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Asemic Languages, AI language vacuums | Neural


[Letto su Neural]

L’attuale dibattito sull’intelligenza artificiale e il suo futuro impatto sulla società e la cultura è spesso inquadrato più nei termini delle sue potenziali opportunità che non – al contrario – delle sue potenziali interferenze, una delle quali è di certo la nostra percezione dei contenuti ad arte prodotti seguendo modalità algoritmiche. In “Asemic Languages” gli artisti So Kanno e Takahiro Yamaguchi hanno costruito un sistema che produce una di queste idiosincrasie basate su software. Il duo ha raccolto dieci dichiarazioni di artisti internazionali scritte a mano e fra queste anche descrizioni di opere d’arte. Questi testi in forma manuale sono stati poi analizzati e “appresi” da un software di intelligenza artificiale. Il sistema ha ignorato qualsiasi tentativo di comprendere il significato dei testi e invece li ha interpretati formalmente utilizzando schemi e modelli. I risultati disegnati sono esteticamente un testo, dunque, seppure privo di significati. Il processo descrive perfettamente lo spazio invisibile e incerto dove l’intelligenza artificiale permea la nostra cultura pervasa da crude promesse eppure spesso carente della sensibilità, caratteristica essenziale tipica dei processi umani.

Guida sintetica alla programmazione delle macchine – OggiScienza


Su OggiScienza una terrificante suggestione che somiglia molto a una verità: IA in grado di scrivere il codice di se stesse. Sembra che ci stiamo avvicinando a ciò. Un dettaglio dell’articolo:

Programmare una macchina è un’espressione con un significato molto ampio. Nel caso più semplice può riferirsi al comune utilizzo di un elettrodomestico, per esempio all’uso dei menu del nostro forno a microonde, per ottenere una cottura particolare in modo automatico, e differente in diversi intervalli di tempo, senza dover intervenire durante il processo. Oppure, a livello più complesso, per programmazione si indica la selezione e la modifica di un programma pre-impostato su un robot industriale, per aumentare per esempio la sua produttività riducendo il tempo ciclo di una data operazione. O ancora, scendendo sempre di più nel dettaglio, programmare può riferirsi alla scrittura di codice. In termini semplici, questa operazione, denominata coding, presuppone appunto la familiarità con ambiente di sviluppo, con un linguaggio di programmazione, con applicazioni che forniscono soluzioni per dati problemi.

Per svolgere l’attività di coding è necessario conoscere un linguaggio, attenersi a precise regole e attraversare una fase di progettazione e una fase di verifica obiettiva che il codice funzioni esattamente come previsto. In effetti, secondo Mitchel Resnick, professore del MIT Media Lab, il coding non è che un’estensione della capacità di scrivere, e andrebbe coltivata sin dalla più tenera età. E non solo perché il numero di opportunità lavorative per programmatori e ingegneri elettronici o informatici sono in fortissima crescita, ma anche perché, secondo Resnick, dedicarsi all’apprendimento del coding significa poter migliorare molti altri aspetti della propria vita personale e professionale, come la capacità di risolvere problemi, comunicare idee, sviluppare senso pratico.

Tornando alle questioni lavorative, ci sono ad oggi scuole di pensiero del tutto opposte sull’impatto delle nuove tecnologie e la capacità di programmare le macchine. In un articolo pubblicato su wired.com, per esempio, il giornalista Clive Thompson sostiene che il coding sarà il lavoro manuale della prossimo futuro: in altri termini, la crescente specializzazione delle macchine nell’esecuzione di compiti sempre più complessi consentirà loro di rimpiazzare completamente gli operai umani, e di conseguenza le prime professioni disponibili con contenuto manuale saranno, appunto, quelle di chi programma le macchine stesse. E le tecniche di programmazione saranno ridotte a lavori routinari e seriali, né più né meno che gli attuali compiti sulle catene di montaggio.

Una notizia recente su questo fronte è che Gamalon, una start-up di Boston, ha sviluppato una tecnica per dare a un’intelligenza artificiale la capacità di scrivere il proprio stesso codice: in altri termini, l’algoritmo sviluppato è in grado di isolare porzioni del proprio stesso programma, e riscriverle per renderle più efficienti.

Se è vero quindi che l’attività di programmazione richiede capacità che le macchine odierne fanno ancora fatica a riprodurre o simulare – come la creatività e la flessibilità – non è detto che nel prossimo futuro le cose non possano cambiare.

Spiegare il misticismo | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo con intervista di Francesco D’Isa a Richard H. Jones per sviscerare l’argomento Misticismo. Ecco a voi alcuni passi esplicativi del post:

Chi ha rifiutato qualcosa per poi provarne la mancanza potrà comprendere il problematico rapporto dell’Occidente col misticismo, dapprima spodestato a seguito dei successi tecnico-pratici del naturalismo – aeroplani e antibiotici sono argomenti molto persuasivi – e poi ricercato altrove, spesso con la medesima superficialità con cui era stato scacciato. Un interesse talvolta inaspettato, nascosto, persino inappropriato, ma sempre presente, come dimostra l’attenzione crescente nei confronti delle pratiche meditative, gli psichedelici , lo yoga, le filosofie orientali o persino alcune teorie fisiche che divinizzano gli alieni.
La globalizzazione delle culture ha portato a un proficuo scambio di conoscenze, evidenziando similarità e divergenze in prassi religiose nate in contesti e culture diverse. Gli studi di storia delle religioni del ventesimo secolo non sono stati accantonati, anzi, generano dei frutti maturi, scevri dell’acerbo entusiasmo e della scarsa scientificità che ha caratterizzato una parte della produzione che va dalle società teosofiche del XIX secolo a quella che viene abitualmente classificata come letteratura New Age.

D: Anzitutto, a cosa serve una filosofia del misticismo?

R: Ci sono domande circa le esperienze mistiche e il loro valore cognitivo a cui la scienza non può rispondere. E queste domande sono particolarmente importanti in una fase in cui in molti si avvicinano alla meditazione, per ragioni legate alla salute fisiologica e psicologica, così come (almeno negli Stati Uniti) in molti tornano a porsi delle questioni legate alla spiritualità. Ci si chiede se le esperienze mistiche siano eventi cerebrali che producono allucinazioni soggettive, prive di un valore conoscitivo che vada oltre dei dati utili agli studi dei neuroscienziati, o se invece ci permettono di accedere a una dimensione che trascende l’ordine naturale, mettendoci in contatto con una realtà trascendente. La neuroscienza in sé, non importa quanto accurata, non è in grado di determinare la verità. Nonostante questo molti scienziati e professionisti della meditazione presuppongono, senza approfondire la questione, che qualche spiegazione naturalista degli stati “mistici” sia la soluzione giusta. Una filosofia del misticismo può delineare questi problemi e costringere la gente – o almeno le persone che desiderano una “vita consapevole” – a esaminare i presupposti delle proprie convinzioni. Studiare le tradizioni mistiche con diversi valori e approcci metafisici può inoltre evidenziare i presupposti nascosti delle nostre idee – in effetti, in questo senso il misticismo è meglio dello studio delle diverse culture e sistemi filosofici, in quanto i mistici sono spesso estremi, radicalmente altri rispetto alle credenze e ai valori della maggior parte dei contemporanei. Questo non significa che la filosofia risponderà alle domande che solleva. Huston Smith dopo decenni non è riuscito a decidere se le esperienze vissute mediante l’uso di sostanze stupefacenti avevano un valore cognitivo o erano semplici deliri. Quel che si può fare con una filosofia del misticismo, dunque, è esporre le problematiche coinvolte e offrire alcune valutazioni degli argomenti addotti dai sostenitori di diverse risposte.

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La muffa che impara e insegna – OggiScienza


Su OggiScienza un interessante articolo sulla capacità cognitiva delle muffe che, così si sostiene nell’articolo, aggregandosi tra loro acquisiscono la memoria delle altre cellule ammuffite; non è la prima volta che sento parlare in termini animisti delle muffe, ma credo che il succo del discorso sia condensato da queste righe del post:

Questo ultimo studio allarga l’osservazione sperimentale al comportamento collettivo, dimostrando per la prima volta che questi organismi unicellulari possono non solo in qualche modo imparare, ma riescono anche a trasmettere quanto appreso, a beneficio di tutta la colonia: partendo dallo stesso esperimento, i ricercatori hanno collocato nello stesso ambiente una muffa – a questo stadio ancora unicellulare – assuefatta agli ostacoli insieme ad altre ancora ignoranti. Come è loro natura, le cellule tendono a inglobarsi e a far crescere la muffa. La sorpresa è che in queste condizioni le parti senza esperienza riescono ugualmente a riconoscere gli ostacoli chimici, grazie alla presenza anche di una sola cellula addestrata.

Durante la fusione, qualcosa cambia nella struttura della muffa: i ricercatori hanno notato la presenza di un nuovo canale responsabile della condivisione della memoria acquisita. Resta da capire come avvenga il processo di formazione della nuova struttura biologica, in attesa di poter integrare la muffa slime in nuove generazioni di robot o di microchip.

Leggi anche: I funghi sono la darknet del mondo vegetale

Quindi parliamo di elementi quasi senzienti, potrebbe essere uno dei suggerimenti dell’articolo, entità che hanno un canale comunicativo e cognitivo a noi sconosciuto, o non immediato da comprendere, che sottende a una loro sottile rete neurale, questione per l’appunto già sviscerata negli anni scorsi, ma che con questa ricerca assume significati ancora più precisi. Pensavate che il mondo inanimato fosse per caso sterile?

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