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Roby Guerra e l’eBook sul Transumanesimo Italiano


Segnalo questa pubblicazione di Roby Guerra: Il transumanesimo italiano. Una nuova scienza sociale del XXI secolo, reperibile su Amazon ed edito da Asino Rosso edizioni- Network Street Lib, 2017. Qui sotto alcune note esplicative dell’opera, ponte gettato tra il presente e il futuro transumano, memorie di un basso futuro che cortocircuita sul passato.

Raccolta di articoli sul transumanesimo futuribile a cura di Roby Guerra, scrittore e blogger futurista e attivista italiano del movimento. Articoli editi online negli ultimi dieci anni, da Guerra su Controcultura/SuperEva a Meteo Web, da Blasting News a Ferrara Italia fino al blog Scienza e Futuro e a Focus il transumanesimo italiano (e area strettamente affine), con capitoli recensioni e note sui vari R. Campa, Estropico, R. Manzocco, S.Vaj, A. Autino, R. Paura, S. Battisti, U.Spezza, C. Rocchio, G. Vatinno, G. Casaleggio, P. Bruni del Mibact, A. Saccoccio e altri.
È una sorta di cronache transumaniste contemporanee, integrate da una sezione similare sul transumanesimo internazionale che evidenzia: A. de Grey, L. Page e R. Kurzweil, Z. Istvan, Natasha Vita More, R. J. Sawyer, K. Suntzu e altri. L’ebook è poi completato con una sezione prototransumanista dedicata a alcuni precursori: da Marinetti e i Futuristi a I. Asimov e la Fantascienza, dal futurologo A. Toffler alla cibernetica o semiotica sociale di Y. Lotman, fino a Fedorov e al Cosmismo russo; inoltre, articoli più personali dell’autore sul futuro delle stampanti 3D, sull’Intelligenza Artificiale, su un partito della scienza futuro e su altro ancora.
In sostanza, una scansione relativamente inedita in Italia, non strettamente tecnica, esposta con un’ottica privilegiata di transumanesimo e Futurismo sociale risolti come umanesimo scientifico radicale e avanguardia scientifica stessa. Imperdibile!

Qui il link Amazon per l’acquisto.

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Dreams Rewired, looking back to look forward | Neural


[Letto su Neural]

Dreams Rewired di Manu Luksch, Martin Reinhart e Thomas Tode è un insieme di clip prese da circa duecento film databili tra il 1880 e il 1930, che ha richiesto molta ricerca negli archivi istituzionali di film, e anche in quelli privati o industriali. Non è un semplice esercizio di retrofuturismo, questo film guarda al passato per guardare al futuro. Le clip sono in sequenza, riformulando alcune delle nostre attuali preoccupazioni sulla privacy e sulla sicurezza, ma viene inoltre dichiarato come l’avvento dell’elettricità ha veramente segnato l’inizio dell’età moderna. Il narratore è Tilda Swinton, che controlla l’alternanza delle tonalità nelle brevi frasi in relazione alle diverse clip, rendendo in maniera perfetta il commento che è formulato per risultare in maniera autentica contemporanea. Gli artisti interpretano la storia popolare dei media attraverso una selezione rigorosa che include la scienza e la fiction, la cui narrativa risultante lascia un senso sia di familiarità che di spiazzamento nel tempo e nello spazio.

La misura delle cose


Segnalo questo blog antropologico-religioso (nel senso di storico) tenuto da un contatto che affonda (io con lui) negli abissi del tempo cibernetico: La misura delle cose. Lo trovate anche nel blogroll, categoria Elettrocultura.

Un estratto da un post esemplificativo, tanto per capire di cosa si parla:

Stiamo vivendo nell’unico periodo della storia in cui è ritenuto elegante essere una strega. Anton La Vey così scherzosamente si esprimeva incoraggiando ogni donna a divenire una Satanic Witch (1971), la “perfetta strega” nella traduzione italiana, che conosce e padroneggia il suo potenziale femmineo e lo usa per i suoi scopi, tra piccoli accorgimenti estetici e la pratica della magia. Forma contratta di “witchcraft”, stregoneria, il termine deriva forse dal sassone “witche”, sottomettere e dare forma, in cui si rintraccerebbe una delle principali proprietà della magia che conosce e utilizza ogni elemento secondo le loro caratteristiche e reciproche correlazioni (cfr. norvegese “witke”, sciamana, veggente).

I terminator di Facebook e l’estinzione della specie umana | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com Silvio Sosio fa il punto sulla notizia di questi giorni: due entità di IA su cui Facebook stava facendo degli studi che, a un certo momento, hanno cominciato a dialogare tra loro; i processi sono stati killati dai tecnici FB e ciò ha dato vita al tormentone di Singolarità incipiente, le intelligenze artificiali sono pronte a prendere il posto dell’uomo etc etc.

Silvio mette alcuni puntini sulle i, blandendoci con la constatazione che le cose no, non stanno proprio come si è detto in giro e che non ci siamo al cambio di paradigma. Non ancora, almeno…

Leggendo i vari articoli comparsi su quotidiani italiani di vario livello in questi ultimi giorni viene da chiedersi come mai, quando gli ingegneri di Facebook hanno deciso di alzare la leva per spegnere i robot ribelli, non sia scesa una folgore dal cielo senza nubi abbattendoli e fondendo la leva abbassata.

Secondo la narrativa raccontata dai quotidiani, il dipartimento per la ricerca sull’intelligenza artificiale di Facebook, che come ha detto anche Elon Musk è abbastanza imprudente nel trattare una materia potenzialmente molto pericolosa, ha messo di fronte due robot dotati di intelligenza artificiale, che hanno cominciato a parlare tra loro. Entro breve tempo avevano creato una lingua artificiale comprensibile solo a loro. Gli ingegneri umani, capendo di essere stati tagliati fuori e di essere sul punto di perdere il controllo della situazione, hanno spento le due macchine prima che fosse troppo tardi.

Seguono riferimenti a Skynet, a Terminator, a Matrix, Hal 9000 e per i più colti alle teorie sulla singolarità di Kurtzweil, alle leggi di Asimov, alla Risposta di Brown e magari anche a Frankenstein.

Di fronte a tanta passione per temi fantascientifici, è davvero un peccato dover tornare sulla terra e descrivere l’accaduto, perché è davvero molto, molto, molto meno affascinante di così.

Innanzitutto bisogna distruggere la raffigurazione pittoresca della scena, togliendo dal campo i robot, che ve li siate immaginati come Terminator spellicciato o come l’Asimo della Sony o magari come Robbie the Robot. Non si trattava di robot ma semplicemente di bot.

Un bot, in informatica, è un software che esegue una serie di compiti senza necessità di controllo da parte di un supervisore umano. Un bot per esempio è il programma di Google che gira il web per indicizzare tutte le pagine nel suo db. Ma è anche il banalissimo script che scatta quando mandate un messaggio alla nostra pagina Facebook, e che vi risponde Ciao! Messaggio ricevuto!.

Il nostro bot è ultrabanale, ma l’ultima tendenza dei social è nello sviluppo di bot un po’ più sofisticati, capaci di dare risposte a vari generi di domande e di porne a loro volta. Servono, in sostanza, a dare un servizio di relazioni con il pubblico senza bisogno di pagare un dipendente che si metta lì a rispondere agli utenti.

Uno dei primi servizi a dare questo genere di possibilità è stato Telegram, ma Facebook ora è decisamente impegnato nel settore. Ci sono già molte aziende, anche in Italia, specializzate nella programmazione di questi piccoli “risponditori” automatici.

Ed erano proprio questo tipo di bot al centro dell’esperimento di Facebook. I bot sono fatti per confrontarsi con persone umane, ma che succede se si confrontano tra loro?

Questo era l’esperimento, e quello che è accaduto è stato che i bot hanno funzionato molto male e la comunicazione tra di loro è degenerata in dialoghi senza senso. Perciò l’esperimento è stato interrotto.

Non vorremmo banalizzare troppo: non si trattava semplicemente di due scriptini javascript messi uno davanti all’altro. Si trattava comunque di due sistemi sofisticati, rientranti in quel settore che oggi viene chiamato “intelligenza artificiale”, dotate di sistemi di apprendimento. Ma il risultato è lo stesso: la comunicazione tra di loro ha finito per non avere più senso.

Non è del tutto sbagliato però dire che questo genere di “intelligenze artificiali” rappresentino un pericolo per l’umanità. Ma senza bisogno di invocare singolarità, Matrix o Skynet (almeno, ancora per qualche anno). Il pericolo, che poi è quello a cui alludeva anche Elon Musk nelle sue critiche a Zuckenberg, non è l’escalation dell’intelligenza e del potere dei computer, ma la loro sostituzione agli esseri umani in compiti ormai non solo ripetitivi, come quelli dove i robot hanno già preso il posto degli esseri umani nelle fabbriche, ma anche a un certo livello di ingegno, dove sono richieste esperienza, conoscenza, valutazione di dati, decisioni, interazioni con esseri umani.

In fondo i bot di Facebook sono nati proprio per offrire un servizio senza bisogno di assumere un essere umano: questo vuol dire che verranno usati prima dalle aziende che non possono permettersi di assumere un essere umano per rispondere alle domande su Facebook, e poi, man mano che il servizio diventa più sofisticato, dalle aziende che hanno già uno o più esseri umani che svolgono quel compito, che diventeranno così costi rimossi dal bilancio.Naturalmente, questo nuovo settore porterà nuove assunzioni nel settore dello sviluppo di bot. Che, altrettanto naturalmente, saranno numericamente solo una piccola frazione del numero di posti persi nel settore dei rapporti col pubblico.

Ma tutti questi sono argomenti molto meno interessanti e molto meno “estivi” che non raccontare storie di robot ribelli.

Il caso funziona a caso? | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un articolo di Francesco D’Isa che ripercorre i sentieri del caso e affida la nostra specie alle speranze che gli spettano. Un estratto:

L’idea di un universo indeterministico però rimane. Se è vero, infatti, che alcuni eventi in ambito microscopico non possono essere previsti con certezza in alcun modo, in linea di principio è il caso a dominare gli eventi, sebbene a livello macroscopico il calcolo delle probabilità se la cavi ottimamente. Per chi sostiene questa teoria, la casualità si potrebbe  identificare con la probabilità – un’entità più sfumata e inafferrabile, forse nemmeno un’entità vera e propria, come sembra suggerire Agamben, ma semplicemente un metodo:

La statistica non è una scienza volta alla conoscenza sperimentale del reale: è, piuttosto la scienza che permette di prendere decisioni in condizioni di incertezza. Per questo, com’era evidente nella sua origine dal gioco dei dadi, il concetto che sta alla base della probabilità non è tanto la frequenza sul lungo periodo, quanto la «soglia critica per una scommessa» (critical odds for a bet), in cui la frequenza non viene usata per inferire una supposta proprietà reale del sistema, ma – per corroborare o confutare una precedente congettura (del tutto assimilabile a una scommessa).

Un altro duro colpo per la vanità della nostra specie, perché oltre a perdere la fiducia  in un universo smisurato ma per lo meno ordinato, non riacquista neanche il libero arbitrio, in quanto la volontà, prima dominata da leggi immutabili, è ora in balia di probabilità e dunque, in ultimissima analisi, del caso.

(A questo proposito è interessante leggere il settimo capitolo di Consciousness: Confessions of a Romantic Reductionist, del neuroscienziato Christof Koch. Nel testo l’autore applica l’indeterminatezza della fisica quantistica alla neurologia, nel tentativo di salvare il libero arbitrio – con scarso successo, per sua stessa ammissione.)

Una situazione imbarazzante, che non inficia la costruzione di splendidi macchinari né la certezza che il cielo non ci cada sulla testa, ma lascia l’amara consapevolezza che a sorreggerci sia il medesimo vuoto che si sperava scongiurato assieme al dubbio scettico.

La vertigine è profonda, ma, nonostante tutto, potrebbe non essere completa. Ci si potrebbe chiede, infatti, se anche il caso non sia esso stesso una regola. L’assenza di leggi o di un ordine di eventi definito da un qualche pattern riconoscibile, dopotutto, è una regola piuttosto precisa.

Quando un bicchiere cade da un tavolo e si rompe, in pochi si chiedono perché la gravità  lo attiri verso la terra proprio così, e non di più o di meno. Alcuni invece hanno spinto la domanda molto oltre; la curiosità sul motivo per cui certe costanti siano in un modo piuttosto che un altro, ha portato dei fisici a interessanti campi d’indagine, tra cui persino l’ipotesi che le stesse leggi della fisica cambino nel tempo. Un’idea che suona abbastanza strana: immaginarsi un universo in cui la gravità, la luce, l’elettricità e qualunque altra cosa la cui affidabilità è data per scontata cambi corso è come svegliarsi all’improvviso in un mondo col cielo bianco e il mare verde. Eppure il ragionamento ha una sua logica. È però possibile assecondare ancor di più la vertigine, fino al paradosso e oltre, per immaginare una casualità priva persino della sua unica regola (ovvero l’assoluta imprevedibilità). Può l’indeterminatezza essere indeterminata? Fortuna, la più capricciosa delle divinità, obbedisce a una sola legge: l’assenza di leggi. Eppure anche questa legge negativa è una regola; è dunque possibile, seppur non immaginabile, una casualità ancor più casuale?

La risposta, per essere intelligibile, non può che essere negativa. Eppure la storia ci insegna che spesso cose giudicate troppo strane per essere vere lo sono, o lo diventano.

Benjamin H. Bratton – The Stack, On Software and Sovereignty | Neural


[Letto su Neural]

Nel libro The Stack, On Software and Sovereignty, Benjamin Bratton (professore di arti visive e direttore del Centro di Design e Geopolitica dell’Università della California di San Diego) elabora un programma stimolante e originale per rappresentare una vivace immagine del nostro mondo contemporaneo. Nel serio tentativo di rispondere a domande sollevate dalla realizzazione di infrastrutture computazionali di una portata tale che poche decine di anni fa non si poteva neppure immaginare, l’autore s’interroga sulle correlate dimensioni fisiche e digitali della nostra realtà. The Stack descrive in dettaglio i diversi moduli di una megastruttura accidentale che costituisce il nucleo della realtà in livelli materiali e virtuali; questo è importante perché la megastruttura citata prima è riplasmabile dalla geopolitica alla governabilità, dalla sovranità alla linguistica. La pubblicazione prende il suo nome dall’architettura hardware flessibile disposta come un cumulo su un’asse verticale, la pila. Queste unità parallele che operano simultaneamente vengono proposte come una potente metafora per sviluppare un progetto intricato del presente. Come la pila è descritta formata da sei livelli così il libro dedica un capitolo per delineare nel dettaglio ciascuno di esso. Bratton si focalizza partendo dalle più grandi formazioni, la Terra, e la Nuvola, ai concetti geografici più famigliari, la Città e l’Indirizzo, per concentrarsi alla fine su quelli che hanno bisogno di una maggiore analisi per essere descritti accuratamente, L’Interfaccia e l’Utente. Le questioni ontologiche e i problemi etici provenienti dalla teoria contemporanea in diversi campi sono accuratamente fusi insieme nel tentativo di trovare una spiegazione sul perché cambia quello che governano i governi e sul perché muta quello che gli scrittori scrivono. Ci sono quattro fronti su come il testo operi a un livello concettuale. Il libro può essere considerato come un Manifesto della Filosofia Politica perché studia in maniera approfondita la riconfigurazione socio-politica della nostra vita contemporanea. Potrebbe essere considerato come un libro sugli Studi dei Software per quanto esso si sforzi di capire le implicazioni del calcolo su scala planetaria. Può essere anche letto come un libro sulla Teoria dell’Architettura per quanto esso cominci chiedendo quale sia l’architettura per questo nuovo mondo; e la cosa più affascinante del libro riguarda il Design, in quanto il libro rinnova il ruolo del lettore, l’utente del libro in poche parole, illustrando le specifiche tecniche e invitando l’utente a proporre delle soluzioni possibili in tali scenari di progettazione. La complessa scrittura di Bratton, talvolta oscura, altre volte chiara, è generalmente creativa e provocante. È uno sforzo enorme di uno studioso che accetta la sfida di mettere ordine a vari discorsi intellettuali che articolano idee complesse e propongono i propri concetti. Il mio consiglio per il lettore: visto che molti di questi concetti nel libro possono essere nuovi, o perché sono neologismi o perché sono rivisitati nel loro significato tradizionale, iniziare la lettura dal capitolo del Glossario può essere una guida molto utile per navigare nel libro.

Video Rai.TV – Rai Movie – Tanti futuri possibili – Omaggio a Renato Nicolini


Durante un tardo pomeriggio, Renato Nicolini attraversa a bordo di un mini-van il Grande Raccordo Anulare di Roma. Con il traffico alle spalle e l’incessante scorrere delle auto, in lui si attivano pensieri e riflessioni secondo libere associazioni di idee. Diretto da Gianfranco Rosi.

La parte più importante, però, quella SF e quantica, è negli ultimi dieci minuti, e lì ho avuto un mezzo colpo apoplettico perché ho riconosciuto la matrice surreale delle nostre fantasie connettive, come se noi fossimo innestati nel tessuto spaziotemporale contemporanea che è l’illusione stessa… Grazie a Giovanni De Matteo per la segnalazione; su ArchivioRAI.

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