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Archivio per settembre 27, 2022

Invadere gli altri piani


L’effetto è quello di una visione fuori da ogni parametro di riferimento, lo sconcerto che ne deriva è la sensazione di una complessa riga di contenimento che, di fatto, invade il tuo piano psichico.

Fuoco interiore


Una veloce estinzione del fuoco interiore gioca come una complessa epifania che ha risvolti meno lieti, non appena si voltano le spalle e si guardano particolari che prima non erano evidenti.

Estratto da “Il piano psichico”, di Sandro Battisti @ “L’orlo dell’Impero, Delos Digital


Il funzionario primario Cocles e il catapano Paleglo, esponenti dell’Impero Connettivo, sono chiamati a rapporto dal prefetto Valenxiano, amministratore della colonia nettuniana sigillata ai venefici eventi atmosferici sotto una cupola geodetica, per prevenire una non meglio precisata cospirazione: i tempi gloriosi dell’impero sono lontani e l’imperatore Totka_VIII si trova a fronteggiare una decadenza disperata, che agli osservatori esterni appare irrimediabile.
In un ambiente ostile di gelo e ammoniaca il flusso di un mondo alieno intrecciato agli aumenti mentali della colonia postumana sembra sbocciare in strani avvenimenti psichici, in cui la flessuosa amante del prefetto pare avere un qualche ruolo: ma quale? Chi sarà il dominus dello scacchiere nettuniano e chi, nell’ambito del dominio dell’Impero Connettivo, otterrà il precario dominio politico?

Per la collana L’orlo dell’Impero di DelosDigital è uscito poche settimane fa la novelette Il piano psichico, ambientata nell’Impero Connettivo di cui tratteggio un periodo  di decadenza estrema, posteriore all’età aurea dell’imperatore Totka_II e del suo attendente postumano Sillax; mi fa piacere, quindi, farvi un piccolo omaggio incollando qui sotto l’incipit, buona lettura:

La città si stendeva sotto di lui e sembrava accoglierlo nel suo infinito spleen. La notte come una piccola tepee proteggeva il suo stato d’animo, mentre dal basso salivano i vapori del ghiaccio d’ammonio che sapevano di conservazione inumana. “Troppe guglie sullo sfondo”, pensò Valenxiano: vedeva contorni di edifici che sfumavano nell’indefinito di un incendio sviluppato altrove, le ceneri della gelida combustione per scaldarsi le ossa che svolazzavano nell’aria e bruciavano i vestiti su cui si posavano: per quello lui si teneva al sicuro, ben sotto la loggia.
— Hai mai osservato questa scena fin nei dettagli più spinti? — chiese voltandosi verso un’ombra che gli era dietro, a qualche passo di distanza. Oltre la balaustra, oltre la cupola geodetica, l’inferno di Nettuno viveva di ammoniaca e metano mentre piccole nubi d’idrocarburi esalavano un senso di mefitico, di sintetico allo stesso tempo, una strana alchimia di attraente disagio che conquistava chiunque si spingesse nella città di frontiera, sede della Prefettura imperiale. — Hai mai pensato che sarei stato qui, stanotte — continuò Valenxiano — a respirare questo blastoma atmosferico, a cingere con la mia stessa psiche il fuoco kelvin che arde qui sotto? In questo lago d’idrogeno, non vorresti anche tu interpretare un incauto tuffatore, mio caro Essio?
Dal fondo oscuro dell’enorme salone dei discorsi salivano fruscii, come lo strusciare di abiti. — Pensare in questi contesti così lontani da ogni esigenza biologica non significa poi molto — rispose con una voce bassa da lì dietro l’altro, che evocava l’immagine di una caverna su un altopiano a dominare il basso sterminato di sentieri per carovane; l’icona del selvaggio West terrestre in chiave aliena, ma almeno tre o quattrocento volte più ostile, si fece rapidamente strada nella mente di entrambi.
— Rimani dove sei, alla fine è meglio che tu sia avvolto dall’ombra — intimò Valenxiano dal balcone rivolgendosi verso il fondo della sala, mentre con un gesto repentino inforcava la balaustra e si lasciava dondolare nel vuoto malsano, che minacciava di uccidere al solo alzarsi dei miasmi.
— Forse non è il caso, mio signore… — obiettò debolmente Essio, esponendosi a una lamella di luce che arrancava dal finestrone, mostrando una sorta di posa teatrale che firmava coreograficamente lo scavalcamento del balcone dell’altro.
— Perché? — domandò leziosamente allora il prefetto, osservando la gelida scena sottostante con un misto di concupiscenza e terrore ipnotizzato. Dal fondo del salone, per un’intera eccessiva sequenza di secondi, non giunse alcuna spiegazione; il silenzio strozzato che li stava dividendo era peggio di una qualsiasi finta risposta, invitava a perseguire ciò che si era minacciato.
— Guardami, Essio, e racconta a chi sai ciò che hai visto questa notte — salmodiò Valenxiano con una voce stentorea, teatrale, che rasentava una forma di lucida follia prossima al delirio di onnipotenza. Subito dopo si lasciò andare giù con un’eleganza da illusionista; istupidito dal momento, Essio se ne rese conto con un attimo di ritardo, poi corse immediatamente verso la ringhiera per un motivo che non poteva essere diverso dalla morbosa curiosità, obbediente all’ordine di testimoniare una fine che già sapeva di dignità, di un’onorabilità che si amplificò a dismisura non appena fu possibile apprezzare le eleganti giravolte che Valenxiano stava compiendo nel vuoto, avvitandosi nel nulla con una grazia sconosciuta: sembrava un saltimbanco divenuto improvvisamente poeta, i riflessi vellutati del buio e dell’atmosfera venefica di Nettuno ne rivestivano il corpo di un mantello che riluceva di eternità modificata mentre a peso morto, giù per la gravità modificata del pianeta alieno, era prossimo a esserne risucchiato. Essio capì che l’acrobata era pronto da molto per il suo numero più eclatante; osservò allora Valenxiano nell’istante precedente all’impatto quando, con un colpo di reni, raddrizzò la caduta e unì rigidamente le gambe affusolate: appariva come un ballerino del Bolshoi con la calzamaglia bianca e le calzature di tela leggera, dotato di un’eleganza raffinata che per un istante fluttuò parallela alla superficie del lago per un’eternità lunga quanto i ricordi premorte, tanto da farlo sembrare allineato per sempre al pelo dell’acqua da un’invisibile propulsione jet.

Il libro digitale è scaricabile a 1,99€ cliccando sul DelosStore o sugli altri store online.

Appena oltre


Le evidenze di un costrutto illogico risplendono di una bellezza surreale, appena oltre le barriere della tua usuale esistenza.

La nostra recensione di “Un’altra realtà” di Arthur Machen | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Un’altra realtà, volumetto antologico di Arthur Machen curato da Pietro Guarriello per i tipi di DagonPress. Un estratto:

L’arco temporale di questa antologia va dal 1890, anno di pubblicazione di Il grande dio Pan, fino al 1937, anno in cui Machen smette di scrivere.
I racconti qui pubblicati sono inediti o minori, ma non per questo non degni di interesse. È anzi forse in queste righe che possiamo trovare il Machen più autentico, oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti di H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.

Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore e soprattutto al più famoso Il grande dio Pan, un romanzo potente ed evocativo che riporta alla luce antiche leggende pagane ed è basato sul concetto del “male” come parte integrante della realtà. È questa una tematica che lo scrittore affronterà con molta efficacia all’inizio del racconto Il popolo bianco (The White People), con cui raggiunge vette altissime anche grazie all’utilizzo sapiente di un’atmosfera realmente maligna.

Rispetto ad Algernon Blackwood e ad altri autori del genere, in Italia Machen ha incontrato un maggior consenso: sono infatti numerose le pubblicazioni a lui dedicate (un esempio sono Il cerchio verde pubblicato da Providence Press e Un frammento di vita delle Edizioni Hypnos) e per nostra fortuna si continua a rendere disponibile materiale inedito ed edito come dimostra questa deliziosa raccolta.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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