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Il Segno del Comando: il primo sceneggiato esoterico della Rai – Auralcrave


Su AuralCrave un lungo articolo che tratta il famoso sceneggiato Il segno del comando, trasmesso dalla RAI ormai mezzo secolo fa, quando il Fantastico era di casa nelle TV italiana. Un estratto del lungo post.

Non a torto, Il Segno del Comando è stato definito uno sceneggiato (al giorno d’oggi sarebbe denominato fiction) di genere “parapsicologico”, comprendendo una vasta gamma di elementi, per la verità presentati in maniera piuttosto confusa e caotica, ma che saranno sviluppati dalla letteratura e dalla cinematografia dei decenni successivi. Alla grande suggestione abilmente provocata da scene ricche di sfumature multiformi e di suspence, non corrisponde una rigida coerenza narrativa, forse per le preoccupazioni dei dirigenti televisivi di non presentare un prodotto esclusivamente noir e fantastico, come era stato il grande successo francese di qualche anno prima, Belfagor, ma di temperare “il clima” con l’innesto di ingredienti da film giallo e di spionaggio.

Senza entrare troppo nei dettagli, per non lasciare il piacere della visione del celebre sceneggiato facilmente individuabile su Raiplay, anticipo che il finale lascia il racconto ancora in sospeso, in modo che lo spettatore possa tirare le proprie conclusioni con la forza dell’immaginazione. Per la verità, la scelta dell’epilogo fu abbastanza travagliata e sembra che ne siano state elaborate quattro o cinque versioni, prima del confezionamento definitivo della sceneggiatura. Alcune interviste rivelarono che certi interpreti fecero pressione sul regista Daniele D’Anza, affinché fosse perfezionato un epilogo “magico” e “onirico”, in linea con l’intera trama della storia.

Gli indici di ascolto furono straordinari per l’epoca: si stima un indice medio di circa 15 milioni di telespettatori a puntata, incuriositi ed affascinati da una proposta assolutamente alternativa da parte della televisione di stato.

Come detto nella parte introduttiva, uno dei pregi più palpabili del Segno del Comando, è il viaggio attraverso luoghi reali ed immaginari di una Roma d’epoca che richiama un passato ancora più lontano. Da una parte si incontrano posti ben noti al pubblico come Via Margutta, cantata come la strada degli artisti, la panoramica Casina Valadier di Villa Borghese,la suggestiva Isola Tiberina, l’oscura basilica di Massenzio, la Biblioteca Angelica, la più antica biblioteca pubblica di Roma, dall’altro ci si imbatte in locations fantasiose, come la Taverna dell’angelo, con i suoi pittoreschi avventori, Palazzo Anchisi, emblema di una nobiltà decadente e, più di tutti, la piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale e fontana con delfini evocata nel passato da Byron, che può corrispondere all’attuale piazza dei Coronari.

Ed è proprio sulla controversa figura di Lord Byron, lo scrittore e avventuriero inglese del diciannovesimo secolo che viaggiò molto in Europa, soprattutto in Italia, visitando più volte Roma, che si basa l’intero impianto narrativo della vicenda. Il personaggio di Byron ha dato vita a numerose leggende, racchiudendo in sé quel fascino irresistibile dell’uomo di lettere, appassionato di scienze e di occultismo nel contempo, sospeso tra l’algida razionalità del pensiero illuminista ed i nuovi impulsi neogotici del Romanticismo.

Tra le varie opere che si attribuiscono a Byron, una in particolare ha fortemente stimolato l’immaginazione degli appassionati di esoterismo. Si tratta di un romanzo incompiuto, The Vampire, che potremmo definire a metà strada tra due miti dell’orrore, il Frankenstein di Mary Shelley e il Dracula di Bram Stoker. E con la Shelley, Lord Byron condivise lo stesso sfortunato epilogo dell’esistenza: la prima annegò in circostanze misteriose a Lerici, nelle acque cristalline del Golfo dei Poeti (il suo corpo fu ritrovato sulla spiaggia di Viareggio); il secondo morì a causa di strane e improvvise febbri, durante un soggiorno in Grecia. Il masterpiece di Byron rimane, tuttavia, il Manfred, un fatale eroe di faustiana memoria, sul quale lo stesso Byron non avrebbe scommesso nulla e, invece, destinato a essere notevolmente apprezzato dalle generazioni successive, forse un po’ troppo sovrastimato. Il Conte Manfred, in una storia ricca di riferimenti mitologici e di simboli, cerca un’improbabile ed irraggiungibile formula che sia capace di concedergli l’oblio dalle sue colpe, indugiando nel proprio malinconico dolore che sublima in una sorta di languido compiacimento. Se Manfred incarna gli aspetti più oscuri dell’autore, l’eroina tragica Astarte rappresenta la sua sorellastra Augusta, con la quale fu accusato di intrattenere una relazione incestuosa.

L’espediente narrativo di richiamare Byron, come regista occulto del Segno del Comando, si rivela felice ed azzeccata, proprio per l’aura leggendaria di mistero che continua a circondare la figura dell’inquieto scrittore inglese, additato come affiliato a circoli esoterici e teosofici di vario genere, nonché indicato come autore di numerose opere incompiute. Ed ecco che l’arcano manoscritto analizzato dal professor Foster, protagonista dello sceneggiato, si configura come valido presupposto della storia, arricchito dall’immagine della piazza riprodotta nella fotografia, uno dei tanti luoghi da sogno che quotidianamente Roma nasconde agli occhi troppo avidi e poco attenti dei turisti.

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