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L’orrenda vergogna delle leggi razziali fasciste


Va ricordato che il 15 luglio 1938 ricorre un’infamia. Per ordine espresso del Duce viene pubblicato sul Giornale d’Italia un documento ufficiale, sotto il titolo “Il fascismo e i problemi della razza”. Una lettura che crea angoscia e vergogna. Eccola, a futura memoria di tutti, anche di chi pensa che il fascismo abbia fatto cose buone. Ecco il decalogo, pregno di incredibili falsità e meschinità, l’orrendo disonore che deve perseguitare chi ha anche lontane fantasie fasciste. Tornate nelle fogne.

“Il ministro segretario del partito ha ricevuto, il 26 luglio XVI, un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, che hanno, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, redatto o aderito, alle proposizioni che fissano le basi del razzismo fascista.

1. Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.

2. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.

3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.

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Verso il “TimeWave Zero”: Psichedelia ed Escatologia in Terence McKenna – A X I S m u n d i


Bellissimo articolo, su AxisMundi, che traccia la via di Terence McKenna, storico punto di riferimento per la cultura psichedelica e trascendentale, che grazie alle sue idee rivelatrici ha saputo costruire attorno a sé un consenso ricco di rimandi allo sciamanesimo, all’esoterismo, alla filosofia e alle leggende antropologiche su fate, gnomi, esseri agenti di un mondo surreale che riemerge con l’esperienza psichedelica, ma non solo. Un estratto:

L’esistenza di questa dimensione invisibile dietro quella visibile, tema classico dello sciamanesimo di tutto il mondo, fu per McKenna una rivelazione strettamente connessa con le esperienze psichedeliche. Non solo: McKenna teorizzò anche che tale “mondo invisibile” si trovasse al di sotto o dietro le “barriere del linguaggio”, da ciò derivandone che, una volta oltrepassata la barriera linguistica “umana, troppo umana” si sarebbe sperimentato l’accesso a una dimensione trans-linguistica e trans-reale, quale era appunto quella spalancata dalle esperienze con la psilocibina o con il DMT:

« La capacità degli allucinogeni di annullare i confini disgrega le barriere del linguaggio. Queste piante ci mostrano che la superficie della realtà non è tale, ma è solo la superficie del nostro particolare linguaggio, che a quel punto sparisce svelando cosa c’è sotto. » 

McKenna collega questa sua teoria al fenomeno della glossolalia spontanea, particolarmente comune sotto l’effetto di sostanze psicotrope di quelle del tipo sopramenzionato:

« È come se la psilocibina fosse un feromone che stimola l’attività linguistica, un tentativo di connettere in qualche modo l’intenzionalità linguistica all’ontos dell’essere. Ed è come se le parole ti sgorgassero dalla bocca, si dà vita alle parole. E queste concrescenze di significato hanno poi creato quella specie di ambiente unitario che chiamiamo comprensione. »

Giunse quindi alla conclusione che, sotto la barriera del linguaggio, esistesse un “linguaggio” ordinariamente invisibile e al tempo stesso più reale del linguaggio stesso, una sorta di codice occulto che governerebbe tutti i fenomeni naturali, coscienziali e cosmici, qualcosa di simile a quanto sostenuto dagli alchimisti e dagli ermetici. Tale “linguaggio”, diversamente da quello normalmente utilizzato dagli esseri umani, più che udito deve essere visto:

« Ritengo che il linguaggio sia qualcosa che deve essere visto, non udito, e penso che ci evolveremo verso un linguaggio visibile, anche se al momento stiamo operando con questi codici acustici di qualità scadente. Credo che per certi versi la storia sia il processo che permette a questo linguaggio naturale di uscire, rivelarsi, definirsi, raffinarsi. »

Questa idea gli giunse osservando il fatto che gli sciamani amazzonici, dopo aver composto e cantato i propri Icaros (canti sacri donati dagli “spiriti dell’Ayahuasca”), li commentavano non secondo criteri uditivi, bensì secondo criteri visivi: capitava infatti che un membro della tribù commentasse che l’Icaro, pur essendo “variopinto” o “luminoso”, sarebbe stato migliore se fosse stato “più viola che blu”, o commenti di questo genere. In altre parole, gli sciamani Shuar descrivevano i propri canti più come opere pittoriche che come composizioni musicali.

Multinazionali & Co.


Un lungo articolo esordisce con:

Una multinazionale è più vicina al totalitarismo di qualunque altra istituzione umana.
(Noam Chomsky)

…e termina con la chiosa:

È ormai assodato che il monopolio delle multinazionali metta a rischio la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, la biodiversità nonché la sovranità alimentare dei singoli paesi (o meglio ciò che ne è rimasto). Ci si dovrebbe chiedere se chi realizza profitto con i pesticidi possa avere a cuore la salute delle persone, e altresì se non fosse il caso di ribaltare il modello economico che permette tutto ciò, a meno che i nostri governi vogliano darci in pasto alle multinazionali – il fatto che, oggi, uno dei pochi settori ancora capaci di attrarre investimenti sia proprio quello della farmaceutica è poco rassicurante.

Gli esseri umani non riescono a essere buoni per molto tempo, senza che il male si insinui di nuovo tra loro e li riavveleni. (Veronica Roth)

I mostri che aveva partorito il nazismo si sono mai estinti?

In mezzo, un lungo excursus di eventi in cui si tratteggia di come l’economia capitalistica degli States abbia foraggiato la disastrata economia europea alla fine della Prima Guerra Mondiale, e abbia infine dato la possibilità economica di far nascere e prosperare il Nazismo, il Germania. L’assunto che l’economia liberista sia un’emissione, tuttora, del nazismo ha il suo senso; e se assumiamo che il Nazismo sia un’emissione esoterica dei Grandi Antichi…

Chernobyl Lazarus


Tracce indelebili su un passato arcaico.

L’anarchia di Fabrizio De André – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, pubblicazione curata da Paolo Finzi per «A», rivista anarchica.

A vent’anni, ormai, dalla scomparsa di Fabrizio De André, nascono come funghi i libri dedicati alla sua opera e alla sua biografia, un vero e proprio stillicidio di parole e fotografie miranti a indagare ogni aspetto dell’esistenza del cantautore genovese. A De André rischia di capitare quello che è successo a Pasolini il quale, secondo un’efficace espressione utilizzata da uno studioso, si è trasformato in una sorta di “ovetto kinder” della cultura italiana, nel senso che tutti si aspettano di trovarvi, al suo interno, la sorpresa che più gli aggrada, dai politicanti di destra a quelli di sinistra. Anche il cantautore genovese rischia di trasformarsi in una sorta di icona estetica utilizzabile da ogni bandiera politica, anche quelle più lontane dal suo pensiero (e la mente corre ai recenti apprezzamenti da parte del ministro degli Interni). Eppure, è uscito da poco un volume che si differenzia dalla maggior parte dei libri dedicati a sondare i più svariati aspetti dell’opera deandreiana: si tratta di una raccolta di saggi e di interviste che mirano a indagare il pensiero di De André da un punto di vista prettamente politico e sociale.

Se leggiamo Che non ci sono poteri buoni. Il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André, curato da Paolo Finzi, direttore della rivista anarchica «A» – un volume che rappresenta appunto un numero speciale della rivista – ci rendiamo conto quanto sia difficile trasformare le canzoni di Fabrizio De André in tanti “ovetti kinder” manovrabili e apribili da chiunque, perché dietro ogni singola frase, dietro ogni singola nota, è possibile incontrare un pensiero ben definito sorretto da un solido rigore morale. Si tratta fondamentalmente di un pensiero libertario, schierato dalla parte degli ultimi, degli emarginati, di chi, sostanzialmente, il potere non c’è la l’ha e continuamente lo contesta. Un pensiero di indubbia derivazione anarchica: De André, nonostante la sua provenienza da una famiglia dell’alta borghesia genovese, ha sempre manifestato, fin da giovane, la sua simpatia per il pensiero e il movimento anarchico. Il «pensiero (anche) anarchico» di De André, insomma, come bene dimostra il libro curato da Finzi, non è una qualunquistica aspirazione a una libertà di matrice utopica, bensì si tratta di un pensiero sorretto da solide letture di studiosi dell’anarchismo come Malatesta, Bakunin, Stirner e dalla frequentazione di militanti anarchici. Il libro in questione si differenzia da tutti gli altri appunto perché guarda all’opera e alla vita di De André attraverso il filtro dell’anarchia e del pensiero libertario del cantautore: si tratta, come già accennato, di un approccio di natura politica e sociale.

Lo stesso De André, del resto, amava inserire la parola “anarchia” in alcune canzoni in versione live, modificando il testo. Ad esempio, in Se ti tagliassero a pezzetti, la parola «fantasia» è sostituita da «anarchia»: «E adesso aspetterò domani / per avere nostalgia / signora libertà, signorina anarchia / così preziosa come il vino come gratis come la tristezza / con la tua nuvola di dubbi e di bellezza». Oppure, in Amico fragile, in cui «anarchia» sostituisce la parola «arrivederci»: «…potevo chiedervi come si chiama il vostro cane / il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero / potevo assumere un cannibale al giorno / per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle / potevo attraversare litri e litri di corallo / per raggiungere un posto che si chiamasse Anarchia….». E, sotto le bandiere rosso-nere dell’anarchia, si sono svolti anche diversi concerti di De André: uno a Carrara nel 1982, uno a Napoli nel 1991 (a favore di «Umanità nova» e di «Arivista») ma anche, molto meno noti, uno a Rimini nel 1975 e uno a Bologna nel 1976.

La possessione spiritica come strumento difensivo, critico o sovversivo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un volume – Il diavolo in corpo. Sulla possessione spiritica, curato da Moreno Paulon – in cui si analizzano le interazioni tra energia ancestrale forze produttive capitalistiche.

Tre studi etnografici, raccolti e curati da Moreno Paulon, raccontano di tre universi geograficamente e socialmente incomparabili – la Malesia, il Niger e il Kenia – in cui le forme della possessione e dell’esorcismo vengono magistralmente analizzate con uno sguardo multidisciplinare, a cavallo fra sociologia, antropologia, etnografia e linguistica. Cosa accomuna e cosa differenzia le suggestioni e le pratiche esorcistiche, in scenari culturali così diversi? Sicuramente la possibilità di rivelare e dare corpo, attraverso il “fenomeno possessione” e i complessi rituali che lo accompagnano, a istanze sociali collettive, di gruppi subalterni o sottoposti a forzati processi di modernizzazione. Essere posseduti significa, in una modalità profonda e ineffabile, prendere la parola, diventare visibili, trasformare il tormento interiore in malessere fisico e, spesso, in catarsi e guarigione.

È palesemente il caso del primo saggio –  Produzione della possessione, di Aihwa Ong – che esamina le “epidemie di possessioni” nelle fabbriche multinazionali impiantate nella Malesia occidentale a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta. Territori da sempre rurali che sottoposti a una torsione antropologica violentissima, insieme al benessere economico sono sottoposti a sconvolgimenti epocali negli stili di vita e negli assetti familiari. La prima generazione operaia – soprattutto femminile – all’impatto con il mondo alieno e alienante della produzione, “usa” il linguaggio tradizionale della possessione, per protestare contro la propria condizione: è così che si diffondono i malesseri e si materializzano gli spiriti del territorio, disturbati dagli impianti industriali, che vagano fra i reparti e gli spogliatoi, inducendo crisi isteriche e inquietanti visioni ai danni della forza lavoro.

Davanti alle migliaia di ore di lavoro perso a causa di questi fenomeni, le multinazionali americane arrivano persino ad assumere sciamani autorizzati a praticare rituali ancestrali dentro gli stabilimenti – stabilendo una connessione inedita tra le forme più alte della tecnologia industriale e quelle più arcaiche dei rituali esorcistici. Naturalmente il fine non è quello di migliorare la condizione operaia e mitigare l’impatto potente dell’industrializzazione: anzi, le forze “tradizionali” si uniscono alle strategie di medicalizzazione e colpevolizzazione delle vittime, onde preservare la continuità della produzione

Le constatazioni superiori


Nella percezione di sé, la constatazione di essere un’ombra che si dissocia presto dal contorno inanimato.

Stregherie

“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

L'occhio del cineasta

La porta su un'altra dimensione

La Sindrome del Colibrì

The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

Terracqueo

multa paucis

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"Tutti siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"

Il Bistrot dei Libri

"Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso" Daniel Pennac

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Ri Orientarsi, alla ricerca del nostro baricentro interiore

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