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Archivio per Deep Space

Il suono di Giove


Raschio il momento estatico del suono che rincorre la profondità siderale di un pozzo gravitazionale gioviano.

http://video.repubblica.it/84cebd56-cf22-46ba-9e48-35a4f47148d3

Nasa’s Juno probe captures dramatic first close-up images of Jupiter | Science | The Guardian


La bellezza esotica di questo delirio alieno mi ammalia e disturba, come se i vecchi film di SF degli anni ’50 e ’60 prendessero improvvisamente vita e mi avvolgessero… Dal Guardian, signore e signori ecco a voi il Polo Nord di Giove.

Challenger, un ventaglio infinito di possibilità – Carmilla on line


Una disamina su un romanzo che si può definire connettivsta, scritto nella Spagna in questi anni, segno che lo Spirito dei Tempi scorre ovunque e non solo in Italia, nelle cerebralità connettive: Challenger, di Guillem López. Eccone un sunto semantico:

Il 28 gennaio 1986, alle ore undici e trentotto del mattino, dopo soli settantatré secondi di volo, lo Space Shuttle Challenger, appena decollato da Cape Canaveral in Florida, si disintegrò in volo a 14.000 metri di altezza mentre stava accelerando a una velocità superiore a Mach 1,92 (quasi due volte la velocità del suono). Per i sette membri dell’equipaggio, cinque uomini e due donne, non vi fu alcuna possibilità di salvezza quando, due minuti e quarantacinque secondi dopo, il modulo spaziale in cui erano rinchiusi si schiantò sulle acque dell’Oceano e si inabissò.

Da questa drammatica vicenda prende spunto l’autore per imbastire la sua storia, che si articola intorno a 73 episodi o capitoli, tanti quanti i secondi trascorsi prima del disastro del modulo spaziale. 73 capitoli che ci guidano a comprendere come la realtà sia composta da una combinazione di storie infinite che, a loro volta, possono riproporci un numero infinito di finali.
Una visione che già è appartenuta a tante letterature e narrazioni antiche, come nel poema narrativo L’oceano dei fiumi dei racconti di Somadeva – brahmano del Kashmir – che risale all’undicesimo secolo e da cui furono tratti molti racconti contenuti nelle Mille e una notte.

Intuizione che soltanto la logica occidentale, bisognosa di un ordine generale in cui sistematizzare le proprie certezze e insicurezze, ha contribuito a demolire per sostituirla, non solo nella letteratura, con una narrazione in cui il plot o la trama degli eventi fosse pienamente comprensibile e predeterminata, con cause e conseguenze riconoscibili e strettamente collegate tra di loro. Una visione che ha cercato di riportare la concezione meccanicistica dell’Universo all’interno delle cose umane e del loro “effettivo” svolgimento”. Ignorando, ancora al giorno d’oggi, le infinite possibilità suggerite dalla fisica quantistica oppure anche solo da quella lettera di Engels a Bloch in cui, lui l’apparente padre di ogni determinismo, sottolineava come la complessità delle azioni umane fosse difficilmente interpretabile attraverso la rigidità delle formule economiche e scientifiche.

Scott Lawlor & EugeneKha – Jupiter’s Cyclone [Full Length Drone Ambient Album]


Nel profondo siderale, droni immateriali di psichicità immota.

Siamo reietti


Reietti di un luogo inospitale e definitivo, il fascino del disincarnato riempie gli ultimi battiti di un inutile cuore finalmente deflorato.

Arthur C. Clarke spiega in un’intervista il concetto dell’ascensore spaziale | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Arthur C. Clarke, uno dei più grandi autori di fantascienza nella storia della letteratura, propose diversi concetti tecnologici, alcuni dei quali divenuti realtà, come ad esempio l’utilizzo dell’orbita geostazionaria per la comunicazione satellitare. Un altro di questi concetti, l’ascensore spaziale, è rimasto solo sulla carta, ma il concetto potrebbe un giorno rivelarsi fattibile: si tratterebbe di un sistema capace di trasportare merci e persone dalla superficie del pianeta allo spazio, senza l’utilizzo dei razzi. Nel video che segue, Clarke spiega in dettaglio la sua idea.

Che cos’è quella nuova e gigante macchia fredda su Giove? – OggiScienza


Il senso esotico della SpaceOpera e della vertigine da spazio profondo in quest’articolo su OggiScienza. Eccolo in buon parte e così, non vi vedete persi sul pianeta gassoso a cercare di sopravvivere mentre un barlume di comprensione sulle dinamiche del Gigante si fa luce in voi, prima dell’apocalisse?

Una gigantesca macchia fredda che si estende per 24 000 chilometri in lunghezza e 12 000 chilometri in larghezza è stata osservata in una parte dell’atmosfera di Giove, la sua termosfera. Se in quella regione le temperature sono generalmente comprese tra i 426 e gli oltre 726 gradi Celsius, la macchia è ben più fredda di circa 200 gradi. Il gruppo di scienziati guidati da Tom Stallard dell’Università di Leicester ha scoperto che si tratta di un gigantesco ciclone freddo, che cambia continuamente nella forma fino a sparire e poi ricomparire in tempi decisamente brevi, che vanno da pochi giorni a qualche settimana.

Che il pianeta gassoso e più grande del nostro Sistema Solare fosse interessato da un meteo piuttosto turbolento non è una novità, ma ora gli scienziati hanno annunciato di aver osservato oltre alla sua caratteristica Grande macchia rossa, la gigantesca tempesta che dura da almeno 300 anni, anche una Grande macchia fredda. La scoperta si deve alle immagini riprese dal Very Large Telescope, dell’Osservatorio Europeo Meridionale, che ha fornito la prima prova diretta della sua esistenza. I risultati dello studio condotto da Stallard e colleghi è stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.

Gli scienziati osservano la macchia ormai da 15 anni e nel tempo il ciclone è scomparso alla vista dei telescopi salvo poi ricomparire, sempre con le stesse caratteristiche e nella stessa posizione. Un valzer che la macchia gigante, grande due volte il pianeta Terra, continua a danzare ormai da migliaia di anni e che potrebbe dipendere dai forti campi magnetici che interessano il pianeta, come spiega in un comunicato l’autore dello studio: “La Grande macchia fredda è molto più volatile rispetto alla Grande macchia rossa, tanto da cambiare completamente in forma e taglia in appena pochi giorni o settimane, ma è sempre riapparsa negli ultimi 15 anni. Questo ci suggerisce che si riforma di continuo e potrebbe essere antica come le aurore che l’hanno generata, quindi avere molte migliaia di anni”.

Secondo gli scienziati, a causare questa macchia a temperatura più bassa sarebbero gli effetti del campo magnetico del pianeta insieme alle massive e spettacolari aurore polari, che trasportano l’energia nell’atmosfera sotto forma di calore che scorre in tutto il pianeta. Proprio questi giganteschi flussi creano una regione raffreddata all’interno della termosfera, che separa l’ultimo strato atmosferico di Giove dal vuoto spaziale. Anche se non è stato possibile determinare i meccanismi che guidano questo fenomeno, i ricercatori ritengono che il raffreddamento produca vortici molto simili a quelli già osservati per la sua analoga Grande macchia rossa.

Gli astronomi si sono concentrati sullo studio delle emissioni spettrali degli ioni di idrogeno, che abbondano nell’atmosfera gioviana, mappandone le temperature e le densità delle diverse regioni usando lo strumento CRIRES del Very Large Telescope. I dati sono stati poi confrontati con quelli raccolti tra il 1995 e il 2000 dall’atmosfera dall’InfraRed Telescope Facility della NASA, che ha permesso di evidenziare la presenza di una regione più scura e quindi più fredda proprio nella termosfera.

La più grande sorpresa di questa scoperta, spiega l’autore, è che il sistema meteorologico di questa fascia dell’atmosfera di Giove è molto diverso da quello osservato e teorizzato per la Terra. Ci sono due differenze principali: la prima è che le aurore terrestri subiscono l’influenza fortissima del Sole, mentre le aurore di Giove sono dominate solo dai gas emessi dalla sua attività vulcanica e dalla sua luna Io. La seconda è che i flussi atmosferici generati dalle aurore terrestri possono distribuire velocemente calore attorno al pianeta, e quindi distribuirlo in modo omogeneo su tutta la parte più alta dell’atmosfera, mentre nel caso di Giove i flussi veloci intrappolano questa energia e calore nella zona più vicina ai poli.

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