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Archivio per settembre 25, 2022

The horizon


Disinvolti come intere legioni di demoni, i pensieri volano imperscrutabili verso la linea dell’orizzonte, che non esiste, che è solo una definizione arbitraria di chi ha limiti.

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Continuando a parlare di Roger Waters, vorrei fare un piccolo salto indietro e rievocare un suo concerto di venti anni fa, forse il suo più intimo a cui ho assistito, pregno del senso floydiano ma anche per pochi sodali, dove vederlo in azione sul palco a pochi metri ha ancora i miei occhi un valore inestimabile, pur se all’epoca Roger non aveva con sé tutto l’apparato tecnologico – ora molto più che floydiano – ma di cui s’intuiva comunque la presenza.
Ho pescato dalla Rete questa recensione dell’epoca, e mi ci specchio quasi totalmente, anche se ricordo che i due chitarristi non arrivavano a fare mezzo Gilmour 🙂
Roma, stadio Flaminio, 12 giugno 2002, un abisso di tempo riesumato su XTM

Non siamo neanche arrivati al cancello d’ingresso, io e Pink, che iniziamo a sentire, proveniente dall’interno dello stadio, il riff inconfondibile di “In The Flesh”. Sono le 8 di sera, il sole splende ancora altissimo. “Non ti preoccupare, Floyd”, mi fa Pink, “sarà l’impianto di diffusione”. Macché, il concerto è già partito, e d’altro canto l’avevano detto che sarebbe iniziato puntuale per evitare di finire in tarda serata e distruggere la quiete agli abitanti del quartiere.
Inizia una forsennata corsa verso l’erba verde del Flaminio, “The Happiest Days Of Our Lives” e siamo ancora virando sotto le tribune. Entriamo al coro di “We don’t need no education, we don’t need no thought control”, con la Roger Waters Band che alla luce del sole esegue una versione ad altissima fedeltà di “Another Brick In The Wall”. E non ci sono cinismi che tengano, perchè è un momento realmente emozionante: fino a un paio di mesi prima mi stavo rassegnando all’idea che avrei stirato le zampe senza ascoltare mai una nota dei Pink Floyd dal vivo, e invece l’evento sta avendo luogo, proprio di fronte ai miei occhi.
Sempre da “The Wall”, Waters attacca la lenta, struggente “Mother”, ed è il momento di guardarsi intorno: pubblico tra i 10 e i 70 anni di età, tutti con un sorrisino ebete stampato sul viso tranne, presumibilmente, quelli seduti in tribuna, imbufaliti per aver pagato 60 euro (molto più di noi che stiamo sul prato) ed essere relegati in una posizione di sguincio, dato il cambio di venue al Flaminio dal previsto Olimpico (dove avrebbero avuto diritto a una eccelsa postazione di fronte al palco). “Brezhnev took Afghanistan, Begin took Beirut”, attacca Waters, affiancato dai suoi chitarristi Snowy White e Andy Fairweather-Low, e dal tastierista Chester Kamen, fratello di Nick. Arriva anche “Southampton Dock”, mentre sui megaschermi, che dovrebbero proiettare immagini mirabolanti, continua a vedersi poco o nulla, causa sole. All’esecuzione di “Pigs On The Wing” e “Dogs” (da “Animals”) mi è ormai chiaro che si tratta del concerto da stadio con il miglior sound che abbia mai visto, in perfetta tradizione pinkfloydiana. Calano finalmente le prime ombre della sera, e durante “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (unica concessione ai Pink Floyd pre-1970) si vedono finalmente nitidamente le prime immagini dai megaschermi: sono Waters, Gilmour, Mason e Wright, ripresi mentre si rotolano in un campo di grano in un pomeriggio inglese degli anni sessanta, giovanissimi e psichedelicissimi. Vengono concessi anche dei momenti di gloria alle tre coriste; una di loro, quella che fa l’assolo, è la mitica P.P. Arnold, “Incise due album sul finire degli anni ’60 per l’etichetta Immediate di Loog Oldham, il manager degli Stones”, informo enciclopedico il buon Pink, “il primo è eccezionale, il secondo molto meno, anche perché uscito in un momento in cui l’etichetta stava collassando…”
Discorso interrotto dall’arrivo, in sequenza, di “Shine On You”, “Welcome To The Machine” e “Wish You Were Here”, un terzetto che lascia me e tutti i presenti con la bocca aperta e le orecchie in tiro.
C’è un break di 20 minuti, che serve a malapena per rifiatare. Si ricomincia con quello che è il clou del concerto e, in ultima analisi, il vero motivo per cui 20.000 persone sono riunite stasera su questo prato dove di solito si gioca a rugby: la sequenza di brani tratti da “The Dark Side Of The Moon”, partendo dal battito cardiaco di “Breathe”, passando per “Time” e concludendo con una ballabile versione di “Money”.
Mi viene in mente, ascoltando quei brani immensi, eseguiti live con una precisione e un’alta fedeltà colossale, di come a volte dimentichiamo (tutti) che “Dark Side” è e resta un caposaldo della musica che in difetto di migliori termini definiamo “rock”. Troppo spesso, certa critica un po’ troppo snob ha storto il naso di fronte al successo universale e un po’ “nazional-popolare” di quell’album datato 1973 e, citando i Pink Floyd, ha magnificato i dischi dell’epoca Barrett per sminuire quelli, diversi ma altrettanto grandi, del periodo Waters. E in cima alle classifiche dei dischi più influenti di tutti i tempi ci andavano regolarmente cose tipo “The Velvet Underground & Nico”, mentre “Dark Side” non riceveva neanche lo straccio di una citazione. Ha influito, su “quella” critica, l’epiteto di “dinosauri” con cui le nuove leve del punk definirono la generazione dei Led Zeppelin, degli Stones e, certo, dei Floyd; e forse anche la famosa t-shirt indossata da Johnny Rotten in alcuni concerti del ’76, recante la scritta “I Hate Pink Floyd”. Ma un mondo senza “Dark Side” sarebbe, musicalmente parlando, molto più povero. Per fare un esempio, una band come i Flaming Lips di “Soft Bulletin” e “Yoshimi” non è assolutamente concepibile se eliminiamo dall’equazione l’epopea sul “lato oscuro della luna”.
La suite di cui sopra viene intervallata da alcuni pezzi tratti dai dischi solisti di Waters, tratti dal valido “The Pros And Cons Of Hitchhiking” e dagli sbiaditi “Kaos Radio” e “Amused To Death”, poi veniamo rispediti sulla luna, con “Brain Damage” ed “Eclipse”, splendidi come li conoscevamo. Waters, che fino a quel momento è rimasto fisso al centro del palco, fa una passeggiata dalle nostre parti, e riusciamo finalmente a vederlo da vicino. “’Ammazza, quanto è vecchio”, è il lapidario commento di Pink, che purtroppo corrisponde a verità: capelli bianchi e abbondanza di rughe, sembra quasi un reduce, come se il Tenente Waters protagonista di alcune delle sue canzoni fosse tornato indenne dallo sbarco di Anzio per offrirci una dissertazione in musica sui suoi orribili incubi di guerra.
Si finisce in crescendo, con “Comfortably Numb”, uno dei migliori episodi (il migliore?) da “The Wall”. C’è tempo per una encore, la nuovissima “Flickering Flame”, unico pezzo inedito contenuto nell’appena uscita compilation di brani del periodo solista.

Poi tutti a casa, anzi, nel nostro caso, al pub, a discettare del perché e del percome le canzoni epocali che Waters scrisse quando aveva tra i 20 e i 30 anni siano nettamente superiori a quelle prodotte in età più matura; e di come vedere Waters (il songwriter) sia ben più significativo che non assistere ai Floyd di Gilmour, Mason e Wright, che sono sempre stati dei semplici, benchè validi, esecutori.

This Is Not A Drill Tour Review: The Genius of Roger Waters


Una recensione al tour attuale di Roger Waters (This Is Not A Drill: sarà davvero l’ultimo?), in particolare per la data di San Francisco; vi lascio ad alcune note in inglese del recensore ThePaltrySum:

Before I carry on, I will say this. If you don’t have tickets to see Roger’s This Is Not A Drill performance, if you even have the vague notion that you ‘might like to go to the show’, stop reading this review right now, fire up ticketmaster and buy two tickets, in the most expensive seats you can afford. Just do it. You can read the review and salivate at the prospect of getting to experience this goodbye tour from Waters after. You will not regret it, and might even consider me quite a stand up kinda girl for giving you the hint. After all I could simply have not told you, and then you would be missing out on seeing what was the best show of my lifetime, and that would just be sad.

When we took our seats, in the center of the top end section of the stadium I became acutely aware of the problem that performing in the round poses. Everyone wants to see Roger and the rest of the performers, and everyone in there needs to get a good look at the light and projection show, which absolutely makes This Is Not A Drill into the masterpiece it is. The sight of crossed hammers with This Is Not A Drill written under them greeted the audience, being beamed in by an uncertain and sometimes fuzzed out interrupted transmission.

More importantly perhaps, Roger’s heart is clearly in the right place. Roger is the ultimate hippy child, all grown up, who always did see the wolf knocking at the door, and started to warn us all in the 70s that the ‘Lunatics (were) on the grass’, trying to cut all us little people up into lamb chops, to mix my album metaphors. Tonight there was plenty of material from both Animals and Dark Side of the Moon. In fact Roger played for 2 and 3/4 hours. Track after perfect track, stunningly presented, perfectly played and proving who Pink was this whole damn time. It was Rog. You see Roger can do Floyd without Mason or Gilmour, but Gilmour cannot do Floyd adequately without Roger. Heck Waters even have a new guitarist and singer of Money, whose name is also David. The fact is the New David’s guitar work is every bit as luscious as Dave “Killer” Gilmour’s, it is every bit as perfect as David’s work on the albums. The New Dave doesn’t go off the beaten track and improvise like Old David does, but in my mind that is good. People love the albums. They want to hear it like it is on the album, not feel sad because their favorite song sounds different. We need that soaring arpeggio. The audience thirsts to hear the songs that are part of their life, their social awareness, their friends, their comfort, exactly how they are on the albums, and for the most part, Roger gives us boys and girls exactly what our hearts desire.

Shock termico


Lo shock termico di una profonda visione, sottile, resa insostenibile dalla vividezza.

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