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Archivio per Digitalizzazioni

Demagógiaprotektor™, mechanically induced reaction | Neural


[Letto su Neural]

La passività indotta dalla retorica dei politici è stata gloriosamente celebrata dalla biologia all’arte e alla teoria dei mass media, ma non è mai stata accreditata così tanto come dopo le ondate populiste che si sono verificate nel 2016. La diffusa disillusione del grande pubblico ha profondamente risuonato in tutti i tipi di media partecipativi, perpetuati in maniera diversa, più e più volte. Demagógiaprotektor™ di Dániel Cseh prende come riferimento questi sentimenti e atteggiamenti diffusi, utilizzando una strategia strutturata dei makers. Si tratta di un esoscheletro per dito medio stampato in 3D regolabile al portatore e alimentato da un servomotore usando il riconoscimento vocale di Google. Quando viene riconosciuto un set di frasi predefinite ed aggiornabili, solleva il dito per un po’ di tempo. Quello a cui letteralmente si assiste è una minima reazione forzata, che certifica allo stesso tempo la passività di chi guarda, ma riesce sicuramente a risvegliare la sua capacità di reagire come se fosse un tentativo disperato di rivitalizzare un malato gravemente compromesso.

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Murmer – Songs For Forgetting | Neural


[Letto su Neural]

Patrick McGinley, meglio conosciuto nelle enclave experimental e sound-art come Murmer, ha reso possibile l’uscita di questo album in simbiosi con la Gruenrekorder e grazie a un crowfunding su Kickstarter, coinvolgendo amici e gran parte della folta comunità artistica estone, appassionati ed attenti cultori che rendono assai vivace la ricerca musicale ed estetica a quelle latitudini. Murmer lo ricordiamo come radio-artist su Resonance 104.4 FM a Londra, protagonista di una trasmissione gestita da Framework, collettivo del quale è stato anche co-fondatore e attivista, dedicandosi alla fonografia, alle field recording e alla realizzazione decisamente non accademica di audio-archivi. Adesso, trasferitosi con la sua famiglia in Estonia, cerca di supportare con questo progetto la scena locale e il risultato sembra davvero interessante, a partire dall’artwork, grezzo ma elegantissimo, progettato dall’illustratore armeno Vahram Muradyan e realizzato con carta totalmente riciclata e frutto di un riuso effettuato in quella stessa regione. McGinley, che è un attento sostenitore d’una cultura sonora site-specific, sembra naturalmente attratto dal tentativo di coniugare suoni trovati, composizioni e suggestioni provenienti da spazi o attività specifiche, questo al fine di creare connessioni epidermiche e propositive fra un potenziale insieme di persone interessate e un altrettanto possibile e realistico contesto. Songs For Forgetting è la prima uscita su formato esteso per Murmer sin dal 2012, quando pubblicò What Are The Roots That Clutch per la Helen Scarsdale Agency. Nel frattempo la creatività di questo artista non ha perso colpi, dispiegandosi anche in maniera più matura e controllata, adesso splendidamente evocatrice d’ellittiche cesure, centellinate energie e trasalimenti, piccole emergenze auditive fatte di ticchettii, sorde vibrazioni, risucchi, scampanellii e ventate beatifiche. “Io lavoro molto lentamente” ha dichiarato lo stesso Murmer, ricordando che il primo elemento di quest’opera fu registrato a Köln nell’agosto del 2007, mentre ulteriori field recording furono catturate in prossimità di gocciolamenti di pioggia provenienti da tubi di scarico dell’era sovietica nella cittadina estone di Tõravere, così come altri materiali sonori furono raccolti in Spagna (Valenza), Francia (Ētretat) e Perruel (nella zona del fiume Andelle, in Normandia). Insomma, seppure anche il forte nesso fra ruralità e sound-art non sia cosa nuovissima, Murmer ne è un fantastico esegeta, considerando le trame, i luoghi di cattura e quello che infine è il risultato d’una davvero meticolosa applicazione.

Useless Weapons Series, corrupting abstract violence | Neural


[Letto su Neural]

La digitalizzazione e la conseguente duplicazione fisica hanno raggiunto in questo momento il punto in cui è possibile tecnicamente fruirli al di fuori dei laboratori dove solitamente so sono sviluppati. Guardare un file 3D che rappresenta un oggetto materiale e pensare all’infinito potenziale della duplicazione fisica è un collegamento logico che si è diffuso solo recentemente, consentito dalla notevole diffusione della stampa 3D. Alexandra Ehrlich Speiser si è concentrata sui file 3D delle armi che sono ampiamente disponibili nel dark web. Nelle sue ‘Useless Weapons Series’ li ha difettati grazie a diverse strategie come l’inserimento nel codice di un testo pacifista o una sua leggera modifica, causando una interconnessione diversa nella struttura che va a danneggiare la funzionalità dei file. Alcuni esempi di stampa 3D, come una ‘non letale’ Smith&Wesson e AK47, oppure una Granata della seconda Guerra Mondiale sono state esibite all’EMAF 2017. In questo modo ha materializzato i suoi sabotaggi astratti e la loro capacità di influenzare la stessa natura eterea del file, e di conseguenza la pericolosità e la minaccia originale.

Zero Likes, the aesthetics of nothingness in iconic bulimia | Neural


[Letto su Neural]

Feste di compleanno all’ultimo grido, tramonti mozzafiato, facce stropicciate di prima mattina, spiagge, scorci di tetti, gatti e cibo a volontà… i social network ne sono letteralmente invasi. Ben il 10% di tutto il patrimonio fotografico mondiale, partendo dal primo celebre scatto di Niepce del 1826, è stato scattato negli ultimi 12 mesi. Un quinto di questo 10% è stato pubblicato on line. Si tratta di un quantitativo di immagini che raggiunge cifre da capogiro e che sembra tendere a crescere ulteriormente ed instancabilmente, post dopo post, frenesia dopo frenesia. Una sovrapproduzione di immagini spesso pensate con lo scopo principale di arricchire il proprio profilo su Instagram, che più di altri social network punta ad un alto impatto visivo e ad un linguaggio costruito da una estrema sintesi di immagini e testi per condividere INSTA-nti di vita. Ma cosa succede quando le foto condivise non ottengono la visibilità sperata? In che baratro di vergogna e silenzio scivolano le immagini che non colgono l’attenzione o l’approvazione di nessuno? Questo crudo sentimento di rifiuto online ha motivato l’artista e programmatore australiano Sam Hains nel creare Zero Likes, una AI addestrata a rispondere solo a quelle immagini che non hanno mai ricevuto un like o un’interazione su Instagram. Non pienamente soddisfatto, Hains ha poi addestrato un’altra AI per rispondere alle immagini generate dal primo. Il risultato è un inquietante patchwork accompagnato da sottotitoli automatizzati e didascalici, al limite dell’alienante. Una indagine o forse meglio una meditazione sull’estetica del nulla che si ripete con la cadenza di un rito o di una nuovissima tradizione; con la pacata ed illogica risolutezza che solo un’intelligenza artificiale può così fedelmente rispettare.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE > I MILLENNIALS E IL CONTESTO


Un discretamente lungo articolo di Marco “Antares666” Moretti sui Millennials, le generazioni cresciute all’ombra del digitale e della connessione perenne. Un estratto:

In questo macrosistema possiamo identificare la Generazione Y, o Millennials, come quella che prova a emergere, ritagliandosi tra mille difficoltà uno spazio fra le consolidate gerarchie lavorative e sociali. Questa generazione è quella composta da ragazzi nati dal 1980 fino ai primi anni 2000. Si parla di giovani che hanno goduto di ottime condizioni di partenza e hanno potuto dedicarsi allo studio; infatti una buona percentuale di loro è laureata ed è depositaria di un sapere e un saper fare ignoti ad altri gruppi di popolazione.

Cosa impedisce ai Millennials di prendere il posto che spetterebbe loro di diritto? Tra le tante cause possibili c’è senz’altro la situazione di contesto. La tecnologia e la globalizzazione hanno contratto lo spazio e il tempo e stanno trasformando la società da stazionaria (lavoro a tempo indeterminato, casa di proprietà, comunità locali) a nomade (lavoro a progetto, continui traslochi, comunità online). Questo influisce fortemente sulle abitudini delle nuove generazioni, che faticano a trovare stabilità economica, sociale, affettiva, spirituale ed emotiva. Come osserva Zygmunt Bauman: “La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche quella afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e d’impotenza.”

Seguono conclusioni dettate da convinzioni personali, che in questa fase sono altrettanto validi dei percorsi cognitivi ufficiali, che magari celebrano quest’ondata connettiva che può rinnovare il nostro modo di vivere; e voi, cosa ne pensate?

Around the world and dot in red, looping networks | Neural


[Letto su Neural]

Fin dalle prime opere pionieristiche di net art come quella di Olia Lialina/Márton Fernezelyi’s ‘Agatha Appears’ (dove i protagonisti sembravano apparentemente restare nello stesso posto, ma in realtà lei saltava da un sito web all’altro e questo era visibile soltanto dall’indirizzo URL visualizzato sullo schermo), l’ubiquità in tempo reale delle reti è sempre stata un territorio attraente per gli artisti. ‘Around the world and dot in red‘ è un’opera d’arte di Damjanski che utilizza la possibilità di interagire attraverso luoghi fisicamente diversi in una maniera nuova e differente. La terza opera della serie It’s just all now è un live stream che ha inizio a New York e che viene riproposto in diretta a Lisbona, a Berlino, Belgrado, Los Angeles e infine di nuovo a New York con una voce artificiale che legge uno dopo l’altro i numeri IP coinvolti. Il loop infinito che ne consegue circonda letteralmente il pianeta con un punto rosso, mentre allo stesso tempo il video stream resta statico, rappresentando di nuovo la stessa apparente contraddizione che aveva ispirato l’avanguardia della net art.

Andreas Broeckmann – Machine art in the twentieth century | Neural


[Letto su Neural]

Coloro che hanno familiarità con li progetti di Andreas Broeckmann, prima al V2 di Rotterdam, e poi come direttore artistico a Transmediale, possono riconoscere in questo testo diverse parti della sua lunga indagine sull’arte “meccanica”. Tenendo traccia delle esibizioni da lui curate e dai testi scritti nel corso degli anni, è possibile riconoscere alcuni punti di vista famosi del passato, su un percorso che porta a questo libro. Qui cerca in maniera sistematica di collegare l’ubiquità della macchina e i concetti riguardanti alle macchine con un numero di progetti artistici e le loro direzioni differenti, definendo così 5 qualità fondamentali dell’estetica delle macchine: associativa, simbolica, formale, cinetica e automatica. Incorniciata in un percorso storico coerente, alcuni artisti vengono messi in risalto, tra i tanti, David Rokeby e Stelarc, che possibilmente usano il corpo come macchina esterna e interna, ma partendo anche dalla decostruzione della macchina con Jean Tinguely, fino ad arrivare agli ambienti digitali squisitamente imperscrutabili di Seiko Mikami. Broeckmann chiaramente rifiuta la definizione del genere “machine art”, rendendolo piuttosto meno ambiguo, e dal punto di vista storico risulta scettico riguardo tutti i tentativi di definire singolarmente l’arte in relazione ai mezzi tecnologici connessi. Ma le opere d’arte e le esibizioni che analizza e descrive formano una cartografia concettuale di riferimenti intercorrelati che possono essere usati come un livello di base trasparente per capire la piccola galassia delle macchine nell’arte.

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