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No, non è l’egemonia. Cosa c’è in ballo nello scontro tra Cina e Stati Uniti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, saggio politicoeconomico di Raffaele Sciortino uscito per Asterios; uno largo stralcio:

Lo scontro tra Cina è Stati Uniti è solo all’inizio. Si tratta di una complessa e inevitabile sfida sistemica dagli esiti quanto mai incerti. La Cina, per quanto rapidamente ascesa al rango di potenza mondiale, è ben consapevole di essere più debole del suo avversario e per questo non può e non vuole sfidare l’egemonia americana a livello planetario, per quanto essa risulti indebolita. E questo sia detto con buona pace degli antimperialisti d’antan, quelli che mai hanno elaborato fino in fondo il lutto per la scomparsa della vecchia Unione Sovietica e per questo immaginano un mondo multipolare in cui possa risplendere la stella del nuovo stato guida socialista. Ciò detto l’imperialismo è una questione quanto mai seria e gli esiti dello scontro tra Cina e America saranno fondamentali per le sorti dell’umanità intera. Con buona pace, questa volta, dei puristi della lotta di classe per i quali l’unica cosa importante è lo scontro diretto tra borghesia e proletariato, concepito in una sorta di vuoto geopolitico generalmente privo di riferimenti alla dimensione bellica.
Questo è solo un piccolo assaggio, con l’aggiunta da parte nostra di un pizzico di pepe polemico, dal ricco ed elaborato piatto rappresentato dall’ultimo libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Si tratta di un testo in cui la geopolitica non è considerata come mero scontro tra potenze statuali ma è concepita come “economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo”, capace di tenere insieme contraddizioni inter-borghesi e di classe, competizione inter-capitalistica e crisi socio-politica. Strutture, strategie, contingenze è il sottotitolo del libro che esprime il tentativo di dare conto sia degli ineludibili meccanismi oggettivi che governano il nostro mondo a livello planetario sia delle istanze progettuali collettive che cercano di modificare il contesto di riferimento. Il tutto nell’ambito di un processo che rimane aperto a differenti esiti, benché essi non risultino certamente infiniti e indefiniti.
“Il sistema dollaro-centrico è in prima istanza una struttura costituitasi e consolidata nei decenni tra dinamiche concorrenziali inter-capitalistiche e lotte di classe nel quadro dell’egemonia mondiale statunitense. Serve a oliare e a “chiudere” il circuito internazionale della produzione di valore; non è dunque una pura escrescenza monetaria e finanziaria così come l’economia statunitense non è “vuota” di attività produttive detenendo ancora la leadership in molti settori a tecnologia avanzata, intrecciati alla ricerca e produzione di guerra, dall’informatica alle tecnologie della comunicazione, dall’industria della salute all’agro-industriale, ai brevetti e ai diritti di proprietà intellettuale. Siamo, piuttosto, di fronte alla forma assunta dalla riproduzione del capitale sociale complessivo nel quadro del passaggio alla sussunzione reale del lavoro1.

La centralità degli Stati Uniti assicura oggi la tenuta della riproduzione del sistema capitalistico a livello mondiale. La loro funzione è nel breve-medio periodo insostituibile secondo Sciortino. La cosiddetta globalizzazione, di cui gli Stati Uniti sono il perno, è la configurazione raggiunta dal mercato mondiale che rappresenta l’arena cruciale per l’estrazione e la realizzazione del plusvalore. Non si tratta di una semplice politica che si possa impunemente dismettere, con buona pace delle illusioni “sovraniste” di restaurare mercati autosufficienti a livello nazionale o regionale.
Il problema nasce dal fatto che l’attuale configurazione del sistema capitalistico non può prescindere neanche dalla Cina che negli anni si è ritagliata il ruolo di fabbrica del mondo con un bacino di forza-lavoro enorme e a basso prezzo. Le catene globali del valore, vera novità della globalizzazione di fine Novecento, passavano per la Cina, importatrice di semilavorati e assemblatrice di prodotti finali da rivendere sui mercati mondiali, principalmente nord-occidentali. 
Questa struttura è in primo luogo minata da un’accumulazione sempre più asfittica su scala mondiale con la crisi storica della profittabilità nel ruolo di “variabile indipendente”. La globalizzazione è al palo con gli investimenti diretti esteri che da un decennio mostrano un trend discendente. Le catene globali del valore, dopo anni di tumultuosa crescita, sono in fase stagnazione e di riorganizzazione, con la tendenza a regionalizzarsi intorno ai tre hub statunitense, tedesco e cinese.
In questo contesto cresce l’insofferenza di attori rilevanti del sistema internazionale verso il prelievo operato dagli Stati Uniti sulle catene del valore globale. Prelievo sempre più oneroso e destabilizzante per il capitale nel suo insieme e per quello cinese in particolare. Tutto ciò acuisce la contraddizione tra l’ascesa dell’economia cinese, che ha fatto emergere una spinta in loco alla crescita dei salari e al reinvestimento dei profitti, e la dinamica della profittabilità nell’Occidente imperialista.

Come reagiscono Stati Uniti e Cina di fronte a questa impasse strutturale? E siamo così giunti alle strategie. In estrema sintesi la Cina si propone di risalire le catene del valore, posizionandosi su produzioni tecnologicamente più avanzate e più profittevoli, gli USA cercano di impedirglielo. Per gli Stati Uniti l’obiettivo è quello di

“affrontare la Cina ma da posizioni di forza, giocando contestualmente su almeno tre piani: tecnologico (dalla guerra prevalentemente commerciale alla guerra tecnologica), strategico-militare (quadrante dell’Indo-Pacifico), diplomatico (nuove alleanze in funzione del contenimento anti-cinese)2“.

Quali sono, in conclusione, i possibili esiti dello scontro sino-americano? Il libro recensito ne elenca tre. O forse sarebbe il caso di dire due, perché il primo menzionato da Sciortino, il multipolarismo, può rappresentare a suo giudizio al massimo una fase transitoria, come storicamente è sempre stato nel modo di produzione capitalistico, annuncio di un’aspra competizione inter-capitalistica. Una seconda possibilità è quella di un crollo della Cina che potrebbe anche portare, come esito estremo, al suo smantellamento come stato unitario. Si tratterebbe per Sciortino dello scenario peggiore perché darebbe fiato a ulteriori decenni di dominio imperialista.
Su questo punto occorre essere chiari e ribadire quanto già accennato nell’apertura di questa recensione. A partire dalla valutazione appena riportata, infatti, qualcuno potrebbe avere la tentazione di utilizzare alcune delle analisi contenute nel testo di Sciortino per sostenere una sorta di frontismo filocinese. Ma non è questa la posizione dell’autore che non crede né alla via cinese al socialismo né alla sua possibile vittoria. La Cina altro non è che un capitalismo più debole nei confronti del suo antagonista statunitense, costretto a lottare per non soccombere. Dati i rapporti di forza, è questo il punto dirimente, il gigante asiatico “non può vincere, ma può resistendo contribuire all’approfondimento delle contraddizioni sistemiche (il che peraltro non è certo nelle intenzioni di Pechino, a scanso di fraintendimenti filocinesi)”7. E così arriviamo al terzo scenario:

“Quello di un lungo processo di disarticolazione sistemica che condurrebbe o verso una situazione di caos e “barbarie” dai contorni oggi difficilmente immaginabili, ma potrebbe altresì porre le basi per una fase di transizione a un’organizzazione sociale non capitalistica tra crisi, guerre, rivoluzioni, nella quale si giocheranno le alternative di fondo, a questo tornante della storia, non tanto per questa o quella comunità nazionale (del capitale) quanto per la presenza della comunità umana nel mondo8.

A tal fine l’approfondimento della crisi globale è una condizione necessaria ma non sufficiente perché occorrerebbe mettere in campo forze collettive con adeguate volontà e strategie. Ma qui è la contingenza, apparentemente poco propizia, a farla da padrona.

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