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Incipit di “Perama” @ “L’orlo dell’Impero”, Delos Digital


Vi incollo qui sotto l’incipit di Perama, il racconto che apre una lunga serie di racconti ambientati su Nèfolm, la capitale dell’Impero Connettivo; editore è Delos Digital, la label in cui esce è L’orlo dell’Impero. Il libro digitale (copertina di Ksenja Laginja) è scaricabile a 1,99€ cliccando sul DelosStore o sugli altri store online.

Eufrax, il capo di quello che era la perfezione organizzativa LogNCE – Logistic New Connective Empire – è fermo davanti a me e attende una mia risposta. – Axis, ho bisogno di quel dispaccio – mi sollecita; lui è il dirigente di ciò che rimane della struttura logistica della New Connective Empire, un organismo rimasto attivo anche dopo che la pars multidimensionale dell’Impero Connettivo di Sillax, il plenipotenziario dell’imperatore alieno Totka_II, e la pars più eterea dell’imperatore Totka_II, si erano riunite.
– Quale dispaccio? – chiedo allora sinceramente perplesso, scuotendomi dai miei pensieri, guardando l’ologramma della LogNCE che si agita sul mio petto, leggermente spostato da una boccola connettiva scapolare.
Raccontare la storia dello split imperiale sarebbe un atto di prolissità, ma quello che posso affermare è che l’imperatore, a un certo punto, era assurto a una trascendenza eterea più confacente al suo stato di alieno nephilim, mentre invece il plenipotenziario postumano Sillax teneva insieme l’NCE, la parte fisica dell’Impero. In un altro tempo successivo – perché l’Impero Connettivo è un’entità politica e imperiale che domina lo spazio, ma anche il tempo, rendendole illusioni – le due pars si sono ricongiunte, e io vivo proprio a valle di quella riunificazione, o se si preferisce “oltre la restaurazione”. Il concetto di valle o monte in relazione al tempo, me ne rendo conto, ha un senso davvero lasco nell’ambito dell’integrità referenziale imperiale, ma proprio per rendere le idee integre continuo a usare esempi deterministici, non relativi, con tutto quello che ne consegue se parliamo di un continuum che è indeterminato, governato dalla gravità quantistica, dalla somma delle innumerevoli slide di realtà quantiche che si solidificano in una sorta di tangibilità fisica, reale, come può essere il carapace di una tartaruga.
– Quello col glifo multidimensionale – mi risponde secco Eufrax. E da quella specifica si apre un mondo di visioni e connessioni che avevo accantonato con la recente dipartita di mio padre. Mi ci tuffo dentro, ho un brivido e rivedo il glifo di cui mi chiede conto.
È un sigillo, ma non imperiale, bensì sumero. L’energia accumulata da quel segno grafico ha attraversato l’illusione del tempo e si è presentato a noi della LogNCE come un maglio inalterato di potenza e lucida decisione; attraverso i suoi simboli cuneiformi v’intravedo i segni della vita, le dinamiche dei punti nodali da cui si dipana l’energia, le interconnessioni cognitive che hanno una loro multidimensionalità espressiva e rendono palese quanto l’uso delle parole umane sia una limitazione che rasenta il criminale, l’ignoranza più profonda data dalla mancanza di un metodo espressivo davvero complesso ed esaustivo comporta. Nessuno sembra rendersi conto di questa verità, solo chi conosce bene l’uso della parola capisce quanto sia limitante il suo uso.
Con il glifo la cosa è completamente diversa: non è un ologramma, che a sua volta è una sorta di tecnicismo interpretabile con artifici tecnologici, parliamo invece di un segno che ha radici nel magico e ha insiti nella sua semantica un vasto set di significati e istruzioni, filosofie intere che sanno di antico, di preumano, di inumano.
Eufrax mi guarda accigliato: – Allora? – sta esaurendo la pazienza.
– Lo lavoro subito, devo averlo iniziato e lasciato in qualche angolo operativo quando ho dovuto abbandonare l’operatività, perché mio padre…
Ricordo l’ultima volta che ho visto i tuoi occhi vivi. Li ho ancora dentro di me, come se si fossero appena chiusi; erano liquidi, stanchi, tu quasi non c’eri più: mi stavi salutando? O forse mi comunicavi che eri allo stremo, alla fine della corsa; che mi amavi, o che prendere il congedo non è mai semplice, né lineare, che l’enorme massa dei pensieri che si aggrovigliavano nella tua mente esausta e dolorante erano impossibili da raffinare, non potevano essere resi fluidi, e che la somma di tutte le tue azioni assumeva un enorme gusto amaro; il simbolo dell’epilogo era forse una matassa di emozioni che ti dilaniavano il cuore?

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