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Da Faust’O a Fausto Rossi, sempre fuori dagli schemi: «Battiato falso, De André fascista» | Rolling Stone Italia


Fausto Rossi – o Faust’O – è un autore davvero unico, anarchico e forse misantropo non accetta alcun compromesso né ha peli sulla lingua nel dire che ciò che pensa di chicchessia; credo che però sia una persona fondamentalmente onesta, e perciò v’invito a leggere questa sua lunga e recente intervista rilasciata a RollingStone; un estratto:

Quella che state per leggere, più che una intervista, è un J’accuse – dal titolo di uno dei suoi album più noti – verso tutta la musica italiana e non solo. Perché Fausto Rossi, in arte Faust’O, nonostante i 68 anni suonati, ancora non accetta le regole del “sistema”. Cioè quelle imposte da altri, che si parli di mercato discografico o della vita di tutti i giorni. Da un decennio non pubblica un disco, Blank Times è del 2012, eppure a cadenza fissa qualche collega lo ricorda come uno dei cantautori da cui ha tratto più ispirazione. Un vero autore di culto, ma sfuggente, sempre al limite, dissacrante, indignato e ribelle ai limiti della sfrontatezza. Anarchico? Nemmeno, preferisce definirsi uno «che vuole essere lasciato in pace». Con noi ha fatto una eccezione e lo abbiamo incontrato a Milano, dove è tornato di malavoglia («perché le città non sono un bel posto») dopo aver passato anni sulle colline brianzole a sperimentare nuove musiche e vecchi “viaggi” psichedelici. E in fondo, a guardalo bene – con quei lunghi capelli bianchi e un maglione dolcevita che ne accentua la magrezza – sembra di avere di fronte un novello Williams Burroughs, lo scrittore che, tra l’altro, stima in modo sconfinato: «Lui ha sempre ragione, ricordatelo».

Chi è oggi Fausto Rossi dopo aver abbandonato il nome d’arte Faust’O?
Non mi sento molto cambiato da quando a un certo punto ho deciso di lasciar perdere il nome d’arte e di uscire dal mondo dello spettacolo. Ho sempre creato musica, anche quando ero lontano dal mercato. Ho composto, studiato, sono soltanto passati gli anni.

Che rapporto hai con la musica di oggi?
Faccio veramente fatica ad ascoltarla. Non guardo la televisione. Sul web qualcosa mi passa davanti, leggo qualche notizia. Ma adesso soprattutto della guerra in Ucraina. Già trent’anni fa mi sono ripromesso di uscire da tutto, di non prendere posizione, tanto sono sempre i soliti a decidere. Quelli di cui non si parla mai…

Non c’è mai stato un periodo in cui hai avuto fiducia nella politica?
Quando sono entrato nel mondo della discografia mi è stata chiara da subito la spartizione. Il Partito Socialista si era accaparrato tutta la musica giovanile e il Partito Comunista tutta la cultura, quella più di élite. Una vera schifezza! Oggi è uguale, con altre persone che hanno sostituito i partiti. Non decide certo il “rettiliano” Draghi, ma stiamo vivendo una dittatura. Non come in Russia o in Sud America, però quando ce n’è bisogno emerge, si smaschera… a proposito di mascherine…

In un mondo in cui tutti fremono per il successo, pubblicare, dimostrare di esistere tu te ne freghi e rifiuti la fama, non sai neanche se pubblicherai e non sembri per nulla soffrirne.
Ormai sono dieci anni che non pubblico un disco. Un po’ di fretta dovrei averla, solo che ho avuto dei problemi familiari, senza quelli forse sarei uscito prima. Inizialmente la produzione era piuttosto regolare, poi dopo Love Story sono passati sei-sette anni. Negli ani ’80 mi sono fermato perché sentivo l’esigenza di studiare. L’etnomusicologia, la musica contemporanea. Non capisco perché tanti non si fermino mai per studiare. Non mi garantisce di fare buona musica, ma almeno ci ho provato. Poi ho pubblicato Cambiano le cose, ci ho messo poco per L’erba e Exit, solo che in collina sono stato impegnato a sperimentare altre cose. Avevo il giardino pieno…

Adesso sono curioso.
Ho fatto esperienze con sostanze psichedeliche e allucinogene di diverso tipo, con varie erbe o funghi. Ci sono per esempio quelle che lavorano sull’udito. Una ti dà la possibilità di sentire lontanissimo. Una volta degli amici stavano arrivando in collina a trovarmi e io ho sentito cosa dicevano quando erano ancora a valle. Quando gli ho ripetuto esattamente le loro parole sono rimasti esterrefatti. Avevo amici a Edimburgo, in Sud America, negli Stati Uniti che mi mandavano diverse sementi che allora non erano controllate.

Sono esperienze utili anche per trovare l’ispirazione?
Non ho mai usato sostanze chimiche, non mi interessano. Soltanto funghi allucinogeni, Salvia divinorum, stramonio e funghi. Certe piante crescono da sole, altre sono più fragili. Ma non è sempre piacevole, ho fatto anche molti viaggi di merda (ride). Non so se aiutino a creare, agiscono per conto proprio e magari poi capisci che qualcosa è uscito da lì. Una canzone di Exit mi è arrivata da uno di questi viaggi. Era la notte di Natale, mi sono passati davanti migliaia di uomini… E nella registrazione si sente che ero sotto l’effetto dei funghi. Li andavamo a raccogliere in collina e poi ne cucinavamo dei calderoni interi. Sono come la psicanalisi, risolvi tante cose senza accorgertene. Sono degli scatti, dei click. Ti fai un viaggio, vedi cose, rifletti e solo dopo capisci. Non so se consigliare o sconsigliare queste esperienze, sono cose molto personali.

Sei un po’ il William Burroughs della musica italiana.
In quel senso mi sento affine, solo che non mi troverei a mio agio a paragonarmi a lui. Per me è un riferimento. Come William Carlos Williams. Vedo che tanta gente legge libri che non servono a niente, ma quando hai letto Joyce, Burroughs, Williams e Goethe cosa ti serve di più? Basta, puoi anche smettere. Terre occidentali di Burroughs è un capolavoro misconosciuto. Mi fa ridere che ancora oggi qualcuno usi il cut-up. Sono tutti lì a sgranocchiare le ossa di quello che hanno inventato altri, quando basterebbe mettersi a lavorare invece di cercare soltanto di apparire.

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