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The Moon Landing Inspired Pink Floyd’s Most Overlooked Song – The Atlantic


È stato appena festeggiato il mezzo secolo dell’allunaggio, uno dei capisaldi culturali di quell’evento fu lo show che i PinkFloyd fecero live per la BBC, lo stesso giorno in cui gli astronauti approdarono sul nostro satellite; suonarono MoonHead, un piccolo capolavoro siderale e psichedelico che incarnava assai bene le aspettative surreali che il mondo si attendeva dalla nuova epoca spaziale. Vi lascio ad alcune note – in inglese – di un articolo a riguardo molto arguto, che tra le altre cose traccia l’inizio dell’innerspace floydiano contrapposto a quello che fino ad allora era stato il loro outerspace psichedelico sperimentale, riproponendo anche il brano in questione. Buon viaggio.

It was no surprise, then, that the BBC tapped Pink Floyd to appear on a special Apollo 11–themed episode of Omnibus titled, with perhaps with the slightest dearth of decorum, “So What If It’s Just Green Cheese?” This irreverent sentiment was reiterated in the middle of Pink Floyd’s performance of “Moonhead,” when an unidentified narrator breaks into the song to exclaim, “So they’re there, a quarter of a million miles away, up there on the moon, and early tomorrow morning they’ll step out and see once and for all if it’s green cheese or not”—referring to the fact that, in the wee hours of July 21, 1969, Armstrong would leave Homo sapiens’ first boot print on the moon, followed about 19 minutes later by Aldrin. For good measure, a young Judi Dench and a young Ian McKellen—pre-Dame and pre-Sir—read lighthearted poetry on the program.

The levity is understandable. Laughter was one way to deal with the very real possibility of failure—not to mention the existential enormity—that came with the Apollo 11 mission. Who were we, after all, to dare walk on the moon? It was a feat of hubris that echoed Icarus’s own. Amid all the triumphalism of Apollo 11’s anticipated success was a dark underside. A few jokes here and there helped keep spirits up, hence the raft of novelty songs that appeared at the time, from the psychedelic sound of “Man in the Moon” by the group Village to the hilariously twangy single “First Country Singer on the Moon” by Don Lewis.

The BBC’s suspense-puncturing quip about green cheese wasn’t enough to deflate the grandeur and mystique of “Moonhead.” Constructed of cosmic guitar effects, pulses of percussion, and Waters’s ominously descending bass line, it’s an eerie piece of improvisation that translates the breathtaking awe of the moon landing into music. Gilmour dismissed the song humbly as “a nice, spacey, atmospheric, 12-bar blues” that sounded “a bit off the wall,” but it’s much more than that. Presaging the ambient and new-age music movements that would come into their own in the ’70s, “Moonhead” is both ahead of its time and solidly a product of the moment—the zeitgeist caught in a vacuum tube.

Later, Gilmour realized the song’s place in history. “It brought it home to me, powerfully, that you could look up at the moon and there would be people standing on it,” he said. “It was fantastic to be thinking that we were in there making up a piece of music, while the astronauts were standing on the moon.” According to Gilmour, the song also marked a turning point for the band—the point at which outer space ceased to be Pink Floyd’s preoccupation.

“It didn’t have a significant impact on our later work,” Gilmour said of “Moonhead.” “I think at the time Roger, our lyricist, was looking more into going inwards, going into the inner space of the human mind and condition. And I think that was sort of the end of our exploration into outer space.” Once you’ve officially soundtracked the occasion of humanity’s first steps on another astronomical body, where do you go with space music? Even the band’s wildly successful 1973 album, The Dark Side of the Moon, used lunar imagery as a metaphor for the inner condition rather than a subject in and of itself.

Hans Zimmer – Interstellar – Quantifiable Connection


Ipnotico e rivelatore, il finale in musica di Interstallar, poesia siderale da sciogliersi in un momento catartico di surrealtà.

Apollo 11 | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine, per chiudere il ciclo dei festeggiamenti – almeno per oggi – dell’allunaggio, la recensione ad Apollo 11, documentario che descrive scrupolosamente la spedizione che portò al risultato storico di mezzo secolo fa. Un estratto:

Per realizzarlo Todd Douglas Miller ha avuto a disposizione centinaia di ore in formato pellicola a 70mm, ritrovate di recente da un archivista del Nara (National Archives and Records Administration)  l’agenzia statunitense che si occupa di preservare documenti governativi e storici, e poi poi digitalizzate in 4K. Al materiale video si sono aggiunte circa 11mila ore di dialoghi, poiché durante gli oltre 8 giorni della missione ogni singola discussione, avvenuta anche in contemporanea ad altre, è stata registrata. Il risultato è un racconto che riesce a rendere perfettamente l’idea di quanto la missione Apollo 11 sia stata tutt’altro che una passeggiata trionfale, bensì un lavoro meticolosamente preparato e controllato da centinaia di occhi e di orecchie secondo per secondo.

Memorie del futuro: gli uomini sulla Luna – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuadernoAltriTempi Giovanni De Matteo traccia le coordinate culturali del ricordo, quel ricordo che ha portato – proprio oggi, mezzo secolo fa – l’umanità al primo allunaggio. Uno stralcio dell’articolo, come sempre magnificente.

Forse non è un caso se tra i suoi “miti delle origini” quello con cui nel 1965 Italo Calvino decise di aprire la prima raccolta delle Cosmicomiche fosse dedicato alla Luna. Né per cronologia interna né per ordine di stesura La distanza della luna poteva vantare qualche diritto di prelazione sugli altri undici titoli del sommario, ma di sicuro assolveva ad alcune funzioni che ne facevano una sorta di manifesto d’intenti: la fantasia sfrenata, l’ispirazione scientifica e il gusto per il paradosso ricorrono in tutte le storie, ma qui pare che l’autore aumenti il dosaggio anche di quell’ingrediente segreto che conferisce una dimensione poetica alla sua scrittura onirica e fiabesca. Apparso per la prima volta in rivista l’anno prima, La distanza della Luna è esemplificativo dell’operazione culturale che Calvino si prefiggeva di perseguire con le Cosmicomiche:

“[…] vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire dalle abitudini dell’immaginazione, e vivere magari il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza” (Calvino, 2014).

D’altro canto, l’immagine della Luna attraversa tutto l’arco della letteratura italiana, dalle allegorie dantesche della Divina Commedia a Ludovico Ariosto, che vi manda Astolfo in sella all’Ippogrifo con lo scopo di recuperare il senno perduto di Orlando nel memorabile XXXIV canto dell’Orlando Furioso; da Giordano Bruno, che nei dialoghi cosmologici proprio la Luna, “astro narrante”, chiama in soccorso per testimoniare la rivoluzione morale comportata dal nuovo paradigma copernicano, a Giacomo Leopardi, nella cui produzione la Luna è una presenza assidua, inestricabilmente connessa al sentimento di malinconia che pervade la sua poetica, di volta in volta riflesso della condizione transitoria di ogni gioia (La sera al dì di festa, 1820), simbolo della rimembranza capace di stemperare nella dimensione del ricordo anche le esperienze più dolorose del passato (Alla luna, 1819) e infine emblema della svolta cosmica del suo pessimismo (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 1830).

Sulla Luna, tra scienza e fantascienza | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un saggio scritto da Carmine Treanni per ricordare il cinquantenario dell’allunaggio: Sulla Luna. Ecco la quarta, che esplica molto bene il tono della pubblicazione:

“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”. Con queste parole, l’astronauta americano Neil Armstrong, e con lui tutta l’umanità, metteva piede sulla Luna il 21 luglio del 1969.
Nel cinquantesimo, storico, anniversario dell’allunaggio, il saggio ripercorre le tappe fondamentali della corsa allo spazio: dal lancio del satellite Sputnik da parte dei sovietici nel 1957 allo sbarco sulla Luna degli americani. Il libro, poi, approfondisce anche come siano infondate le tesi dei cosiddetti “complottisti”, ossia di coloro che asseriscono che sulla Luna non ci siamo mai andati, e racconta cosa ci riserva il futuro dell’esplorazione spaziale e il ruolo centrale che avrà il nostro satellite. A corollario della storia dello sbarco sulla Luna, il libro apre anche una finestra sull’immaginario, raccontando di come la fantascienza abbia rappresentato la conquista della Luna, attraverso romanzi.

Quando camminavamo sulla Luna | Holonomikon


Giovanni De Matteo, sul suo blog, apre le danze connettive al 50esimo anniversario dello sbarco sulla Luna, e lo fa citando Primo Levi, in un suggestivo endorsement dell’epoca che sconfessava chi non voleva aprirsi ai tempi nuovi, al futuro, a qualsiasi cosa ciò avesse voluto dire. Ve lo riporto, e vi allego di nuovo lo spettacolo live che i Floyd fecero in quella mistica giornata alla BBC…

Alla base di tutti i possibili motivi del viaggio nello spazio, si intravede un archetipo; sotto l’intrico del calcolo, sta forse oscura obbedienza a un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppo ad avvolgersi di bambagia per volare lontani nel vento, e le rane, dopo l’ultima metamorfosi, a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su un territorio vasto quanto è possibile.

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