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Archivio per Digitalizzazioni

La trascendenza finalmente


Pochi segni sul foglio elettronico per vergare la trascendenza della parola stessa, finalmente libera dalla grafia antropica.

Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di un testo di Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, con la prefazione di Sandro Moiso. Vi lascio all’articolo che, se siete fans della rubrica sulle sorveglianze digitali, vi suonerà assai sinistra e conosciuta:

A un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente si chiamava realtà, sembrò divenire una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione e dalla pubblicità. L’impressione era quella di vivere ormai all’interno di un grande racconto in cui i personaggi che popolavano la fiction hollywoodiana sembravano ormai più reali dei vicini di casa. La finzione giunse così ad affliggere la vita sociale, a contaminarla e a penetrarla al punto da far dubitare di essa, della sua realtà e del suo senso. La televisione continuava a raccontare la sua storia come si trattasse della storia di chi stava di fronte allo schermo; d’altra parte gli spettatori sembravano ormai da tempo vivere per e attraverso le sue immagini. Le stesse guerre smisero di essere viste per quello che erano e assunsero l’aspetto di un videogioco, così da risultare meglio sopportabili da chi ancora poteva viverle dal divano di casa.
I nuovi media digitali permisero agli esseri umani di farsi produttori e distributori di immagini, consentendo loro di costruirsi testimonianze di esistenza e così le metropoli iniziarono a essere attraversate da zombie dall’aspetto ben curato dotati di potenti attrezzature tecnologiche tascabili sempre più disinteressati della realtà che si trovavano di fronte intenti a immagazzinare senza sosta immagini da condividere sui social con comunità digitali composte da persone pressoché sconosciute. Il mondo, con i suoi parchi di divertimento, i club vacanze, le aree residenziali, le catene alberghiere, i centri commerciali riproducenti il medesimo ambiente, venne dunque organizzato per essere distrattamente filmato e condiviso, più ancora che visitato e vissuto.

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Culture e pratiche di sorveglianza. Emozioni e desideri ridotti a dati per il neuromarketing – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Gioacchino Toni continua a indagare il reale corrotto dalle tecniche cibernetiche – e non solo – di sorveglianza e di controllo sociale. Un estratto:

Se il marketing si è sempre interessato al funzionamento del cervello umano a scopo di comprendere su quali meccanismi fare leva per indurre al consumo, le neuroscienze possono essergli di grande aiuto ed è proprio dalla sinergia tra ricerche di mercato e neuroscienze che si sono gettate le basi per il neuromarketing che intende «osservare le informazioni alla base dei processi interni al cervello dei consumatori che riflettono le loro preferenze, scelte e comportamenti». Attraverso applicazioni neurotecnologiche diviene possibile «condurre misurazioni continue del cervello e dell’attività del corpo mentre si prende la decisione di acquisto, si guarda la pubblicità o si partecipa ad altri processi legati al consumo».
Oltre alla “scansione” dei meccanismi che muovono i desideri e l’agire del consumatore, ad interessare alle aziende è però, in fin dei conti, indurre all’acquisto del proprio prodotto. «L’aggregazione di dati biomedici e misurazioni dell’attività cerebrale possono consentire di stabilire relazioni causali che in futuro potranno essere utilizzate come guida dai professionisti del marketing per costruire le loro campagne pubblicitarie o dai produttori per essere precisi nella promozione di un prodotto specifico».
Per poter analizzare e “tenere sotto controllo” il funzionamento del cervello umano occorre, prima di procedere con gli esperimenti sulle “cavie umane”, ottenere il consenso informato, ma ciò di certo non tutela i soggetti che si prestano alle rilevazioni dall’uso che si faranno di esse al di là dell’interesse iniziale. Se a tutto ciò che ancora sembra fantascientifico si aggiungono i più che reali e presenti sistemi di rilevamento delle emozioni attraverso intelligenza artificiale – a cui magari si è sottoposti obbligatoriamente se si vuole accedere ad alcuni aeroporti – e i dati condivisi sui social media, ecco allora che inizia ad emergere con maggior chiarezza come si sia davvero sempre più in balia di tecnologie cognitive e le martellanti richieste circa l’accettazione o meno dei cookies durante la navigazione sul Web danno un po’ l’impressione di trovarsi armati di secchiello su una nave in balia delle onde che imbarca acqua da tutte le parti.

“Rischiamo di entrare in maniera sempre più invasiva in un’era in cui le aziende a scopo di lucro possano giocare sulle nostre emozioni, avendo accesso a queste tecnologie legate ai media e targetizzandoci in base al nostro umore del momento. Questo timore è particolarmente pressante per via della velocità vertiginosa con cui questi mutamenti di neuromarketing si stanno affermando nella nostra società. Ormai non sono più solo le telecamere nelle strade che possono alimentare algoritmi e macchine con i nostri dati per generare approcci di marketing più personalizzati e precisi, ma anche i messaggi che scriviamo, le foto e i video che vengono postati o inviati: tutto ciò può attivare un’offerta immediata da parte di coloro che sono in grado di elaborare i nostri dati biometrici e classificarli come potenziale cliente arrabbiato o felice, triste o depresso”.

Culture e pratiche di sorveglianza. Leviatano 4.0 e società onlife della prestazione – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la disamina sempre accurata di Gioacchino Toni al testo Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie, di Mirko Daniel Garasic, sulle metodologie di controllo che normalmente passano come miglioramenti della vita quotidiana, dove IA e digitalizzazioni s’intrecciano in un infernale strumento di controllo individuale e quindi sociale. Un estratto:

Accolte come possibilità di estrema valorizzazione dell’autonomia e delle opportunità degli individui, capaci di aprire loro inedite possibilità di interfacciarsi con contesti, realtà, paesi e individualità altre, a distanza di tempo gli entusiasmi per queste trasformazioni digitali sembrano essersi sgonfiati di fronte al manifestarsi di una crescente perdita di ciò a cui si guardava come direttamente rappresentativo della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Se tale “cambio di umore” nei confronti della rivoluzione digitale è percepibile tra gli studiosi, non si può forse dire che qualcosa di analogo accada a livello diffuso o che, perlomeno sin qua, sia adeguatamente percepita e problematizzata la portata della trasformazione in atto.
L’obiettivo che si pone l’analisi di Garasic è quello di «integrare gradualmente l’analisi della tecnologia in maniera “neutra”, incentrata quindi su valutazioni oggettive di impatto e uso delle stesse, con la presa di coscienza di come questi cambiamenti sistematici abbiano finito per modificare il modo di relazionarsi con gli altri (la polis) e con sé stessi» (p. 26).
Dopo aver velocemente passato in rassegna le ideologie classiche a cui fa o ha fatto riferimento la politica moderna, compresa la più recente, lo studioso approfondisce il ruolo che algoritmi, tecnologie ed applicazioni quali robot, droni, 5G, Internet of Things, Blockchain, ecc., hanno ed avranno non solo sulle dinamiche lavorative e politiche, ma anche a livello etico e antropologico. Garasic si sofferma, come esempio, sull’estensione , in piena emergenza pandemica, del “raggio d’azione” della app Dreamlab di Vodafone, sino ad allora utilizzata per raccogliere dati durante il sonno dei clienti affetti da cancro (che ne avevano dato i consenso) utili, se combinati con altri parametri comportamentali (stile di vita, sedentarietà, abitudini alimentari) alla ricerca scientifica. Il rapido “riciclo” di una app, come questa, pianificata per raccogliere informazioni riguardanti individui in condizione di malattia al fine di verificare l’incidenza di certi comportamenti su di essa ad uno scopo di tipo “preventivo” – il diffondersi di un virus non ancora contratto – non può che sollevare numerose perplessità.

“Volggliamo davvero consentire a qualsiasi azienda di iniziare a raccoglier i nostri dati solo perché potrebbero potarci a dei risultati utili in futuro? Che dire di tutti quei dati che le aziendale private raccolgono e utilizzano per il loro profitto? Non prestare attenzione a questa distanza inquietante tra ciò che già sappiamo e ciò che speriamo di trovare, potrebbe rendere il nostro consenso informato limitato sin dalla sua genesi. […] L’intento generale di Dreamlab e di altri progetti simili pare nobile da un certo punto di vista, ma, alla luce del fato che questa iniziativa è portata avanti da una società privata che si basa anche su studi di neuromarketing che hanno come obiettivo principale quello di scoprire le debolezze del consumatore, alcuni dubbi sull’obiettivo non svelato dell’esperimento (perché di questo si tratta) rimangono (p. 81)”.

A essere affrontate dal volume sono anche le cosiddette città intelligenti, a proposito delle quali l’autore mette in risalto come a fronte di una presentazione entusiastica che le vuole esempi virtuosi di ecologismo e, persino, di democrazia diretta, si diano, però, non poche preoccupazioni a proposito dell’annientamento della privacy, di un crescente divario digitale che rischia di condurre a far vivere la cittadinanza in maniera completamente differente e di discriminazioni derivanti dalla non neutralità della tecnologia. In particolare nel volume si prendono in esame, oltre al “sistema di credito sociale di stato” cinese, di cui i media occidentali hanno dato conto – più in funzione propagandistica che di reale denuncia di un meccanismo che in realtà si sta diffondendo anche tra gli autoproclamati “esportatori di democrazia” –, anche sistemi utilizzati da piattaforme come Alibaba che con il suo Sesame Credit struttura un sistema di “moralizzazione dei consumi” premiante permettendo, per esempio, i clienti che acquistano con regolarità attrezzature sportive per tenersi in forma, con “crediti” vantaggiosi nel noleggio di automobili, nella prenotazione di alberghi e persino di ascesso privilegiato negli ospedali. «Per esempio in Giappone l’assicurazione sanitaria nazionale richiede alle persone di vedere uno specialista se il girovita supera determinati parametri mentre il punteggio della Fair Isaac Coroporation (FICO) con sede negli Stati uniti fornisce analisi di credit score (che permette l’accesso o meno a mutui, prestiti, e altro) a tantissimi paesi occidentali» (p. 96).

Il Cielo è Liquido sopra il Metaverso – LiquidSky Agency


Il tempo degli NFT pare essere in espansione incontrollata. Anche Liquid Sky – l’agenzia di Mario Gazzola, Walter L’Assainato e Roberta Guardascione – ha imboccato la via di questa forma d’arte esclusiva che, in soldoni, rende unico un PDF, o una GIF, o qualche altro formato espressivo e artistico usando la blockchain, l’algoritmo alla base delle criptovalute (Per ottenere la collana Giganti di Kipple Officina Libraria in tale formato esclusivo, per esempio, cliccare qui, e nel dettaglio qui c’è il mio Psiconauti Dimensionali).
Ecco quindi il contributo di Roberta a queste esclusività, e per questo vi lascio ad alcune descrizioni contenute nella segnalazione:

Abbiamo varcato le colonne d’Ercole di questo nuovo e seducente Metaverso sotto l’ala degli amici della casa editrice Kipple, già navigatori esperti del “mare aperto” degli NFT che stanno facendo impazzire I collezionisti a caccia del pixel come nuovo oggetto del desiderio: sono ben note le semplici gif vendute come opere d’arte certificate, spesso raffiguranti buffi puppet molto simili agli emoticon, che rappresentano l’alfabeto della nuova grammatica cybernetica.
Liquid Sky aveva già avuto modo di ficcanasare in questo nuovo mercato dell’arte, incontrando uno degli artisti pionieri in Italia della Crypto Art, Fabio Giampietro,  alla mostra Un-Realism promossa da SuperRare e curata dallo stesso Giampietro assieme a An Rong e Skygolpe sul metaverso Spatial.io, in cui ci si muove tramite avatar iperrealistici.  Sempre con lui siamo stati ospiti della finestra di Antonio Syxty,  in cui Fabio ci ha chiarito qualche ostico dettaglio tecnico legato all’uso del bitcoin, e stupiti con aneddoti bizzarri sui compratori di queste opere che non si possono appendere al muro del salotto.

Il fervore attorno al fenomeno Crypto Art testimonia la rivoluzione del nostro rapportarci alla tecnologia: il virtuale non è più una realtà alternativa, ma la realtà stessa. Per inaugurare questa nuova avventura abbiamo deciso di lanciare come prima collezione la nostra ormai famosa gallery di pubblicità (che potete ammirare qui) mescolate al nostro brand come i Martini cocktail di James Bond, shakerando icone del cinema e della musica, in cui l’acqua tonica è la cult advertising, soprattutto quella degli iconici Eighties.

Se vi abbiamo incuriosito non vi resta che dare un’occhiata al nostro cielo liquido sopra il metaverso

Il nuovo disordine mondiale / 11: dispositivi digitali di secessione individuale generalizzata – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine lunghe riflessioni di Gioacchino Toni che recensiscono Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune, di Éric Sadin, cercando di dare risposte alla deriva individualista e connessa che caratterizza il percorso collettivo occidentale da almeno una decade. Uno stralcio:

Con la svolta neoliberista, la caduta muro di Berlino – simbolo per eccellenza di un ordine mondiale che sembrava divenuto immutabile –, il dilagare dei processi di globalizzazione e l’avvento delle tecnologie digitali, può dirsi iniziata una nuova storia caratterizzata da un disordine mondiale che per la velocità con cui muta e per il suo aspetto globale, tende a risultare pressoché incomprensibile, tanto da generare visioni oscillanti tra l’apocalittico e il trionfalistico. Tra queste due visioni, accomunate dal non derivare alcuna lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, trova posto quell’ideologia dell’eterno presente che conduce ad arrendersi/abituarsi all’incomprensibilità e all’evitare di mettere davvero in discussione l’esistente al punto tale da allarmarsi di fronte ad ogni evento che sembrerebbe contraddirlo, persino quando si tratta di un upgrade del sistema (che nei fatti non viene messo in discussione) che si trascina generando un incredibile repertorio di guerre civili claniche. A distanza di tempo, la celebre affermazione di Margaret Thatcher “There is no such thing as society”, piuttosto che come una perentoria asserzione volta a negare l’esistenza della società, potrebbe essere letta come una compiaciuta rivendicazione di un’attentato commesso ai danni di questa, dalla cui detonazione si sarebbero liberati individui tenuti, sostanzialmente, ad arrangiarsi con ogni mezzo necessario. Insomma, un’orgogliosa affermazione di “missione compiuta”: la società è stata minata alle fondamenta, inutile ormai anche solo nominarla.

Nel corso del primo decennio del nuovo millennio si delinea un’esperienza soggettiva inedita: «uno spossessamento di sé unito alla sensazione di un maggiore potere in certi ambiti della propria vita» (p. 20). Si percepisce con angoscia di non appartenersi più, di essere deprivati sempre più di una rete sociale su cui fare affidamento per affrontare le difficoltà della vita, e al tempo stesso si vive la gratificazione di sentirsi incredibilmente autonomi grazie alla disponibilità di tecnologie che facilitano l’esistenza, l’accesso alle informazioni e la possibilità di esprimersi direttamente e pubblicamente. Il Web stava gettando le basi «di una nuova rappresentazione degli individui, che si sentivano provvisti di nuovi attributi superiori, meno dipendenti da alcuni vincoli e perfettamente equipaggiati per far sentire la propria voce ed esistere agli occhi degli altri» (p. 73).
Non a caso “Time magazine” nomina “YOU” come Person of the Year 2006 mentre l’anno prima lo slogan che accompagnava l’avvento di YouTube recitava “Broadcast Yourself” invitando gli utenti a divenire i programmatori di se stessi e a darsi visibilità. «Quando l’i decide di beneficiare a proprio vantaggio dei dispositivi messi a sua disposizione, diventa un You agente che può conoscere una popolarità più o meno estesa grazie alla messa in scena, sotto varie forme, della sua persona» (p. 77).

Nel 2004 faceva la sua comparsa Facebook con la sua promessa agli utenti di godere di una sensazione di improvvisa centralità rafforzata dai post pubblici mentre la console Wii di Nintendo del 2006 permetteva un’inedita esperienza immersiva. Le tecnologie personali contemporanee si riveleranno sempre più abili nel catalizzare l’attenzione e nel dare l’impressione di offrire una ricchezza tale da rendere privo di interesse il mondo circostante. L’individuo contemporaneo, sostiene Sadin, ha la sensazione di poter sopperire autonomamente alle proprie carenze grazie alle tecnologie digitali che sembrano poter piegare la realtà ai suoi desideri e, soprattutto, permettergli espressività, ossia di raccontarsi agli altri ricevendo feedback di consenso, gratificandosi così dell’eccezionalità della sua esistenza. La sensazione provata è quella di non essere vittima impotente; alle quotidiane umiliazioni è possibile rispondere grazie alle possibilità di narrazione compensatoria offerte dall’universo digitale che consentono un’illusoria magnificazione della propria esistenza e/o la possibilità di scaricare l’ira accumulata prendendosela con qualcuno o qualcosa a distanza di sicurezza.
Secondo Sadin nella contemporaneità l’espressività ha finito per occupare uno spazio sempre più importante; gli individui tentano insistentemente di dare prova della propria singolarità attraverso pratiche di esposizione pubblica di sé. «Oggi l’esperienza non basta più a sé stessa. Deve essere quasi sistematicamente accompagnata – e nel preciso istante in cui avviene – dal suo racconto, senza il quale viene giudicata troppo povera. Soltanto allora, attraverso al sua pubblicizzazione, sembra acquisire pieno valore, e la sua importanza, nonché la sensazione di rivincita sulle incognite della vita, prendono corpo» (p. 22).

Inside Inside, autoimmune futures | Neural


[Letto su Neural]

Inside Inside è un’installazione interattiva per un giocatore e spettatori multipli, di Douglas Edric Stanley. Due schermi e un controller invitano a giocare a Inside, un famoso videogame di Playdead ambientato in un futuro distopico in cui un’oligarchia di pochi eletti governa le menti di moltitudini di umani ridotti a una schiavitù incosciente. Man mano che il giocatore avanza nel gioco, il sistema analizza le immagini delle sue ambientazioni e le associa ad altri scenari che appaiono sul secondo schermo: una rete neurale è stata infatti addestrata per intercettare scenari da un database di storici film distopici in qualche modo simili a quelle del gioco in atto, come ad esempio Metropolis, AI, ET, Blade Runner etc. Indugiando e avanzando negli enigmi di Inside i giocatori possono quindi istigare un montaggio parallelo da un punto di vista estetico sorprendentemente simile, e ricontestualizzato in men che non si dica da tutte le precedenti storie, i cui tempi, sequenze e durata dipendono dall’indole, ritmo e andatura del gameplay. Immaginando di condurre il gioco, probabilmente a un certo punto si potrebbe perdere la percezione di causalità: quale delle due sequenze in realtà genera l’altra? È l’anelito alla risoluzione dell’enigma del gioco che conduce i meccanismi del sistema o la curiosità di scoprire quale scenario si possa generare nello schermo di sequenze filmiche muovendomi a caso negli spazi più inesplorati e indifferenti o addirittura dannosi per la dinamica dello stesso videogioco? C’è smarrimento, di sicuro. Come fosse un processo autoimmune, la risposta ad un cambiamento di un organismo complesso come un videogioco non fa che generare un altro distopico angosciante cinematico destino.

Lankenauta | INTERNET. CRONACHE DELLA FINE


Su Lankenauta la recensione a Internet. Cronache della fine, la quadrilogia della fine di internet di Giovanni Agnoloni che ho letto in anteprima tempo fa, e che ho apprezzato particolarmente. Un estratto dalla critica:

Agnoloni possiede uno sguardo obliquo e insolito, che gli consente di sintonizzarsi sulla frequenza di ciò che in genere si tende a rimuovere, l’elefante chiuso nella stanza della tarda modernità: l’abisso della fine. Che un mondo ben preciso, quello del finanzcapitalismo (Gallino) o del realismo capitalista (Fisher) che dir si voglia, si stia inabissando davanti ai nostri occhi non si discute; il punto è tenere gli occhi aperti per guardarlo, e non distoglierli da cotanto sfacelo.

Agnoloni al coraggio somma una visione nutrita di filosofia, sociologia, psicologia, teologia; i suoi molteplici interessi e le sue vaste competenze convergono nell’opus magnum a formare un blocco coeso, una sorta di pietra tombale ritta nella palude della nostra esausta civiltà. Tuttavia, ed ecco il paradosso, la quadrilogia della fine di internet prefigura una speranza: quella sfolgorante e indistruttibile che riluce al termine di ogni tunnel.
Scriveva Stanislav Grof ne La mente olotropica: “Non potrebbe darsi allora che i nostri sforzi falliscano perché nessun tentativo s’indirizza in quella dimensione che è invece proprio al centro dell’attuale crisi globale: la psiche umana? Il maggiore ostacolo che dobbiamo fronteggiare in quanto specie si trova nel presente livello di evoluzione della nostra coscienza.”

Agnoloni non scinde mai la componente materiale da quella spirituale, la componente storica da quella psichica, la componente sociale da quella individuale. Egli ha ben chiaro che se non puliamo la lente tramite cui osserviamo il mondo non potremo guarire il mondo, il quale non è che una proiezione della nostra coscienza. In ciò si allinea, dal proprio punto di vista umanistico, alle scoperte più estreme della fisica. Pensiamo alle parole di Niels Bohr: “Le particelle materiali isolate sono astrazioni, poiché le loro proprietà sono definibili e osservabili solo mediante la loro interazione con altri sistemi.” O pensiamo alle teorie di Einstein o di Heisenberg. Non a caso Agnoloni proviene dall’avanguardia connettivista: una visione olistica (la radice olos compare nel titolo del succitato libro di Grof) caratterizza il suo pensiero; questo pensiero poi s’incarna in un racconto affascinante e coinvolgente, ricco di personaggi, luoghi e fatti a cavallo tra possibile e impossibile, vissuto e sognato. Agnoloni è anzitutto un romanziere, ma un romanziere sapienziale; e la sua sapienza è antica e modernissima.

Culture e pratiche di sorveglianza. Il lato materiale ed incarnato dell’Intelligenza artificiale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una critica di Gioacchino Toni a Né artificiale né intelligente. Il lato oscuro dell’IA, di Kate Crawford, in cui si approccia alla tematica delle intelligenze artificiali da un altro punto di vista, quello delle infrastrutture fisiche che sono governate dalle IA e che si adeguano alle loro logiche; la trasformazione non dico inumana, ma disumana, è da ricercare lì.

Solitamente quando si parla di IA ci si concentra sul suo aspetto tecnico, sugli algoritmi e sulle sue potenzialità in termini prestazionali, eventualmente, se proprio non si tratta di narrazioni apologetiche, si pone l’accento sul suo esercitare un dominio di natura tecnica. C’è però un altro lato dell’IA che viene solitamente rimosso, una sorta di dark side tenuto nell’ombra che ha a che fare con le risorse naturali, i combustibili, il lavoro umano, le infrastrutture, la logistica, la produzione dell’IA e le forze economiche, politiche e culturali che la modellano.

Nonostante lo storytelling dominante insista nel presentare l’IA ricorrendo a immagini bluastre con codici binari e cervelli luminosi fluttuanti in una sorta di spazio inconsistente, dunque come a qualcosa di immateriale, non mancano analisi che la riconducono alla cruda materialità dell’approvvigionamento e dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie e del lavoro umano.

Invece che guardare all’IA come a un sostituto della forza lavoro umana è meglio  sottolineare come in realtà il ricorso a quest’ultima non venga affatto meno, come si deduce verificando le modalità con cui l’accumulazione dei dati si converte non solo in una forma di lavoro sottopagato – come nel caso di chi è impiegato nelle grandi piattaforme digitali nel passare in rassegna i commenti degli utenti, classificare l’informazione e preparare i dati utili agli algoritmi – ma persino non retribuito, quando a compierlo sono gli utenti/consumatori stessi. Concentrarsi soprattutto sull’approvvigionamento e sullo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie messo in atto dal sistema IA è una buona via di comprensione del reale. Dice la Crawford:

“L’intelligenza artificiale non è una tecnica computazionale oggettiva, universale o neutrale che prende decisioni in assenza di istruzioni umane. I suoi sistemi sono incorporati nel mondo sociale, politico, culturale ed economico, plasmati da esseri umani, da istituzioni e da imperativi che determinano ciò che gli uomini fanno e come lo fanno. Sono progettati per discriminare, amplificare le gerarchie e codificare classificazioni rigorose […] possono riprodurre, ottimizzare e amplificare le diseguaglianze strutturalmente esistenti [I sistemi IA] sono espressioni di potere che discendono da forze economiche e politiche più ampie, creati per aumentare i profitti e centralizzare il controllo nelle mani di coloro che li detengono. Ma non è così che di solito viene raccontata la storia dell’intelligenza artificiale (p. 243)”.

Il volume della Crawford prende il via dalle miniere di litio del Nevada per affrontare la politica estrattiva dell’IA, la sua domanda di terre rare, di energia in quantità ricavata soprattutto da petrolio e carbone. «I minerali sono la spina dorsale dell’IA, ma la sua linfa vitale rimane l’energia elettrica» (p. 49); non a caso i data center sono tra i maggiori consumatori di energia elettrica. Se si pensa che l’industria cinese dei data center ricava attualmente oltre il 70% della sua energia dal carbone, non è difficile immaginare l’impatto ambientale che ne deriva. Tenendo conto che si prevede nel giro di pochi anni un incremento di circa due terzi  del fabbisogno energetico dell’infrastruttura cinese dei data center, ci si rende conto dell’impatto ecologico che andrà ad avere quello che viene solitamente descritto come un sistema dematerializzato. L’infrastruttura su cui opera e di cui necessita l’IA si intreccia con la logistica, settore dall’elevato livello di sfruttamento lavorativo, e con il trasporto operato dalle navi mercantili, responsabili di oltre il 3% delle emissioni globali di anidride carbonica annue. Come non bastasse, ogni anno, ricorda la studiosa, migliaia di container, non di rado contenenti sostanze tossiche, sprofondano negli oceani o si perdono alla deriva.
Crawford si sofferma sui lavoratori digitali sottopagati, passando dai magazzini di Amazon, in cui la forza lavoro è costretta a tenere il tempo dettato dagli algoritmi che gestiscono l’architettura logistica del colosso, e dalle linee di macellazione di Chicago ove l’IA è utilizzata per incrementare il livello di sorveglianza e controllo di chi vi lavora. Se un interrogativo ricorrente circa l’IA riguarda l’entità della sostituzione del lavoro umano con robot, Crawford preferisce indagare su «come gli esseri umani vengano sempre più trattati dai robot e su cosa questo significhi per il ruolo del lavoro» (p. 68).

Il QR Code dentro “La Volontà trasgressiva – Seconda frontiera”


Il personale sigillo creativo all’antologia La Volontà trasgressiva – Seconda frontiera, in cui ho curato undici autori e uscita recentemente per Kipple Officina Libraria, è un esperimento di Realtà Aumentata che è raggiungibile sulla piattaforma Hubs della Mozilla Foundation cliccando su https://bit.ly/3IORsWs, o inquadrano coi vostri cellulari il QR Code sottostante:È un po’ il mio sigillo a quest’antologia, dove oltrepasso la frontiera in un altro modo, così da esplorare nuove forme di olosensorialità. Il mio ringraziamento per questa sperimentazione VR va a Mariano Equizzi e a Krell, per aver gentilmente fornito il brano Anubi, perfetta colonna sonora di questa Seconda Frontiera.

Undici racconti esplorano gli universi delle interazioni che rendono vive, ai nostri occhi, istanze inumane e invisibili, o impossibili.
Ridefinire il weird attraverso l’uso della SF e del fantastico in senso lato è ciò che rende quest’antologia un ponte tra l’umano e l’inumano, una descrizione di sintassi e grammatiche ancora sconosciute.

“Le caratteristiche di un oggetto sono il modo in cui esse interagiscono su altri oggetti. L’oggetto stesso non è che un insieme di interazioni su altri oggetti. La realtà è questa rete di interazioni, al di fuori delle quali non si capisce neppure di cosa staremmo parlando. Invece di vedere il mondo fisico come un insieme di oggetti con proprietà definite, la teoria dei quanti ci invita a vedere il mondo fisico come una rete di relazioni in cui gli oggetti sono i nodi.
Equivale a dire che è necessario pensare che ogni cosa sia solamente il modo in cui agisce su qualcos’altro. Quando l’elettrone non interagisce con alcunché, non ha proprietà fisiche. Non ha posizione, non ha velocità.

Il mondo dei quanti è quindi più tenue di quello immaginato dalla vecchia fisica, è fatto solo di interazioni, accadimenti, eventi discontinui, senza permanenza. È un mondo con una trama rada, come un merletto di Burano. Ogni interazione è un evento, e sono questi gli eventi lievi ed effimeri che costituiscono la realtà, non i pesanti oggetti carichi di proprietà assolute che la nostra filosofia poneva a supporto di questi eventi”.

Carlo RovelliHelgoland

L’antologia è disponibile in cartaceo e digitale sullo store Kipple, al costo rispettivamente di 15.00 e 3.95€.

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Ci vuole molta fantasia per essere all'altezza della realtà

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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