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Nemoralia, il festival delle Torce | Nemoria


Su Nemoria corposi cenni antropologici e pagani sulle Nemoralia, feste che alle idi di agosto (denominato Ferragosto, in seguito) gli antichi Albani celebravano per la dèa Diana sulle rive del Lago di Nemi.
Chi, tra voi, non vorrebbe immergersi in questo flusso di energia arcaica, dove la notte si trasforma in una coperta di Volontà e genius loci? Un estratto:

Il 15 di agosto, Ferragosto, è per i cristiani cattolici il giorno dell’Assunzione della Vergine Maria. Tra Genzano e Ariccia, in Via Diana, i fedeli riuniti in processione salgono dal Lago di Nemi sino al centro di Genzano. Quella che a un primo sguardo può sembrare come una canonica e rigorosa usanza cristiana, è in realtà un rito più antico e se asportiamo lo strato cristiano troviamo tracce di un eredità che risale a prima dell’Impero Romano, ai tempi in cui Roma non era altro che una piccola città e Albalonga dominava la potente Lega Latina.
È la storia di Nemoralia, o Festival Delle Torce, e del Culto di Diana Nemorense. Una storia difficile da raccontare, perché non è composta da una serie di diapositive da cui possiamo scegliere quello che preferiamo, ma piuttosto è un fiume in piena fatto di numerosissimi eventi che si susseguono in concomitanza. Farò del mio meglio.

Nei “Fasti” di Ovidio troviamo una prima descrizione di Nemoralia:
“[..]Nella Valle di Ariccia, c’è un lago circondato da scure foreste ritenuto sacro da un culto sin dalla notte dei tempi. Lungo un muro sono appesi molti pezzi di filo intrecciati e molte tavolette sono poste come dono alla Dea. Spesso donne a cui diana ha risposto alle preghiere, con una corona di fiori sulla testa camminano verso Roma portando una torcia accesa [..]”.
Vi vorrei far notare che Ovidio è nato nel 43 a.C. e utilizza il termine “sin dalla notte dei tempi”.
Secondo Plutarco parte del rituale consisteva nel lavarsi i capelli con le acque del lago e agghindarsi con fiori sui vestiti. Le classiche offerte alla Dèa includevano messaggi scritti su fiocchi legati ad altari o alberi, piccole statuine di terracotta o di pane raffiguranti parti del corpo che necessitavano di cure, oppure piccole immagini di madri con figli, o ancora piccole statue di raffiguranti cervi ma anche danze e canzoni erano ben accette. In alternativa, nei secoli successivi all’ellenizzazione si offriva aglio alla dèa Hecate, che era associata a Diana/Artemide in quanto divinità lunare: Ecate luna calante, Diana luna crescente, Selene luna piena. Facciamo ancora un salto indietro, nel 170 a.C. Catone Il Vecchio (un onorato censore di Tusculum) ci fa sapere che la fondazione del Tempio di Diana – Templum Dianae – sull’Aventino, voluto dal re Servo Tullio per accentrare il potere politico, religioso e culturale a Roma, risale al VI secolo a.C.
Lo stesso Catone ci fa sapere che le celebrazioni della Dèa avvengono nelle Idi di agosto, successivamente rinominate “Feriae Augusti” dall’Imperatore Ottaviano nel 18 a.C. da cui il termine odierno ferragosto, ovvero la festa dell’Assunzione!

Quindi già duemilacinquecento anni fa, ad agosto, lunghe processioni di torce e candele si snodavano sulle le rive dell’oscuro Speculum Dianae – antico nome del Lago di Nemi – dove le luci tenute in mano dai fedeli scintillavano riflesse sul pelo dell’acqua mescolandosi alla luce della luna. Anche le barche venivano dotate di lumi simili a quelli utilizzati dalle vergini vestali. In seguito all’acquisizione da parte di Roma del culto Aricino, la fama di Diana crebbe in maniera esponenziale e quella che era inizialmente una Dea Silvana, portatrice di luce e protettrice delle partorienti, finì col sedere vicino ad Apollo nel primo Lectisternio avvenuto nel 400 a.C.
Successivamente la cultura romana venne sempre più affascinata dalla Grecia e quindi fu quasi inevitabile per l’italica Diana venire fusa con la sua controparte greca Artemide, non solo per le loro evidenti similitudini ma anche anche perché col diffondersi del culto serviva una solida base storica che ne aumentasse il prestigio. Sebbene quello di Diana fosse un culto talmente importante che al suo sacerdote era attribuito il termine di “Rex”, già nel 400 a.C. se ne erano ormai perse le origini.
Così poeti come Virgilio presero l’immagine leggendaria di Virbio, il primo Rex Nemorensis, e lo fecero diventare l’eroe greco Ippolito, figlio di Teseo, che venne fatto uccidere da Afrodite per vendetta. Tuttavia, su richiesta di Artemide, questi viene riportato in vita da Asclepio, il dio della medicina e della necromanzia, che si era innamorato di lui.
Nel VII canto dell’Eneide il poeta prosegue l’epopea dell’eroe e ci narra che dopo la resurrezione, Ippolito viene trasportato da Diana sui Monti Albani, qui ella gli impone un nuovo nome: Virbio, ovvero “nato due volte“. Il giovane istituisce nel Lazio il culto della dèa, sposa la giovane ateniese Aricia e fonda una città cui dà il nome di lei, diventandone re. Genera poi con Aricia un figlio, anch’esso chiamato Virbio, che gli succede nel regno.

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