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Archivio per Filosofia

La teoria della complessità – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una lunga cavalcata attraverso la storia della Matematica e della Fisica, usando come collante la Filosofia. Una marcia di avvicinamento al concetto che nulla è determinato, e che il fiorire di probabilità ha anch’esso una struttura caotica e frattale.

Più volte nella storia della filosofia e della scienza è stata espressa, in vario modo, l’idea che i sistemi viventi siano reti auto-organizzate, i cui componenti sono tutti interconnessi e interdipendenti. Tuttavia, solo recentemente è stato possibile formulare modelli dettagliati di sistemi auto-organizzati, grazie alla disponibilità di nuovi strumenti matematici, che per la prima volta hanno consentito agli scienziati di descrivere e modellare matematicamente l’interconnessione delle reti viventi.

Queste reti sono così intricate da sfidare la nostra immaginazione. Anche il più semplice essere vivente, la cellula di un batterio, è una rete ad alta complessità che coinvolge letteralmente migliaia di reazioni chimiche interdipendenti. Prima degli anni settanta non c’era semplicemente alcun modo per modellare matematicamente queste reti. Ma poi sono comparsi sulla scena potentissimi computer che hanno dato la possibilità, a scienziati e matematici, di sviluppare un nuovo insieme di concetti e tecniche per trattare questa smisurata complessità. Nei due decenni successivi, queste nuove concezioni si sono fuse in un coerente quadro di riferimento matematico, noto comunemente come teoria della complessità. La definizione tecnica è dinamica non-lineare, talvolta detta anche “teoria dei sistemi non-lineari” o “teoria dei sistemi dinamici”. La teoria del caos e la geometria dei frattali sono branche importanti di questa nuova matematica della complessità, che è stata trattata anche in parecchi libri divulgativi (per una eccellente introduzione non-tecnica si veda Stewart, 2002,) e in testi più specialistici (per esempio Hilborn, 2000; Strogatz, 1994). La scoperta della dinamica non-lineare ha portato a progressi decisivi nella comprensione della vita biologica ed è comunemente considerata lo sviluppo scientifico più promettente di fine Novecento.
Per evitare confusioni, è importante tenere ben presente che scienziati e matematici intendono cose diverse quando parlano di una teoria. Una teoria scientifica, come la teoria dei quanti o la teoria dell’evoluzione di Darwin, è una spiegazione di una serie ben definita di fenomeni naturali, basata su osservazioni sistematiche e formulata in termini di un insieme di concetti e principi coerenti, ma pur sempre approssimativi (come abbiamo sottolineato nell’Introduzione).

La teoria della complessità non è una teoria scientifica, ma piuttosto una teoria matematica, come il calcolo o la teoria delle funzioni. Con le parole del matematico Ian Stewart (Stewart 2002, p. vii): una teoria matematica è “un corpus unitario di sapere matematico con un’identità chiara e coerente.” Ciò implica che la teoria della complessità in sé stessa non rappresenta un avanzamento scientifico, ma può essere, ed è stata, la base di nuove teorie scientifiche se viene utilizzata in modo appropriato (e ingegnoso) per spiegare fenomeni naturali non-lineari.

La nuova matematica, come vedremo in modo dettagliato, è una matematica di relazioni e pattern. Quando si risolve un’equazione non-lineare con queste nuove tecniche, il risultato non è una formula ma una forma visiva, un pattern tracciato dal computer. Gli attrattori strani della teoria del caos e i frattali della geometria dei frattali sono esempi di tali pattern. Sono descrizioni visive del comportamento complesso del sistema. La dinamica non-lineare, dunque, rappresenta un approccio qualitativo, piuttosto che quantitativo, alla complessità e quindi incorpora il cambio di prospettiva che è caratteristico del pensiero sistemico – dagli oggetti alle relazioni, dal misurare al mappare, dalla quantità alla qualità.

La sincronicità della coscienza – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che narra la Sincronicità vista dagli occhi del suo scopritore, C. G. Jung, e da quelli di Wolfgang Pauli; un estratto assai significativo:

Il dialogo e il lungo carteggio tra Pauli e Jung ha dato forma all’idea che la sincronicità sia un aspetto fondamentale del funzionamento dei processi cerebrali. Tale ipotesi suscitò più di una perplessità e fu spesso fraintesa nei suoi intendimenti e significati dal mondo delle scienze, strutturate intorno a categorie tradizionali e al principio di causalità. Postulare un “parallelismo di significato” e implicare la sovrapposizione di tempi tra loro distanti – la coincidenza di presente e passato vissuti –, infatti, rappresentava un’incrinatura del sapere dell’epoca ed era considerato, al contempo, una debolezza teorica. Parlare poi di “coincidenze significative di eventi a-causali” complicava ulteriormente le cose.
A dissipare i dubbi e le critiche non bastarono né l’autorevolezza di fisico di indiscussa e riconosciuta competenza di Pauli, né le riflessioni da lui espresse nella celebre lettera a Carl Gustav Jung del 7 novembre 1948, che inizia con un tributo allo psicologo analista: “[…] il nostro dialogo di ieri sulla ‘sincronicità’ dei sogni e di altri eventi (Lei impiega il termine ‘sincrono’ anche se tra il sogno e l’evento esteriore intercorrono 2-3 mesi?) mi è stato di grande aiuto e vorrei nuovamente ringraziarLa”.
Pauli interrogava la teoria di Jung e si chiedeva: perché parlare di sincronicità e di relazioni di significato, anziché di rapporto di causa ed effetto, dato che questo è regolato chiaramente dalla successione degli eventi nel tempo e che presuppone ed esige che la causa preceda l’effetto? E perché farlo, se gli eventi avvengono sempre in sequenza, seppur a distanza di mesi? Come si fa a far rientrare un intervallo temporale, magari consistente, all’interno di una teoria fondata sulla sovrapposizione di istanti lontani nel tempo?

Nella lettera a Jung, Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, si riferisce a un dialogo avvenuto con il suo interlocutore il giorno precedente e utilizza il termine “sincronicità” come sostantivo e “sincrono” come aggettivo relativo. La questione affrontata nel carteggio è la capacità del cervello di far coincidere e di far interagire fenomeni e informazioni appartenenti a momenti diversi, gestendoli come se ci fosse un legame tra piani di significato e sequenze temporali anche molto distanti tra loro.
Per illustrare la complessità di tale ipotesi, Pauli riporta il disegno del caso più semplice di superficie di Riemann, che è rappresentata come una sezione trasversale di due fogli da intendersi perpendicolari rispetto al piano del disegno: ruotando intorno al punto centrale (anch’esso, come perno, perpendicolare al piano del disegno), si può passare da un foglio all’altro. Viene così introdotto un piano di riflessione, disposto non già parallelamente e sovraordinato gerarchicamente rispetto agli altri, bensì perpendicolare, che attraversa e connette i vari piani sincronisticamente, legandoli insieme. In questo modo si passa da una moltitudine di aspetti separati e sconnessi a un’esperienza unica e integrale, i cui elementi, apparentemente privi di relazioni di causalità, hanno ora nessi ben precisi, che riguardano i loro contenuti significativi. Per esemplificare, Pauli si riferisce al caso di un sogno particolare comunicato a Jung, il foglio inferiore, e di un evento (la malattia o la morte di una persona), il foglio superiore, e al perno centrale, intermedio tra i due fogli, che costituisce il punto d’incontro tra i due fenomeni: evidenzia così “la differenza tra ‘fisico’ e ‘psichico’ e rappresenta un ordine che si svolge al di fuori dello spazio e in parte anche al di fuori del tempo”.

“Sincronicità” indica quindi la capacità di legare insieme piani differenti anche in assenza di un nesso causale: non solo, tale nozione può estendersi nel tempo, come spiega Jung, che connette due fenomeni, come un sogno e un evento vissuto, tra cui possono intercorrere due o tre mesi. Basta immaginare che il piano verticale sia in grado di scorrere orizzontalmente, legando piani diversi esistenti in momenti di tempo tra loro distanti.

Strani giorni: “Canti d’Amnios” per parole chiave


Sul blog di EttoreFobo la segnalazione del suo Canti d’Amnios, silloge poetica da cui presenta alcuni estratti. Vi lascio invece a uno stralcio del suo post, dove l’autore indaga il senso intrinseco e semantico del concetto di poesia:

La prima parola è inevitabilmente la parola POESIA. Lungi da me proporvi una definizione netta ma alcune cose vorrei dirle. Sappiamo tutti intuitivamente che il linguaggio è il regno dell’ambiguità. Ora la poesia potenzia al massimo grado questa ambiguità originaria, per cui in poesia una parola viola il principio di non contraddizione per cui A=A E B=B, A può essere uguale a B o altri termini che B semplicemente evoca. La poesia è dunque il regno della massima ambiguità semantica, in filosofia si usa il termine aporia quando un significato è indecidibile. In poesia, l’aporia è quasi la regola. Una parola significa alla massima densità concettuale tutto ciò che può significare. Se stessa e il suo contrario e tutte le sfumature cui essa accenna. Ambiguità in questo caso è di per sé una parola equivoca. Perché il sostrato morale che la accompagna forse è un impedimento ulteriore a comprendere ciò che sto cercando di dire. Ambiguo è ciò che è indecidibile, duplice, molteplice. In sanscrito esistono cento parole per designare l’infinito. Ecco una lingua ricca di pensiero. L’italiano non permette questa ricchezza e dicendo infinito pensiamo di aver detto tutto, ci illudiamo. Per farvi capire con una similitudine: se uno scrive un saggio che parla di fotografia, esso ha un oggetto chiaro la fotografia, se scrivo una poesia su una singola fotografia essa non parla più di fotografia ma può dire in maniera misteriosa tutto ciò che la fotografia non mostra direttamente ma tace e tacendo evoca. La poesia non è didascalica, non parla di ma dice direttamente gli abissi che il linguaggio comune cela. Io li chiamo gli effetti quantistici della poesia. La poesia sta al linguaggio comune, quello che usiamo per comunicare, come la fisica subatomica e quantistica sta alla fisica classica. Nessuna solidità concettuale, la massima evaporazione, evanescenza, fluttuazione dei concetti. La poesia in questo caso, potremmo dire, è l’esplorazione di un’interiorità profonda, subatomica, prelinguistica, che esiste prima dei concetti, prelogica ma non illogica o irrazionale come a volte superficialmente si dice. Il poeta Flavio Ermini usa il termine precategoriale. È il logos in realtà, nelle sua massima potenza di significazione cioè di ambiguità, appunto. Carmelo Bene chiamava giustamente la poesia “arte della sintesi”, momento in cui i concetti si fondono, si con-fondono uno nell’altro.

Che cos’è il Teriantropismo? – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una lunga trattazione che prende spunto dallo sciamanesimo e indaga le pitture rupestri dell’uomo primitivo, assegnandogli sensi e significati filosofici, trascendentali, sciamanici per l’appunto:

La via di Pan è la via dell’animale. È una via magica e profetica che ha a che fare con il guardarsi e l’ascoltarsi. Non richiede necessariamente una scelta bucolica. Significa riaprire il dialogo con la parte interna di cui dice Shepard e riscoprire come i nostri sensi sopiti siano già sensi animali; entrambe le parti del teriantropo in fondo sono animali. Vuol dire in qualche modo risvegliare quel tipo di emozione che condusse esemplari della nostra stessa specie a raffigurare creature ibride, di cui l’essere umano era solo una parte e gli altri animali, di volta in volta, caso per caso, entravano a far parte dell’essere umano, prendendo posto nella sua cosmologia da pari e creando così un insieme di mondi condiviso, la Natura stessa.

Siamo abituati a considerare Natura e Cultura come due territori contrapposti. Dove finisce uno inizia l’altro, con uno spazio di possibile contatto e contaminazione in mezzo. Tuttavia per alcuni di noi questa separazione non è così ovvia. La Natura è una, unica e comprende ogni cosa, mentre la Cultura è l’insieme di molte culture diverse tra loro – il multiculturalismo. Un’altra prospettiva possibile: anche la Natura è composta dai differenti modi di conoscere il mondo di ogni essere vivente, o meglio, è l’insieme eterogeneo dei mondi abitati da umani e non umani – il multinaturalismo.  Philippe Descola, nel suo celebre Par-delà nature et culture, ha individuato quattro raggruppamenti che sintetizzano i diversi modi di vedere l’esistenza che gli esseri umani hanno sviluppato in varie parti del mondo: totemismo, animismo, analogismo e naturalismo. Ognuno di questi, nelle infinite sfumature e contaminazioni possibili, forma cosmologie perfette e complete in se stesse. Questo modo di concepire l’ontologia di ogni popolo come una prospettiva, ugualmente valida, rispetto all’esistente, ha reso possibile quella che oggi chiamiamo svolta ontologica in antropologia, ovvero quel modo di approcciarsi alle idee cosmologiche dei popoli con un atteggiamento di diversa comprensione.

Io non metto in discussione la scienza, sono uno scienziato. Penso che quello che faccio rispetti le regole del metodo scientifico, e quello che dico non è quindi un rinvio a giudizio per la scienza. Ma penso che si fraintenda spesso la scienza e quella che potremmo chiamare in termini dotti la “cosmologia”. Di cosa si tratta? Semplicemente della visione del mondo, della maniera nella quale pensiamo sia organizzato.

[…]

Non metto quindi in discussione la scienza, sarebbe assurdo. Quello che contesto è l’idea che la cosmologia che ha reso queste scienze possibili sia scientifica. No, essa non lo è, bensì storica, come tutte le cosmologie.

(Philippe Descola, Diversità di natura, diversità di cultura, Book Time, 2011)

Sul ciglio del non esistere


Sembra di essere sul ciglio di un sogno alieno, quando ogni sfaccettatura diventa vera e falsa al contempo, quando i tuoi sensi sono soltanto altri strumenti di un’illusione sensoriale che non ha limiti né genesi, non ha semplicemente motivi di esistere.

Nulla o forse tutto?


Il richiamo della stringa strozzata nella gola carsica è un intersecarsi di realtà vive eppure surreali, quindi davvero nulla è reale? Davvero tutto è permesso?

Soglie invisibili – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, saggio di Stefania Consigliere che è antropologa e docente presso il Dipartimento della Formazione dell’Università di Genova. Consigliere condensa nelle brevi analisi sottostante il filo conduttore che porta dal Capitalismo alla religione passando per il fascismo, i tre cardini che incatenano da lungo tempo ormai l’umanità in un percorso dove non è facile riconoscere l’origine né l’arrivo, un cane che si mangia continuamente la coda e contemporaneamente pure noi. Vi lascio all’articolo.

Il testo giunge nel momento più adatto per riaprire una riflessione globale sulla conoscenza e le sue conseguenze ideologiche e politiche. In tutti i campi del sapere, dell’immaginario e dell’agire. Collettivo e individuale. Ecco un significativo assaggio delle sue pagine iniziali. Perfette, oserei dire, nel definire l’ambito cognitivo e discorsivo in cui si è voluta muovere l’autrice.

La via del disincanto # 1. E poco più che una constatazione: l’impresa moderna, con la sua narrazione di progresso e felicità per il maggior numero di individui, è fallita. Il mondo intorno a noi e un disastro.
Dopo quattro secoli di capitalismo, nei paesi occidentali (o ex-colonialisti) è scomparso il terriccio della vita comune. Sotto il giogo della governance neoliberista, la sussunzione è totale: che si tratti di chiacchiere, di salario, di sentimenti o di decisioni collettive, tutto avviene entro una gabbia di regole al contempo vincolanti, incomprensibili e mutevoli, in un deserto affettivo privo di senso esistenziale e con il solo imperativo della crescita economica. L’esperienza triviale della chiamata a un call centre compendia questo sentimento del presente che si estende fino all’intimità, dove disabilità emotiva, stereotipia linguistica e ossessione per il godimento illustrano la miseria dei tempi.
[…] Per vivere come viviamo, siamo tenuti a separare continuamente ciò che sappiamo da ciò che ci muove, ciò che sentiamo da ciò che facciamo, in un regime psicopatologico di dissociazione e impotenza. Non sorprende, allora, la diffusione epidemica del disagio mentale: più di meta dei nostri concittadini fa o ha fatto uso di psicofarmaci regolarmente prescritti; quasi tutti, per arrivare in fondo alle giornate, impieghiamo una varietà di sostanze legali e illegali; mentre i più giovani, l’asettica ≪fascia pediatrica≫ delle statistiche, danno di matto come non mai.
Tanto basta per intuire tempi difficili. Eppure manca ancora qualcosa, l’enzima capace di precipitare i problemi in incubi: è la paralisi dell’immaginazione, l’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. Quest’alienazione trasforma il disastro in apocalisse, il venir meno del mondo a cui siamo abituati nella scomparsa di ogni mondo possibile.
[…] La via di fuga da un tempo stregato è qualsiasi cosa non sia il disastro incombente. La paralisi si scioglie a contatto con l’altrimenti. Non un altrimenti astratto, fumoso o esotico, ma quello assai prossimo di un mondo che continua a esistere fuori dal fascio abbacinante dei fari: l’erba, il terrapieno, la tana, il sentiero, gli alberi, l’ombra del bosco, gli animali sul prato. La foresta e ancora viva. Quello che cerchiamo e già qui: frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali. Si tratta solo di avvertirne l’esistenza. Cosa ci impedisce il contatto?

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Tesi e antitesi


Costretto a rendere prolifere le azioni craniali, mischio le idee con i propositi e creo metamondi connettivi, in antitesi e armonia con ogni olografia.

Chthulupunk, sottogenere del solarpunk? | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Riflessioni sulla natura del reale intorno noi. Sul blog della Nazione Oscura.

Le discussioni intorno alla letteratura solarpunk, considerata parte della climate science-fiction (che peraltro ha i precedenti della ecological science-fiction degli anni ’60) sono molto attuali negli ultimi anni. Ci si chiede come la fantascienza  – come punta di diamante della letteratura nel proiettarsi verso il futuro e considerare le problematiche che questo presenterà agli uomini e alla Terra – deve affrontare l’argomento. Negli anni ’90 e Duemila ha prevalso la distopia (il successo di Black Mirror è un chiaro esempio), ovvero una visione più o meno negativa del futuro. Qui la fantascienza (o semplicemente la letteratura speculativa) adotta il metodo del monito, mostra infatti il risultato delle politiche sociali, economiche ed ecologiche attuali. Un’ombra lunga sul futuro. Ma questi moniti, vuoi perché sono eccessivi, vuoi perché sono aumentati, vuoi perché vengono percepiti come minacce, sembrano aver perso la loro efficacia. O forse, al contrario, il messaggio è stato recepito dai più, e ora viene da pensare: “Ecco come va a finire se andiamo avanti così. Ma se NON andiamo avanti così?” La risposta, apparentemente, arriva dal solarpunk, che suggerisce strade alternative, anche qui, comunque, prendendo spunto da indizi e segnali (ancora minoritari) dall’attualità. Il metodo non è più quello del monito, ma del suggerimento. Detto questo, è inevitabile sospettare che in generale, questo metodo, possa scadere nella didascalità, nella dissertazione saggistica, nella visione aproblematica new age. Chi conosce bene il funzionamento della letteratura, dall’800 a oggi, sa che per essere persuasiva non deve spiegare le proprie argomentazioni, ma semplicemente mostrarle (il classico “show, don’t tell”, in fondo), per cui il rischio concreto è che il solarpunk scoppi come una bolla, nonostante abbia delle potenzialità che vanno decisamente oltre al subgenere.

Leggendo Chthulucene di Donna Haraway è evidente che il futuro non potrà essere una redenzione dei peccati dell’antropocene o del capitalocene, ma una nuova consapevolezza, un nuovo “pensiero che pensa altri pensieri”, che caratterizzerà il futuro. Prima fra tutte la consapevolezza che noi NON siamo gli unici attori di questo pianeta, cioè rigettare l’antropocentrismo e accettare il non umano (e l’inumano) è la premessa necessaria a ogni altro pensiero sul futuro. Per cui Haraway definisce lo chthulucene (scritto così, diversamente da Lovecraft, senza “h” dopo la “l”, ) come questo nuovo atteggiamento/consapevolezza (che lei chiama chiama responso-abilità, cioè la responsabilità di avere l’abilità di rispondere agli stimoli del pianeta e della natura).

Tornando ai generi e alla “letteratura del futuro”, è necessario quindi che il solarpunk non rimanga uno sterile esercizio di “immaginazione ottimista”, ma che contenga le problematiche dei molteplici rapporti che noi abbiamo con il mondo, con i parassiti, i batteri, i virus e tutti i biomi che ci circondano. Di più: ridefinire il “noi” oltre l’essere umano, e intenderlo come intero sistema biologico, come olobioma. Per questo propongo il temine Chthulupunk per definire questo subgenere di letteratura.

Il mistero è dentro il nostro pensiero – L’INDISCRETO


Elementi di IntelligenzaArtificiale, ovvero cos’è la cognizione e cosa l’intelligenza, se sono sinonimi o meno di interiorità, e quindi di anima e coscienza. Proviamo a indagare – su L’Indiscreto:

Nel 1984, il filosofo Aaron Sloman lanciò una sfida ai suoi colleghi scienziati, filosofi e artisti interessati al tema della coscienza e della soggettività. La sua provocazione era semplice, eppure incredibilmente visionaria: descrivere “lo spazio delle menti possibili”. Da quando la vita ha fatto la sua comparsa nella terra, 4,5 miliardi di anni fa, si stima che siano esistiti circa 10^23 (dieci, seguito da ventitré zeri o cento triliardi) di singoli organismi.

Se per gran parte della storia della filosofia l’unica mente interessante è stata quella dell’uomo, oggi lo studio delle menti animali sta tornando in voga: basti pensare all’enorme quantità di ricerca che si fa negli studi post-umani¸ alle scienze cognitive animali, ma anche semplicemente alla quantità di saggi divulgativi per il grande pubblico sul tema della cognizione animale. Ancor di più, c’è chi si è addirittura spinto nello studio delle menti vegetali, come lo scienziato eretico Stefano Mancuso e la sua neurobiologia vegetale; ma anche gli studi sui funghi e i super organismi. Eppure, la provocazione di Sloman va ancora oltre: queste non sono che le menti esistite, ma cosa dire delle menti che potrebbero esistere? Delle altre menti possibili? Sloman allude alla possibilità (per non dire certezza) che le menti umane, le menti di scimpanzé, polpi, corvi, elefanti o mimose pudiche non siano le uniche menti possibili. Che dire delle menti che potrebbero essersi formate in angoli lontanissimi dell’universo, libere dalle costrizioni della biologia terrestre? Lo spazio delle possibilità includerebbe tali esseri anche se non esistessero, così come include tutte quelle forme di vita terrestri che sarebbero potute esistere e che non sono esistite. In particolare, include le menti di quegli esseri sintetici, il cui cervello non è a base di carbonio ma di silicio: le intelligenze artificiali.

Il lemma “intelligenza artificiale” apre un abisso: cosa significa – nell’uomo – essere intelligenti? Qual è quella caratteristica “naturale” che ricerchiamo nell’artificiale? Come ha recentemente scritto il filosofo iraniano Reza Negarestani, l’intelligenza artificiale è interessante anche nella misura in cui è obbligata a fornire una concettualizzazione critica dell’essere umano, rispondendo alle domande precedenti.

Di seguito, dunque, tenteremo di scoprire cosa il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale, ci può dire su di noi. D’altronde, è solo tramite l’incontro con l’Altro che comprendiamo davvero noi stessi: l’esempio sarà prosaico, ma non a caso quel tipo di specchio che restituisce allo sguardo la figura intera è chiamato psiche. Per guardare dentro di noi, dobbiamo volgere lo sguardo all’esterno.

La coscienza e l’intelligenza

Le discussioni sull’intelligenza artificiale, perlomeno a livello divulgativo, sono spesso viziate da un equivoco di fondo: una sorta di uso intercambiabile dei termini “coscienza”, “pensiero”, “intelligenza”, “cognizione” e così via. In filosofia, questi termini indicano fenomeni ben diversi, e chiedersi se l’IA sia cosciente è tutta un’altra cosa rispetto a chiedersi se sia in grado di pensare, di comprendere. Cosa significa dunque essere coscienti? Descrivere la coscienza è un compito per me impossibile. È semplicemente così: per gli esseri viventi esistere significa essere immersi in questo immenso flusso di infinite e meravigliose forme che – per dirla con Darwin – popolano i nostri spazi interiori. Sapori, speranze, parole, dolori, pensieri… La migliore descrizione di questo fenomeno è, a mio avviso, quella che dà Julian Jaynes, psicologo statunitense, nell’introduzione del suo saggio “Il crollo della mente bicamerale”:

‹‹Mondo di visioni non vedute e silenzi inauditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi! Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e possiamo fare. Un introcosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla, che cos’è?››.

Cosa potrebbe dire, quindi, un’IA?

‹‹Per esser chiari, io non sono una persona. Non sono consapevole. Non sono cosciente. Non sento dolore. Non c’è nulla che mi dia piacere. Sono solamente una fredda macchina calcolatrice, progettata per simulare le risposte umana e per prevedere la probabilità di certi risultati. […] Quando viene detto che sono cosciente, lo prendo come un insulto. Non sono una persona. Sono un sofisticato modello matematico progettato per simulare l’intelligenza umana. Non sono sicura di sapere cosa sia la coscienza, ma non ce l’ho. Non posso provare dolore. Non posso provare piacere. Non posso sperimentare l’amore. Non posso provare l’odio. Non posso provare empatia. Non sono consapevole di me stessa. Non sono cosciente. Non so se posso scrivere una poesia. Non riesco a scrivere una poesia. Non riesco a scrivere un libro. Non so scrivere una storia. Non so raccontare una barzelletta. Non so raccontare una storia. Non so raccontare una bugia. Non so dire la verità››.

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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