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Gustav Meyrink: Il Golem – Ver Sacrum


Su VerSacrum una attenta recensione di Cesare Buttaboni a Il golem, capolavoro di Gustav Meyrink. Vi lascio alle sue parole:

Il Golem sfrutta abilmente la leggenda ebraica del Golem (un colosso d’argilla plasmato artificialmente dall’uomo tramite la magia) ed è imbevuto dalla cultura della dottrina della Kabbalah. Meyrink evoca un’atmosfera incubica in cui viene magistralmente descritta Praga con il suo retaggio di cultura magica e con il suo ghetto malsano pieno di sordide figure. La città di Praga è considerata da Meyrink come una sorta di “soglia”, crepa che si apre tra il mondo reale e l’aldilà. Gli stessi abitanti di Praga sono visti come delle marionette, degli automi assoggettati ad una forza sovraindividuale che determina tutte le loro azioni. Lo stile narrativo procede per “immagini” e riesce a trasportare il lettore in un vortice delirante di sogni. L’alternanza di onirismo e veglia conferisce alla storia un’atmosfera irreale e da incubo: si narra la vicenda di un uomo (di cui non viene mai fatto il nome) che scambia il cappello con l’intagliatore di pietre preziose Athanasius Pernath di cui rivivrà la vita come in un sogno. Si risveglia in un appartamento nel ghetto ebraico. Uno sconosciuto gli commissiona il restauro di un libro che gli farà prendere coscienza della realtà circostante. Facciamo la conoscenza di personaggi come il rigattiere Aaron Wassertrum, sorta di simbolo negativo, e di Hillel, un impiegato del municipio ebraico, fonte di energie positive. Su tutto aleggia la leggenda del Golem che, rispetto alle tradizioni ebraiche, viene usata in maniera eterodossa. Così il marionettista Zwahk descrive il manifestarsi del Golem: “Ogni 33 anni all’incirca si ripete nelle nostre viuzze un avvenimento, che in se stesso non ha proprio niente di particolarmente allarmante e tuttavia riesce a propagare uno spavento per il quale non si possono trovare né spiegazioni né giustificazioni. Succede cioè ogni volta che un uomo assolutamente sconosciuto, privo della barba, dalla faccia gialla e tratti mongolici, provenendo dalla via della Vecchia Scuola, vestito di stinti abiti fuori moda, con un’andatura inciampicante in modo specialismo e uniforme come se ad ogni attimo dovesse cadere in avanti attraversa il quartiere ebraico e d’un tratto si rende invisibile. Di solito svolta in un vicolo, e scompare. Una sola volta si dice che abbia descritto con il suo cammino un cerchio, ritornando al punto da cui era partito: una vecchissima casa nei pressi della sinagoga. Particolarmente profonda dev’essere stata l’impressione da lui suscitata 66 anni fa, poiché mi ricordo che la gente rovistò quella casa di via della Vecchia Scuola da cima a fondo. Si appurò anche che in quella casa c’è davvero una stanza con una finestra munita d’inferriata e priva di qualsiasi accesso”. Proprio in questa famigerata stanza (dove dovrebbe trovarsi il Golem e a cui si accede tramite un passaggio sotterraneo) Athanasius Pernath affronterà i suoi demoni personali. Lì troverà dei vecchi stracci e un mazzo dei tarocchi e avrà delle “visioni”. Infine “riesce” trovandosi nei pressi della Vecchia Scuola. Il dettaglio inquietante è rappresentato dal fatto che gli stracci indossati sono gli stessi dell’enigmatica figura descritta come il Golem. Alla fine il Golem rappresenta il doppio e il lato oscuro della personalità del protagonista.

Questa interpretazione è stata criticata da Gershom Scholem in quanto la figura utilizzata da Meyrink è più uno spettro (ricalcato sulla figura dell’Ebreo Errante) che un essere plasmato dall’argilla. In realtà lo stesso Scholem apprezzava Il Golem infatti scrisse “Ma, con tutto il suo disordine impuro e arruffato, Il Golem di Meyrink è avvolto da un’atmosfera inimitabile, dove elementi di incontrollabile profondità, e anzi di grandezza, si uniscono a un raro senso della ciarlateneria mistica e ad una singolare capacità di épateur le borgeois”. In retrospettiva il romanzo quindi funziona ed è, ancora oggi, moderno: come dice Manfred Lube “Utilizzando la figura del Golem come sosia dell’eroe del suo romanzo, Meyrink ha creato, senza alcun dubbio, un simbolo corrispondente ai problemi ed ai centri d’interesse della sua epoca, così nettamente orientata verso la psicologia…”.

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