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Archivio per agosto 15, 2022

Nemoralia, il festival delle Torce | Nemoria


Su Nemoria corposi cenni antropologici e pagani sulle Nemoralia, feste che alle idi di agosto (denominato Ferragosto, in seguito) gli antichi Albani celebravano per la dèa Diana sulle rive del Lago di Nemi.
Chi, tra voi, non vorrebbe immergersi in questo flusso di energia arcaica, dove la notte si trasforma in una coperta di Volontà e genius loci? Un estratto:

Il 15 di agosto, Ferragosto, è per i cristiani cattolici il giorno dell’Assunzione della Vergine Maria. Tra Genzano e Ariccia, in Via Diana, i fedeli riuniti in processione salgono dal Lago di Nemi sino al centro di Genzano. Quella che a un primo sguardo può sembrare come una canonica e rigorosa usanza cristiana, è in realtà un rito più antico e se asportiamo lo strato cristiano troviamo tracce di un eredità che risale a prima dell’Impero Romano, ai tempi in cui Roma non era altro che una piccola città e Albalonga dominava la potente Lega Latina.
È la storia di Nemoralia, o Festival Delle Torce, e del Culto di Diana Nemorense. Una storia difficile da raccontare, perché non è composta da una serie di diapositive da cui possiamo scegliere quello che preferiamo, ma piuttosto è un fiume in piena fatto di numerosissimi eventi che si susseguono in concomitanza. Farò del mio meglio.

Nei “Fasti” di Ovidio troviamo una prima descrizione di Nemoralia:
“[..]Nella Valle di Ariccia, c’è un lago circondato da scure foreste ritenuto sacro da un culto sin dalla notte dei tempi. Lungo un muro sono appesi molti pezzi di filo intrecciati e molte tavolette sono poste come dono alla Dea. Spesso donne a cui diana ha risposto alle preghiere, con una corona di fiori sulla testa camminano verso Roma portando una torcia accesa [..]”.
Vi vorrei far notare che Ovidio è nato nel 43 a.C. e utilizza il termine “sin dalla notte dei tempi”.
Secondo Plutarco parte del rituale consisteva nel lavarsi i capelli con le acque del lago e agghindarsi con fiori sui vestiti. Le classiche offerte alla Dèa includevano messaggi scritti su fiocchi legati ad altari o alberi, piccole statuine di terracotta o di pane raffiguranti parti del corpo che necessitavano di cure, oppure piccole immagini di madri con figli, o ancora piccole statue di raffiguranti cervi ma anche danze e canzoni erano ben accette. In alternativa, nei secoli successivi all’ellenizzazione si offriva aglio alla dèa Hecate, che era associata a Diana/Artemide in quanto divinità lunare: Ecate luna calante, Diana luna crescente, Selene luna piena. Facciamo ancora un salto indietro, nel 170 a.C. Catone Il Vecchio (un onorato censore di Tusculum) ci fa sapere che la fondazione del Tempio di Diana – Templum Dianae – sull’Aventino, voluto dal re Servo Tullio per accentrare il potere politico, religioso e culturale a Roma, risale al VI secolo a.C.
Lo stesso Catone ci fa sapere che le celebrazioni della Dèa avvengono nelle Idi di agosto, successivamente rinominate “Feriae Augusti” dall’Imperatore Ottaviano nel 18 a.C. da cui il termine odierno ferragosto, ovvero la festa dell’Assunzione!

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Hierarchies | Onasander


Suggestioni inumane delle energie nascoste in nicchie dimensionali, in qualche regione remota di un cosmo sconosciuto.

Tutti invitati al Festival dell’estasi – Carmilla on line


A fronte dell’esame condotto nel 1971 dall’antropologa Erika Bourguignon su 488 società di diverse aree del mondo, è emerso che “nel 90 per cento dei casi esistevano rituali istituzionalizzati per raggiungere una condizione di perdita dei confini dell’Io”. Non nella società occidentale, come conseguenza dell’Illuminismo “e del passaggio da una visione del mondo incantata [in cui la psiche umana è “porosa”] a una di stampo materialista”, dove l’estasi è una semplice illusione della mente e i Sé sono schermati, separati dalle altre persone da una sorta di muro e dalla natura per opera della nostra autocoscienza razionale. “Il controllo razionale è alla base della moralità, e la perdita di questo controllo è qualcosa di cui vergognarsi”. In fase di introduzione, l’autore propone dunque una sintesi di come si sia arrivati a una demonizzazione dell’estasi, poi a un suo revival negli anni Sessanta e alle successive analisi del fenomeno come rilevante a quattro livelli (corpo, mente, cultura e spirito) e nei suoi portati positivi (l’estasi guarisce, motiva e agisce da collante sociale) ma anche negativi. Nel procedere idealmente da un padiglione all’altro della ricerca rileveranno – secondo la terminologia di Timothy Leary – il set (atteggiamento mentale del soggetto) e il setting (il contesto dell’esperienza estatica).

Questa è una sorta d’intro redatta da Franco Pezzini al suo articolo ferragostano per CarmillaOnLine, in cui analizza il saggio di Jules Evans, Estasi: istruzioni per l’uso, ovvero L’arte di perdere il controllo, un manifesto d’intenti esplorato poi nel dettaglio, producendo perle di chiarezza cognitiva e surreale, spirituale soprattutto, che scaldano l’anima. Un estratto, quindi:

Attraverso la realtà del sogno (“la più comune delle esperienze estatiche”), le letture di Freud e Jung e il rapporto con l’Ombra, si arriva al macrotema delle arti: “secondo Jung, ci rendono capaci di comunicare con la nostra mente subliminale per mezzo del linguaggio onirico dei simboli, delle metafore e del mito” (il che è una sintesi un po’ concentrata, ma si può perdonare la semplificazione all’autore che un po’ in tutto il libro lavora di sintesi su posizioni di enorme latitudine o complessità). Dopo essersi interrogato se le arti possano essere un sostituto della religione, poi sul rapporto tra culto e cultura e sulla separazione consumata a seguito della Riforma, che prepara alla distinzione tra scienza e arti dell’Illuminismo – con una salutare liberazione, va detto, delle medesime dai vincoli religiosi – nota però che dopo la cancellazione delle visionarie, incantate processioni medioevali dei Misteri per opera dei puritani, un nuovo tipo di spettacolo, il teatro elisabettiano e in particolare di Shakespeare, prende il posto delle liturgie vietate. Con effetto tanto febbricitante che Huxley segnalerà: “L’aggettivo che più spesso vi si applica è transporting: ti trasporta, ti trascina fuori da questo mondo, e ti conduce in un Mondo Altro”.

L’indagine prosegue con il rock and roll (IV), con impagabili incontri tra reverendi canterini, memorie delle leggende della musica, libertà estatica nella danza, commistioni di sacro e profano (“Puoi salvare delle anime!” urla il produttore Sam Phillips a Jerry Lee Lewis, dubitoso di incidere Great Balls of Fire in quanto presuntamente demoniaco), musica che cura, autorizzazioni a perdere il controllo e venerazione degli idoli rock. Come afferma Springsteen al “New Yorker”, “Sul palco sei un po’ uno sciamano che guida la congregazione […] Sei il canale di contatto”, magari attraverso alter ego funzionali all’uscita dall’Io e per sbloccare aspetti subliminale della psiche. Dove i festival diventano “zone temporanee autonome”, come li definisce il filosofo sufi Kakim Bey, “spazi per il sogno collettivo”.

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Creature sintetiche di vita psichica aliena.

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