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Archivio per marzo 8, 2021

Raised by Wolves: da Emesa alle stelle – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione ragionata di Walter Catalano a Raised by wolves, serie TV che ho già segnalato qui il cui padre è Ridley Scott.

Dopo aver determinato fin dagli anni ‘80 l’immaginario visuale della fantascienza a venire con film come Aliene Blade Runner, Ridley Scott, si è da decenni cristallizzato in una carriera fatta di alti e bassi, di colpi di genio e di banalità kitsch, spaziando un po’ attraverso tutti i generi – dal neon noir  di Black Rainal neo-peplum de Il gladiatore, dal clito-esistenzialismo di Thelma & Louiseal fascio-femminismo di Soldato Janeper riemergere recentemente in modo saltuario e poco convinto nel campo SF con le tutt’altro che entusiasmanti prove di Prometheus e Alien: Covenant.
Anche nel campo del serial televisivo il cineasta britannico si era finora cimentato come produttore esecutivo, abbastanza defilato, in progetti efficaci come The Man in the High Castle, da P.K. Dick, e la prima stagione di The Terror, da Dan Simmons, o l’interessante ma purtroppo sfortunato Strange Angelispirato all’omonima biografia dello scienziato-stregone Jack Parsons, sebbene un coinvolgimento più totale anche come showrunner e regista non fosse mai stato concesso. Con Raised by Wolves, serie ideata e sceneggiata da Aaron Guzikowski (già autore di Prisonersper Denis Villeneuve, della serie The Red Road, e del quasi ignorato remake di Papillon) e distribuita da HBO Max, invece si è finalmente messo in campo oltre che come produttore esecutivo, anche come regista dei primi due episodi (affidando i successivi, sotto la sua supervisione, ad altri, compreso suo figlio Luke). È un ritorno alla fantascienza a pieno titolo, recuperando tutti o gran parte dei temi affrontati nei suoi primi e più famosi film: gli androidi prima di tutto. Androidi in stile Ash di Alien, più che Roy di Blade Runner, con plasma bianco che scorre loro nelle vene e che schizza fuori al posto del sangue quando è il caso.

La vicenda si svolge su Kepler-22b, pianeta extrasolare (realmente esistente) che orbita attorno a Kepler-22, una nana gialla lievemente più piccola del Sole distante circa 620 anni luce dal sistema solare, situata nella costellazione del Cigno, e appartenente alla categoria delle super Terre, cioè corpi celesti affini per massa al nostro pianeta. Qui gli androidi Madre e Padre sbarcano con un piccolo numero di feti umani e il compito di crescerli per ricostruire in libertà e pace una nuova umanità, essendo quella terrestre sul punto di scomparire dilaniata sul pianeta d’origine da una spietata guerra di religione fra Atei e Credenti, detti Mitraici.

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Le aspersioni


Ricami e guglie rocciose, in alternanza, in comunione, in aspersione dei significati occulti.

Filmhorror.com – Filmhorror.com intervista LUIGI MUSOLINO!


Su FilmHorror una bella intervista di Andrea Gibertoni allo scrittore horror-weird Luigi Musolino. Un estratto:

Quale è stata la scintilla da cui è scaturita Pupille? Sbaglio se la definisco una fiaba horror dai risvolti ecologisti?

Ciao e grazie a voi per l’invito a chiacchierare!
Sono molti i fattori che hanno contribuito alla genesi di Pupille: sicuramente la voglia di tornare a Idrasca, uno dei miei loca infesta preferiti, creato ormai una decina di anni fa come “fondale” per i miei racconti; alcune letture dell’ultimo anno, in particolare degli articoli sull’Antropocene e sull’influenza nefasta dell’Uomo sull’ecosistema Terra; la volontà di “rielaborare” in chiave horror la favola del pifferaio magico di Hamelin, una narrazione di per sé già molto inquietante e che si presta a numerose interpretazioni; e infine, senza dubbio il periodo “apocalittico” che stiamo vivendo ha influito sulla creazione di questa storia: il lockdown mi ha dato tempo per pensare e scrivere, e in qualche modo la manifestazione orrorifica che è il fulcro di Pupille è una sorta d’epidemia su piccola scala che colpisce i bambini di una specifica comunità, permettendo loro di vedere e riflettere su un mondo nuovo, su un futuro sempre più traballante e dominato da incertezze e paure, tematiche sulle quali è impossibile non fare dei parallelismi con la situazione globale del momento…
In tutto questo, non posso esimermi dal citare la fortuita coincidenza dell’intervento di Giorgio Raffaelli e Chiara Reali di Zona 42, che mi hanno gentilmente invitato a sottoporre qualcosa per la nuova collana 42Nodi proprio nei giorni in cui stavo concludendo la novella! Con ogni probabilità, senza di loro Pupille sarebbe ancora un file nel mio hard disk.
Direi che la tua definizione ben si adatta a Pupille: è una favola oscura con derive nel body-horror e riflessioni sui mutamenti planetari che ci condurranno in un’epoca buia se non invertiamo quanto prima la tendenza.

Un particolare che mi ha estremamente colpito in questo racconto è il tuo stile quasi più “delicato”, rispetto al tuo solito. Intendiamoci, i frangenti più crudi non mancano affatto, ma nel complesso ho ravvisato una certa tenerezza di fondo. Si tratta solo di una mia impressione o c’è qualcosa di vero?

Credo la delicatezza di cui parli derivi proprio dal fatto che il mio intento principale era quello di conferire al racconto uno stile fiabesco, alternando momenti più soffusi ad altri terrificanti. Alcuni passaggi di Pupille, in particolare quelli in corsivo, sono stati scritti in modalità “favola della buonanotte” e con una certa ricercatezza poetica, avendo in testa una domanda ben precisa: cosa accadrebbe se qualcuno – o qualcosa – raccontasse ai bambini una storia che nessun genitore avrebbe mai il coraggio di raccontare, una favola nera e veritiera capace di modificare per sempre la loro visione sulla realtà che ci circonda e sugli anni a venire?

Eric La Casa – Intérieurs | Neural


[Letto su Neural]

Eric La Casa ci ricorda implicitamente che tutti gli ambienti che ognuno di noi frequenta costituiscono un ecosistema personale di città – un mondo a sé – e che ogni spazio architettonico racchiude, a misura d’uomo, una parte della realtà. Di cosa è fatta una simile realtà, questa realtà che condiziona la vita in spazi precisi? Che rapporti si stabiliscono con la propria realtà e con tali ambienti interni? L’autore tenta di rispondere a queste domande analizzando in Intérieurs le pienezze e i vuoti di certe stanze, alla ricerca di una dimensione sonora liminale della vita quotidiana, forte della convinzione che ogni spazio architettonico racchiuda una sua materialità e una sua acustica. Il risultato è notevole, anche se gli spazi con i quali l’autore interagisce regolarmente ci rimandano ad atmosfere più astratte e siderali che non quotidiane, mettendo l’enfasi su suoni generalmente ignorati e perfino impercettibili, ad esempio i suoni della ventilazione, di macchinari non meglio identificati presenti negli ambienti, oppure rumori che arrivano dall’esterno, strani ronzii elettrici o idraulici e cigolii. La Casa sceglie un’ambientazione differente per ognuna delle tre composizioni presentate, nella prima le catture auditive provengono dal suo appartamento parigino, nella seconda è la bottega d’arte di Michaél-Andréa Schatt a Montreuil a essere investigata, nella terza la Fondazione Louis Vuitton di Parigi. Ogni ambiente esprime conseguentemente un suo carattere unico e si passa in maniera graduale dal privato al pubblico. La Casa sottolinea quanto trascorra più tempo in spazi interni che esterni e questo incide probabilmente anche con una certa claustrofobicità della sua opera, comunque splendida e poetica negli esiti, ricca di sfumature musicali e orchestrazioni meticolose. Ogni spazio racchiude a suo modo elementi ridondanti e più miti ed è pieno di tante piccole sorgenti di rumore, è la loro vivida interazione a creare l’impressione generale e il microfono è una sorta di strumento di misurazione oltre che uno strumento musicale, un mezzo di conoscenza che registra il palese e l’inudibile.

La filosofia della filosofia – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto si cerca di definire l’ambito, la semantica stessa, della Filosofia. Un estratto:

Che cos’è una domanda filosofica? La questione sembra fondamentale: se non siamo in grado di dare una risposta, infatti, come possiamo dire di star facendo filosofia? Saper riconoscere cos’è un problema filosofico è il primo passo per poterlo affrontare. Eppure, la domanda non è affatto semplice. Ironicamente, si potrebbe far notare, è essa stessa una domanda filosofica. Siamo dunque già caduti in un circolo vizioso?

Proviamo ad affrontare la questione in un modo diverso. Che cos’è un problema matematico? Se vi chiedessi di trovare quattro numeri, chiamiamoli a, b, c ed n (quest’ultimo maggiore di due), tali per cui a elevato alla n più b elevato alla n diano come risultato c elevato alla n, vi starei proponendo, senza dubbio alcuno, un problema matematico. Un problema matematico impossibile da risolvere, sia ben chiaro, eppure un problema matematico: è il famoso ultimo teorema di Fermat, dimostrato come irrisolvibile da Andrew Wiles nel 1995. Se vi chiedessi invece come è possibile che questa mela, lasciata a mezz’aria, cada verso terra, vi starei ponendo un problema fisico. Un problema che riguarda un’azione a distanza, e che è stato per secoli un problema irrisolto, ma che oggi, grazie alla conoscenza della gravità, è appannaggio di chiunque. Ancora, se vi chiedessi che cos’è la vita, forse mi consigliereste di rivolgermi a una biologa. La biologia, infatti, è letteralmente lo studio della vita. A qualcuno però, questa domanda potrebbe sembrare più propriamente filosofica. C’è qualcosa, nella forma della proposizione, che suggerisce un’indagine filosofica: quel “che cos’è” che riecheggia il socratico “ti esti”. Siamo alla ricerca di una definizione, di uno studio preliminare che possa poi servire al biologo per analizzare i meccanismi della vita: la definizione di vita sarebbe, in questo senso, prioritaria rispetto al suo studio, perché senza di essa non avremmo un’idea chiara di cosa effettivamente dovremmo studiare. La questione aperta da questa domanda sarebbe una questione concettuale. Uno dei più importanti filosofi del linguaggio del secolo scorso, A. J. Ayer, scriveva: Il filosofo, in quanto analizzatore, non è direttamente interessato alle proprietà fisiche delle cose. Si preoccupa solo del modo in cui si parla di esse. In altre parole, le proposizioni della filosofia non sono fattuali, ma di carattere linguistico – cioè, non descrivono il comportamento degli oggetti fisici, o anche mentali; esprimono definizioni, o le conseguenze formali delle definizioni

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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