Ottobre: un romanzo di John Scalzi, Fuzzy Nation.
Novembre è riservato al vincitore del Premio Urania (con in appendice i tre racconti finalisti del premio Urania Short per racconti).
Dicembre è in via di definizione.

Urania, ovviamente, si dirama in sottocollane particolari in cui titoli sono tutti elencati nel post; invito ad andare a leggere, ci aspetta un’annata folgorante.

Non sottovalutate le fate – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un breve trattato sulle fairies, in italiano tradotto malamente come fate. Sono entità fondamentali per la comprensione delle energie sciamaniche e delle dinamiche sovrannaturali legate alle droghe lisergiche; ecco un breve incolla dell’articolo:

Secondo una certa cultura, assai diffusa, che trova nobili antecedenti nel teatro shakespeariano, sono grandi come un coleottero o al massimo come un riccio di campo, aggraziate e rapide nelle loro ali di insetto. Secondo un’altra, non meno popolare, esaudiscono desideri, si portano via i denti caduti dei bambini, sono buone madrine, possono essere molto vecchie, indossano lunghe tuniche e agitano una bacchetta magica. A volte prendono i loro poteri direttamente dalla stella della sera. Secondo certe produzioni televisive contemporanee sono adolescenti in abiti succinti e lunghe chiome. E per molti movimenti neopagani attraverso di loro si manifesta il mondo naturale ed elementale – sono custodi di segreti. Ma più in generale vengono viste come sciocchezze infantili dai colori pastello, ridicolaggini da propinare ai bambini per poi, con l’arroganza tipica di molti sedicenti grandi, distruggerle con lo spettro della “vita vera”. Sto parlando delle fate, anche se non posso parlare per loro.  La parola italiana purtroppo riduce il campo, femminilizzandolo, mentre il corrispettivo inglese fairies è più inclusivo, e si riferisce a tutti coloro che fanno parte del regno fatato, dai folletti alla tribù irlandese dei sidhe, popolo preistorico rifugiatosi nei terrapieni e sotto le colline, alle creature del fato di ogni forma e dimensione. Li associamo al soprannaturale, ma studiandoli un po’ vedremo che semmai sono perfino troppo “naturali”, appartengono a questo mondo di cui abitano i margini e le incertezze, più resistenti delle grandi divinità, a cui infatti sopravvivono, perché più adattabili, meno pretenziosi, più robusti per le migrazioni e le ibridazioni. Parafrasando una nota pubblicità, potrei dire che un dio passa di moda, ma un folletto o una fata, pur nella sua essenza fuggevole (folata di vento, scherzo del destino), è per sempre. Trascorrono esistenze sorelle alle nostre,  vaghi sembianti in uno specchio opaco. Sotto le travi, nelle soffitte, negli acquitrini e nelle cave, sulla riva dei mari, nei luoghi dismessi, nei tronchi animati di certi alberi, li troverete. Gli dei sono legati al potere e alla preghiera, ma i fairies hanno a che vedere con la prossimità, il presentimento.

Pink Floyd – Obscured By Clouds


Che solstizio buio sia… la festa estrema.

La radice delle religioni orientali – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che indaga le radici delle religioni orientali, mettendole a confronto coi rivolgimenti antropologici del MedioOriente e dell’Europa. Un estratto:

Quando dal complesso mondo occidentale, con la sua densa storia filosofica e religiosa, ci si volge a quello orientale, si ha l’impressione di entrare in un regno dove la vegetazione, se mi è concesso dirlo, è fatta di sole palme. Alberi di palma diversi, ma tutti essenzialmente riconducibili a una stessa famiglia. La cultura orientale è innervata da pochi concetti fondamentali che si ritrovano un po’ ovunque e che vantano un’origine antichissima.
Di quale antichità stiamo parlando? La tradizione culturale indiana ebbe inizio intorno al 2500 a.C. con la civiltà della valle dell’Indo. Quella dell’Estremo Oriente vide la luce in Cina con la dinastia Shang, attorno al 1600 a.C.10 Siamo in entrambi i casi in piena Età del Bronzo.

Ciò detto, la vera culla della civiltà fu il Medio Oriente con i suoi grandi regni di Egitto e Mesopotamia dove, a partire dall’8000 a.C., si diffusero l’agricoltura e la pastorizia. Prima di allora, per quanto ne sappiamo, gli uomini in ogni angolo del mondo vivevano esclusivamente di caccia e raccolta. Ed ecco all’improvviso instaurarsi un’economia propriamente detta e un insieme di società sempre più articolate e complesse. Intorno al 4000 a.C. le valli del Tigri e dell’Eufrate erano costellate di città piuttosto grandi e popolose, tra cui Sumer, Ur e Akkad, dove vigeva un’ordinata distribuzione del lavoro: c’erano uomini di governo, sacerdoti, mercanti, agricoltori, tutti con ruoli e compiti ben definiti. La specializzazione dei mestieri produsse un avanzamento incredibilmente veloce del sapere, delle tecniche e delle competenze.
Tra le tante conoscenze fiorite in Egitto e Mesopotamia, quelle che più ci interessano riguardano gli ordini sacerdotali. Fu in quest’epoca, per l’esattezza attorno al 3500 a.C., che nacquero l’arte della scrittura, il calcolo matematico, l’osservazione astronomica e il sistema tributario. Anche l’idea di un potere accentrato nelle mani di un unico sovrano, quale elemento unificatore all’interno di una società composita e differenziata, fece la sua prima comparsa in questi anni.
Una delle più folgoranti intuizioni dei sacerdoti dell’epoca fu che i pianeti, le sette sfere visibili che tutti noi conosciamo, si muovessero nel cielo a una velocità matematicamente calcolabile, sullo sfondo delle stelle fisse. Quest’idea ispirò una concezione totalmente nuova dell’universo, che diventava ora un cosmo ordinato da leggi regolari e misurabili.
Al dio antropomorfo che aveva fino allora retto le sorti dell’universo, si sostituì una potenza invisibile che scandiva con matematica precisione l’alternarsi del giorno e della notte, i cicli lunari, le stagioni dell’anno e il lungo tempo dell’eone, che segnava la rotazione completa del cosmo. Questa l’idea che ispirò i miti sorti nell’Età del Bronzo e che è ancora oggi al cuore delle filosofie orientali.

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The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

listen to the tales as we all rationalize

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

Luke Atkins

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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