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Perché Animals ci spiega la fine del Novecento (e dei Pink Floyd) | Il blog di cose inutili


Questi sono i giorni dell’anniversario di Animals, disco dei Floyd assolutamente unico spaventosamente attuale nelle sue tematiche da incubo distopico, uscito sul mercato mondiale intorno al 21 gennaio ’77. Se ne parla un po’ in giro per la Rete, ho trovato quindi un paio di articoli a riguardo, di cui vi metterò sotto qualche estratto, uno preso da PinkFloydItalia e l’altro da IlRestoDellaMusica. Buona lettura, e tenete bene in mente questa chiosa:
Animals sa raccontarci tutto questo: il fallimento di ogni tentativo di dare voce alla propria coerenza interiore quando anche la più pura e furente manifestazione di parere dissonante viene inglobata nel meccanismo mercificante che la rende sterile. I concerti promozionali del tour ne sarebbero stata dimostrazione, frustranti e fallimentari più della rivoluzione cantata da Waters, Gilmour e soci. Concerti ideologizzati a critica anticapitalista, trasformati in un tritacarne macinasoldi. Uno sputo avrebbe portato alla fine di tutto ciò, del ciclico mascheramento orwelliano… a favore del silenzio di un muro ben più risonante”.

Ero entrato in EMI nel periodo in cui uscì WISH YOU WERE HERE, avevo quindi già respirato quel clima di attesa che pervadeva la casa discografica all’uscita di un disco dei Pink Floyd che, da solo, poteva determinare l’esito di un anno intero di vendite.
Le notizie arrivavano con il contagocce e spesso neanche per le vie ufficiali, sapevamo dalla stampa inglese della session fotografica con il maiale gonfiabile effettuata intorno alle ciminiere della Battersea Power Station e poco di più, arrivarono i primi documenti interni che riportavano i titoli e gli autori dei brani, documenti che in gergo venivano chiamati “ll testo etichetta” con cui sarebbero state realizzate le etichette dei dischi ma i nastri non arrivavano e tanto meno foto della copertina se non all’ultimo momento.
Non esisteva ancora MTV, non c’erano i videoclip e non avevamo neanche nuove foto del gruppo, perché ogni foto doveva essere approvata dal management della band con a capo Steve O’Rourke, uno tosto. Nonostante Alberto Pasquini, il nostro capo, lo conoscesse non si riusciva ad avere nessun materiale di un certo rilievo che potesse essere utile alla promozione di Animals. Oggi la cosa può far sorridere, però immaginate un label manager di 23 anni, infoiatissimo del gruppo, che deve aiutare l’azienda a promuovere il disco più importante dell’anno e… non ha nessun materiale a disposizione. Neanche i nostri eroi in Inghilterra, che all’epoca erano il fotografo Armando Gallo e il conduttore Rai Michel Pergolani, potevano aiutarci: non avevano nulla. I Pink Floyd, elusivi come non mai, oltre la loro musica non concedevano nulla e allora, molto italianamente, ci demmo da fare, sia sul fronte televisivo che su quello fotografico. I responsabili della promozione EMI, Danilo Ciotti e Michele Di Lernia, non erano tipi che si arrendevano facilmente e, per dirla con un linguaggio cinematografico, erano capaci di mandare l’acqua al contrario. Convinsero Paolo Giaccio, che in Rai era stato tra le anime della trasmissione radiofonica Per voi giovani, all’epoca uno dei responsabili della trasmissione televisiva Odeon, a inventarsi qualcosa. Così si materializzò l’idea di girare uno speciale, diretto da Piero Natoli, all’interno dell’istituto artistico di Velletri, dove gli allievi avrebbero disegnato ascoltando la musica del nuovo disco.
I potenti mezzi della EMI italiana si misero in moto e io, con il pulmino Fiat 850 del nostro magazzino vendite, andai a caricare due casse amplificate di notevoli dimensioni e le portai a Velletri, dove diffusero la musica mentre gli allievi realizzavano i disegni su grandi fogli e tavole. Il servizio venne bene e fu regolarmente trasmesso in prima serata e, siccome esistevano solo le tre reti Rai, l’audience fu molto rilevante e quindi l’iniziativa promozionale più importante, quella televisiva, andò a buon fine, ma per la promozione stampa c’era ancora molto da fare, soprattutto perché mancavano le foto.
Ci venne in soccorso proprio la EMI International chiedendoci quali giornalisti volevamo accreditare per il concerto di Zurigo. Noi rispondemmo subito chiedendo anche un photo pass, che avrei usato io. I miei trascorsi come fotografo di «Sound Flash» e «Nuovo Sound» convinsero il mio capo ad approvare la trasferta. Da quel momento in poi cominciarono a giocare tre cose: la mia Nikon F2A, il leggendario 105 mm f1.8, il 50 mm f1.4, la pellicola diapositiva Kodak per luce artificiale “tirata” a 800 ASA e la conoscenza perfetta che avevo dei brani musicali.
Il concerto fu fantastico, scoprii per la prima volta che c’era anche un altro chitarrista solista sul palco, Snowy White. Ero pronto quando entrò in scena il “maiale” e il 50 mm fece il suo lavoro… ero pronto quando Nick Mason avvicinò una radiolina a transistor al microfono inquadrato dal faro… ma soprattutto riuscii a scattare una foto, una sola, all’invisibile Rick Wright, costantemente nascosto dietro le tastiere.

*

Animals è il primo (forse l’unico) vero album militante dei Pink Floyd. Il risultato dell’autoanalisi risalente alle terapeutiche incisioni di Wish You Were Here e, probabilmente, dell’incontro con lo spettro di Barrett in un magico (o maledetto) pomeriggio del 1975. La legge morale di Waters lo chiamava a porre rimedio alla sua indifferenza; i fatti alla distanza incolmabile tra lui e i suoi ideali, tra lui e il suo pubblico.

Waters: “Come sai, per la maggior parte di noi i soldi creano assuefazione. Quando Dark Side divenne un successo, significò decidere se ero un socialista o no. Se a un tratto hai quattro soldi, devi decidere se li tieni. Perché qualsiasi cosa ci farai, verranno investiti. Quindi devi decidere se diventare un capitalista o no“. Il timore era quello di essere troppo simili alle figure negative e disumane, “divinamente indifferenti”, che la band aveva criticato in lavori come The Dark Side of The Moon e Wish You Were Here.

Come lo stesso Waters avrebbe ammesso: “l’idea di “Animals” mi ronzava nel cervello da anni, molti anni. Come un vecchio ritornello”. Durante il tour americano di “dark side” aveva appuntato su un taccuino le sue sensazioni e visioni – dal punto di vista di una rockstar di successo – di ciò che stava accadendo all’esterno: “‘uno stadio pieno di maiali veri’ […] ‘costumi gonfiabili’, […] ‘animali che indossano le nostre facce… noi che indossiamo maschere anonime… sembianze di animali’[…] ‘fintanto che divento più grosso mi sento bene… nessuno può ferirmi dietro un muro’”. Questi casuali appunti possono essere considerati, a ragione, i nuclei generativi dei due album successivi: quello del 1977 e del 1979.

Il 1977 era l’anno dell’esplosione dell’ondata punk, la cui violenza ribelle e rivoluzionaria era esasperata e compensata da politiche sempre più reazionarie e destrorse, come quelle di cui il “National Front” era diventato fautore. Erano giorni di forte repressione, intrisi di tensione pronta a esplodere ferocemente. I movimenti giovanili nati intorno al “rock’n’roll dream” avevano mostrato, da un po’ di tempo, tutta la loro fallacità, l’incapacità di interpretare la rivoluzione ideologica di cui i giovani stessi si erano fatti fautori. Quanto alle superband, erano mutate a parte stessa e motore pulsante della macchina che si erano illuse di poter combattere. Molti gruppi erano divenuti dei “mostri di platino” collocati in una dimensione aurea – quella del “lead role in a cage” (“ruolo da protagonista in una gabbia”) – dalla quale non potevano dare risposte concrete, se non lasciare nel divertimento del non tempo i giovani fan: “got to keep the loonies on the path” (“bisogna tenere i folli in riga”).

Questo però non valeva per tutti. Il ruolo da “protagonista in una gabbia” non era per gente come Sid Vicious e Johnny Rotten che crearono attorno alle loro figure il movimento antisistema più violento degli ultimi anni Settanta. Il Punk Rock voleva distaccarsi da tutto ciò, in primo luogo dall’olimpo music business e delle grandi band incasellate nel loro magniloquente perfezionismo musicale. In queste vesti – una mastodontica macchina di intrattenimento e denaro – i Pink Floyd dovevano apparire agli occhi di quella generazione. Celebre testimonianza, la maglietta indossata dal leader dei Sex Pistols, Johnny Rotten, con su scritto: “I hate Pink Floyd”.

Paradossalmente, proprio con l’album del 1977 i Pink Floyd avevano raggiunto i più alti picchi di critica antisociale, mantenendo ed esasperando quella tensione provocatoria che la maggior parte dei gruppi rock coevi avevano perduto lungo la strada del successo. Animals è un album spregiudicato, “senza filtro, una musica che, fatto nuovo per loro, sembra mirare allo stomaco più che al cervello, smarrendo quell’approccio intellettuale che aveva caratterizzato i lavori precedenti” (Simonetti:147). Tanti lo avrebbero definito come il disco Punk dei Pink Floyd. Un Decameron di fine Novecento che non risparmia nessuno, nemmeno se stesso, caratterizzato da uno spiacevole gusto della realtà in un’epoca di dormiveglia del rock.

Se per Orwell l’input scrittorio scaturiva dal fallimento del sogno marxista, per Waters motore pulsante era stato il fallimento generazionale di cui proprio i Pink Floyd e la vicenda di Syd Barrett avevano incarnato il simbolo. La sua era una generazione colpevole di aver scambiato gli “heroes” della lotta per l’ideale “for ghosts”, cascando passivamente nella trappola di una nuova classe egemone, sempre più feroce, violenta e reazionaria. Waters e Orwell sono due intellettuali militanti che non rinunciano ad affermare con decisione la loro prospettiva polemica nei confronti di una contemporaneità convinta di essere ancora in lotta per una guerra già persa, o meglio, già da tempo abbandonata.

Tuttavia, c’è una sottile ma fondamentale differenza tra Animals e Animal’s Farm: se Orwell utilizza gli animali come traslato delle recenti vicende politiche, Waters si scaglia contro l’intero mondo dello show business e la società del “vendo, dunque, esisto”. I protagonisti: Maiali volanti, Pecore che applaudono e sadici Cani che si azzannano a vicenda. Strana e beffarda metafora quest’ultima, per una band che si sarebbe azzannata per meno di un osso: un nome, un marchio, Pink Floyd.

Animals sa raccontarci tutto questo: il fallimento di ogni tentativo di dare voce alla propria coerenza interiore quando anche la più pura e furente manifestazione di parere dissonante viene inglobata nel meccanismo mercificante che la rende sterile. I concerti promozionali del tour ne sarebbero stata dimostrazione, frustranti e fallimentari più della rivoluzione cantata da Waters, Gilmour e soci. Concerti ideologizzati a critica anticapitalista, trasformati in un tritacarne macinasoldi. Uno sputo avrebbe portato alla fine di tutto ciò, del ciclico mascheramento orwelliano… a favore del silenzio di un muro ben più risonante.

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