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Archivio per Cognizioni

Il caso funziona a caso? | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un articolo di Francesco D’Isa che ripercorre i sentieri del caso e affida la nostra specie alle speranze che gli spettano. Un estratto:

L’idea di un universo indeterministico però rimane. Se è vero, infatti, che alcuni eventi in ambito microscopico non possono essere previsti con certezza in alcun modo, in linea di principio è il caso a dominare gli eventi, sebbene a livello macroscopico il calcolo delle probabilità se la cavi ottimamente. Per chi sostiene questa teoria, la casualità si potrebbe  identificare con la probabilità – un’entità più sfumata e inafferrabile, forse nemmeno un’entità vera e propria, come sembra suggerire Agamben, ma semplicemente un metodo:

La statistica non è una scienza volta alla conoscenza sperimentale del reale: è, piuttosto la scienza che permette di prendere decisioni in condizioni di incertezza. Per questo, com’era evidente nella sua origine dal gioco dei dadi, il concetto che sta alla base della probabilità non è tanto la frequenza sul lungo periodo, quanto la «soglia critica per una scommessa» (critical odds for a bet), in cui la frequenza non viene usata per inferire una supposta proprietà reale del sistema, ma – per corroborare o confutare una precedente congettura (del tutto assimilabile a una scommessa).

Un altro duro colpo per la vanità della nostra specie, perché oltre a perdere la fiducia  in un universo smisurato ma per lo meno ordinato, non riacquista neanche il libero arbitrio, in quanto la volontà, prima dominata da leggi immutabili, è ora in balia di probabilità e dunque, in ultimissima analisi, del caso.

(A questo proposito è interessante leggere il settimo capitolo di Consciousness: Confessions of a Romantic Reductionist, del neuroscienziato Christof Koch. Nel testo l’autore applica l’indeterminatezza della fisica quantistica alla neurologia, nel tentativo di salvare il libero arbitrio – con scarso successo, per sua stessa ammissione.)

Una situazione imbarazzante, che non inficia la costruzione di splendidi macchinari né la certezza che il cielo non ci cada sulla testa, ma lascia l’amara consapevolezza che a sorreggerci sia il medesimo vuoto che si sperava scongiurato assieme al dubbio scettico.

La vertigine è profonda, ma, nonostante tutto, potrebbe non essere completa. Ci si potrebbe chiede, infatti, se anche il caso non sia esso stesso una regola. L’assenza di leggi o di un ordine di eventi definito da un qualche pattern riconoscibile, dopotutto, è una regola piuttosto precisa.

Quando un bicchiere cade da un tavolo e si rompe, in pochi si chiedono perché la gravità  lo attiri verso la terra proprio così, e non di più o di meno. Alcuni invece hanno spinto la domanda molto oltre; la curiosità sul motivo per cui certe costanti siano in un modo piuttosto che un altro, ha portato dei fisici a interessanti campi d’indagine, tra cui persino l’ipotesi che le stesse leggi della fisica cambino nel tempo. Un’idea che suona abbastanza strana: immaginarsi un universo in cui la gravità, la luce, l’elettricità e qualunque altra cosa la cui affidabilità è data per scontata cambi corso è come svegliarsi all’improvviso in un mondo col cielo bianco e il mare verde. Eppure il ragionamento ha una sua logica. È però possibile assecondare ancor di più la vertigine, fino al paradosso e oltre, per immaginare una casualità priva persino della sua unica regola (ovvero l’assoluta imprevedibilità). Può l’indeterminatezza essere indeterminata? Fortuna, la più capricciosa delle divinità, obbedisce a una sola legge: l’assenza di leggi. Eppure anche questa legge negativa è una regola; è dunque possibile, seppur non immaginabile, una casualità ancor più casuale?

La risposta, per essere intelligibile, non può che essere negativa. Eppure la storia ci insegna che spesso cose giudicate troppo strane per essere vere lo sono, o lo diventano.

Benjamin H. Bratton – The Stack, On Software and Sovereignty | Neural


[Letto su Neural]

Nel libro The Stack, On Software and Sovereignty, Benjamin Bratton (professore di arti visive e direttore del Centro di Design e Geopolitica dell’Università della California di San Diego) elabora un programma stimolante e originale per rappresentare una vivace immagine del nostro mondo contemporaneo. Nel serio tentativo di rispondere a domande sollevate dalla realizzazione di infrastrutture computazionali di una portata tale che poche decine di anni fa non si poteva neppure immaginare, l’autore s’interroga sulle correlate dimensioni fisiche e digitali della nostra realtà. The Stack descrive in dettaglio i diversi moduli di una megastruttura accidentale che costituisce il nucleo della realtà in livelli materiali e virtuali; questo è importante perché la megastruttura citata prima è riplasmabile dalla geopolitica alla governabilità, dalla sovranità alla linguistica. La pubblicazione prende il suo nome dall’architettura hardware flessibile disposta come un cumulo su un’asse verticale, la pila. Queste unità parallele che operano simultaneamente vengono proposte come una potente metafora per sviluppare un progetto intricato del presente. Come la pila è descritta formata da sei livelli così il libro dedica un capitolo per delineare nel dettaglio ciascuno di esso. Bratton si focalizza partendo dalle più grandi formazioni, la Terra, e la Nuvola, ai concetti geografici più famigliari, la Città e l’Indirizzo, per concentrarsi alla fine su quelli che hanno bisogno di una maggiore analisi per essere descritti accuratamente, L’Interfaccia e l’Utente. Le questioni ontologiche e i problemi etici provenienti dalla teoria contemporanea in diversi campi sono accuratamente fusi insieme nel tentativo di trovare una spiegazione sul perché cambia quello che governano i governi e sul perché muta quello che gli scrittori scrivono. Ci sono quattro fronti su come il testo operi a un livello concettuale. Il libro può essere considerato come un Manifesto della Filosofia Politica perché studia in maniera approfondita la riconfigurazione socio-politica della nostra vita contemporanea. Potrebbe essere considerato come un libro sugli Studi dei Software per quanto esso si sforzi di capire le implicazioni del calcolo su scala planetaria. Può essere anche letto come un libro sulla Teoria dell’Architettura per quanto esso cominci chiedendo quale sia l’architettura per questo nuovo mondo; e la cosa più affascinante del libro riguarda il Design, in quanto il libro rinnova il ruolo del lettore, l’utente del libro in poche parole, illustrando le specifiche tecniche e invitando l’utente a proporre delle soluzioni possibili in tali scenari di progettazione. La complessa scrittura di Bratton, talvolta oscura, altre volte chiara, è generalmente creativa e provocante. È uno sforzo enorme di uno studioso che accetta la sfida di mettere ordine a vari discorsi intellettuali che articolano idee complesse e propongono i propri concetti. Il mio consiglio per il lettore: visto che molti di questi concetti nel libro possono essere nuovi, o perché sono neologismi o perché sono rivisitati nel loro significato tradizionale, iniziare la lettura dal capitolo del Glossario può essere una guida molto utile per navigare nel libro.

Video Rai.TV – Rai Movie – Tanti futuri possibili – Omaggio a Renato Nicolini


Durante un tardo pomeriggio, Renato Nicolini attraversa a bordo di un mini-van il Grande Raccordo Anulare di Roma. Con il traffico alle spalle e l’incessante scorrere delle auto, in lui si attivano pensieri e riflessioni secondo libere associazioni di idee. Diretto da Gianfranco Rosi.

La parte più importante, però, quella SF e quantica, è negli ultimi dieci minuti, e lì ho avuto un mezzo colpo apoplettico perché ho riconosciuto la matrice surreale delle nostre fantasie connettive, come se noi fossimo innestati nel tessuto spaziotemporale contemporanea che è l’illusione stessa… Grazie a Giovanni De Matteo per la segnalazione; su ArchivioRAI.

Asemic Languages, AI language vacuums | Neural


[Letto su Neural]

L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale e il suo futuro impatto sulla società e la cultura è spesso inquadrato più nei termini delle sue potenziali opportunità che non – al contrario – delle sue potenziali interferenze, una delle quali è di certo la nostra percezione dei contenuti ad arte prodotti seguendo modalità algoritmiche. In “Asemic Languages” gli artisti So Kanno e Takahiro Yamaguchi hanno costruito un sistema che produce una di queste idiosincrasie basate su software. Il duo ha raccolto dieci dichiarazioni di artisti internazionali scritte a mano e fra queste anche descrizioni di opere d’arte. Questi testi in forma manuale sono stati poi analizzati e “appresi” da un software di intelligenza artificiale. Il sistema ha ignorato qualsiasi tentativo di comprendere il significato dei testi e invece li ha interpretati formalmente utilizzando schemi e modelli. I risultati disegnati sono esteticamente un testo, dunque, seppure privo di significati. Il processo descrive perfettamente lo spazio invisibile e incerto dove l’intelligenza artificiale permea la nostra cultura pervasa da crude promesse eppure spesso carente della sensibilità, caratteristica essenziale tipica dei processi umani.

Guida sintetica alla programmazione delle macchine – OggiScienza


Su OggiScienza una terrificante suggestione che somiglia molto a una verità: IA in grado di scrivere il codice di se stesse. Sembra che ci stiamo avvicinando a ciò. Un dettaglio dell’articolo:

Programmare una macchina è un’espressione con un significato molto ampio. Nel caso più semplice può riferirsi al comune utilizzo di un elettrodomestico, per esempio all’uso dei menu del nostro forno a microonde, per ottenere una cottura particolare in modo automatico, e differente in diversi intervalli di tempo, senza dover intervenire durante il processo. Oppure, a livello più complesso, per programmazione si indica la selezione e la modifica di un programma pre-impostato su un robot industriale, per aumentare per esempio la sua produttività riducendo il tempo ciclo di una data operazione. O ancora, scendendo sempre di più nel dettaglio, programmare può riferirsi alla scrittura di codice. In termini semplici, questa operazione, denominata coding, presuppone appunto la familiarità con ambiente di sviluppo, con un linguaggio di programmazione, con applicazioni che forniscono soluzioni per dati problemi.

Per svolgere l’attività di coding è necessario conoscere un linguaggio, attenersi a precise regole e attraversare una fase di progettazione e una fase di verifica obiettiva che il codice funzioni esattamente come previsto. In effetti, secondo Mitchel Resnick, professore del MIT Media Lab, il coding non è che un’estensione della capacità di scrivere, e andrebbe coltivata sin dalla più tenera età. E non solo perché il numero di opportunità lavorative per programmatori e ingegneri elettronici o informatici sono in fortissima crescita, ma anche perché, secondo Resnick, dedicarsi all’apprendimento del coding significa poter migliorare molti altri aspetti della propria vita personale e professionale, come la capacità di risolvere problemi, comunicare idee, sviluppare senso pratico.

Tornando alle questioni lavorative, ci sono ad oggi scuole di pensiero del tutto opposte sull’impatto delle nuove tecnologie e la capacità di programmare le macchine. In un articolo pubblicato su wired.com, per esempio, il giornalista Clive Thompson sostiene che il coding sarà il lavoro manuale della prossimo futuro: in altri termini, la crescente specializzazione delle macchine nell’esecuzione di compiti sempre più complessi consentirà loro di rimpiazzare completamente gli operai umani, e di conseguenza le prime professioni disponibili con contenuto manuale saranno, appunto, quelle di chi programma le macchine stesse. E le tecniche di programmazione saranno ridotte a lavori routinari e seriali, né più né meno che gli attuali compiti sulle catene di montaggio.

Una notizia recente su questo fronte è che Gamalon, una start-up di Boston, ha sviluppato una tecnica per dare a un’intelligenza artificiale la capacità di scrivere il proprio stesso codice: in altri termini, l’algoritmo sviluppato è in grado di isolare porzioni del proprio stesso programma, e riscriverle per renderle più efficienti.

Se è vero quindi che l’attività di programmazione richiede capacità che le macchine odierne fanno ancora fatica a riprodurre o simulare – come la creatività e la flessibilità – non è detto che nel prossimo futuro le cose non possano cambiare.

Spiegare il misticismo | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo con intervista di Francesco D’Isa a Richard H. Jones per sviscerare l’argomento Misticismo. Ecco a voi alcuni passi esplicativi del post:

Chi ha rifiutato qualcosa per poi provarne la mancanza potrà comprendere il problematico rapporto dell’Occidente col misticismo, dapprima spodestato a seguito dei successi tecnico-pratici del naturalismo – aeroplani e antibiotici sono argomenti molto persuasivi – e poi ricercato altrove, spesso con la medesima superficialità con cui era stato scacciato. Un interesse talvolta inaspettato, nascosto, persino inappropriato, ma sempre presente, come dimostra l’attenzione crescente nei confronti delle pratiche meditative, gli psichedelici , lo yoga, le filosofie orientali o persino alcune teorie fisiche che divinizzano gli alieni.
La globalizzazione delle culture ha portato a un proficuo scambio di conoscenze, evidenziando similarità e divergenze in prassi religiose nate in contesti e culture diverse. Gli studi di storia delle religioni del ventesimo secolo non sono stati accantonati, anzi, generano dei frutti maturi, scevri dell’acerbo entusiasmo e della scarsa scientificità che ha caratterizzato una parte della produzione che va dalle società teosofiche del XIX secolo a quella che viene abitualmente classificata come letteratura New Age.

D: Anzitutto, a cosa serve una filosofia del misticismo?

R: Ci sono domande circa le esperienze mistiche e il loro valore cognitivo a cui la scienza non può rispondere. E queste domande sono particolarmente importanti in una fase in cui in molti si avvicinano alla meditazione, per ragioni legate alla salute fisiologica e psicologica, così come (almeno negli Stati Uniti) in molti tornano a porsi delle questioni legate alla spiritualità. Ci si chiede se le esperienze mistiche siano eventi cerebrali che producono allucinazioni soggettive, prive di un valore conoscitivo che vada oltre dei dati utili agli studi dei neuroscienziati, o se invece ci permettono di accedere a una dimensione che trascende l’ordine naturale, mettendoci in contatto con una realtà trascendente. La neuroscienza in sé, non importa quanto accurata, non è in grado di determinare la verità. Nonostante questo molti scienziati e professionisti della meditazione presuppongono, senza approfondire la questione, che qualche spiegazione naturalista degli stati “mistici” sia la soluzione giusta. Una filosofia del misticismo può delineare questi problemi e costringere la gente – o almeno le persone che desiderano una “vita consapevole” – a esaminare i presupposti delle proprie convinzioni. Studiare le tradizioni mistiche con diversi valori e approcci metafisici può inoltre evidenziare i presupposti nascosti delle nostre idee – in effetti, in questo senso il misticismo è meglio dello studio delle diverse culture e sistemi filosofici, in quanto i mistici sono spesso estremi, radicalmente altri rispetto alle credenze e ai valori della maggior parte dei contemporanei. Questo non significa che la filosofia risponderà alle domande che solleva. Huston Smith dopo decenni non è riuscito a decidere se le esperienze vissute mediante l’uso di sostanze stupefacenti avevano un valore cognitivo o erano semplici deliri. Quel che si può fare con una filosofia del misticismo, dunque, è esporre le problematiche coinvolte e offrire alcune valutazioni degli argomenti addotti dai sostenitori di diverse risposte.

Leggi il seguito di questo post »

La muffa che impara e insegna – OggiScienza


Su OggiScienza un interessante articolo sulla capacità cognitiva delle muffe che, così si sostiene nell’articolo, aggregandosi tra loro acquisiscono la memoria delle altre cellule ammuffite; non è la prima volta che sento parlare in termini animisti delle muffe, ma credo che il succo del discorso sia condensato da queste righe del post:

Questo ultimo studio allarga l’osservazione sperimentale al comportamento collettivo, dimostrando per la prima volta che questi organismi unicellulari possono non solo in qualche modo imparare, ma riescono anche a trasmettere quanto appreso, a beneficio di tutta la colonia: partendo dallo stesso esperimento, i ricercatori hanno collocato nello stesso ambiente una muffa – a questo stadio ancora unicellulare – assuefatta agli ostacoli insieme ad altre ancora ignoranti. Come è loro natura, le cellule tendono a inglobarsi e a far crescere la muffa. La sorpresa è che in queste condizioni le parti senza esperienza riescono ugualmente a riconoscere gli ostacoli chimici, grazie alla presenza anche di una sola cellula addestrata.

Durante la fusione, qualcosa cambia nella struttura della muffa: i ricercatori hanno notato la presenza di un nuovo canale responsabile della condivisione della memoria acquisita. Resta da capire come avvenga il processo di formazione della nuova struttura biologica, in attesa di poter integrare la muffa slime in nuove generazioni di robot o di microchip.

Leggi anche: I funghi sono la darknet del mondo vegetale

Quindi parliamo di elementi quasi senzienti, potrebbe essere uno dei suggerimenti dell’articolo, entità che hanno un canale comunicativo e cognitivo a noi sconosciuto, o non immediato da comprendere, che sottende a una loro sottile rete neurale, questione per l’appunto già sviscerata negli anni scorsi, ma che con questa ricerca assume significati ancora più precisi. Pensavate che il mondo inanimato fosse per caso sterile?

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