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Camminando nell’etereo dissonante…

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Paul Dourish – The Stuff of Bits: An Essay on the Materialities of Information | Neural


[Letto su Neural]

Che tipo di “materialità” si può trovare nella nostra infrastruttura digitale globale? Affiancando la presenza tangibile dell’hardware, i processi che si presume permettano il funzionamento dell’intero sistema si modellano a vicenda e a loro volta modellano in modo invisibile e diretto il nostro modo di lavorare. Dourish affronta questa preoccupazione attraverso “la materialità della rappresentazione dell’informazione”. Isola quattro elementi classici che compongono l’infrastruttura digitale: emulazione computerizzata (macchine virtuali), fogli di calcolo, database e architettura di rete. Ogni elemento è esaminato in un capitolo diverso attraverso le loro ‘materialità’, o le specifiche qualità materiali che mostrano, come ‘trasparenza’ o ‘peso’, la loro disposizione materiale. La loro forma e qualità costringono l’informazione e il modo in cui la trattiamo a dinamiche specifiche. Che cosa si intende per “databaseabile”, per esempio, che significa che tipo di raccolta coerente di contenuti, o semplicemente di dominio culturale, o semplicemente di informazioni sparse può essere plasmata nell’attuale paradigma di un database? E cosa potrebbe essere tecnicamente (e quindi politicamente) escluso? Come forma un foglio di calcolo le riunioni e le decisioni? E in che modo lo sviluppo di macchine informatiche e della stessa infrastruttura globale di Internet è influenzato dall’attuale filosofia di gestione (cloud, server, macchine virtuali, ecc.)? Tutte queste domande sono poste e discusse in questo libro attuale, e risuonano, come l’autore sperava, in altri settori correlati, finalmente cominciando a mettere in discussione in modo significativo i nostri “metodi e discipline”.

Orwell 2.0 • Sull’amaca blog


Una segnalazione di un convegno che si svolgerà a Verona il 17 maggio, alle 19.30. Dall’AmacaBlog, il testo lo riporto interamente qui sotto; meritevole…

Internet e smartphone: quanto è profondo l’abisso in cui siamo caduti? Si può tornare indietro dopo aver visto la tana del Bianconiglio? Un incontro con i nostri esperti ci chiarirà una volta per tutte come guarire della tecnopatia.

Giovedì 17 maggio, presso il campo sportivo Luigi Piccoli, via Caroto 1, angolo via Venturi, Porta Vescovo, a Verona, alle ore 19:30 si terrà l’incontro Orwell 2.0 – organizzarsi contro la schiavitù tecnologica, a cura di Michele Bottari e Davide M.

Il caso facebook-Cabridge Analytica ha mostrato che non si tratta di informazioni commerciali: i nostri dati sono usati per fini politici e di controllo sociale. Il cappio non è mai stato così vicino alla nostra gola. A confronto della realtà del 2018, il 1984 letterario è acqua fresca: nemmeno Orwell aveva previsto la completa adesione, anzi, l’entusiasmo con cui le vittime si sarebbero sottoposte al giogo.

Il mondo sta cambiando rapidamente. In peggio. Gli alleati non ci sono più: Linux e gli hacker sono rimasti a presidiare il fortino dei PC e dei server web (vedi L’arma finale 2: come ci possiamo difendere). Vittoriosi, ma con medaglie di cartone, visto che la battaglia vera si svolge altrove.

Nell’era dei droni e delle bombe intelligenti, l’arma più potente la portiamo in tasca (vedi L’arma finale), ed è rivolta verso di noi. E guai a far sentire una voce dissonante: si rischia di essere tacciati di nemici del progresso o peggio criticati di attentato alla sicurezza sociale.

Davvero pensiamo sia possibile fare politica usando la tecnologia del nemico? Davvero non ci interessa che alcune aziende private straniere abbiano una dossier completo su di noi, anche solo per fini commerciali? Davvero pensiamo che il nostro telefonino sia solo un telefonino? Del resto, quante volte leggiamo gli ingredienti di ciò mangiamo? Quanto ci interessa?

Due eretici della tecnologia (con la ‘t’ minuscola), ci illumineranno con la torcia dello smartphone la tana buia del Bianconiglio, facendoci appena intuire l’abisso in cui siamo precipitati.

Ma niente paura: c’è ancora spazio per resistere, certo servirà forza di volontà e un fisico d’acciaio. Nonostante questo magari saremo sconfitti, ma almeno consapevoli. Una proposta che avrà un costo, magari basso, ma diverso da zero. Perché quando un prodotto è gratis, il prodotto siamo noi.

Timothy J. Welsh – Mixed Realism: Videogames and the Violence of Fiction | Neural


[Letto su Neural]

L’impatto sociale dei videogiochi violenti è stato sempre una questione molto popolare, generando vivaci dibattiti nel mondo piramidale dei mass media prima e nel mondo selvaggio dei social media ora. Il principale argomento polarizzante si basa solitamente sugli scambi diretti tra la dimensione materiale e quella immateriale, con tutte le possibili conseguenze. Welsh contribuisce a questo dibattito con un approccio diverso. Ridefinisce il rapporto tra i due ambienti principali, parlando di ‘virtualità reale’, o di consapevolezza delle due dimensioni attribuendo loro lo stesso ‘realismo’. Il suo concetto nodale è, infatti, il ‘realismo misto’, abbandonando finalmente la classificazione binaria che ha alimentato il dibattito, definendo invece un sistema di elementi che interconnettono le diverse dimensioni in un ecosistema senza soluzione di continuità. L’autore utilizza casi di studio, come i giochi “Prince of Persia”, “Eternal Darkness” e “.hack//Infection” per classificare quello che chiama l’”ambiente digitale”. Descrive i processi mediati della guerra virtuale in Call of Duty, confrontandola con gli attacchi dei droni del mondo reale, e trovando sia l’alienazione derivata dalla spersonalizzazione del nemico che l’automatizzazione della guerra stessa (simulata o meno). La “mediazione onnipresente” di cui ci occupiamo costantemente deriva dal realismo misto che egli descrive. Infine, fa interessanti parallelismi tra videogiochi e opere letterarie.

Bitcoin e computer quantistici | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli una bella dissertazione sui Bitcoin e ciò che sottende alla loro esistenza nell’ambito quantico.

Su cosa si basa il valore di una criptovaluta? Domanda che sembra banale, ma nasconde una serie di spunti di riflessioni interessanti.

A differenza delle valute tradizionali, il suo valore non è legato a un paniere di beni o una banca centrale che ne garantisce la solvibilità, ma a tre componenti: la prima è legata alla speculazione, una sulla fiducia distribuita legata al meccanismo del blockchain e una sulla potenza computazionale utilizzata dai miner per aggiungere nuovi blocchi di tracciamento delle transazioni. In particolare, quest’ultima componente è quella più misurabile, dato che dipende sia da una serie di opex, banalmente le facility connesse ai server che svolgono i calcoli, su cui fa la parte del leone il pricing dell’energia e i capex legati all’infrastruttura hardware.

Relativamente all’energia, basti pensare che il tasso di hash della rete Bitcoin a fine 2017 era intorno a 10 exahash al secondo, il che fa stimare un consumo energetico pare a 27 terawattora, pari ai consumi dell’Irlanda. Mentre per l’hardware, basti pensare agli effetti che la fame di potenza computazionale sta avendo nel mercato delle schede grafiche. Per cui, per condividere tali costi e applicare il principio del meglio un uovo oggi che una gallina domani, ossia meglio avere un reddito piccolo ma stabile che un enorme guadagno forse ogni mille anni, i miner si sono associati in pool, per la maggior parte localizzati in Cina.

Questo scenario, apparentemente stabile, però è basato sul presupposto che non avvenga a breve un salto tecnologico tale da moltiplicare esponenzialmente la capacità computazionale: purtroppo, per i miner, non è così, dato che a breve potranno esordire sul mercato computer quantistici commerciali, che avranno effetti dirompenti sul blockchain.

Prima cosa, i computer quantistici permettono di saltare a piè pari tutti i meccanismi di sicurezza che garantiscono l’affidabilità dei blocchi, dato che permetterebbero di risolvere le hash con estrema efficienza e di violare in tempi rapidi i meccanismi in chiave pubblica e privata, minando alle basi il meccanismo di fiducia distribuita. Poi, un tizio con un computer quantistico con un centinaio di Qbit, a costi infinitamente inferiori e tempi di convergenza molto, molto più rapidi avrebbe una potenza computazionale ben superiore, nel risolvere hash, ben superiore ai pool di miner di Cina, Islanda e Giappone messi assieme. Di conseguenza, monopolizzerebbe il mercato e in tempi assai più rapidi del 2040 attualmente stimato, concluderebbe il mining dei blocchi. Al contempo, azzerando di fatto la componente di valore legata alla capacità computazionale, farebbe crollare il valore del bitcoin.

Per cui, come uscire da questo circolo vizioso ? Da una parte, ripensare la tecnologia blockchain, integrandola ad esempio con meccanismi di crittografia quantistica e ottimizzarne i protocolli di validazione in modo da aumentarne la scalabilità. Dall’altra, trovare un modo, per garantire una baseline stabile alle criptomonete, magari basata su una soluzione analoga al Tradecoin pensata dal MIT, con il consenso mantenuto da validatori designati, che legano il valore della criptomoneta un paniere di beni reali posti a garanzia della transazione.

Grande la città grande… guarda là… | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un bel post per riconoscere i meriti di Bruce Sterling sulle previsioni tecnologiche e sugli impatti sociali che le innovazioni hanno poi effettivamente portato. Un estratto:

Il suo rapporto ambiguo con la città: da buon texano, la vede come sprawl, come luogo di perdizione e negazione della libertà umana, ma non può non subirne il loro fascino, di motori del cambiamento, così come evidenzia nella chiusa:

Questo dimostra l’attrattiva delle città. Possono essere strane, sorde, difficili, corrotte, intasate, luride e piene d’ingiustizia sociale, ma rimangono forti. Eccome.

La sua antipatia per l’IoT, visto come strumento con cui le nuove multinazionali del Cyberspazio possono estendere i loro tentacoli e interessi sui tradizionali strumenti di produzione. Il suo monito continuo sul ruolo della tecnologia, non entità neutrale, ma strumento che può essere usato per fini diversi e contrapposti: rafforzamento dello stato totalitario o delle entità neocapitaliste, aumento del gap tra ricchi e poveri e della subordinazione tra capitale e lavoro, oppure possibile arma contro le prevaricazioni del potere

Ora, su queste posizioni si può discutere all’infinito, ma senza dubbio, nel caso specifico, le sue paure sull’IoT possono essere rimesse in discussione: al di là del fatto che il problema della babele di protocolli sarà difficilmente superabile dall’Amazon o dalla Google di turno, in tale ambito la faranno da padrone gli operatori di rete, più che gli Over the Top. Inoltre la loro posizione, per la volatilità del mercato e per la sempre più rapida evoluzione tecnologica, gli OTT rischiano di essere dei giganti d’argilla. Infine, da marxista, ritengo che la tecnologia abbia un ruolo assai più determinante, di quello strumentale, ipotizzato da Sterling: incidendo in profondità sui rapporti di produzione, modifica la struttura, mutando a sua volta la sovrastruttura. E l’entità di tali cambiamenti, non deterministici, a medio termine è difficilmente prevedibile.

Ciò non significa che la riflessione di Sterling sia da buttare via: è un monito, da tenere sempre presente, sui rischi che corriamo e un invito a perseguire l’ottimismo della volontà, nonostante il pessimismo della ragione.

Una nota di Emmanuele Pilia


Questo è un intervento del caro amico Emmanuele Pilia, a capo di D Editore e apprezzato transumanista, transarchitetto, e soprattutto una persona speciale. Io quoto in pieno tutto quello che ha scritto, siamo in un periodo storico dove non ci si può più celare dietro nulla, ogni oggetto è connesso a una miriadi di altri, un’enorme ragnatela cognitiva ci circonda; ciò non sarebbe male, se non fosse che a tessere i fili di questa tela c’è un’oligarchia iperliberista di entità disincarnate il cui unico scopo è il profitto, il proliferare di numeri iperbolici, fuori dal nostro mondo, a costituire così un paradigma di matematica surreale dalle forme indefinibili, occulte, inumane.

“Ma io non ho nulla da nascondere”. Questa è una replica che ricevo spesso parlando con gli amici al riguardo di Datacrazia. Be’, il fatto è che non è proprio così, sia per “te”, sia per chi ti circonda.
Ognuno di noi ha la possibilità di celare le proprie informazioni, offrendo false credenziali (un nickname e un lavoro inventato, per esempio); ma il punto è che gli algoritmi comunque ci conoscono: sanno come ci muoviamo, ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre chat e mail. Avete mai fatto caso che le pubblicità sono spesso coerenti col vostro lavoro? A me arrivano spesso pubblicità, nella barra alta di Gmail, riguardanti tipografi, materiali per l’edilizia, articoli legati alla tecnologia. Certo, a me non interessa se un algoritmo legga le parole chiave delle mie mail per poi dirmi che la Schuco ha messo in commercio dei nuovi profilati metallici che superano le prestazioni delle vecchie finestre. Ma il punto, di cui non ci rendiamo conto, è che siamo continuamente sorvegliati: la nostra posizione è costantemente monitorata dal GPS e dalle famose “celle”, le nostre conversazioni sono monitorate (non so se viene tenuta traccia di ciò che diciamo, ma chi chiamiamo e quando, quello sì) e anche i nostri dati sanitari sono oggetto di attenzione (l’Italia ha venduto tutti i nostri dati medici ad alcune aziende private).
Nel privato, questo vuole significare che niente di ciò che diciamo, pensiamo o progettiamo è al sicuro. Sì, anche quello che progettiamo, perché l’aspetto più inquietante è che attraverso la somma di una mole di dati apparentemente insignificanti (se presi singolarmente), si può tracciare un profilo incredibilmente accurato di ogni essere umano. Bastano pochissime informazioni incrociate tra di loro, per capire chi sei. Con un centinaio di “like” o simili (ripeto: su questioni insignificanti, come “quale guerriera Sailor sei?” o “Quale Jedi ami di più?”, persino su questo post) un algoritmo sofisticatissimo creerà un profilo talmente accurato da poter effettivamente prevedere alcune delle tue reazioni. E qui arrivano i problemi nel pubblico, perché la somma di questi profili ha sostanzialmente generato la campagna elettorale di Trump, della Brexit, del Front National e forse anche di Salvini (sì, anche l’Italia è nel giro delle consulenze di Cambridge Analytica).
Ieri, uno degli uomini più potenti della terra ha dovuto rispondere al Senato della nazione (ancora) più potente della Terra e ha dovuto chinare il capo e chiedere scusa, quasi in lacrime: è una cosa enorme.
Uscire da Facebook non è una soluzione, perché non è solo Facebook a usare i nostri dati come fosse il petrolio del nuovo millennio, e soprattutto perché esso fa parte del lavoro di troppi di noi. Ma qualcosa la possiamo fare: aiutiamo chi non ha i mezzi, o chi non ha le conoscenze, ad approcciare in modo il più consapevole possibile questi strumenti. Ne va della tenuta della stessa democrazia.

E della nostra salute psichica, aggiungerei io, infine… Buona connessione a tutti.

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