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Economia e finanza a Roma (III secolo a.C.-III secolo d.C.) – Ep. 50, testo completo – Storia d’Italia


Su ItaliaStoria un interessante saggio storico sull’economia che ha plasmato l’Impero Romano nel suo periodo aureo; sono riportati importanti riferimenti sociali e finanziari su come la potenza romana si è tradotta in un mercato che ha diversi punti di contatto col nostro mondo iperliberista e monetariamente evoluto. Un estratto:

La crisi del 33 dopo cristo è una crisi molto diversa da altre di cui abbiamo parlato: non è una crisi dovuta a un periodo di difficoltà per l’economia romana, ma sembra dovuta proprio all’esuberanza di una bolla finanziaria, la prima documentata in questi termini. Ovviamente si tratta di ricostruire un puzzle sulla base delle testimonianze degli storici romani, in primis Svetonio, Dione Cassio e Tacito, storici che non capivano assolutamente nulla di economia se non le basi più rudimentali. Ciò nonostante, è possibile farsi un quadro della vicenda, vi propongo la versione a mio avviso più realistica precisando che ovviamente c’è molta congettura a riguardo.

Tutto iniziò con una evidente scarsità di moneta: nell’impero era diventato più difficile procurarsi monete per le transazioni, le banche iniziarono ad essere riottose nel fornire moneta ai propri depositanti. I contemporanei diedero la colpa all’avarizia di Tiberio nella spesa pubblica, alcuni se la presero con i grandi proprietari delle miniere spagnole, evidentemente non stavano producendo una quantità sufficiente di moneta. Nessuno ai tempo poteva pensare che la scarsità di moneta può essere legata al boom dei prestiti, vediamo come.
Nei primi decenni dell’impero esplosero i traffici marittimi: eliminata la pirateria e gli scombussolamenti delle guerre civili, la pax romana permise uno sviluppo di una vera e propria economia a scala mediterranea, con prodotti anche di largo consumo prodotti in aree specializzate e poi spediti in tutto l’impero. La crescita dei commerci fece crescere naturalmente il prestito marittimo fino a che i banchieri notarono che una parte crescente dei loro profitti era legata a questi prestiti e pigiarono probabilmente sull’acceleratore, concedendo i prestiti più facilmente e a prezzi più bassi con il solo obiettivo di guadagnare più dei noiosi e regolamentati prestiti tradizionali. Per farlo i banchieri iniziarono a tagliare la quantità di monete d’oro mantenute in cassa per sicurezza: invece di 100 monete d’oro su 1000, tagliarono a 50, l’ingordigia ahimè batte quasi sempre la prudenza, oggi come allora. Il problema è che l’aumento dei prestiti fece crescere l’attività economica e le transazioni senza che aumentasse in modo considerevole la quantità di moneta circolante, portando ad un certo punto le persone a notare una certa difficoltà nel procurarsi le monete necessarie per le transazioni. Cosa fareste voi allora? Ma chiaro, andreste in banca a chiedere più monete. Ma la banca ora ha solo 50 monete d’oro in pancia, all’improvviso si ritrova con necessità giornaliere di 100, 150 monete d’oro che non ha. Inizialmente prova a farsele dare da altre banche, ma quando tutte iniziano ad avere lo stesso problema i nostri banchieri si ritrovano con un bel problema. Cosa fare? Ma ovvio, quello che le banche di ogni tempo e ogni luogo hanno sempre fatto: i banchieri chiedono il rientro dei prestiti più rischiosi o il rientro dei correntisti con uno scoperto, pratica questa documentata nell’antica Roma.


La ricchezza, nel mondo antico, è legata principalmente alla terra. Se un proprietario terriero non ha i soldi che la banca chiede questi ha una sola possibilità: vendere una parte della propria proprietà. I prezzi della terra erano stabili da secoli, quindi tutti credevano di possedere un bene sicuro. Il problema è: cosa accade quando tanti cercano di vendere la loro terra allo stesso tempo? Ovvio, Il prezzo della terra scende. Per la prima volta nella storia dell’impero i prezzi della terra iniziarono a calare in modo vistoso, a questo punto tutti iniziarono a sentirsi più poveri. Nel panico molti altri provarono a vendere la terra, prima che i prezzi calassero ancora, peggiorando la situazione. Le banche a questo punto entrarono davvero nel panico: a parte i prestiti marittimi, la gran parte dei loro prestiti aveva come garanzia la terra, ora si trovavano esposti con clienti che avevano dato delle garanzie con minore valore, per rientrare dal rischio ovviamente le banche chiesero ai loro clienti più rischiosi di rientrare e ripagarle, subito. Questo innescò un altro round di vendita di terra, di prezzi in discesa, mentre l’intero sistema economico sembrava avvitarsi in una discesa a capofitto.

La risposta del governo, inizialmente, fu del tutto errata: pensando che il problema fosse il disinteresse ad investire in proprietà terriere in Italia, il governo imperiale obbligò i proprietari della penisola a investire i 2/3 del patrimonio in Italia, aggiungendo che andavano immediatamente ripagati i 2/3 dei debiti contratti, nella errata convinzione che ripagare i debiti avrebbe aiutato le banche, quando invece non fece altro che costringere a una nuova ondata di vendite di terre, per le quali era difficile trovare un compratore nonostante la grida manzoniana di obbligare i proprietari terrieri ad investire in Italia. Il prestito a questo punto divenne rischioso per le banche, visto che le garanzie immobiliari valevano molto di meno: la banche smisero di fare credito. Siamo di fronte ai tipici meccanismi dello scoppio di una bolla finanziaria con effetti sul mercato immobiliare, il parallelismo con la crisi del 2008 è più che giustificato.
Tiberio aveva sbagliato la prima risposta alla crisi, ma la seconda volta lui e i suoi consiglieri trovarono la giusta medicina per far ripartire l’economia, una ricetta che è stata dimenticata per duemila anni e poi riutilizzata per la prima volta proprio nel 2008. Si, l’Impero Romano decise di utilizzare il quantitative easing, o una massiccia dose di iniezione di liquidità nel sistema economico. Vediamo di capire di cosa si tratta.
Il governo comprese finalmente che il problema era che i prestiti erano oramai congelati, che le banche non riuscivano più a funzionare e che questo stava causando la crisi immobiliare. Tiberio concesse quindi un immenso ammontare di prestiti a tasso zero a privati e banche, del valore di 100 mln di sesterzi, o 1 milione di monete d’oro, probabilmente svuotando le casse imperiali. Le banche poterono ricostituire facilmente le loro scorte di sicurezza, i privati poterono ripagare i loro debiti contraendo debiti a tasso zero con il governo imperiale e senza vendere la terra. Il denaro tornò a circolare a Roma e in Italia e i prezzi della terra tornarono a salire, visto che in assenza di vendite da panico la terra restava un bene molto richiesto. Vi assicuro che quanto è accaduto nel 2008-2012 è, semplificando, molto simile: a nessuno piace dare denaro gratuitamente alle banche e alle aziende, soprattutto denaro pubblico, ma in una crisi finanziaria spesso non ci sono alternative. Purtroppo i banchieri lo sanno, spingendoli a prendere più rischi nella consapevolezza di essere salvati nel peggiore dei casi: è questo il cosiddetto azzardo morale. In definitiva, la crisi del 33 dopo cristo è una crisi di crescita del sistema economico romano: l’esplosione dei prestiti e dei traffici portò ad una bolla finanziaria e alla sua esplosione.

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