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Altri teatri: Artaud, Jodorowsky e Cyberpunk – letteratura, filosofia, arte e critica globale, a cura di Sonia Caporossi


Sul blog di Sonia Caporossi un reblog assai interessante, dove si analizzano le interazioni concettuali tra il mondo della parola e il teatro, che solo parzialmente si regge proprio sulle parole. Un estratto significativo, che rende un’arte sinestetica, quasi olografica:

Oltre a essere uno dei teorici più estremi, Artaud è stato anche un attore di teatro e cinema: memorabile la sua interpretazione del monaco Massieu nel film di Dreyer sulla passione di Giovanna d’Arco, del 1928. Ma è il teatro l’arte su cui concentra e logora le sue energie fisiche e mentali (passerà oltre sei anni in manicomi e cliniche per la sua schizofrenia). La moglie di uno psichiatra che visitò Artaud in clinica riporta queste impressioni: “Mio marito ha subito capito di avere davanti a sé una persona eccezionale del valore di un Baudelaire, di un Nerval o di un Nietzsche”. Ho sempre creduto che il teatro fosse un’arte del tempo che contiene in sé il ritmo esattamente come la danza, la musica e il canto. Ho anche sovente immaginato uno “spettacolo ideale” (se mai esiste) costruito su uno sfondo dipinto da Guttuso o Salvador Dalì, con Carmelo Bene che recita Un Amleto di meno accompagnato dal violino di Uto Ughi, mentre da una quinta entra Carla Fracci a dare forma geometrica alle parole e alle note dello spettacolo. Musica, pittura, danza, recitazione e canto sono infatti insite nelle potenzialità di quel magico contenitore che è il teatro. Si domanda giustamente Artaud:

Come è possibile che a teatro, almeno quale lo conosciamo in Europa, o meglio in Occidente, tutto ciò che è specificamente teatrale, ossia tutto ciò che non è discorso o parola, o – se si preferisce – tutto ciò che non è contenuto nel dialogo debba rimanere in secondo piano.

Giustamente Artaud parla di un teatro occidentale fossilizzato sulla parola e lo contrappone al teatro orientale balinese, che usa il linguaggio del corpo unito alla musica e al gesto significante come negli ideogrammi: un teatro la cui capacità creativa supera il predomino della parola. Se i temi sono vaghi, astratti, estremamente generici, le parole non sono necessarie. Gli attori con i loro abiti sembrano geroglifici viventi, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un linguaggio archetipo di cui abbiamo smarrito la chiave di lettura. Lo spettacolo stesso finisce per divenire un linguaggio puro, forse primitivo, sicuramente rituale.

La novità del teatro balinese è stata quella di rivelarci un’idea fisica e non verbale del teatro, secondo la quale il teatro sta entro i limiti di tutto ciò che può avvenire su un palcoscenico, indipendentemente dal testo scritto, mentre, come lo intendiamo noi occidentali, esso si confonde con il testo e finisce per esserne limitato. Per noi a teatro la Parola è tutto.

Tutte le forze e le arti che potenzialmente agiscono sulla scena dovrebbero produrre uno spettacolo forte di un linguaggio valido in quel momento unico e irripetibile, anche se rinnovabile ogni sera. Così, la parola sulla scena sarà una “parola prima delle parole”, esattamente come nei sogni. La parola, come in poesia, diviene evocativa nel momento in cui ci lascia intuire quello che non dice, per come suona e per quello che ci fa perdere. Artaud non lo afferma ma per arrivare a questa “parola prima delle parole” l’attore deve utilizzare tutto il suo corpo, esattamente come se fosse uno strumento musicale e non solo la laringe. La parola dovrebbe vibrare dalle costole (lo strumento musicale di Orfeo ricorda il costato dello scheletro umano), così come dall’oboe allungato della colonna vertebrale; tutto il corpo deve partecipare allo spettacolo, al suono e al gesto – ossa tessuti epidermide e i vari liquidi. In questo modo il linguaggio da intellettuale diviene fisico, adatto a tutte le percezioni umane

Questo linguaggio fatto per i sensi deve anzitutto soddisfare i sensi. Il che non gli impedisce di sviluppare poi tutte le sue conseguenze intellettuali su tutti i piani e in tutte le direzioni possibili. Si può così sostituire alla poesia del linguaggio una poesia dello spazio, che si svilupperà appunto nel campo che non appartiene rigorosamente alle parole.

Se ogni suono equivale e si confonde con il gesto, la parola evolve e arricchisce il pensiero all’ennesima potenza. Nel teatro occidentale i gesti e i movimenti rientrano e appartengono, secondo una stanca abitudine, alle idee dei registi:

Voglio osservare che se nel nostro teatro, che vive sotto la dittatura esclusiva della parola, questo linguaggio di segni e di mimica, questa mimica silenziosa, questi atteggiamenti, questi gesti, in una parola tutto ciò che io considero specificamente teatrale nel teatro, tutti questi elementi, quando esistono al di fuori del testo, sono generalmente considerati la parte caduca del teatro, vengono ascritti con disprezzo al mestiere.

Artaud cerca invece un linguaggio che sia attivo, anarchico e poetico. La poesia è anarchica nel momento in cui rimette in discussione i rapporti tra oggetto e soggetto, tra forma e significato e in cui dall’ordine (linguaggio articolato) crea il disordine.

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