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Archivio per Filosofia

La spada di Uriele e le Porte della percezione: ritrovare l’accesso al paradiso perduto – Axis ✵ Mundi


Su AxisMundi la sintesi (mai termine fu più appropriato) tra il pensiero di Albert Hofmann e Stanislav Grof, inserito in un contesto sciamanico e di legittimazione di realtà invisibili, quindi inesistenti, che sfociano in consapevolezze nate dal confronto trascendentale. Un estratto:

Ciò che ci interessa in queste note è però anche l’aspetto dell’esperienza personale che ebbe Hofmann con il suo “bambino difficile”, così com’è stata raccontata in un‘intervista con un altro ricercatore sugli stati di coscienza, per così dire problematico, ovvero Stalislav Grof. Il significativo incontro si svolse “non a caso” all’Istituto Esalen, la patria delle ricerche sulle interazioni mente/corpo. Per gli scopi di questo articolo ci interessa precipuamente evidenziare alcuni passaggi di questa lunga intervista, tuttavia una cosa è da porre a cappello di tutto, come chiave interpretativa del pensiero hofmanniano, ovvero la contrarietà assoluta che il grande chimico ha costantemente manifestato circo l’uso dell’LSD in un un contesto ludico-profano (come d’altronde è largamente avvenuto spesso con conseguenze tragiche). Hofmann, difatti, sosteneva che l’uso dell’LSD in un setting improprio può essere considerato come la profanazione di una sostanza sacra.

In una prospettiva del tutto utopistica il “suo bambino” avrebbe dovuto ispirare la stessa venerazione che gli indigeni nutrivano per questo genere di sostanze, il che, francamente, ci rende un poco perplessi, vista la totale difformità culturale tra i due ambienti, che escludono la possibilità di permettere un semplice e innocuo travaso tra di loro. Premesso ciò si può prendere nota di alcuni significativi stralci dell’intervista contenenti le domande poste da Stanislav Grof a Albert Hofmann e le di lui risposte, segnalando che essa è tratta dalla rivista «Altrove n.15» (anno 2013) dove la si può integralmente leggere. Nel corpo dell’intervista sono presenti, intercalate, e quindi riconoscibili, alcune nostre osservazioni a modesto corredo interpretativo.

Grof: Se intendo bene, lei ritiene, come del resto anch’io, che anche riuscendo a spiegare tutte le modificazioni biochimiche e neuropsicologiche nei neuroni, ci dovremmo comunque confrontare con l’enorme divario tra i processi chimici ed elettrici e la coscienza, che sembra incolmabile.

Hofmann: Si, è il problema fondamentale della realtà. Possiamo studiare varie funzioni psichiche e anche le funzioni sensoriali più basilari, come la vista o l’udito, che costituiscono la nostra immagine quotidiana del mondo. Esse presentano un lato materiale e un lato psichico. Questo è il divario che non si può spiegare. Possiamo seguirne il metabolismo nel cervello, possiamo misurare le modificazioni biochimiche e neurofisiologiche, i potenziali elettrici, e così via. Questi sono processi materiali ed energetici. Ma la sostanza e la corrente elettrica sono una cosa molto diversa, un piano molto diverso, dall’esperienza psichica. Persino la vista e le nostre altre funzioni sensoriali sollevano lo stesso problema. Dobbiamo renderci conto che esiste un divario che probabilmente non potrà mai essere colmato o spiegato. Possiamo studiare i processi materiali e vari processi a livello energetico: questo e ciò che possiamo fare come scienziati. Poi però sopraggiunge qualcosa di molto diverso, l’esperienza psichica, che rimane un mistero.

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Il reale non è razionale ma piuttosto paradossale – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un lungo post di Roberto Paura che analizza la filosofia di Francesco D’Isa – tra i primi sostenitori del nascente connettivismo di allora – che risente di buddismo, di Carlo Rovelli, di Fisica quantistica e concetto del reale. Un estratto:

Con L’assurda evidenza, D’Isa riparte dai temi del suo romanzo La stanza di Thérèse (2017), nel quale, assumendo i panni dell’eroina eponima volontariamente rinchiusasi in una stanza d’albergo per mettere ordine nel suo caos mentale e comunicando con la sorella solo attraverso lettere, affrontava i paradossi dell’infinito. Nulla di più facile, per la ragione umana, che smarrirsi di fronte al concetto di infinito: “Una volta pensata la domanda, non c’è via di ritorno”, scriveva Thérèse/D’Isa. Il riferimento principale di quel libro erano gli studi del matematico Georg Cantor, che aveva reso pensabile l’infinito all’interno della matematica attraverso l’invenzione dei numeri transfiniti, inizialmente poco apprezzati dai suoi colleghi ma poi rivelatisi fondamentali per la teoria degli insiemi sulle cui basi è stata costruita la matematica del XX secolo, insieme alla logica e a una parte preponderante della fisica teorica. In una lettera del 1884, Cantor specificava che le sue scoperte non riguardavano “l’assoluto, cioè l’assolutamente grande (sive Deus), il quale si determina da sé ma non può essere determinato da noi”, quanto piuttosto la possibilità che “ogni numero transfinito è passibile di un aumento” (Cantor, 2021). Indizio prezioso perché aiuta a comprendere il ragionamento di D’Isa/Thérèse: se l’assoluto, inteso come il Tutto infinito, si determina da sé, echeggiando la teologia negativa dello pseudo-Dionigi, mentre i numeri transfiniti hanno bisogno, per esistere, di essere determinati dal numero che li precede, ne consegue che ciò che esiste nel mondo dipenda dalle relazioni tra le cose, mentre il Tutto sfugge a questa proprietà.Fin qui Thérèse. Ma che questa conclusione fosse del tutto provvisoria lo si capiva bene nel romanzo, perché a sua volta l’idea di una comprensione relazionale del mondo produce tutta una serie di paradossi, a cui L’assurda evidenza si dedica con metodicità. Che le cose esistano come relazioni tra le cose fu la grande intuizione della Monadologia di Leibniz, a cui D’Isa si richiama; la sua riscoperta in anni recenti si deve ad alcuni importanti progressi sia nell’ambito della filosofia della fisica che in ontologia.
Nel primo caso sono stati il premio Nobel sir Roger Penrose, il filosofo Julian Barbour, e i fisici teorici Lee Smolin e Carlo Rovelli a rifondare la monadologia come presupposto per uno dei più promettenti approcci alla comprensione fisica della realtà ultima, la teoria della gravità quantistica a loop. Questa teoria è di tipo relazionale, vale a dire che nega l’esistenza di realtà fondamentali in assenza di relazioni tra i costituenti ultimi e di osservatori in grado di percepirli.

Nel secondo caso il richiamo è all’Ontologia Orientata agli Oggetti, teoria di cui lo stesso D’Isa si è occupato introducendo nel 2021 la traduzione italiana delle sintesi di Graham Harman Ontologia orientata agli oggetti. Una nuova teoria del tutto: se è impossibile conoscere la vera essenza delle cose, possiamo comunque conoscere l’aspetto sensuale delle cose, cioè il modo in cui ci appaiono ai sensi, e ciò rappresenta comunque un livello di conoscenza valido perché è l’unico che ha importanza per chi esperisce; per un essere umano, la comprensione del mondo in termini di colori, odori, sapori ha un significato anche se queste proprietà sono solo relative ai nostri sensi e non proprietà ultime.
Da queste premesse, secondo cui “se qualcosa esiste, è tale solo in virtù delle relazioni che ha con le altre cose”, D’Isa s’imbatte però in un paradosso. Una relazione implica differenza, vale a dire che una cosa esiste se è differente da un’altra, altrimenti varrebbe il principio degli indiscernibili proposto da Leibniz, secondo cui “se le monadi fossero prive di qualità sarebbero indistinguibili l’una dall’altra […] e uno stato di cose sarebbe indiscernibile dall’altro” (Leibniz, 2011). Tuttavia, se affinché qualcosa esista è necessario non essere qualunque altra cosa, ne deriva che qualcosa che non esiste deve necessariamente non essere diversa da qualunque altra cosa, altrimenti esisterebbe; ma se non è diversa da qualunque altra cosa, allora per il principio degli indiscernibili è comunque uguale a qualcosa e dunque esiste. D’Isa ne conclude che è impossibile che qualcosa non esista.

Le cinque vie | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione del nuovo romanzo di Sergio Mastrillo, Le cinque vie, in uscita per Tabula Fati; la quarta:

Le Cinque Vie è un viaggio verso l’ignoto, sia fisico che spirituale. La storia di Murdot-Hal, un monaco Arcano, eroe atipico, che abbandona il monastero per scoprire il segreto che nasconde il Fuoco Caduto dal Cielo.
Un libro sul destino, sulle entità superiori che governano l’apparente caos dell’universo, un diario postumo di storie intrecciate alla sorte del mondo secondario in cui è ambientato. Le Cinque Vie è un antico tomo custodito nel Monastero di Nurdeb, un testo sacro che i monaci aggiornano da millenni e che Murdot-Hal userà per cercare un senso in tutto ciò che lo circonda, non solo nell’ambito della divinazione e degli strani eventi che stanno accadendo. Schopenhauer diceva: “Certo che l’uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole”. Questo è il concetto che si trova alla base del romanzo.

L’istinto e l’indole seguono trame prestabilite? Siamo certi del libero arbitrio? Si può interferire sull’ineluttabilità? Lo potrete scoprire durante questo viaggio verso terre sconosciute. Un itinere tra le montagne e la steppa insieme ai Figli del Vento, popoli in lotta che adorano più di ogni altra cosa i loro cavalli. E poi c’è il piano intermedio, il mondo dei sogni, veri e propri messaggi premonitori che si fondono alla realtà spietata della natura umana. Quei sogni che Mordot-Hal cercherà di interpretare per dare una valenza divina alle sue scelte. Se siete appassionati di filosofia, antropologia e teologia, in questo libro troverete quello che cercate.

La crisi del III secolo: la paura di vivere e l’anarchia militare – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis cenni elaborati della società romana del III d. C., quando il potere era nelle mani dell’esercito che designava, a suo piacere, imperatori che garantivano i maggiori donativi; il tutto in un contesto di decadenza, pandemie, rivoluzioni sociali.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo si sia profilato come un’incredibile concatenazione di eventi, accompagnata da una profonda trasformazione non solo nella psicologia delle persone e nell’estetica dell’arte, ma anche nel modo di vivere e di comunicare nel quotidiano, e pure nella maniera di rappresentare, il rapporto tra coloro che detenevano il potere e i subordinati. Fu dunque un periodo in cui le contraddizioni, i contrasti e i precari equilibri mai del tutto risolti della prima età imperiale conflagrarono per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che essa investì gli strati profondi della compagine imperiale e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Per quello che riguarda la storia politica, l’eliminazione di Severo Alessandro a Mogontiacum da parte dei soldati in tumulto nel 235 pose fine alla dinastia tradizionalmente definitiva «monarchia militare dei Severi», che nel complesso aveva rappresentato un periodo di stabilità per l’Impero. La definizione di «monarchia militare» allude al fatto che l’elemento militare era stato promotore del potere stesso e, insieme, al fatto che gli esponenti di tale dinastia si erano appoggiati con donativi e premi proprio agli eserciti. L’ammutinamento di Mogontiacum pose fine unilateralmente all’accordo tra soldati e imperatore: per tutta quanta la storia precedente, mai i soldati avevano pensato neppure un attimo di mettere in discussione l’istituto del principato e la sua autorità; la loro indispensabilità, riconosciuta dai fatti, li aveva spinti e li avrebbe spinti a proporre un proprio capax imperii, ponendo sempre più in ombra l’importanza del Senato.
Il III secolo, e segnatamente il periodo tra il 235 e il 285, è altresì definito come «anarchia militare», definizione che sottolinea la preminenza dell’elemento militare nell’elezione imperiale. Si trattò del periodo più confuso della storia di Roma, tanto pernicioso nei suoi effetti da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa dell’Impero come entità politica. L’importanza, dunque, assunta dalle armi, garanti dell’integrità dello Stato, fu densa di conseguenze. La scelta del vertice era ormai saldamente nelle mani dei militari: gli stessi aspiranti alla porpora erano spesso esponenti della truppa, nemmeno ufficiali di alto rango e ancor più spesso di oscuri natali, se non addirittura di origine straniera. Molti di coloro che si succedettero nel giro di un cinquantennio rimasero in carica soltanto per pochi mesi, se non per pochi giorni; e, contrapponendosi l’uno all’altro, diedero vita a governi effimeri e ad ancor più effimeri progetti politici. Fu questa la stagione dei Soldatenkaiser.

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L’età degli imperatori per adozione – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un lungo resoconto di quella che fu l’età d’oro dell’Impero Romano, il periodo che va da Nerva fino a Marco Aurelio compreso, quando il principato era assegnato per adozione – figli non biologici. Si va dal 96 d.C. al 180, e vale la pena leggere la storia minuta tratteggiata nel post; un estratto:

Il periodo che comincia con il principato di Nerva (96) e arriva fino alla morte di Commodo (192) è – se si eccettuano gli ultimi dodici anni, quelli, appunto, del principato di Commodo! – un secolo intero di stabilità, che non ha uguali (per durata e benefici effetti) in nessun altro periodo della storia romana. Se il primo secolo dell’Impero era stato caratterizzato da tensioni e conflitti di governo, il secondo è contraddistinto da una sostanziale uniformità di conduzione del potere. Ormai saldo nei suoi confini, consapevole della sua grandezza, capace di romanizzare intimamente le genti assoggettate nei secoli, l’Impero sembrava effettivamente tutto pervaso di iustitia e humanitas, quale nessun’altra espressione politica antica conobbe mai. Gli imperatori che si succedettero nell’arco di tempo considerato fecero sincera professione di mitezza e di generosità e alcuni di loro furono addirittura fini intellettuali, di cultura estremamente aristocratica.
Il Senato, di fatto ormai esautorato, ritrovò una sua parvenza di potere nei confronti dell’imperatore e finì per adattarsi a un ruolo limitato, o meglio subordinato, ma non più esposto a quelle aggressioni insultanti e violente che avevano segnato tanto negativamente il governo dei Caesares del I secolo.

Il problema della successione dei principi trovò, dunque, una soluzione soddisfacente nel sistema dell’adozione: e questo garantì, almeno fino a Marco Aurelio, una serie di imperatori dotati di alte qualità personali. La stabilità raggiunta dall’ordinamento governativo attenuò quello che era stato l’assillo continuo di congiure e ribellioni gestite dai grandi generali dell’esercito, pronti a servirsi della propria forza militare per realizzare personali ambizioni di potere; e consentì anche agli stessi principi di procedere a riforme istituzionali e sociali prima del tutto inattuabili. In varia misura, ma con costanza, i provinciali furono ammessi a cariche pubbliche di prim’ordine, il che mostra come l’Impero sapesse valersi assennatamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentivano in Roma la loro patria e dalle più lontane regioni guardavano a lei come alla μήτηρ καὶ πατρὶς κοινὴ πάντων («madre e patria comune di tutti») e pregavano, come nell’encomio Εἰς Ῥώμην (Or. 26) del retore asiatico Publio Elio Aristide, che essa durasse in eterno. Fu questo pure il periodo in cui procedette instancabile l’opera di trasformazione dei centri urbani, processo che giustamente è stato definito «urbanizzazione dell’Impero», ma fu anche l’epoca in cui strade, commerci e opere pubbliche raggiunsero il massimo sviluppo.

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“Regressus. I motivi economici della fine dell’impero romano d’occidente” di Pier Luigi D’Eredità – Letture.org


Su Letture.org un’intensa intervista al filosofo e storico economico Pier Luigi D’Eredità, che ha pubblicato Regressvs. I motivi economici della fine dell’Impero romano d’Occidente, uno studio che intreccia discipline e sensibilità fuori dal comune. Un estratto:

Lo storico tedesco Alexander Demandt ha individuato nella storiografia oltre 200 fattori potenzialmente responsabili della fine dell’impero romano d’occidente; come evidenzia il sottotitolo del libro, Lei ha invece inteso evitare ogni «determinismo storico» ricercando i “motivi”, piuttosto che le “cause”, del declino della pars Occidentis: quale processo condusse al tramonto di un dominio millenario?
Demandt ha stilato un elenco molto utile a rendersi conto dell’ampiezza del problema includendo fra i fattori, giustamente, anche atteggiamenti culturali e mentali. Proprio grazie alla quantità delle indicazioni di Demandt a mio parere si viene spinti a riflettere che la ricerca mono o oligocausale non ha un fondamento. È proprio il complesso di situazioni che hanno concorso allo sfaldamento della parte occidentale dell’impero che ci deve indurre a evitare di indugiare nel meccanismo causa-effetto, a vantaggio della spiegazione organica, dove ciascuna parte spinge (motus, motivo) in una direzione. Quando la spinta diventa consistente la possiamo assumere come elemento di spiegazione storica. Dal che la scelta di preferire l’espressione “motivi” a “cause”. Quanto al discorso sul “determinismo” a mio parere bisognerebbe semplicemente comprendere che ogni spinta ha un suo coefficiente di determinazione; tutto sta per uno storico (ed è il fascino di questo “mestiere”) nel sapere dosare l’incidenza e la portata delle spinte. Ogni ricerca storica deve ambire a cogliere spinte e fattori determinanti e non mi sento di dire, per questo motivo, che nel mio lavoro ho “inteso evitare ogni determinismo storico”, perché ne ho proposto semmai uno aperto e complesso.

Quale ruolo rivestivano la terra e l’agricoltura nel sistema economico e sociale romano?
Un ruolo assolutamente determinante. La potenza di Roma era strettamente legata a due fattori, la terra e l’esercito. Il ruolo sociale della funzione terriera era così profondo che dalle origini alla fine la proprietà terriera segnò profondamente la struttura dello Stato, in tutte le sue quattro forme (regno, repubblica, impero e dominato) e costituì la base anche della teoria del diritto che assegna non a caso alla proprietà il rango di diritto assoluto.

Quale ferrea logica presiedeva all’espansionismo militare romano?
La logica dell’utile. Con questo concetto però bisogna procedere con moltissima attenzione. Per “utile” non si deve intendere solo l’espressione di un vantaggio direttamente economico o addirittura finanziario ma la sintesi di una visione moto più ampia. Era “utile” difendere gli alleati quando il non farlo avrebbe indebolito il nomen romanum, la potenza di Roma. Una penetrazione militare nella Scozia più settentrionale e la costruzione lì di una piazzaforte non era “utile” perché ne derivassero seri vantaggi economici o gestionali ma metteva in chiaro che Roma non avrebbe consentito nel proprio territorio le consuete scorribande dei Caledoni o Pitti (diciamo gli antenati degli Scozzesi). “Utile” era dividere la figura del servo in diverse sotto-figure e consentire a non pochi di loro di lavorare, pagare le tasse e perfino riscattarsi. “Utile” era finanziarie spedizioni alle sorgenti del Nilo non per disegnare una nuova carta geografica del continente ma per capire se vi fossero fonti di reddito o addirittura miniere d’oro. E così via.

Quale debolezza caratterizzò sempre il sistema finanziario dell’impero romano?
La modesta conoscenza dei meccanismi che presiedono alla circolazione monetaria. Per secoli Roma praticò un’economia monetaria molto arcaica e quasi il baratto. Ancora oggi in italiano si adopera l’antico nome latino al posto della parola denaro o moneta e cioè pecunia, da pecus, pecora; oppure, al posto di “corrispettivo” o “stipendio” si dice ancora “salario”, dall’usanza romana di pagare con il sale un corrispettivo. Tutto ciò non “può” ma deve fare riflettere. Come deve fare riflettere la spaventosa disinvoltura con la quale nei secoli Roma, specie in occidente, variò il tenore della moneta togliendo sempre più oro o argento e sprofondando persino nella suberazione, cioè nel verniciare un a moneta di metallo bronzeo dandole un valore nominale simile a quello di un metallo nobile.

Piero Scanziani, “Entronauti” | The Omega Outpost


Sul blog di Oedipa_Drake la recensione a Entronauti, di Piero Scanziani, un libro che non conoscevo ma che mi ha aperto conferme sulla mia visione del mondo. Vi lascio ad alcune note della recensione:

Il protagonista, l’autore stesso, è un giornalista, a cui il suo caporedattore chiede con insistenza un pezzo sull’India, che viene accordato a patto di poter andare a New York – meta che è solo la prima tappa di un premeditato, lungo viaggio di ricerca.
L’itinerario si snoda tra Occidente e Oriente, passando per Stati Uniti, Francia, Grecia, India, Londra, Cina, Giappone, India e infine verso il Monte Athos: lunghe ore di volo, decine di personaggi incrociati, tutti che come il tassello di un imponente mosaico, lo accompagna verso la meta, la ricerca di una risposta sulla vita e sulla morte.

“Dediti alle sole scienze profane, abbiamo obliato i circuiti mentali che appartenevano alle scienze sacre. Senza introspettive, ma l’introspezione è anch’essa rigorosamente sperimentale. Il sacro esiste e se l’uomo non lo vive, impallidisce, anemico e sconsolato.”

Il protagonista intraprende una vera e propria enquête di classica memoria alla ricerca dei più grandi saggi di tutto il mondo, trovandone di ogni genere, con stili di vita completamente differenti, ma ciascuno aggiungerà un pezzetto prezioso alle riflessioni dell’autore, al suo evolversi interiore, al suo confrontare le diverse culture, il diverso modo di approcciarsi alla spiritualità e, soprattutto in questo, il grande divario tra Oriente e Occidente, ove lo spirito ormai sembra cosa morta, trascurabile. Ogni nuova meta non porta conversioni, ma nuove domande. Non c’è tensione ultraterrena, anzi, c’è tutto l’uomo con le sue pulsioni umane, il suo grido interiore che anela pace, un senso definitivo.
L’ultima tappa è la scalata del monte Athos, ove incontra Nicodemo, che vive in una cella a strapiombo sul mare raggiungibile con una pericolante carrucola, depositario forse della rivelazione ultima.

“Gli domando:
‘Aspetti la morte?’
‘La morte? La morte non c’è’. […]
Alzo lo sguardo verso una stella. Forse anch’essa è morta, da milioni di anni. Ma la sua luce no, cammina eternamente nello spazio e il nostro occhio l’incontra, viva. La stella non è morta e nulla muore: ciò che muore, cade nella vita.”

Lankenauta | Chthulupunk


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Chthulupunk, lavoro recente – a metà strada tra narrativa quantica, saggio e autobiografia, senza che sia davvero nulla di tutto ciò – di Lukha B. Kremo uscito nella colla non-aligned objects, da me curata per i tipi di DelosDigital. Vi lascio a un estratto:

Si tenta la via dell’ibrido, romanzo autobiografico in cui il vero e il falso non sono mai sicuri, saggio che tratta i temi della fisica più all’avanguardia e ne coglie le immense risonanze filosofiche (non dimentichiamoci che Kremo insegna storia e filosofia nei licei). Tutti questi dati (biografici, storici, fisici, filosofici) sono mescolati con leggerezza direi da perfetto connettivista, movimento al quale Kremo fu fra i primi ad aderire. Connettere quindi ciò che appare distante dalla nostra troppo umana percezione. Movente poetico sotterraneo a un movimento di narratori e poeti, che fu fondato nel 2004 da Sandro Battisti, Giovanni De Matteo, Marco Milani. Connettere i saperi per denunciare la fattucchieria del Sapere. Mettere in correlazione, in risonanza quantistica.

In tutto questo la vita di Kremo, la sua straordinaria aneddotica si perde un po’. Un difetto di questo ibrido è la brevità. Che cosa sarebbe stato se Kremo avesse lasciato andare il cuore alle sue rievocazioni di pirata metropolitano? Quali avventure avrebbe cavato dal cilindro? Lui, mago dell’underground milanese, ora disperso in mille rivoli che da vero marinaio manco si ricorda. Editore, poeta, elettro musicista, viaggiatore, scrittore, hacker, conoscitore esperto di geopolitica, come dimostra il suo blog, artista di mail art, inventore della Nazione Oscura, micronazione dell’immaginazione che batte moneta, ha un calendario, ministri. Se ogni stato è parodia, qui siamo alla parodia di una parodia: il Re è Nudo. Per inciso i rapporti con lo Stato Italiano sono stati sanciti dall’invio di un pezzo di ghiaccio alla Presidenza del Consiglio. Rapporti letteralmente “congelati”. Probabilmente ad libitum. Performance artistica, poetica boutade, protesta satirica, ridicolizzazione del potere si mescolano: genio toscano. Kremo è nato a Livorno, da bambino era in Nigeria -conosciuta per decenni la periferia milanese- ha vissuto in provincia di Genova, poi alle isole Canarie, infine è tornato nella città natale. Ma chi lo conosce lo sa: non abita da nessuna parte, il suo camper è un’ astronave che viaggia nel tempo. Le sue case vestigia di regni perduti.

Ecco la mania contemporanea di abbreviare tutto: video, film, canzoni, libri… Ne parla molto bene “Cronofagia” di Davide Mazzucco. Escono “prodotti” a velocità sempre più inquietanti, vietato soffermarsi troppo su uno di questi; il capitalismo ci mangia il tempo con il lavoro e con l’intrattenimento. E ciò produce il Kipple, lo scarto, Kremo ne è da sempre ossessionato, tanto da chiamare Kipple Officina Libraria la propria Casa editrice, punto fermo per gli appassionati del fantastico e da qualche anno anche della poesia di sperimentazione con la collana Versi Guasti curata da Alex Tonelli. Casa editrice “piccola ma combattiva”, la definì Giuseppe Lippi. E non dimentichiamoci che Pulphagus stesso altro non è che un planetoide fatto di spazzatura che orbita intorno alla terra. Contro il disordine entropico, non rimane che cercare un ordine ma come se anche l’intelligenza, sistema ad alto consumo di energia, aumenta il disordine stesso? Scendiamo nella terra dell’insolubile e dell’enigma.

Roma tra paganesimo e cristianesimo. Viaggio nelle “religioni della crisi” (III-IV sec. d.C.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che indaga il momento di transizione tra paganesimo e cristianesimo, avvenuto alla fine del IV secolo nell’Impero Romano, passando nella crisi dei valori antichi e locali per sfociare in una spiritualità orientale, solo successivamente collassata proprio nel cristianesimo. Un estratto significativo:

Nella tarda antichità si assiste alla coesistenza da un lato della religio ufficiale romana, e dall’altra al proliferare di nuove forme religiose, soprattutto di provenienza orientale. Molti dei culti della religione ufficiale si mantengono, altri cadono in disuso nel III secolo d.C., per poi essere rivivificati nella metà del secolo successivo dall’aristocrazia senatoria nell’ambito di un processo di restaurazione culturale e religiosa.
Già con la dinastia dei Severi e l’arrivo di nuovi imperatori non occidentali, nuove divinità vengono portate a Roma, che continuano però a affiancare culti più radicati e antichi, come quello di Giove Capitolino (molto amato da Diocleziano e dalla tetrarchia), o quella della Dea Roma. La stessa Urbe, ancora nel corso del IV secolo, viene definita “tempium mundi totius”.
Caracalla fa erigere entro i confini cittadini un tempio dedicato a Serapide, Elagabalo introduce il culto del dio solare della sua città natale, Emesa, mentre Aureliano quello del Sol Invictus. Dall’ultimo decennio del IV secolo d.C., avviene una rottura sostanziale e formale del legame che da sempre univa lo Stato alla religio. Ciò è ben esplicitato dalle decisioni prese da alcuni sovrani cristiani: il rifiuto dell’imperatore Graziano di assumere la carica di pontifex maximus, il taglio di fondi statali al culto di antiche divinità o a collegi sacerdotali, e infine la rimozione dell’Altare della Vittoria dalla sede del Senato da parte di Teodosio. Un atto, questo, fortemente simbolico. Tutte decisioni atte a sottrarre linfa vitale alla vecchia religione, non solo attraverso l’emanazione di editti o leggi. Resta però forte il culto della persona dell’imperatore. Tale culto imperiale non può essere relegato negli schemi del disegno politico di legittimazione del potere, ma pur nel mutare delle forme, delle circostanze, e delle intenzioni dei personaggi oggetto di culto e dei loro seguaci, esso mantiene una forte valenza simbolica e religiosa, che cambia a seconda delle province dell’impero. A Roma, ad esempio, difficilmente viene riconosciuta la divinità o il carattere divino dell’imperatore ancora in vita, pur tuttavia esaltandone le qualità, e celebrando la sua apoteosi post mortem almeno fino al V secolo.

Nei momenti di profonda crisi, inoltre, come quelli che si verificano tra il IV e il V secolo, si assiste da parte della popolazione alla ripresa di antiche discipline pagane di etrusca memoria, che si pensava avessero addirittura salvato la città di Narni da Alarico. Le cause che portano alla dissoluzione della religione pagana sono molteplici, e vanno rintracciate in primo luogo in una profonda crisi istituzionale e sociale. L’antica religio non riesce a soddisfare le intime esigenze dell’individuo, che più che rivolgersi agli dèi per la salvaguardia e l’incolumità dello Stato, è alla ricerca di un’affermazione di sé stesso come singolo, e non come parte di una comunità. L’attenzione è quindi rivolta, in un primo momento, a culti di provenienza orientale, di matrice misterico-salvifica, che assicurano ai fedeli un’esistenza beata dopo la morte. Questi dèi non richiedono alcun atto di conversione né tantomeno di esclusività. Si hanno infatti testimonianze di persone dedite ai più culti.
Caso noto è quello di Vettio Agorio Pretestato, esponente dell’élite senatoria pagana, morto nel 384 d.C. Nel suo epitaffio sepolcrale si può leggere: “augur, pontifex Vestae, pontifex Solis, quindecemvir, curialis Herculis, sacratus a Liber e nei misteri eleusini, ierofante di Ecate, neocorus di Serapide, tauroboliatus, pater patrum“. Nonostante questo, però, sono culti rivolti solo a uomini o a donne, o a persone appartenenti a una determinata classe sociale (come nel caso di quello mitraico).
I punti di forza che faranno del cristianesimo la religione predominante, pur con tutte le sue correnti, saranno proprio l’esclusività del culto, il fatto che sia rivolto a tutti senza distinzioni di sesso o rango, e la strutturata gerarchia ecclesiastica, la quale ha il compito di stabilire i principi della fede, che devono essere uguali per tutti e non soggetti a differenze regionali o culturali.

Guerra Fría – Nadie Me Espera En Este Lugar


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Free listening and free download (mp3) chill and down tempo music (album compilation ep single) for free (usually name your price). Full merged styles: trip-hop electro chill-hop instrumental hip-hop ambient lo-fi boombap beatmaking turntablism indie psy dub step d'n'b reggae wave sainte-pop rock alternative cinematic organic classical world jazz soul groove funk balkan .... Discover lots of underground and emerging artists from around the world.

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

MITOLOGIA ELFICA

Storie e Leggende dal Nascondiglio

Stories from the underground

Come vivere senza stomaco, amare la musica ed essere sereni

Luke Atkins

Film, Music, and Television Critic

STAMPO SOCIALE

Rivista di coscienza collettiva

La Ragazza con la Valigia

Racconti di viaggi e di emozioni.

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Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

TRIBUNUS

Duemila anni di Storia Romana

Alessandro Giunchi

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HORROR CULTURA

Letteratura, cinema, storia dell'horror

Oui Magazine

DI JESSICA MARTINO E MARIANNA PIZZIPAOLO

Eleonora Zaupa • Writer Space

Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, oppure...

Through the Wormhole

“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

AI MARGINI DEL CAOS

un blog di Franco Ricciardiello

Tra Racconto e Realtà

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