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Archivio per gennaio 1, 2022

Addio al Gian Filippo Pizzo, il più grande antologista della fantascienza italiana | Fantascienza.com


L’anno comincia subito terribile. Come riporta Fantascienza.com, Gian Filippo Pizzo ci ha salutati tutti insieme al 2021. Purtroppo, la notizia era nell’aria e lui stesso non aveva fatto mistero del suo stato di salute; lo avevo capito, e avevo lasciato andare il suo addio nemmeno troppo in codice in silenzio. Vi lascio alle parole di Silvio Sosio per ricordarlo.

Aveva solo settant’anni, Gian Filippo Pizzo, e aveva tante idee, tanta voglia di fare. Da tempo perseguitato dalla malattia, che l’aveva costretto a un nuovo ricovero ancora di recente, se ne è andato la notte di fine anno.

Con lui se ne è andato uno dei grandi protagonisti della fantascienza italiana, forse il più defilato, mai accentratore, sempre pronto a inseguire nuove idee, nuovi progetti. Nato a Palermo, il 5 ottobre 1951, era apparso nel fandom nel 1974, a soli tredici anni, sulla fanzine  fondata insieme a Pippo Marcianò Astralia, fin da subito aveva frequentato le prime convention italiane, gli “Sfir” di Ferrara, e poi, trasferitosi intanto a Firenze, dopo la laurea, per lavorare nella biblioteca dell’Università, aveva cominciato a collaborare con tutte le riviste e le case editrici, Robot, Urania, Asimov’s, e col Giornale dei Misteri sul quale per molti anni aveva curato una rubrica.
Ha scritto e pubblicato numerosi racconti (nessun romanzo); ma negli ultimi anni si era creato una grande reputazione come curatore per le numerose antologie pubblicate presso numerosi editori. E come saggista, con cinque saggi enciclopedici pubblicati insieme a Walter Catalano e altri, tutti per Odoya, opera che gli è valsa cinque dei sei Premio Italia (l’ultimo è per la cura dell’antologia Continuum Hopper) e un Premio Vegetti.

Alla comunità della fantascienza italiana mancherà il suo lavoro, ma forse anche di più mancherà la sua presenza, mai ingombrante e sempre piacevole, le sue parole, i suoi consigli, le sue idee.

 

Days of new – a granular fm sound painting with the Humble Audio Quad Operator and MI Beads


Residui di radiazione psichiche di fondo.

Il flusso perverso e malato


L’aspetto informe di quell’antropomorfo è ciò che ti colpisce maggiormente. Lo osservi, poi ti stupisci, poi ti lasci andare al flusso perverso della malattia più infida e profonda che tu abbia mai incontrato.

Loci Inferni – Adversus Mortem I


Tra le lande desolate del buio perenne…

Hiberna. Vita nei campi militari invernali – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo storico che riguarda i campi militari romani in inverno: come si svolgeva la vita, lì, in quel periodo? Quali caratteristiche aveva l’accampamento – stabile? Ecco un estratto:

L’immagine “classica”, a volte stereotipata, dell’esercito romano – si intende qui il periodo tra la fine della Repubblica e i primi due secoli di impero – ce lo dipinge, durante campagne militari, sempre impegnato costruire un accampamento fortificato non permanente ogni volta che doveva accamparsi. Cosa succedeva però, durante i mesi invernali, quando gli eserciti erano fermi? E come vivevano i soldati di guarnigione agli estremi limiti dell’impero, in Britannia, in Germania, o sui monti dell’Atlante in nord Africa (dove il clima, specie in inverno, non è certo mite)?

I castra hiberna, al contrario degli accampamenti durante le campagne militari (castra aestivi), erano acquartieramenti fissi, solitamente più grandi dei loro corrispettivi estivi mobili. Dal loro essere statici anche il loro nome alternativo di castra stativa. Invece delle tende (tabernacula), erano edificate costruzioni fisse, in legno o muratura (hibernacula).
Tali accampamenti non erano costruiti solo per la permanenza delle truppe in un determinato luogo durante l’inverno, ma anche se tale presenza si fosse dovuta protrarre, in generale, per diversi mesi. Divenendo spesso permanenti, gli hiberna divennero in diversi casi la base di molti insediamenti. Spesso, un abitato “civile” sorgeva subito fuori il castrum: qui dimoravano e operavano mercanti, artigiani e le famiglie dei soldati.  Da questa combinazione di accampamento e abitato esterno, si costituiva spesso una nuova città.

Nonostante le differenze di costruzione, la vita nei campi invernali era tutto sommato quasi identica a quella dei campi estivi, compresi gli addestramenti (non giornalieri) e l’acquartieramento delle truppe. I soldati, pur non utilizzando le tende, usavano casematte atte a contenere una decina di uomini, esattamente il contubernium che trovava alloggio nelle tende militari.

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Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

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