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Lankenauta | Il sentiero dello sciamano – secondo estratto


La recensione di Ettore Fobo, apparsa su Lankenauta, alla mia silloge poetica Il sentiero dello sciamano è così articolata, complessa e bella da aver bisogno di segnalarne un secondo estratto; ed è così che, con una piccola forma di imbarazzo ma pregno di felicità, perché Fobo ha compreso esattamente il mio afflato, incollo qui sotto un nuovo corposo estratto da affiancare al primo, ringraziandone mai abbastanza l’estensore:

Pensiamo all’estrema e stralunata concretezza di questi splendidi versi: “La danza è una visione nel silenzio dei gesti”, pensiamo all’intersecarsi di linguaggi diversi: da quello della fisica quantistica ad uno più propriamente mistico, esoterico, teologico, sciamanico dove il pensiero poetico è colto nella sua esplosione geometrica ma anche nella sua dimensione rituale.
Allora è un’illuminazione: è un percorso iniziatico di trasfigurazione che Sandro Battisti sta configurando sotto occhi sempre più complici di questo gioco di cui si indovina il tremendo rigore. Occhi sempre più complici perché il poeta ci seduce, ci ammalia, ci strega con il suo linguaggio covato nell’ombra di un’apocalisse interiore. Bisogna farsi veggenti una volta di più, come nelle parole di Rimbaud, attraverso lo sregolamento di tutti i sensi logici ordinari. Ci smarriamo nell’infinito di “vastità siderali” che sono “vie del dialogo divino”, sono “movimenti di comprensione”. Ma affrontiamo anche il senso di “un’inutilità incarnata”, mentre lo sciamano “ osserva/ scruta /interpreta/ mostra” e l’uomo è soltanto “sudario di dolore”. Ancora una volta è il sacro che ci invade e ci permette con la sua irruzione di vedere i segni del suo passaggio. Come scrive Alex Tonelli nell’introduzione: “Il paradosso perfetto: solo tramite il movimento ritmico, musicale, carnale del corpo biologico si creano le condizioni per elevarsi dal corpo stesso e diventare solo ritmo, solo musica, solo pura parola poetica.”

Si crea così una circolarità di temi che si riecheggiano, in questo poema che è appunto un corpo di linguaggi che si situano sulla soglia fra sonno e veglia, come visioni ipnagogiche annunciano un risveglio a una consapevolezza ulteriore, risveglio allo sguardo interiore che si scopre essere vasto come lo spazio stellare, voragine, precipizio. Ancora una volta Eraclito: “I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos”. Il poeta, veicolo di queste forze oltreumane, è il luogo in cui si compie una palingenesi linguistica di parole prese nel vortice di “derive cognitive” che alludono costantemente al tema della morte come rinascita e socraticamente come guarigione da quel male che è la vita stessa, in cui l’umano è giustificato solo nella sua tensione a un oltre, un altrove di senso in cui l’alterità non umana può manifestarsi. Forse lo sciamano è qui il doppio del poeta, vera zona d’intensità psichica in cui il poeta si specchia, nemesi, origine e scopo dell’attività poetica, raccontata soprattutto come trasformazione della coscienza.

Sandro Battisti è noto soprattutto per essere un narratore e per essere, insieme a Giovanni De Matteo e Marco Milani, uno dei fondatori del Connettivismo, movimento d’avanguardia letteraria che già nel nome mette al centro il tema della connessione, così centrale ai nostri tempi. Connessioni fra saperi e linguaggi diversi e anche in questo libro, abbiamo già detto, questo è evidente. Un nume tutelare del movimento è Lovecraft; pensiamo a questi versi. “Ora è tempo di vibrare/ nella terra dei Grandi Antichi.”
Il Connettivismo nei suoi aneliti profondi è potentemente espresso anche in versi come questi, per esempio:

“Il teorema della connessione/ è figlio della chimica algebrica/ processo condensato di momenti rituali.”,

dove si fonde scienza e rituale, dove la scienza è nella struttura stessa delle cose una simbologia, una cosmogonia, una matrice, per certi versi forse non meno immaginaria di quelle antiche. Psichedelia cioè espansione dell’anima, psichedelia frattale dove ogni minuscola parte sintetizza l’intero, psichedelia connettivista dove l’anima è una proiezione olografica del grande Tutto. Così il linguaggio della fisica quantistica s’intreccia con quello mistico, la poesia diventa una soglia, un crocevia dove incontriamo emozioni allo stato liquido, gassoso, e ci immergiamo in un continuum in cui la nostra identità, la nostra proiezione olografica sullo schermo della mente, è messa radicalmente in dubbio. Trovare il tutto, non solo nel grembo dell’ignoto, come voleva Baudelaire ma cercarlo nell’oltre, in questa dimensione dell’altrove, del radicalmente alieno, dell’irriducibilmente altro. Ancora una volta la nausea dell’umano, perché in queste poesie vibra tutta la potenza di un desiderio: quello, appunto, di superare l’umano nel senso nietzschiano più profondo. Non è un’ingenuità dannunziana ma l’eco delle parole dello Zarathustra è forte: “L’uomo è qualcosa che deve essere superato.”

Sono queste poesie che fotografano la ”folgorazione multipla del reale”, sono segni attraverso cui possiamo decifrare noi stessi, come entità cosmiche che stanno compiendo un viaggio iniziatico nella trascendenza. E “lontano da casa”, al di fuori delle nostre sicurezze, ci sorprende una grande ”risata cosmica” che sembra essere la trama segreta del Tutto; tocca al poeta – sciamano intercettare “voci di lingue altre”, “ simboli parlanti” e svelare così ciò che è occulto. C’è qualcosa di eterno che ci trascende, solchiamo tutti “il fiume dell’immortalità”, l’infinito stellare ora ci stordisce, ora ci inebria, il vuoto siderale ci colma di visioni; siamo legati al Tutto e al tempo stesso coscienze isolate che fluttuano in un “tempo senza nome”, per “sopprimere la metafisica,/ memoria di religioni” e risvegliare così realmente in noi “il senso del meraviglioso”. Le possibilità di trascendere la carne sono infinite e pericolose, ogni realtà superiore si manifesta nella trance sciamanica, di cui la poesia è una traccia sonora ma anche il non luogo in cui l’essere può allusivamente dischiudersi in tutta la sua indecifrabile infinità. Scrive Ksenja Laginja nella postfazione: “Tutto il corpo-testo incede danzando, nella rievocazione di simboli e manifestazioni, con il suo andamento tribale e performativo, rifuggendo la metrica ed entrando nel territorio esperienziale che vive completamente nel flusso[…]”.

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