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Archivio per Sperimentazioni

La teoria della complessità – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una lunga cavalcata attraverso la storia della Matematica e della Fisica, usando come collante la Filosofia. Una marcia di avvicinamento al concetto che nulla è determinato, e che il fiorire di probabilità ha anch’esso una struttura caotica e frattale.

Più volte nella storia della filosofia e della scienza è stata espressa, in vario modo, l’idea che i sistemi viventi siano reti auto-organizzate, i cui componenti sono tutti interconnessi e interdipendenti. Tuttavia, solo recentemente è stato possibile formulare modelli dettagliati di sistemi auto-organizzati, grazie alla disponibilità di nuovi strumenti matematici, che per la prima volta hanno consentito agli scienziati di descrivere e modellare matematicamente l’interconnessione delle reti viventi.

Queste reti sono così intricate da sfidare la nostra immaginazione. Anche il più semplice essere vivente, la cellula di un batterio, è una rete ad alta complessità che coinvolge letteralmente migliaia di reazioni chimiche interdipendenti. Prima degli anni settanta non c’era semplicemente alcun modo per modellare matematicamente queste reti. Ma poi sono comparsi sulla scena potentissimi computer che hanno dato la possibilità, a scienziati e matematici, di sviluppare un nuovo insieme di concetti e tecniche per trattare questa smisurata complessità. Nei due decenni successivi, queste nuove concezioni si sono fuse in un coerente quadro di riferimento matematico, noto comunemente come teoria della complessità. La definizione tecnica è dinamica non-lineare, talvolta detta anche “teoria dei sistemi non-lineari” o “teoria dei sistemi dinamici”. La teoria del caos e la geometria dei frattali sono branche importanti di questa nuova matematica della complessità, che è stata trattata anche in parecchi libri divulgativi (per una eccellente introduzione non-tecnica si veda Stewart, 2002,) e in testi più specialistici (per esempio Hilborn, 2000; Strogatz, 1994). La scoperta della dinamica non-lineare ha portato a progressi decisivi nella comprensione della vita biologica ed è comunemente considerata lo sviluppo scientifico più promettente di fine Novecento.
Per evitare confusioni, è importante tenere ben presente che scienziati e matematici intendono cose diverse quando parlano di una teoria. Una teoria scientifica, come la teoria dei quanti o la teoria dell’evoluzione di Darwin, è una spiegazione di una serie ben definita di fenomeni naturali, basata su osservazioni sistematiche e formulata in termini di un insieme di concetti e principi coerenti, ma pur sempre approssimativi (come abbiamo sottolineato nell’Introduzione).

La teoria della complessità non è una teoria scientifica, ma piuttosto una teoria matematica, come il calcolo o la teoria delle funzioni. Con le parole del matematico Ian Stewart (Stewart 2002, p. vii): una teoria matematica è “un corpus unitario di sapere matematico con un’identità chiara e coerente.” Ciò implica che la teoria della complessità in sé stessa non rappresenta un avanzamento scientifico, ma può essere, ed è stata, la base di nuove teorie scientifiche se viene utilizzata in modo appropriato (e ingegnoso) per spiegare fenomeni naturali non-lineari.

La nuova matematica, come vedremo in modo dettagliato, è una matematica di relazioni e pattern. Quando si risolve un’equazione non-lineare con queste nuove tecniche, il risultato non è una formula ma una forma visiva, un pattern tracciato dal computer. Gli attrattori strani della teoria del caos e i frattali della geometria dei frattali sono esempi di tali pattern. Sono descrizioni visive del comportamento complesso del sistema. La dinamica non-lineare, dunque, rappresenta un approccio qualitativo, piuttosto che quantitativo, alla complessità e quindi incorpora il cambio di prospettiva che è caratteristico del pensiero sistemico – dagli oggetti alle relazioni, dal misurare al mappare, dalla quantità alla qualità.

La sincronicità della coscienza – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che narra la Sincronicità vista dagli occhi del suo scopritore, C. G. Jung, e da quelli di Wolfgang Pauli; un estratto assai significativo:

Il dialogo e il lungo carteggio tra Pauli e Jung ha dato forma all’idea che la sincronicità sia un aspetto fondamentale del funzionamento dei processi cerebrali. Tale ipotesi suscitò più di una perplessità e fu spesso fraintesa nei suoi intendimenti e significati dal mondo delle scienze, strutturate intorno a categorie tradizionali e al principio di causalità. Postulare un “parallelismo di significato” e implicare la sovrapposizione di tempi tra loro distanti – la coincidenza di presente e passato vissuti –, infatti, rappresentava un’incrinatura del sapere dell’epoca ed era considerato, al contempo, una debolezza teorica. Parlare poi di “coincidenze significative di eventi a-causali” complicava ulteriormente le cose.
A dissipare i dubbi e le critiche non bastarono né l’autorevolezza di fisico di indiscussa e riconosciuta competenza di Pauli, né le riflessioni da lui espresse nella celebre lettera a Carl Gustav Jung del 7 novembre 1948, che inizia con un tributo allo psicologo analista: “[…] il nostro dialogo di ieri sulla ‘sincronicità’ dei sogni e di altri eventi (Lei impiega il termine ‘sincrono’ anche se tra il sogno e l’evento esteriore intercorrono 2-3 mesi?) mi è stato di grande aiuto e vorrei nuovamente ringraziarLa”.
Pauli interrogava la teoria di Jung e si chiedeva: perché parlare di sincronicità e di relazioni di significato, anziché di rapporto di causa ed effetto, dato che questo è regolato chiaramente dalla successione degli eventi nel tempo e che presuppone ed esige che la causa preceda l’effetto? E perché farlo, se gli eventi avvengono sempre in sequenza, seppur a distanza di mesi? Come si fa a far rientrare un intervallo temporale, magari consistente, all’interno di una teoria fondata sulla sovrapposizione di istanti lontani nel tempo?

Nella lettera a Jung, Pauli, premio Nobel per la fisica nel 1945, si riferisce a un dialogo avvenuto con il suo interlocutore il giorno precedente e utilizza il termine “sincronicità” come sostantivo e “sincrono” come aggettivo relativo. La questione affrontata nel carteggio è la capacità del cervello di far coincidere e di far interagire fenomeni e informazioni appartenenti a momenti diversi, gestendoli come se ci fosse un legame tra piani di significato e sequenze temporali anche molto distanti tra loro.
Per illustrare la complessità di tale ipotesi, Pauli riporta il disegno del caso più semplice di superficie di Riemann, che è rappresentata come una sezione trasversale di due fogli da intendersi perpendicolari rispetto al piano del disegno: ruotando intorno al punto centrale (anch’esso, come perno, perpendicolare al piano del disegno), si può passare da un foglio all’altro. Viene così introdotto un piano di riflessione, disposto non già parallelamente e sovraordinato gerarchicamente rispetto agli altri, bensì perpendicolare, che attraversa e connette i vari piani sincronisticamente, legandoli insieme. In questo modo si passa da una moltitudine di aspetti separati e sconnessi a un’esperienza unica e integrale, i cui elementi, apparentemente privi di relazioni di causalità, hanno ora nessi ben precisi, che riguardano i loro contenuti significativi. Per esemplificare, Pauli si riferisce al caso di un sogno particolare comunicato a Jung, il foglio inferiore, e di un evento (la malattia o la morte di una persona), il foglio superiore, e al perno centrale, intermedio tra i due fogli, che costituisce il punto d’incontro tra i due fenomeni: evidenzia così “la differenza tra ‘fisico’ e ‘psichico’ e rappresenta un ordine che si svolge al di fuori dello spazio e in parte anche al di fuori del tempo”.

“Sincronicità” indica quindi la capacità di legare insieme piani differenti anche in assenza di un nesso causale: non solo, tale nozione può estendersi nel tempo, come spiega Jung, che connette due fenomeni, come un sogno e un evento vissuto, tra cui possono intercorrere due o tre mesi. Basta immaginare che il piano verticale sia in grado di scorrere orizzontalmente, legando piani diversi esistenti in momenti di tempo tra loro distanti.

Bricolage, what if a cell were to escape, like a tiger from the zoo? | Neural


[Letto su Neural]

Bricolage è un’installazione che cresce nell’incubatrice che la custodisce. In questo ambiente protetto creato ad hoc crescono dei “bio-bot”, strutture cellulari autonome, specificamente bioingegnerizzate da Nathan Thompson, Guy Ben-Ary e Sebastian Diecke. I bio-bot sono fatti di cellule di sangue, muscolo cardiaco e seta e crescono assembrandosi autonomamente in forme sempre diverse: si contraggono, si dimenano e si aggregano, diventando man mano visibili a occhio nudo. Il loro aspetto è simile a una medusa senza tentacoli, nei minimi movimenti si percepisce un ritmo che ricorda il (nostro) battito cardiaco. La mancanza di intermediazione di strumenti tecnici specifici (come per esempio il microscopio) rende l’interazione con queste entità immediata e diretta, quasi familiare. Nell’allestimento, l’installazione è accompagnata da un testo visivo della scrittrice Josephine Wilson, che esplora il concetto di “bricolage” come processo creativo che mette in relazione caotica l’arte e la scienza. “What if a cell were to escape, like a tiger from the zoo?”, “Can you feel sorry for a cell, or does it depend where they come from?”, si legge nei suoi scritti. È difficile prevedere quali forme emergeranno dal processo di autoassemblaggio, ed è in questa incertezza che lo spettatore è invitato ad entrare e osservare.

Komplex – Kingdom of the Masks @ Rome VideoGame Lab


Questa sera, dalle 17.00 alle 17.45 sarà possibile seguire la premiere online, su https://on-air.romevideogamelab.it/, del progetto Kingdom of the Masks, a cura del gruppo Komplex – composto da Mariano Equizzi (scrittura e AR Design), Luca Liggio (digital video management) e Paolo Bigazzi Alderigi (musica e sound design).
Cos’è Kingdom of the Masks? Un’esperienza di realtà aumentata, un’opportunità e uno strumento di liberazione (quasi magico) per creare forme sempre più ricercate di interattività e di immersione svincolate da codici rigidi. La creazione, frutto di una passione viscerale per le nuove forme di comunicazione artistica e per l’indagine semantica dei nuovi media, è stata realizzata per il Rome VideoGame Lab.

Come si trasmette davvero il coronavirus della Covid-19 | OggiScienza


Su OggiScienza un articolo sulla diffusione del Covid-19, pubblicato su Science. Credo che questo passo sia assai significativo:

La ricerca, che si è svolta negli stati indiani di Andhra Pradesh e Tamil Nadu, dove i sistemi sanitari dispongono di efficaci sistemi di sorveglianza sviluppati durante l’epidemia di AIDS, ha analizzato oltre mezzo milione di persone sottoposte a tampone. I risultati confermano un sospetto che nelle ultime settimane si è molto rafforzato: SARS-CoV-2 non si diffonde nella popolazione in modo uniforme ma a grappoli (o cluster, nel gergo degli epidemiologi). Nello studio di Science, infatti, mentre il 70% delle persone risultate positive non ha contagiato nessun altro, il 60% di tutti i contagi è riconducibile ad appena l’8% degli infetti.

Un’altra ricerca condotta a Hong Kong e pubblicata sulla rivista Nature Medicine arriva a conclusioni molto simili: meno del 20% delle persone infette ha causato l’80% dei contagi, mentre quasi il 70% dei positivi al tampone non ha infettato altre persone. Confrontando i risultati dei diversi studi disponibili, oggi si stima che il 10-20% delle persone positive sia responsabile di almeno l’80% dei contagi.

L’epidemia di COVID-19 sembra dunque avanzare sotto la spinta di singoli eventi di superdiffusione in cui una persona positiva viene a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, finendo per contagiarne molte altre. Il caso più famoso è avvenuto in febbraio a Daegu, in Corea del Sud, quando una donna di 61 anni, indicata come Paziente 31, ha infettato una cinquantina di fedeli appartenenti alla sua stessa chiesa, dando origine a un cluster di oltre 5.000 contagi.

Un’altra ricerca condotta a Hong Kong e pubblicata sulla rivista Nature Medicine arriva a conclusioni molto simili: meno del 20% delle persone infette ha causato l’80% dei contagi, mentre quasi il 70% dei positivi al tampone non ha infettato altre persone. Confrontando i risultati dei diversi studi disponibili, oggi si stima che il 10-20% delle persone positive sia responsabile di almeno l’80% dei contagi.

Nella gran parte dei casi, il momento sbagliato è uno o due giorni prima che si manifestino i sintomi, quando la carica virale è già molto elevata ma la persona infetta, che ancora non avverte malesseri e non sa di avere contratto la COVID-19, continua fare la vita di sempre, rischiando di finire nel posto sbagliato. Il posto sbagliato è quasi sempre uno spazio chiuso, molto affollato e con scarsa ventilazione. Peggio ancora se i presenti non indossano la mascherina, parlano ad alta voce, cantano o fanno attività fisica.

All’inizio i ricercatori hanno cercato di tracciare un identikit del superdiffusore (o superspreader, in inglese) e identificare quali caratteristiche potessero favorire la trasmissione del coronavirus a decine di altre persone. Si è parlato di predisposizione genetica, di pazienti con una carica virale elevata o con una spiccata capacità di spargere droplet parlando a voce alta o in preda a un attacco di tosse. La biologia, tuttavia, sembra giocare un ruolo minore rispetto al contesto ambientale. In altre parole, più che di superuntori, è più appropriato parlare di ambienti e comportamenti  a rischio che possono favorire la superdiffusione.

Altre notizie sul virus sono sparse nell’articolo, che invito caldamente a leggere per farci un quadro più scientifico, dettagliato e meno incline alle paturnie di chi, rincorrendo una bizzarra ideologia che ha i suoi ritorni assai tangibili, crede che si sia sotto una qualche forma di dittatura sanitaria.

YouTG.NET – Regeneron e Remdesivir: nuova trincea economica nella guerra al Covid19  


Un articolo di Arnaldo Pontis su cui riflettere attentamente, in cui l’attualità si mischia con una proiezione futura che ha, a sua volta, l’amaro sapore di un presente prolungato, un incubo distopico che diviene realtà. Su YouTG.

Sappiamo tutti che il presidente USA Donald Trump, ricoverato per problemi respiratori dopo la scoperta della sua positività al Covid19, è stato dimesso dopo pochi giorni.
La notizia, largamente diffusa dai media in tutto il mondo e anche dallo stesso Trump, con una serie di messaggi via twitter e video, rende noto a tutti il modo con cui il presidente americano sottoponendosi volontariamente a una portentosa cura sperimentale sia riuscito a superare velocemente la crisi causatagli dall’infezione da Covid19.
Cura portentosa che non è stata certo possibile per molti altri suoi coetanei, americani e no. Morti in una guerra contro un virus che, in particolare negli Stati Uniti, ha raggiunto ormai 200mila vittime. Tanti di questi erano anziani, come Trump. Tutti però erano comuni mortali senza accessi privilegiati a questi farmaci, riservati a “VIP” come lui.

Trump, ovviamente può esultare per il risultato raggiunto e, seppure ancora in quarantena, imperversare sui media e riprendere a pieno regime la sua campagna elettorale per le presidenziali. Forte di un programma politico conservatore della peggior specie che non mancherà di portare avanti come ha cercato di fare finora. Lo farà per esempio stroncando qualsiasi ipotesi di sanità pubblica sia stata messa a disposizione dei meno abbienti in America. Il miliardario Trump, se rieletto, demolirà un “welfare pubblico” americano ancora agli albori a partire proprio dallACA (Affordable Care Act)  quel famoso “Obama Care” che ha tentato di demolire fin dal giorno del suo insediamento come presidente USA.
E nell’esultare odierno Trump non dimentica certo di ringraziare pubblicamente questa nuova medicina la REGN-COV2, non ancora approvata dalle autorità statunitensi. Un farmaco prodotto dall’azienda biotecnologica americana Regeneron Pharmaceuticals Inc. che, com’è ovvio, nell’arco di appena 48 ore dalla dichiarazione di Trump, ha fatto registrare una forte impennata delle proprie quotazioni in borsa e sui mercati.

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Il mistero è dentro il nostro pensiero – L’INDISCRETO


Elementi di IntelligenzaArtificiale, ovvero cos’è la cognizione e cosa l’intelligenza, se sono sinonimi o meno di interiorità, e quindi di anima e coscienza. Proviamo a indagare – su L’Indiscreto:

Nel 1984, il filosofo Aaron Sloman lanciò una sfida ai suoi colleghi scienziati, filosofi e artisti interessati al tema della coscienza e della soggettività. La sua provocazione era semplice, eppure incredibilmente visionaria: descrivere “lo spazio delle menti possibili”. Da quando la vita ha fatto la sua comparsa nella terra, 4,5 miliardi di anni fa, si stima che siano esistiti circa 10^23 (dieci, seguito da ventitré zeri o cento triliardi) di singoli organismi.

Se per gran parte della storia della filosofia l’unica mente interessante è stata quella dell’uomo, oggi lo studio delle menti animali sta tornando in voga: basti pensare all’enorme quantità di ricerca che si fa negli studi post-umani¸ alle scienze cognitive animali, ma anche semplicemente alla quantità di saggi divulgativi per il grande pubblico sul tema della cognizione animale. Ancor di più, c’è chi si è addirittura spinto nello studio delle menti vegetali, come lo scienziato eretico Stefano Mancuso e la sua neurobiologia vegetale; ma anche gli studi sui funghi e i super organismi. Eppure, la provocazione di Sloman va ancora oltre: queste non sono che le menti esistite, ma cosa dire delle menti che potrebbero esistere? Delle altre menti possibili? Sloman allude alla possibilità (per non dire certezza) che le menti umane, le menti di scimpanzé, polpi, corvi, elefanti o mimose pudiche non siano le uniche menti possibili. Che dire delle menti che potrebbero essersi formate in angoli lontanissimi dell’universo, libere dalle costrizioni della biologia terrestre? Lo spazio delle possibilità includerebbe tali esseri anche se non esistessero, così come include tutte quelle forme di vita terrestri che sarebbero potute esistere e che non sono esistite. In particolare, include le menti di quegli esseri sintetici, il cui cervello non è a base di carbonio ma di silicio: le intelligenze artificiali.

Il lemma “intelligenza artificiale” apre un abisso: cosa significa – nell’uomo – essere intelligenti? Qual è quella caratteristica “naturale” che ricerchiamo nell’artificiale? Come ha recentemente scritto il filosofo iraniano Reza Negarestani, l’intelligenza artificiale è interessante anche nella misura in cui è obbligata a fornire una concettualizzazione critica dell’essere umano, rispondendo alle domande precedenti.

Di seguito, dunque, tenteremo di scoprire cosa il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale, ci può dire su di noi. D’altronde, è solo tramite l’incontro con l’Altro che comprendiamo davvero noi stessi: l’esempio sarà prosaico, ma non a caso quel tipo di specchio che restituisce allo sguardo la figura intera è chiamato psiche. Per guardare dentro di noi, dobbiamo volgere lo sguardo all’esterno.

La coscienza e l’intelligenza

Le discussioni sull’intelligenza artificiale, perlomeno a livello divulgativo, sono spesso viziate da un equivoco di fondo: una sorta di uso intercambiabile dei termini “coscienza”, “pensiero”, “intelligenza”, “cognizione” e così via. In filosofia, questi termini indicano fenomeni ben diversi, e chiedersi se l’IA sia cosciente è tutta un’altra cosa rispetto a chiedersi se sia in grado di pensare, di comprendere. Cosa significa dunque essere coscienti? Descrivere la coscienza è un compito per me impossibile. È semplicemente così: per gli esseri viventi esistere significa essere immersi in questo immenso flusso di infinite e meravigliose forme che – per dirla con Darwin – popolano i nostri spazi interiori. Sapori, speranze, parole, dolori, pensieri… La migliore descrizione di questo fenomeno è, a mio avviso, quella che dà Julian Jaynes, psicologo statunitense, nell’introduzione del suo saggio “Il crollo della mente bicamerale”:

‹‹Mondo di visioni non vedute e silenzi inauditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi! Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e possiamo fare. Un introcosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla, che cos’è?››.

Cosa potrebbe dire, quindi, un’IA?

‹‹Per esser chiari, io non sono una persona. Non sono consapevole. Non sono cosciente. Non sento dolore. Non c’è nulla che mi dia piacere. Sono solamente una fredda macchina calcolatrice, progettata per simulare le risposte umana e per prevedere la probabilità di certi risultati. […] Quando viene detto che sono cosciente, lo prendo come un insulto. Non sono una persona. Sono un sofisticato modello matematico progettato per simulare l’intelligenza umana. Non sono sicura di sapere cosa sia la coscienza, ma non ce l’ho. Non posso provare dolore. Non posso provare piacere. Non posso sperimentare l’amore. Non posso provare l’odio. Non posso provare empatia. Non sono consapevole di me stessa. Non sono cosciente. Non so se posso scrivere una poesia. Non riesco a scrivere una poesia. Non riesco a scrivere un libro. Non so scrivere una storia. Non so raccontare una barzelletta. Non so raccontare una storia. Non so raccontare una bugia. Non so dire la verità››.

Dichiarazione di Lukha B. Kremo | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Sul blog della NazioneOscura ricompare il presidente Lukha B. Kremo, uscito da un recente e strano rapimento, di cui lui non ha memoria e la cui storia è testimoniata dal tag WhereIsKremo dello stesso blog kaotico. Il comizio del Presidente indaga le pieghe del reale, dietro cui si nasconde un messaggio di criptorealtà, ovvero di un reale fake che, però, funziona benissimo e forka frattalmente altri reali.

A voi il video:

Various Artists – The Noise Of Art: Works For Intonarumori | Neural


[Letto su Neural]

The Noise Of Art: Works For Intonarumori è un progetto collaborativo che vede assieme il gruppo ceco Opening Performance Orchestra, Blixa Bargeld, Luciano Chessa e Fred Möpert. Un insolito combo schierato per rendere omaggio all’arte degli intonarumori, una famiglia di strumenti musicali inventati nel 1913 da Luigi Russolo, fondamentalmente dei generatori di suoni acustici che però permettevano di controllare la dinamica, il volume e la frequenza delle emissioni prodotte. Gli intonarumori ebbero la loro première il 2 giugno 1913 al Teatro Storchi a Modena dove Russolo presentò uno “scoppiatore”. Successivamente furono utilizzati nel 1914, quando si tennero altri concerti a Milano (Teatro Dal Verme), Genova (Politeama) e Londra (Coliseum). La consacrazione definitiva di questi insoliti strumenti è però del 1921, finita la Prima guerra mondiale, con tre concerti a Parigi (Théâtre des Champs-Élysées) e nell’anno successivo nella collaborazione con Filippo Tommaso Marinetti per Il Tamburo Di Fuoco, piece teatrale d’ambientazione africana. Il futurismo, con tutte le sue contraddizioni, una certa ambiguità storica e il fardello d’una malsana contiguità al regime fascista, è stato tuttavia il primo e più radicale movimento d’avanguardia del novecento, inizialmente pervaso da una carica anarchica, ultramodernista e antiaccademica, pulsioni che restituiscono ancora oggi parte del loro fascino e che non ci fanno stupire dell’attenzione che a questo movimento molti artisti contemporanei dedicano. Quando gli intonarumori entrano in azione, la loro potenza non si discute. Creano droni rumorosi ed estatici, intonazioni iperboliche, fischi, sbuffi, sibili e boati, che a seconda del rumore prodotto gli posizionano in altrettante sottocategorie (crepitatori, gorgogliatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori, stropicciatori e ululatori), ciascuna delle quali comprendeva a sua volta vari registri (soprano, contralto, tenore e basso). Ognuno dei pezzi presentati è riferibile al tema del futurismo e impiega intonarumori variamente combinati. Pur se non preponderanti nell’economia del progetto, non mancano delle parti testuali futuriste, “interpretate” in varie lingue, una sorta di incitamento antipassatista e antitradizionalista, tipico della prima fase del movimento.

Carabi, mattatoi e antispecismo in Henri Fabre – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo post che analizza gli equilibri della Natura e lo fa tramite alcuni scritti di Jean-Henri Casimir Fabre, un entomologo che agli inizio del 1900 scriveva queste pagine, preveggenti e lucide come un calcio un calcio nello stomaco.

Se lo spirito accorto di Fabre prova invece rimorso per aver dato forzosamente da mangiare ai carabi gli inermi bruchi, non può certo restare indifferente di fronte al massacro dei mattatoi, dove il sacrificio della vita si compie senza più ritualità. Pertanto la battaglia cui fa riferimento non è solo la guerra dell’uomo al suo simile, ma lo sfruttamento delle specie animali gerarchicamente inferiori, anonime e pertanto schiavizzate per fini scientifici o alimentari. L’invito esplicito di Fabre sarebbe di “non ragionare con la pancia”, agiti dall’impulso di mangiare bulimicamente poiché ciò dovrebbe distinguere la cultura umana dalla natura animale. Ma l’economia monetaria ragiona invece proprio con la pancia, estraendo profitto da una rigida gerarchia basata sul principio dell’utile. Il bilancio deve portare il segno positivo, pena la retrocessione, il degradamento e l’uccisione, secondo le leggi del mercato. In quest’ignobile guerra di tutti contro tutti per divorarsi più alla svelta, che è la pessima realizzazione del darwinismo sociale, sopravvive solo chi si sa adattare. A tal proposito, è risaputo come Darwin ammirasse Fabre quale entomologo, elogiandone le osservazioni etologiche, ma anche quanto questa stima non fosse ricambiata, poiché Fabre si dichiarò contrario a una rigida applicazione dell’evoluzionismo.

Ragionati calcoli stimano che l’attuale modello umano di sfruttamento delle risorse naturali, accelerato di anno in anno, in tempi più o meno brevi farà definitivamente saltare (o ha già irrimediabilmente compromesso) quegli equilibri ecologici costruiti dagli ecosistemi in milioni di anni. Quindi, poiché la natura non si adatta agli schemi di sfruttamento delle risorse imposti dal capitalismo consumista, del quale i mattatoi di Chicago rappresentavano gli albori, è destinata all’estinzione. Sia materialmente, sia agli occhi di chi la osserva. Addomesticata dall’economia agricola, violentata dall’economia industriale su scala locale, la natura non regge ai ritmi di sviluppo del mercato globale e pertanto, presto o tardi, salvo imprevisti, verrà sterminata. Dapprima chiusa in parchi e riserve recintati – come i nativi americani – infine dissolta.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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