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La scuola di Bad Harzburg: management, nazismo e capitalismo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante articolo che parte dal testo di Johann Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, e traccia paralleli tra nazismo e management inteso come moderne metodologie di conduzione aziendale e, alla fine, sociale. Vi lascio ad alcuni corposi estratti, necessari a comprendere come molte delle metodologie naziste siano ancora vigenti, camuffate, rimodellate, rimodulate, ma sostanzialmente vive:

Johann Chapoutot, docente di storia contemporanea all’Università della Sorbonne Nouvelle – Paris III, studioso di storia tedesca della prima metà del Novecento, specialista della Germania di Weimar e del nazismo in particolare, è noto in Italia soprattutto per lavori quali Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa (1918-1945), del 2013 e La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, del 2015, entrambi tradotti in italiano e pubblicati, rispettivamente nel 2015 e nel 2016, da Einaudi, così come il suo ultimo libro, Nazismo e management. Liberi di obbedire, uscito per Gallimard nel 2020.

In questo interessante volume, Chapoutot va alla ricerca delle eredità e delle persistenze del nazionalsocialismo che, in maniera più o meno sotterranea, hanno impresso un segno distintivo chiaro e riconoscibile sulla Germania postbellica e trova un caso di specie nella Akademie für Führungskräfte di Bad Harzburg, una scuola di management, fondata e diretta nel 1956 dal giurista Reinhard Höhn, che dopo una brillante carriera all’interno del regime – prima colonnello, nel 1939 e poi generale, nel 1944, delle SS – e superato un periodo di difficoltà immediatamente successivo alla fine del conflitto, beneficiò, come altri circa 800.000 suoi “ex camerati”, della grande amnistia del 1949 e si ritrovò nella condizioni di poter continuare il proprio lavoro di intellettuale e di esperto di diritto pubblico.
La scuola ebbe così tanto successo da riuscire a mettere a punto un vero e proprio modello di gestione della forza lavoro e di organizzazione aziendale, che va sotto il nome di metodo di Bad Harzburg e nel quale, per lo storico francese, è facile rinvenire una forte matrice nazista.

Nei dodici anni del Terzo Reich, il nazionalsocialismo sviluppò una cospicua riflessione su nuove forme di Menschenführung (termine tedesco corrispondente all’inglese management), che poi mise in pratica dietro la spinta delle esigenze e delle urgenze create dalla guerra e che, lasciate in eredità alla Repubblica federale e all’Occidente in generale, contribuirono all’elaborazione di modelli di management che si sono rivelati vincenti nella gestione aziendale della seconda metà del secolo scorso. La ricerca di Chapoutot, pertanto, segue l’indirizzo aperto da lavori quali quelli di Bauman, che rifletteva sulle relazioni tra la modernità e la Shoah, cogliendo nelle procedure e nelle logiche del funzionamento burocratico dello Stato moderno il motore dello sterminio; di Agamben, che pensa il lager come luogo paradigmatico del controllo sociale e della reificazione che contrassegnano la modernità; o più recentemente di Götz Aly, che legge l’Azione T4 come traduzione pratica di progetti manageriali di criminale gestione biopolitica della società.

Il riarmo a tappe forzate voluto da Hitler dopo la conquista del potere del 1933, la guerra e le conquiste a est impongono al regime un lavoro di riorganizzazione dell’esercito, dell’amministrazione pubblica, dello Stato nel suo insieme che dovrà sforzarsi di “fare di più” con “minori” risorse, dal momento che molti sono gli uomini chiamati a combattere e che i territori del Grossraum imperiale da amministrare sono enormi; pertanto si dovrà cercare di “fare meglio”, di aumentare efficienza e produttività, efficacia e redditività. Alcuni intellettuali, docenti universitari di diritto pubblico, alti funzionari e tecnocrati – spiega Chapoutot – si mettono al lavoro e si fanno notare «per un lavoro teorico ambizioso, che trova espressione soprattutto sulle pagine della rivista “Reich, Volksordnung, Lebensraum” (“Impero, ordine razziale, spazio vitale”) da essi stessi pubblicata dal 1941 al 1943 per conto dell’Istituto di ricerche sullo Stato (Institut für Staatsforschung), un ente annesso all’Università di Berlino, manovrato dalle SS e diretto dal professor Reinhard Höhn, ufficiale superiore del selezionatissimo SD (Sicherheitsdienst, il “servizio di sicurezza” delle SS)» (p. 4).

Tra le firme della rivista e i dirigenti dell’Istituto troviamo anche Wilhelm Stuckart, giurista del regime ed estensore, tra le altre, delle leggi di Norimberga, un «nazista e antisemita modello, […] annessionista convinto, esempio paradigmatico dell’alto funzionario e dell’intellettuale d’azione nazista» (p. 6). Stuckart, Höhn e tanti altri sono ossessionati dalla necessità di reperire Menschenmaterial, cioè risorse umane e dall’urgenza di impiegarle e di gestirle secondo modalità nuove, propriamente naziste e tali da consentire di abbandonare modelli gestionali ed amministrativi ritenuti obsoleti, perché macchinosi, farraginosi, lenti ed improduttivi. Servono flessibilità, iniziativa creativa, devozione ed abnegazione del funzionario che persegue l’obiettivo a lui assegnato, escogitando le procedure e i mezzi migliori allo scopo; occorre insomma – secondo il linguaggio intriso di darwinismo sociale del nazismo – aderire alla vita, dare libero sfogo alla vitalità, liberandosi di schemi astratti, per competere e vincere in quella lotta per l’affermazione del più forte che è la vita stessa.

Queste zelanti menti pensanti del nazionalsocialismo giungono quindi alla conclusione – spiega l’autore – che l’amministrazione dello Stato debba essere il più possibile decentrata, affinché possa aderire alle esigenze dei casi particolari, veloce ed efficace. Per giustificare questa apparentemente incongrua interpretazione dell’amministrazione pubblica di uno stato totalitario, di un Führerstaat – che si è portati a pensare come monoliticamente accentrato per la sua stessa natura – si fa ricorso ad un tema che in Germania ha una lunga storia alle spalle, almeno dai tempi delle guerre napoleoniche e dei Discorsi alla nazione tedesca di Fichte, il tema della “libertà tedesca” e della struttura decentrata del Sacro romano impero germanico, da porsi in alternativa al modello del centralismo e dello statalismo assolutistico francese, che con i propri apparati cavillosi mortificherebbe l’iniziativa spontanea e creatrice propria di un lavoro condotto con gioia e con efficacia.

Si rende di conseguenza necessaria una “semplificazione normativa”, che rimuova ogni intralcio all’azione, ogni impedimento burocratico alla possibilità del singolo funzionario di scegliere e applicare i mezzi ritenuti più consoni al conseguimento dell’obiettivo assegnato. Perché questo deve diventare il principio dogmatico a fondamento della nuova amministrazione della Germania e del suo grande impero: a ogni livello della piramide gerarchica che scende dal vertice assoluto del Führer, il sottoposto deve portare a termine la propria missione, eseguire il compito assegnato, fare la volontà del superiore in grado ed in ultima istanza realizzare la volontà del Führer stesso; la scelta degli strumenti spetta a lui, che è così “libero di obbedire” agli ordini ricevuti, ossia è “costretto a eseguire liberamente ordini tassativi” per perseguire lo scopo finale.

Nella seconda parte del suo lavoro, Chapoutot spiega come molte delle riflessioni che giuristi, tecnocrati ed intellettuali del Terzo Reich produssero sulle nuove forme di organizzazione ed ottimizzazione del lavoro e sulla ristrutturazione dell’amministrazione pubblica non siano scomparse con il 1945, ma abbiano continuato a circolare e si siano affermate nel nuovo contesto della Repubblica federale tedesca e della guerra fredda. A guidare quest’opera di trasfusione di idee e principi nazisti nel corpo della nuova Germania occidentale fu, più di altri, proprio Reinhard Höhn, attraverso la sua “Accademia per dirigenti di azienda” nella Bassa Sassonia. Nella cornice di una Germania federale saldamente ancorata al mondo occidentale e alla Nato e che, usufruendo del piano Marshall, conosceva una grande ripresa economico-industriale; in un paese che nuovamente si percepiva come bastione ed avamposto dell’Occidente di fronte, come pochi anni prima, al grande nemico sovietico e alla sua propaggine tedesca (la DDR), Höhn nascose alcune sue convinzioni del dodicennio nazista, come il razzismo eugenetico, l’antisemitismo e l’ossessione per la conquista del grande spazio vitale ad est, ma conservò le proprie idee antistataliste e “comunitarie”, che mise a frutto nell’elaborazione di una teoria del management che avrebbe avuto grande fortuna. «Fino alla morte del suo fondatore, avvenuta nel 2000, la scuola ospita circa 600.000 dirigenti provenienti dalle principali società tedesche, senza contare i 100.000 iscritti in formazione a distanza» (p. 55).

L’ex generale delle SS, nella Repubblica federale tedesca della rinascita economica postbellica propose un modello di management che – opportunamente epurato dei tratti più palesemente nazisti – riuscì ad adattarsi perfettamente al nuovo contesto democratico: si tratta del management per “delega di responsabilità”, noto appunto come metodo di Bad Harzburg, che «unanimemente accettato in Germania e nel mondo germanofono […] permette di delineare un’intera “storia postbellica del lavoro tedesco”, in cui le continuità con il periodo nazista risultano chiaramente» (p. 73). Permane l’impostazione antistatalista di Höhn, solo che ora alla Volksgemeinschaft composta da Genossen di razza si sostituisce quella “comunità produttiva e prestazionale” che è l’azienda. Al suo interno, in continuità con i principi della flessibilità decisionale e dell’agilità operativa che garantiscono efficienza – precedentemente teorizzati come trasposizione in ambito civile della militare Auftragstaktik e ora riproposti in una veste coerente con lo spirito democratico dei nuovi tempi – il lavoratore deve sentirsi valorizzato come un “collaboratore” a cui si delega una responsabilità e non come un subordinato, come qualche decennio prima lo stesso Höhn sosteneva dovesse accadere in quella comunità, che allora era di razza e ora è lavorativa e aziendale.

In realtà, la “libertà” del lavoratore-collaboratore concepita da Höhn è solo una chimera, perché essa si concretizza nella “libertà di obbedire”, di liberamente scegliere i mezzi più consoni per realizzare gli obiettivi stabiliti da altri, da chi comanda. Una metodologia – osserva Chapoutot – apparentemente non autoritaria, ma comunque sempre gerarchica, che riduce la libertà del lavoratore alla esclusiva ricerca della efficacia e il suo pensare e il suo agire alla mera funzionalità strumentale e al successo prestazionale. Per lo storico francese, il metodo di Bad Harzburg si regge su una menzogna di fondo, che «svia il dipendente, o il subordinato, conducendolo da una libertà promessa a un’alienazione garantita, a tutto vantaggio della Führung, di questa “direzione” che non porta più solo sulle proprie spalle la responsabilità del fallimento potenziale o effettivo» (p. 77). A essere realmente delegata, condivisa non è di certo la libertà, ma la responsabilità del fallimento, dell’inefficace perseguimento dell’obiettivo, che produce effetti di mortificazione e alienazione profonde nel lavoratore: «non pensare mai agli obiettivi, essere relegato unicamente a calcolare i mezzi è l’elemento costitutivo di un’alienazione lavorativa di cui sono noti i sintomi psicosociali: ansia, esaurimento, burnout» (p. 77)

Il metodo messo a punto da Höhn, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, ebbe un successo tale da coinvolgere anche l’amministrazione pubblica e da contribuire in modo decisivo all’inversione dei rapporti tra management aziendale privato e organizzazione amministrativa statale: non è più il primo a prendere come modello la seconda, ma al contrario l’amministrazione pubblica che imita, riproduce criteri e procedure dell’economia privata, conducendo alla sudditanza del settore pubblico che si piega agli interessi privati. «In anticipo di qualche anno sulle pratiche britanniche, statunitensi e scandinave, Höhn, che già negli anni Trenta rifletteva sulla decadenza dello Stato e sullo sviluppo delle agenzie, si fa il precursore, se non il profeta, della Nuova gestione pubblica (New Public Management), che nei paesi occidentali, a partire dalla Germania del cancelliere Kohl, diventò fin dai primi anni Ottanta quasi una religione di Stato». (p.79)

Tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, in seguito al diffondersi sia di informazioni sul passato nazista dell’ex ufficiale delle SS Reinhard Höhn, in una Germania che cercava di fare i conti con la propria storia più seriamente di quanto fatto in precedenza, sia di nuovi indirizzi e scuole di management, il metodo di Bad Harzburg fu fatto oggetto di critiche e fu progressivamente soppiantato da nuovi modelli di gestione ed organizzazione del lavoro e delle risorse umane che esigevano ancora più flessibilità, sburocratizzazione e deregolamentazione, in linea con l’evoluzione in tale direzione dell’economia di mercato. Ciò non toglie però che la scuola di Bad Harzburg abbia rappresentato un passaggio cruciale del percorso di sviluppo del management che giunge fino ai nostri giorni e alla nostra società, che pertanto trova i presupposti del proprio modo di concepire l’organizzazione del lavoro, i rapporti lavorativi, l’amministrazione privata e pubblica in una idea di Menschenführung, di management, concepita negli anni Trenta da un convinto nazista modello e generale delle SS. Il tutto a dimostrare come tra nazismo e capitalismo vi fossero una compatibilità e una complementarietà tali da rendere possibile un processo osmotico come quello praticato dalla Accademia per dirigenti d’azienda di Bad Harzburg, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

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