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Le conseguenze dell’intelligenza artificiale – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che prova a sondare gli aspetti intrinseci all’uso delle intelligenze artificiali, in cui è facile trovare criticità che vanno oltre i (pochi) benefici per la nostra civiltà e cultura, nonché per la nostra esistenza.

Tra la fine del 2021 e linizio del 2022 sono usciti due libri molto importanti sullintelligenza artificiale (IA). Conviene leggerli insieme, come due gemelli eterozigoti. Il primo è quello di Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dellIA (versione italiana delloriginale inglese Atlas of AI. Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2021); il secondo è quello di Luciano Floridi, Etica dellintelligenza artificiale. Il primo rappresenta la pars destruens del discorso pubblico sullIA, il secondo, invece, la pars costruens (che io ometto in questo post, perché fondamentalmente lo ritengo inguaribilmente ottimista e fiducioso verso il regime economico mondiale – ndr).

Il libro della Crawford ha il merito di rendere estremamente visibile linfrastruttura planetaria che si nasconde dietro lo sviluppo e la diffusione di sistemi di IA e di rappresentarci questa infrastruttura come la versione contemporanea di precedenti forme di industria estrattiva. La creazione di sistemi di IA è strettamente legata allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie del pianeta, di manodopera a basso costo e di dati su amplissima scala (p. 22). Crawford ci mostra come lintelligenza artificiale «nasce dai laghi salati della Bolivia e dalle miniere del Congo, ed è costruita a partire da set di dati etichettati da crowdworkers che cercano di classificare azioni, emozioni e identità umane. Viene utilizzata per guidare droni nello Yemen, per guidare la politica migratoria degli Stati Uniti e per definire, in tutto il mondo, le scale di valutazione del valore umano e del rischio» (p. 250).

Il libro è diviso in sei capitoli, in cui Crawford prende in esame gli impatti ecologici dellIA (Terra), le conseguenze dellIA sul lavoro (Lavoro), il modo predatorio in cui sono stati raccolti i dati su cui i sistemi di IA sono stati addestrati (Dati), i modi in cui si è affermata la logica classificatoria che sta dietro lIA (Classificazione), lillusione di aziende e agenzie militari di rendere le emozioni calcolabili e prevedibili (Emozioni), il ruolo dello Stato nello sviluppo dellIA (Stato) e una riflessione finale sui tipi di potere a cui è funzionale lIA. In ognuno di questi sei capitoli, Crawford assesta una critica ben documentata alla retorica tecno-ottimista, che racconta lIA come la soluzione a tanti problemi sociali e ambientali. Crawford parte dalla materialità dellIA, dalla sua necessità di suolo ed energia, ne espone il pericolo per lambiente e per il lavoro umano, ne ricostruisce la storia, facendo emergere la natura «coloniale» del modello estrattivista che ha permesso laccumulo dei dati sui quali lIA viene allenata e ne evidenzia la capacità di sorveglianza e controllo sociale da parte di Stati e aziende. In questa ricostruzione accurata, lIA non produce niente di buono e non è intesa come una tecnologia neutrale, che può essere usata in modi positivi o negativi a seconda di chi la imbraccia. Finora, ci dice Crawford, lIA ha avuto solo un impatto negativo sullambiente naturale e sulla società, perché rappresenta il naturale proseguimento di un modello di sviluppo – quello del capitalismo industriale – che è di base estrattivo e predatorio.

Al di là di questa posizione che qualcuno potrebbe definire «radicale», il libro di Crawford ha, tra gli altri meriti, quello di descriverci lIA non come una semplice tecnologia o un insieme di innovazioni tecnologiche, ma come un apparato socio-tecnico, o socio-materiale, animato da una complessa rete di attori, istituzioni e tecnologie. LIA per Crawford è «unidea, uninfrastruttura, unindustria, una forma di esercizio del potere; è anche una manifestazione di un capitale altamente organizzato, sostenuto da vasti sistemi di estrazione e logistica, con catene di approvvigionamento che avviluppano lintero pianeta» (p. 25).

Considerare lIA non come una tecnologia ma come una complessa rete materiale composta di risorse naturali, combustibili, lavoro umano, infrastrutture, logistica, storie e classificazioni ci permette di rendere visibili tutti gli attori che orbitano attorno ad essa, e comprendere che, come tutte le tecnologie, anche i sistemi di IA sono il frutto di ampie strutture sociali e politiche. Se lIA è «un insieme di pratiche tecniche e sociali, istituzioni e infrastrutture, politica e cultura» (p. 16), allora il suo impatto non dipende dalla tecnologia in sé, ma dalla sua costruzione sociale, cioè dal modo in cui una data società, in base ai propri valori, si approprierà di questa tecnologia.

Il problema, per Crawford, è che lIA non è una «nuova» tecnologia che dovremmo essere in grado di governare in futuro per trarne dei benefici: lIA ha già una lunga storia alle spalle. LIA che oggi viene impiegata in diversi settori della società, della politica e delleconomia è il frutto di un capitalismo coloniale e predatorio. I sistemi di IA sono quindi espressioni di potere che discendono da forze economiche e politiche più ampie, creati per aumentare i profitti e centralizzare il controllo nelle mani di coloro che li detengono. LIA non è una tecnologia intrinsecamente buona o cattiva, non è questa la domanda da porci. Bisogna chiedersi al servizio di chi funziona, quali poteri agevola.

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