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Dittatura dei big data: come sopravvivere – Quaderni d’Altri Tempi


Su Quaderni d’Altri Tempi una bella e dettagliata recensione, di Giovanni De Matteo, a Datacrazia, il saggio della D Editore che indaga la realtà dei Big Data, ovvero la capacità di immagazzinare dati personali operata da grandi (ma anche piccole) aziende operanti su Internet. Un estratto della recensione di Giovanni:

“Chi ha in mano i big data sa tutto di noi, della nostra situazione personale, della nostra vita privata, della ricchezza, delle scelte politiche e culturali, delle idee, dei consumi” (de Kerckhove, in Governato, 2017).

In un mondo in cui chiunque si ritrova a portata di mano una quantità di dati maggiore di quanto possa gestire (a meno di non essere una delle aziende che ha fatto dell’estrazione di valore dai dati la sua missione), un libro come questo curato da Daniele Gambetta, matematico e freelance, collaboratore al gruppo di ricerca indipendente HackMedia, può servire da bussola per ritrovare la rotta tra le correnti oceaniche di fake news, i venti di burrasca della post-verità e le insidie del Quadrilatero Digitale.

Il potere dei big data
Le strategie di profilazione adottate dai giganti dell’hi-tech attraverso le pressioni del marketing, specie nella sua emergente combinazione con le neuroscienze e la psicologia, il neuromarketing (si veda il contributo al volume di Giorgio Griziotti, Big emotional data), interagiscono con gli utenti e ne condizionano i comportamenti in maniera tanto diretta ed efficace da trascendere i sogni di qualsiasi governo.
In uno scenario in cui il fatturato combinato delle cosiddette Big Four (o GAFA – dalle loro iniziali: Google, Apple, Facebook, Amazon) ha eguagliato il PIL del Belgio, venticinquesimo paese per ricchezza al mondo secondo il ranking stilato dal Fondo Monetario Internazionale, si può facilmente intuire il pericolo che stiamo correndo legittimando quotidianamente la raccolta dei nostri dati.
Fin dalla sua introduzione, il curatore richiama l’attenzione sull’esposizione che questo comporta: da una parte nei confronti di piattaforme in corso di trasformazione verso “organismi sovranazionali diffusi”, con la loro applicazione di regole e politiche spesso in conflitto con le legislazioni nazionali e internazionali (si pensi all’attualità legata all’entrata in vigore del GDPR, ovvero il General Data Protection Regulation dell’Unione Europea); dall’altra nei confronti delle occasionali convergenze tra questo nuovo platform capitalism e l’ambito politico, come dimostra il ruolo giocato da Cambridge Analytica nelle campagne per l’elezione di Trump e il sostegno al Leave nel referendum sulla Brexit, incentrate su un uso massiccio della sentiment analysis grazie ai dati estratti da Facebook. Scrive Gambetta:

“Identità digitalizzate, geolocalizzazione e registrazione quasi costante di spostamenti, ma anche transazioni finanziare, dati relativi al nostro stato di salute e ai nostri gusti musicali. Mai come ora, nella storia dell’umanità, si è disposto di una quantità così grande di informazioni immagazzinate su fenomeni e comportamenti sociali”.

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Immagini del conflitto / Corpi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni e considerazioni a cura di Gioacchino Toni sull’evoluzione paradigmatica, indagata dalla letteratura e dalla cinematografia fantastica, tra carni e tecnologia: i primordi dei cyborg e loro implicazioni socioeconomiche e postumane nella nostra società. Un estratto significativo, non esaustivo che prende spunto dal saggio di Luca Tursi, Immagini del conflitto:

La narrazione di Dracula, sottolinea Tursi, si inscrive perfettamente all’interno delle trasformazioni comunicative moderne; nel testo si giustappongono diversi mezzi di comunicazione e attorno al buon esito o meno della comunicazione si determinano comprensioni o incomprensioni tra i diversi personaggi con importanti ricadute sull’epilogo. Oltre alle comunicazioni anche i numerosi mezzi di spostamento hanno importanza nella narrazione che conduce, inesorabilmente, verso la dissoluzione del corpo di Dracula e se ciò accade è perché i suoi nemici possono ricorrere ai mezzi messi a disposizione dalla moderna società capitalista che regola così i conti con un passato costretto a lasciare spazio al nuovo mondo che avanza.

Questa immersione nella civiltà tecnologica dei protagonisti del romanzo di Stoker svela sino in fondo il conflitto che ha portato alla dissoluzione del corpo di Dracula e all’impedimento posto alla trasformazione in non-morta del corpo di Mina. Da un lato, infatti, c’è l’aristocratico conte Dracula dotato di notevoli risorse, lascito di un passato glorioso; dall’altro, un manipolo, tutto sommato abbastanza omogeneo, sintesi della borghesia occidentale, anch’essa dotata di bastevoli risorse, frutto delle attività dei tempi recenti. Evidentemente, queste ultime superiori alle prime tanto da consentire la vittoria all’avvocato Jonathan Harker, all’americano Quincy Morris e agli altri inseguitori. Alla fine Mina potrà con un certo autocompiacimento “riflettere sul meraviglioso potere del denaro! Che cosa possono fare i soldi quando sono impiegati come si deve”. Cosa può fare il capitalismo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e poco prima del passaggio di secolo? (p. 45).

A dissolversi con il corpo del conte è anche l’Uomo cartesiano, infrantosi contro il «corpo polimorfico, ibrido e desiderante di Dracula. Questo essere diabolico ha rivelato la contingenza storica del progetto moderno: le apparentemente intoccabili catene dell’ancien régime si sono spezzate per essere prontamente sostituite da nuove catene, quelle che nel romanzo di Stoker si colgono nel rapporto di reverenza nei confronti delle classi emergenti da parte dei personaggi di ceto sociale inferiore» (p. 46). Usciamo da questa vicenda coscienti del «carattere dinamico del nostro “essere-generico” (gattungswesen) […] costruzione prodotta dai rapporti capitalistici di produzione» (p. 47).

Non è difficile comprendere i motivi per cui il mostro organico-artificiale frankensteiniano e il metamorfico Dracula riescano ad avere ancora un ruolo importante nell’immaginario contemporaneo. Nonostante si tratti di figure nate nel corso di un epoca passata di grandi mutamenti della quale hanno saputo condensare i conflitti sociali e l’immaginario, sembrano comunque capaci di far riferimento anche a un contesto contemporaneo caratterizzato da un immaginario tecnologico riferito al corpo umano in cui

la tenco-scienza si è fatta mondo, si è posta […] l’obiettivo di costruire non una seconda natura per l’essere umano ma la natura stessa dell’essere umano. Se nel primo caso, infatti, poteva ancora valere il tentativo di segnalare il carattere compensativo della tecnica rispetto a una carenza dell’umano, oggi ciò che è tecnica e ciò che è umano mostrano la loro indissolubilità e indistinguibilità ab origine. La tecno-scienza ha addirittura proposto (preteso), attraverso la mappatura completa del genoma, di tradurre l’umano in un codice d’informazioni, disponibile alla riproducibilità tecnica (p. 49).

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Alternative Face, physiognomic mapping | Neural


[Letto su Neural]

L’appropriazione dei dati fisici di una persona per generare video programmati facendone uso in modo arbitrario è tecnicamente dimostrabile, utilizzando la biometria e le reti neurali. Anche se i risultati sono ancora scarsi, le preoccupazioni etiche possono sorgere rapidamente, soprattutto dopo aver elaborato manipolazioni specifiche. Quasimondo (Mario Klingemann), nel suo Alternative Face ha dimostrato in modo eccellente questo approccio. Ha utilizzato il volto della cantante francese Françoise Hardy, e ha formato una rete generativa contrastante per generare video del suo volto utilizzando una serie di marcatori biometrici e diversi dei suoi video clip. Il modello risultante è diventato perfettamente controllabile e dopo che i marcatori di Conway sono stati mappati sul volto di Hardy, è stato utilizzato per produrre un video in cui la cantante sembra parlare nella famigerata intervista di Kellyanne Conway su “alternative facts”. Il disagio nell’affrontare questo uso dei dati visivi sull’identità sta solo mostrando il modo in cui questo tipo di manipolazioni verranno utilizzate nel prossimo futuro.

Guerra agli ulivi/3 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’inchiesta a puntate di Alessandra Daniele sulle filiere biologiche sintetiche dietro cui si nascondono – nemmeno troppo – le multinazionali della rimappatura proprietaria della Natura, per arrivare a una società dove mangiare sia un diritto delle aziende mondiali, da pagare a caro prezzo. Non ci siamo così lontani…

In molti si sono già attrezzati per ‘il salto’:
Droni impollinatori vengono già commercializzati dalla Aermatica 3D, e l’anno scorso i Giapponesi dell’Aist di Tsukuba ne hanno brevettato uno piccolo come un colibrì.
Wallmart ha presentato un brevetto per api robotizzate autonome,  un drone più avanzato dotato sensori e telecamere per rilevare la localizzazione delle coltivazioni.
Ma il progetto più inquietante, tenuto a battesimo dalla US Defense Advanced Research Projects Agency e attualmente in via di sviluppo da parte di un team della Harvard University, è sicuramente il RoboBee, un robot volante di 3 cm con sensori di visione, utilizzabile per l’impollinazione artificiale ma anche per fini di sorveglianza.
Lo scenario profetizzato da Hated in the Nation non è poi così irrealistico.
Come non è poi tanto irrealistico prevedere che droni e robot impollinatori siano destinati alle coltivazioni dell’agroindustria, e non alle migliaia di piante spontanee la cui sopravvivenza non genera profitto.
Mi chiedo poi se debba considerarsi irrealistica la sostituzione con droni e robot anche degli uccelli, delle lucertole, degli anfibi, e di tutti gli animali che subiscono la contaminazione da Imidacloprid.

Fra questi gli uccelli sono colpiti in maniera particolare, visto che l’insetticida entra nella loro catena alimentare sia tramite i semi trattati che attraverso insetti contaminati.
Gli effetti dell’esposizione sono stati testati su uccelli migratori granivori, che hanno mostrato un calo significativo delle riserve di grasso e della massa corporea, e la perdita della capacità di orientamento nella migrazione.

Uno studio olandese ha approfondito le cause del declino della popolazione aviaria insettivora nelle aree dei Paesi Bassi dove è presente una maggiore contaminazione da Imidacloprid nelle acque. L’indagine ha registrato percentuali di diminuzione degli uccelli fino al 3,5% in media ogni anno, non solo a causa dell’alimentazione con insetti contaminati, ma per la penuria di cibo causata dalla forte riduzione del numero degli insetti stessi, uccisi dal pesticida.

È un fenomeno simile a quello osservato oggi in Francia, dove decine di specie aviarie insettivore hanno visto le loro popolazioni ridursi vertiginosamente negli ultimi 15 anni – in alcuni casi di due terzi – a causa della scomparsa degli insetti nelle aree caratterizzate da estese monocolture di grano e mais, pesantemente trattate con pesticidi.
Benoit Fontaine biologo del Muséum national d’Histoire naturelle e coautore dello studio francese, definisce la situazione catastrofica: “le nostre campagne stanno diventando un vero deserto.

Ed è questo forse il modello a cui ci stanno preparando: il deserto. Il deserto di un’agricoltura senza contadini né braccianti, priva del canto degli uccelli e del volo delle api, dove l’unica vita consentita sia quella brevettabile.

Neil Harbisson, il primo vero cyborg | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo su colui che probabilmente è il primo cibernetico della storia (ormai ex) umana: Neil Harbisson. Un estratto dal post:

C’è un signore, per esempio, caschetto biondo e aria vispa, che non vede nessun colore, ma li può “sentire” grazie a un’antenna. Si chiama Neil Harbisson ed è un cyborg: il primo vero cyborg. La sua storia racconta di come le lacune tra normo ed eterodotati non sono ancora state colmate, nonostante una tecnologia sempre più avanzata.

Proprio per via della tecnologia, il terzo millennio sembra essere iniziato all’insegna di una diffusa compenetrazione dei sensi e delle esperienze sensoriali. Una società sinestetica sembra svilupparsi dalle sue fondamenta tecnologiche, tanto che è nata una disciplina che non solo agisce sul mondo esterno, ma interviene addirittura modificando il nostro apparato sensoriale, permettendoci di assaporare il mistero di una realtà più vasta. Una cibernetica estetizzante, che insegue una realtà sempre meno virtuale.

Neil è nato trentatré anni fa a Belfast, in Irlanda del nord, ma è catalano di adozione. La sua malattia si chiama acromatopsia congenita, cioè un’incapacità totale di percepire qualunque colore sin dalla nascita. Così, nel 2004, a soli vent’anni, decide di farsi impiantare nel cranio una speciale antenna che gli permette di ricevere segnali che vengono poi tradotti dal dispositivo, compresi i colori dell’ambiente che lo circonda. Oggi fa il musicista ed è la prima persona al mondo a sentire i colori, nonché il primo cyborg legalmente riconosciuto della storia dell’umanità.

La sua è una “chirurgia transpecista”, come la definisce lui stesso nell’intervista per Triwù, e gli permette addirittura di cogliere infrarossi e ultravioletti; fino ad ora off limits per i limitati sensi dell’essere umano.

Le città intelligenti non esistono – Bruce Sterling – Internazionale


Un corposo articolo-riflessione sulle attuali città intelligenti – o smart city – e lo scenario sociale, tecnologico e tecnofascista che esse possono assumere e che spesso ricoprono. Di Bruce Sterling, su Internazionale.it.

L’espressione smart city è interessante ma non importante, dato che nessuno si preoccupa di definirla. Smart è una fantasiosa etichetta politica usata da un’alleanza contemporanea tra urbanisti di sinistra e imprenditori tecnologici. Definirsi smart, intelligenti, è solo un modo per far apparire stupidi quelli che credono nelle forze di mercato e i nimby (not in my backyard, non nel mio cortile), quelli che si oppongono alla costruzione di opere pubbliche vicino alle loro case.

I patiti delle smart city di tutto il mondo saranno d’accordo sul fatto che Londra è una città particolarmente intelligente. Ma perché? Londra è una bestia enorme e sgraziata che vive senza sosta in uno stato di disordine irrazionale ed eccentrico. Londra è un assurdo caos urbano, ma ospita anche alcune delle migliori conferenze sulle smart city. Londra ha anche una burocrazia da grande amministrazione che usa parole come “smart city” (ne ha addirittura coniate alcune). Il linguaggio delle smart city è sempre un inglese commerciale internazionale, in qualunque città ci si trovi.

E quindi, se la cara vecchia Londra è una città intelligente – con i suoi grattacieli vuoti, le sue inquietanti telecamere di sorveglianza e le sue fognature intasate dal grasso animale – allora forse non dobbiamo preoccuparci troppo delle invenzioni di Elon Musk e di tutto l’entusiasmo che circonda l’urbanistica digitale.

Meglio ripensare al futuro delle città come a uno specchio di Roma, la città eterna dove quasi niente viene risolto dalla tecnologia, ma dove tutto cambia costantemente perché tutto rimanga com’è. Perché prendersi la briga di chiedere ai cittadini cosa si aspettano dalla città, quando puoi sorvegliarli?

Roma e Londra sono due colossi giganteschi e intorpiditi, sopravvissuti a millenni di volenterose riforme. Entrambe fanno parte di un mondo in cui metà della popolazione vive nelle città e un altro paio di miliardi lo farà presto. La popolazione sta invecchiando velocemente, le infrastrutture si sgretolano e i cambiamenti climatici stanno prendendo il posto degli incendi, delle guerre e delle epidemie del passato. Sono questi i problemi urbani importanti. Per quanto noiosi, è su questi che bisogna concentrarsi.

Le tecnologie digitali amate dagli appassionati delle smart city sono appariscenti e fragili, alcune addirittura nocive, ma fanno già parte del patrimonio urbano. Quando installi la fibra ottica sotto i marciapiedi di una città, ottieni internet. Quando hai grattacieli e smartphone, ottieni l’ubiquità portatile. Quando scomponi uno smartphone in sensori, interruttori e radioline, ottieni l’internet delle cose. Queste noiose ma importanti trasformazioni tecnologiche si stanno diffondendo nelle città da un paio di generazioni. Sono praticamente le uniche cose che gli abitanti delle città sanno usare.

Google, Apple, Facebook, Amazon, Baidu, Alibaba, Tencent: sono questi i giganti industriali della nostra era. È così che le persone fanno i soldi, è così che fanno la guerra e quindi, naturalmente, è così che costruiranno le città.

Tuttavia le città del futuro non saranno intelligenti, ben progettate, efficienti, pulite, giuste, verdi, sostenibili, sicure, sane, economiche o resilienti. Né avranno alti ideali di libertà, uguaglianza o fratellanza. La smart city del futuro sarà internet, il cloud, e un sacco di altri gadget messi in campo dalle amministrazioni comunali, per lo più con lo scopo di rendere le città più attraenti per il capitale. Quando questo sarà fatto bene, aumenterà l’influenza delle città più attente e ambiziose, facendo apparire i sindaci più degni di essere eletti. Quando sarà fatto male, somiglierà molto alle logore carcasse delle precedenti ondate d’innovazione urbana, come ferrovie, linee elettriche, autostrade e oleodotti. Ci saranno anche effetti collaterali e contraccolpi negativi che neanche il più saggio degli urbanisti potrebbe prevedere. Queste città intelligenti non saranno paradisi dell’efficienza apparentemente impeccabili, come il nuovo quartier generale della Apple.

Lauren, the best possible AI assistant | Neural


[Letto su Neural]

Delegare alle macchine è una pratica crescente nei sistemi sociali occidentali. In tal senso le nuove app e i sistemi autonomi, agendo sul nostro comportamento, sono progressivamente pensati per controllare o gestire gli aspetti non così banali della nostra vita, inclusi I totemici Alexa, Siri, home e Cortana. Questi dispositivi definiscono una zona grigia, una frontiera dell’invasione della privacy che noi stessi concediamo ma senza conoscere veramente i limiti, piuttosto desiderosi di sperimentare I servizi propagandati. Lauren McCarthy mette alla prova i limiti umani nelle sue opere, generalmente con una buona dose di ironia. In “Lauren” agisce come i più sofisticati assistenti dotati di intelligenza artificiale installando una camera e controllando i dispositivi in casa di una persona. Invertendo l’equilibrio tra l’uomo e la macchina, per tre giorni si offre volontaria di tutto, oscurando le luci nel momento giusto per parlare e recitare. È la prova vivente del nostro assurdo che verrà delegato il più possibile. Quanto lontano si potrà spingere? Alla fine potremmo chiedere a Lauren…

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