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PULCHERIA ED EUDOCIA, UNO SCONTRO FRA SANTE | GiornalePop


Su GiornalePop è possibile rendersi conto del verminaio che subito ha avvolto di ambizione gli uomini nuovi cristiano, appena preso il potere, dopo la morte di Costantino I a Costantinopoli. Leggere, per inorridire (anche i cosiddetti Padri della Chiesa sono coinvolti).

Pulcheria ed Eudocia. Questi nomi particolari sanno di antico. Sono due sante poco conosciute dal grande pubblico, eppure fondamentali per lo sviluppo del cristianesimo. Senza di loro probabilmente la religione cristiana sarebbe molto diversa e la storia del mondo differente. E non sarà l’unica cosa a meravigliarvi di questa storia.

Iniziamo dalla prima santa, Pulcheria. Un personaggio che sarebbe finito sui libri di storia anche se non fosse stata canonizzata. Elia Pulcheria, nipote dell’imperatore Teodosio I, figlia di Arcadio, sorella e reggente di Teodosio II. Imperatrice lei stessa come moglie di Marciano, dominò la vita dell’Impero romano per più di 40 anni. Nel 414, quando si presume avesse 15 o 16 anni, Pulcheria prese la reggenza dell’Impero romano d’Oriente per conto del fratello ancora bambino Teodosio II. I cronisti raccontano grandi meraviglie su di lei: bella quanto intelligente, colta quanto pia… ma si sa che il loro lavoro consiste nell’incensare chi li paga.

Ci sono comunque pochi dubbi che, malgrado la giovanissima età, fosse furba e capace. Abbastanza scaltra, per esempio, da far voto pubblico di castità per eliminare la possibilità che qualche ambizioso generale potesse sperare di accedere al trono sposandola. In special modo alano (gli alani erano un popolo iranico seminomade stanziato a nord del Caucaso), e peggio ancora ariano (gli ariani erano una setta eretica del cristianesimo).

Teodosio II raggiunse la maggiore età nel 416, ma l’influenza della sorella rimase fortissima. In special modo il suo dominio della corte, che, come sempre i nostri cronisti raccontano, aveva trasformato in una specie di monastero. La religiosità di Pulcheria era evidente e speciale la sua devozione alla Madonna (con sfumature gnostiche, altra “eresia”, che destava preoccupazione). Una vera ossessione che le faceva costruire chiese e raccogliere reliquie mariane. Se l’imperatore era il vicario di Cristo in terra, lei si definiva la sposa di Cristo. Durante la messa prendeva la comunione nel sanctum come lo stesso imperatore. Lei, una donna.

Una donna pia, sicuramente, ma che aveva escluso i pagani dagli incarichi di corte ed espulso da Costantinopoli gli ebrei definiti “deicidi” (uccisori di Dio, avendo il sinedrio consegnato Gesù a Ponzio Pilato affinché lo crocifiggesse). L’antisemitismo ha radici antiche.
La maggiore età di Teodosio comportava il matrimonio e, sperabilmente, la generazione di un erede, e qui entra in campo la seconda santa.
Non si sa bene come la allora chiamata Atenaide sia arrivata a corte. Le cronache raccontano che, alla morte del padre, i fratelli l’avessero spogliata dell’eredità e che lei era andata a Costantinopoli per chiedere giustizia. Qui, durante l’udienza, aveva fatto innamorare il giovane Teodosio e incantato tutta la corte.
Ricorda la favola di Cenerentola ed è un luogo comune talmente diffuso da essere probabilmente solo una favola. Magari Atenaide arrivò a corte proprio per essere esaminata come possibile sposa imperiale. Non era inusuale che, a questo scopo, nella tarda antichità si tenessero delle vere e proprie selezioni. Si radunavano dalle provincie fanciulle di buona famiglia in età da marito, note per le loro doti, in modo da scegliere la più adatta come consorte per l’imperatore e gli alti funzionari di corte.
Qualunque cosa sia accaduta, Atenaide spiccava per bellezza e fascino (dicono i soliti cronisti) oltre che per cultura ed eleganza. Era in fin dei conti figlia del filosofo Leonzio, lo scolarca dell’Accademia platonica di Atene, ultimo baluardo dell’antica cultura pagana. A sceglierla fu la stessa Elia Pulcheria.
Atenaide aveva un solo difetto: era, come il padre, pagana. Ma il problema era facilmente risolvibile. Sotto la guida di alcuni monaci siriaci le venne insegnato il catechismo e quindi fu battezzata subito prima del matrimonio con il nome di Eudocia, ossia “la retta dottrina”. Mai nome fu più foriero di disastri.

Si dice popolarmente che mettere sotto lo stesso tetto moglie e cognata sia una buona ricetta per provocare liti. Io penso che sia vero, e mi prendo la piena responsabilità della mia affermazione. Se è un problema nelle case dei comuni mortali, nei sacri palazzi sul Bosforo la cosa minacciava veri disastri. Pulcheria sperava di aver trovato una fanciulla docile, manovrabile e grata per essere stata fatta entrare nella famiglia imperiale, ma si stava sbagliando.
Le cronache non ci sono molto di aiuto, o sono smaccatamente di parte oppure tentano di glissare e tacere i dissidi, così non sappiamo come tutto iniziò. Chissà, magari fu una questione di precedenze: chi doveva passare per prima? La augusta porfirogenita, nipote, figlia e sorella di imperatori, o la giovane consorte imperiale? Da lì si sarà poi passati a discordie su chi favorire sulle nomine di corte: una disputa sul nome di un sacellario, o di un silenziario o magari del protosebasto, chissà. Comunque, la giovane imperatrice fletteva i muscoli e allargava la propria influenza in aree precedentemente di dominio assoluto della cognata. Di certo sappiamo che se Pulcheria era rigidamente antipagana e antiebraica, la cultura classica in cui era stata immersa fin da giovane portava Eudocia/Atenaide a essere tollerante e ad atteggiarsi a protettrice delle minoranze religiose. Alla fine, lo scontro aperto fu inevitabile.

Nel dicembre del 427 moriva Sisinio I, il patriarca di Costantinopoli, e bisognava nominare il successore. Le due fazioni di corte erano pronte alla battaglia per indirizzare la scelta di Teodosio II. Però prima dobbiamo spiegare come fosse organizzata la chiesa nel V secolo.
Ogni città aveva il suo vescovo, ogni provincia imperiale il suo metropolita e il mondo conosciuto (ovvero l’Impero) era suddiviso in cinque patriarcati: Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme (la Pentarchia). Al di sopra tutto, il vicario di Cristo in terra era l’Imperatore. Illudersi che il sistema funzionasse senza intoppi e contrasti significa ignorare la natura umana e le ambizioni terrene. Tra i cinque patriarcati vigeva un delicato e instabile equilibrio politico.
Gerusalemme era di sicuro il patriarcato meno importante, per lungo tempo solo un titolo onorifico, addirittura sottoposto all’autorità del metropolita di Cesarea. Ma tra gli altri quattro le rivalità fiorivano.
La dottrina religiosa era guidata dalle ricche Alessandria e Antiochia, sedi delle due principali scuole teologiche. Ovviamente le loro visioni erano in contrasto. Mentre Antiochia si basava sulle fonti dirette del pensiero ebraico e siriaco, enfatizzando l’importanza del testo e delle sue origini storiche, Alessandria arricchiva la teologia con il pensiero ellenistico e misticheggiante (e, per i suoi oppositori, un po’ troppo gnostico). A occidente Roma era in teoria il primo tra i patriarcati, ma pativa il suo isolamento geografico e linguistico dato che vi si parlava latino (i vangeli e la teologia erano di base greci e di lingua greca erano le altre quattro città patriarcali), e la decadenza dell’Impero d’Occidente. Ci vorranno ancora secoli prima che il papato si rendesse autonomo dall’oriente.
Costantinopoli era l’ultimo venuto, la sua discendenza apostolica poteva addirittura sollevare dubbi (sussurrati con cautela), ma era comunque la ricca capitale imperiale, il centro del potere politico. Se gli altri patriarchi dovevano inviare messi e ambasciatori, quello di Costantinopoli aveva il (comunque pericoloso) privilegio di avere accesso continuo all’Imperatore.

Teodosio II scelse Nestorio come nuovo patriarca di Costantinopoli, il candidato favorito dalla moglie Eudocia. Un monaco siriano, allievo del famoso Teodoro di Mopsuestia. Era la sconfitta di Pulcheria e del potentissimo e ambizioso patriarca di Alessandria, Cirillo.
Un altro famoso detto recita che i nemici andrebbero scelti con cura maggiore di quella con cui si scelgono gli amici: Nestorio ed Eudocia avevano scelto quelli sbagliati.
Una grave crisi religiosa e politica avrebbe segnato la sorte di Nestorio ed Eudocia, e incidentalmente definito i dogmi della chiesa cristiana: qual è la natura del Cristo, come si fondono e come si relazionano in lui la natura umana e quella divina? La scintilla che fece esplodere il problema fu banale ed estemporanea: un’omelia di Anastasio, uno dei monaci siriani arrivati a Costantinopoli al seguito del nuovo patriarca.
Anastasio rimproverò la gente semplice che definiva la Madonna Theotokos, madre di Dio. Come poteva essere la “madre” di Dio, esistente dall’inizio dei tempi? Piuttosto andava definita Theodochos, colei che riceve Dio (ai teologi piacevano questi giochetti di parole). Scoppiò uno scandalo e probabilmente una piccola sommossa. Nestorio, un tipetto che di certo non mancava di arroganza e sicurezza di sé, intervenne a difendere il suo monaco. Aveva capito di essere poco amato dal clero costantinopolitano, che lo vedeva come un intruso: smentire il suo stretto collaboratore avrebbe incoraggiato i nemici. Inoltre, teologicamente era corretto quanto sostenuto da Anastasio: Maria era stata uno strumento di Dio, non la sua creatrice. La definizione di madre di Dio, ricordava troppo i culti pagani di Cibele e di Iside.

Pulcheria e Cirillo non aspettavano altro. Cosa erano queste distinzioni? Nestorio stava forse distinguendo tra la natura divina e quella umana del Cristo? Presupponeva natura diverse? Si tornava addirittura ai tempi dell’eretico Ario? Era apollinariano? O, addirittura, metteva in dubbio la divinità di Cristo come gli adozionisti e gli ebioniti? Si trattava in gran parte di forzature, alcuni testi originari di Nestorio riscoperti alla fine del XIX secolo sembrano indicare una posizione molto più moderata e “ortodossa” di quella passata alla storia. Ma, si sa, la storia la scrivono i vincitori e sono loro ad averci tramandato la versione della dottrina dell’avversario.
La polemica non si fermò, anzi. Nestorio, come dicevo, non era il tipo di fare passi indietro, o di raggiungere compromessi (e meno che mai con gli odiati alessandrini) e a Cirillo andava benissimo così, ogni occasione era buona per attizzare il fuoco. Abbiamo alcune lettere di Teodosio II indirizzate a Cirillo in cui lo rimproverava e gli chiedeva di smettere di scrivere missive che provocavano discordie nella famiglia imperiale e nel palazzo.

Mentre Teodosio provava a calmare le acque convocando una commissione di vescovi da tenersi a al più presto e, presumibilmente, evitava di trovarsi nella stessa stanza insieme a moglie e alla sorella, Cirillo capì che non poteva far cadere la questione e lasciare che si prendesse tempo, sapeva bene che le “commissioni” servono solo per avere il tempo di mettere a tacere i problemi. Allora Cirillo scrisse al Patriarca di Roma, Celestino, spiegando a suo modo, c’è da supporre, la discordia e il problema (“simile alla putrida piaga di Apollinare e di Ario. Ché mescolano l’unione del Signore nell’uomo con una confusione di una sorta di miscuglio”), e pregandolo di intervenire, come primus inter pares e saggio padre della chiesa.

Celestino capì cosa stava succedendo e il cuore della questione? Ho dei dubbi e li aveva anche lo stesso Cirillo, che lo riteneva un teologo piuttosto scarso, ma la realtà politica era chiara: Roma non avrebbe perso l’occasione per ridimensionare la rivale Costantinopoli, la città che pensava di essere il nuovo centro del mondo e di poter usurpare il primato della sede di Pietro.
La risposta romana, rapida e cristallina, fu esattamente quella che Cirillo si aspettava: l’insegnamento di Nestorio era errato e il patriarca aveva dieci giorni per fare abiura e correggersi, pena la scomunica. Peggio, a offesa finale delegò proprio Cirillo per scomunicarlo in caso di mancata accettazione. Cirillo non perse tempo e riscrisse a Nestorio intimandogli di abbandonare le sue affermazioni e di accettare il concetto di Unione Ipostatica così come concordato da Alessandria e Roma, alla lettera allego l’appendice dei 12 anatemi che fu poi la base del concilio di Calcedonia e il fondamento del dogma cattolico e ortodosso odierno.

Per l’imperatore Teodosio il problema era grave, e non solo per la discordia che provocava tra le due donne della sua famiglia. Costantinopoli era in subbuglio sia per la disputa stessa, sia per i metodi spicci con cui Nestorio, ogni giorno sempre più intransigente, si stava occupando dei suoi oppositori religiosi o laici: le bastonature, gli arresti erano all’ordine del giorno, gli assassini non mancavano…

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