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I Romani e il culto di Iside


Su Tribunus una trattazione sul culto di Iside e sulla sua diffusione nel mondo antico – e infine, perché no, anche moderno. Un estratto:

Il culto di Iside venne assimilato dal mondo greco ed ellenistico dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno, nel 332 a.C.
Ciò è ben dimostrato dalle innumerevoli nozioni teologiche, che i Greci ci hanno lasciato riguardo questa divinità, nonché dalle raffinate produzioni artistiche, come quelle visibili nel Serapeum (tempio di Iside e Serapide) ad Alessandria d’Egitto. In età ellenistica, la Iside venne assimilata a varie divinità del pantheon greco, diffondendosi poi in tutto il Mediterraneo, fino a Roma, dove il Senato tuttavia ne osteggiò il culto già a partire dal 59 a.C., ben prima della conquista dell’Egitto da parte di Augusto.

Dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, tracce di culti isiaci si riscontrano anche nelle regioni estreme dell’Occidente romano (Gallia, Germania, Britannia).
Particolare rilevanza hanno i culti misterici legati a Iside, praticati soprattutto dalle donne. A Roma, nel 38 d.C., l’imperatore Caligola fece erigere un tempio alla dea – al contrario di Augusto, che tentò invece di abbattere le porte di un altro tempio isiaco a colpi d’ascia.

La particolarità di Iside sta nel fatto di incarnare in sé varie caratteristiche, che nella mentalità greco-romana ne permettevano anche l’associazione con altre divinità femminili già esistenti, in particolare Diana, Artemide, e Venere. Un’iscrizione, del resto, ricorda Iside come la “dea dai molti nomi” (myrionymos).

Iside ricordava la dea Diana/Artemide, come ben testimoniato da opere di pregio dell’arte greca e romana, come le rappresentazioni dell’“Artemide di Efeso” (uno degli esemplari più belli è conservato presso Villa Albani a Roma). La divinità è raffigurata con molti seni, avente in capo un faro e a volte una falce di Luna crescente, attorniata da vari animali tra cui gatti, capre, e leoni. In queste sculture si nota il sincretismo e l’utilizzo di più simboli associati sia all’una che all’altra dea.

Così Apuleio:

“Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d’argento e perfino d’oro, traevano un acuto tintinnio.
Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d’oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande.
Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti ‘soccorsi’, a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l’equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d’oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d’oro colmo di rametti anch’essi d’oro e un altro un’anfora.”

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