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Il terzo estratto da “Radici dell’orrore” | Innsmouth@ DelosDigital


Pubblico più sotto un terzo estratto dalla mia novelette Radici dell’orrore, edito nella collana InnsMouth di Delos Digital a cura di Luigi Pachì; questa è la quarta:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

—ESTRATTO—

— Buonasera dottoressa.
Mi sono alzato in piedi, ma nel mentre sono rimasto a bocca aperta guardando il volto della Piceni. Lei, di rimando, mi guarda sorpresa, o forse severa. La scruto perché mi ricorda la donna mora di Fidene, e lei mi osserva come se le fossi in qualche modo familiare.
— Buonasera signor Rol — risponde melliflua, fuori dal suo sguardo vedo formarsi ombre olografiche di un fascino perverso, mutaforma che assumono pose lascive, corpi oscuri dotati di sessualità conturbante: la mia coscienza prende il sopravvento e disegna forme di realtà inusuali.
Siamo noi — mi sussurra la Piceni mentre mi stringe la mano e ammicca a quelle forme. Però no, non mi ha parlato, eppure l’ho sentita, ho percepito la sua voce…
In quelle forme, ci siamo noi? — rimando discretamente alla sua coscienza, ho usato l’istinto e anch’io so parlare all’interlocutore senza che altri possano accorgersene. Il portiere è nel frattempo tornato dietro al bancone, la Piceni attende un mio cenno e così la invito a sedersi laggiù nella hall, lontano da orecchie e occhi indiscreti. Andiamo però oltre la hall. Siamo seduti nella piana intorno a Fidene e lei mi chiede conto delle mie azioni. È terribilmente determinata, non capisco se è davvero la Piceni a parlare o se è la mia antica fiamma fidenate. Oppure se sono entrambe la stessa persona, mentre io mi sento orrendamente in colpa…
— Gli schiavi stanno portando qui da mangiare, ne vuoi?
Mi guarda ipnotica, tutt’intorno il frinire delle cicale mi sfinisce; sull’aia il grano tagliato è stato battuto e il caldo secco opprimente mi pervade insieme agli odori secchi e alla polvere che mi secca la gola; la luce solare è oltre il picco del giorno e infuoca il pomeriggio.
— Vorrei del vino — rispondo serafico — con del miele.
Accanto a me un uomo dall’odore forte, l’aroma della sua pelle scura mi avvisa della sua etnia, mi serve in un bicchiere di terracotta dell’odoroso vino rosso; chiazze di miele si agitano sulla superficie. Ringrazio, mi volto di nuovo verso la Piceni.
— Qual è il tuo nome? — domando impegnato mentre sorseggio il primo succhio ambrato. Intorno, la fattoria è in continua trasformazione e le ombre affaccendate nella operosità agricole mi scorrono nella coscienza lievi, quasi lontane. Sono negli occhi della mia interlocutrice, sono nel suo stesso flusso di pensieri. Mi accorgo di quanto io sia sensibile quando odo alcune parole latine risuonare nella mia coscienza, un risveglio lontano che sa di brividi e mostruosità spiacevoli come la morte che si avvicina. “Mio fratello era a Teutoburgo”, mi dice lei.
Quella parola, quel luogo, mi evoca un altro flusso, terribile e osceno; puzzo di massacro, l’odore acre della paura, le avvisaglie dell’apocalisse, il dolore lancinante, la bestialità di una morte prossima o peggio, la consapevolezza di non esser morti al momento giusto.
La guardo in profondità. “Io sono fuggito da lì, giusto in tempo. Congedato prima della catastrofe”. I miei pensieri vanno dritti nella sua coscienza. Sento tutta l’affilata crudeltà di un popolo barbaro che non ha altro senso che quello della primordiale ferocia. Che non ha il senso del Diritto. Neppure una forma evoluta di coscienza.
Su quell’onda emotiva e intima il me stesso moderno ricorda il rapporto di allora con lei. Fu quella confessione privata a legarci per un tempo che non so più stimare, forse un anno, forse di più; ci siamo amati in quel soggettivamente lungo periodo, quando lei mi avvinghiava a sé il calore dei campi ci toglieva il respiro, e i brividi ci sorprendevano quando la pioggia oscurava l’orizzonte o quando il freddo ci aggrediva al mattino presto e il giorno era troppo lontano dal realizzarsi. Vivevamo di Natura, ed essa ci ricompensava di immortalità.
“Poi sei fuggito”. Lei torna a rinfacciarmi il mio peccato, la mia colpa suprema.

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