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Archivio per Sperimentazioni

La cavea di eventi su cui si affacciano gli I Ching


Lo scenario dell’estrema illusione spaziotemporale si apre ai sensi, stimolati dalla lettura e dalla divinazione tramite gli I Ching. In questo passo sottostante è evidente come si sia parte di un sistema olografico, una connessione estrema che si risolve umanamente in una periferia sensoriale, poiché si è inseriti in un sistema povero come il nostro tridimensionale, schiacciato dalla trascendenza del paradigma olografico.

Nel Libro dei Mutamenti si distinguono tre specie di mutamenti: il non-mutamento, quello ciclico e quello che non ritorna al punto di partenza, altresì detto trasformazione. Il non-mutamento è, per così dire, lo sfondo sul quale ogni mutamento diventa possibile. Per ogni mutamento deve esistere un punto di confronto al quale poterlo riferire, altrimenti non è possibile un ordine definito e ogni cosa si dissolve in un moto caotico. Questo punto di riferimento deve essere fissato, e ciò richiede ogni volta una scelta e una decisione. Esso fornisce il sistema di coordinate nel quale tutto il resto può essere inserito. Quindi al principio dell’universo, come all’inizio del pensiero, sta la scelta, la determinazione del punto di riferimento. In astratto è possibile un qualsiasi punto di riferimento, ma l’esperienza mostra che nel momento stesso in cui la nostra coscienza si desta noi siamo già presi entro potenti reti di connessioni. Il problema sta dunque nello scegliere il proprio punto di riferimento dell’accadere cosmico. Giacché soltanto allora il mondo creato dalla nostra decisione si salverà dal destino di frantumarsi contro le potenti reti di connessioni con le quali altrimenti entrerebbe in conflitto. Naturale premessa di questa decisione è il credere che in ultima analisi il mondo sia un sistema di rapporti omogenei, un cosmo, non un caos. Questo credo è il fondamento della filosofia cinese. Questo punto di riferimento d’ordine supremo è appunto quel non-mutante che costituisce il punto di riferimento per tutto ciò che muta.

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Non viviamo nel tempo, ma in “cronosfere” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato complesso e articolato, sull’orlo della Filosofia, delle scienze esoteriche e della Fisica Relativistica, senza dimenticare la Precessione degli Equinozi, in cui si disquisisce sulle caratteristiche e qualità del Tempo, in relazione allo Spazio e alle nostre percezioni. Un estratto:

Il cono luce è uno schema semplificato per darci l’idea del tempo che scorre. Come tante clessidre comunicanti, i granelli di sabbia scorrono dal futuro (il cono in alto) al passato (il cono in basso), ma soltanto alcuni di loro passeranno per una determinata bocca. Tutti gli altri dovranno cadere attraverso altre bocche vicine, quindi non saranno correlati con i granelli caduti nelle altre bocche. Ogni granello è un evento, e nel momento in cui passa per la sua bocca, si realizza nel suo presente. Tutti i granelli che sono passati o passeranno per la bocca formano una serie temporale causale di eventi legati dalla “linea del mondo”, che ne segna l’evoluzione nello spaziotempo.

Il cono luce è un’immagine che ci aiuta a visualizzare il tempo, ma nello spazio va considerata tridimensionalmente. Le sue sezioni circolari sono onde di luce sferiche concentriche (la luce si propaga in tutte le direzioni) che si succedono per irraggiamento creando un ordine temporale. Ogni sfera di luce è la scena di un preciso istante, e la loro successione concentrica disegna la linea temporale e la posizione nello spazio di quel particolare evento, simile ad un rosario di perle.

Successione degli eventi lungo la linea del mondo. I punti sono eventi, la linea tratteggiata è la traiettoria dello spaziotempo dell’osservatore al centro. Più la linea è vicina al bordo del cono, più l’osservatore accelera alla velocità della luce.

Ogni corpo vive immerso nel tempo per il semplice fatto che ha massa. Con la teoria della relatività generale, Einstein comprende che la massa di un corpo curva lo spaziotempo attorno a sé, e questa curvatura è il campo gravitazionale. La luce viene curvata e trattenuta se passa vicino a un pianeta, un buco nero o un ammasso di galassie, e quindi lo stesso vale per il tempo. La gravità dilata il tempo. Si tratta della cronosfera graduale di quel corpo celeste, per cui più intensa è la curvatura, più il tempo viene rallentato, finché nel caso dell’orizzonte degli eventi di un corpo iper-massiccio come un buco nero, si ferma rispetto all’esterno.

Se con un’astronave circumnavigassimo il campo gravitazionale di un buco nero rotante, senza cadere nell’orizzonte degli eventi, un osservatore da fuori ci vedrebbe rallentati, e per noi il tempo scorrerebbe normalmente, anche se staremmo invecchiando di meno. Inoltre, se un campo gravitazionale è più forte di un altro, guadagneremmo tempo rispetto a quest’ultimo. Come ricorda Roberto Trotta, se visitassimo il Sole, guadagneremmo 66 secondi all’anno rispetto alla Terra, e come nel film Interstellar, potremmo in teoria spendere un’ora nel campo gravitazionale di un buco nero e scoprire che sulla Terra sono trascorsi sette anni, anche se in pratica verremmo schiacciati dalla gravità.

Tutta «culpa» del climate change, così è caduto l’Impero Romano – Il Sole 24 ORE


Sul Sole24Ore una recensione a un libro storico particolare, che indaga le cause della caduta dell’Impero romano d’Occidente e le individua – non è la prima volta che sento ciò – nei cambiamenti climatici dell’epoca, alternanze tra freddo e caldo che pare siano state effettivamente riscontrate nei carotaggi in giro per l’Europa e non solo. Kyle Harper, autore di Il destino di Roma, sembra trovare tra le pieghe nascoste della Storia e delle dinamiche sociopolitiche ed economiche di quell’era il senso delle costrizioni dettate, alla popolazione umana, dagli sconvolgimenti climatici e dalle relative carestie e pestilenze. Un estratto:

L’Impero Romano progredì demograficamente ed economicamente fino al 150 d.C., grazie a un optimum climatico iniziato intorno al 200 a.C. Una fase di breve durata, quasi perfetta, con un clima caldo e umido che consentiva un ciclo economico virtuoso. I raccolti erano abbondanti e sempre più terreni messi a coltura. La popolazione poteva crescere e sfamarsi. L’estensione e la pacificazione delle rotte di navigazione e del sistema viario consentì un incremento del commercio che fece aumentare i redditi reali, tenendo in scacco la trappola malthusiana.
L’intensificazione degli scambi commerciali, con il flusso verso Roma di persone e animali esotici, e l’addensarsi nella città di un milione di abitanti, in condizioni igieniche precarie, generava anche l’opportunità per la diffusione di nuovi e aggressivi agenti infettivi.
L’esplosione di aggressività degli agenti infettivi coincise con l’inizio, intorno al 150 d.C. di una fase climatica di «transizione», che arrivò fino al 450, durante la quale si verificarono siccità, raffreddamenti, aridità e interruzioni nelle inondazioni del Nilo. I cristiani/pagani (a scelta) erano messi sotto accusa. Ma le cause furono i sistemi meteorologici nell’Atlantico, El Nino, l’effetto monsonico e l’attività solare. Intorno al 450 arrivò una piccola glaciazione, che proseguì fino all’ottavo secolo, con diversi anni senza stagione estiva, in coincidenza di un minimo di attività solare e un massimo di attività vulcanica. Le temperature crollarono e le inondazioni aumentarono. La dea Fortuna aveva voltato le spalle a Roma.

Quante analogie riuscite a trovare con la nostra epoca, così progredita, come mai è capitato nella storia dell’umanità, e quel periodo lontano e non così lontano dall’oblio? È una domanda che mi faccio spesso: sarà vero che siamo soltanto noi la causa del riscaldamento globale? E se fosse, invece, un ripetersi ciclico di variazioni e il business verde risultasse soltanto, quindi, un solo nuovo modo di far business? Il Liberismo sarebbe capace di ciò…

Il “Figlio della Luna”: i due volti di Jack Parsons – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una dettagliata analisi della vita e delle realizzazioni di Jack Parsons, uno degli artefici delle premesse tecniche e tecnologiche che portarono l’uomo sulla Luna e che, più propriamente, definirono l’inizio dell’era spaziale; un artefice assai strano, però, perché era un adepto di Crowley e della sua magica e oscura visione thelemica. La vita di Parsons è stata narrata efficacemente dalla serie TV Strange Angel.

Nel tardo pomeriggio del 17 Giugno 1952 un boato scuote la città di Pasadena. Una violenta esplosione ha  devastato una vecchia rimessa trasformata in laboratorio chimico al 1071 di South Orange Grove. I soccorritori si trovano davanti una devastazione degna di un teatro di guerra. Il corpo mutilato e sfigurato di un uomo, tuttavia  ancora cosciente, giace sul pavimento dell’edificio. Quell’uomo è John Whiteside Parsons. L’uomo viene trasferito in fretta all’ospedale ma il decesso sopraggiunge poco dopo.

Parsons era una personalità conosciuta a Pasadena. Il Los Angeles Times del giorno dopo titola: “Scienziato missilistico ucciso nell’esplosione di Pasadena”. Nonostante non fosse un vero e proprio scienziato, Parsons aveva infatti lavorato sui razzi durante la Seconda Guerra Mondiale. Lui e la sua squadra di esperti avevano messo a punto innovazioni che si erano rivelate decisive per la vittoria nel conflitto, innovazioni che di lì a pochi anni avrebbero posto le basi per la conquista dello spazio. La morte di Parsons sarebbe stata ricordata come una grave e prematura perdita per l’industria aerospaziale se non fosse che nei giorni successivi sui giornali apparvero inchieste che dipingevano un ritratto inquietante e inaspettato del giovane scienziato.

I quotidiani  iniziarono a pubblicare voci e pettegolezzi che giravano da anni sul conto di Parsons, sul suo stile di vita libertino ma sopratutto sul suo interesse per la “magia nera” e ai suoi legami con la Chiesa di Thelema e con il suo fondatore, Aleister Crowley. La morte di Parsons divenne presto materiale per tabloid e ciò bastò all’America puritana e paranoica dell’epoca per ridurre il suo contributo alla scienza missilistica ad una nota a piè pagina. Questa damnatio memeoriae si può spiegare in parte con gli interessi eterodossi di Parsons che davvero fece della magia uno dei suoi campi di ricerca. Pare ancora inconcepibile per molti che le strade della scienza del volo spaziale e della magia cerimoniale si siano incrociate nella sua persona. 

Rivisitando la sua eccezionale vicenda biografica si può realizzare come non solo per Parsons questi due interessi non erano in conflitto ma fossero addirittura complementari. Parsons fu solo l’ultimo di una lunga serie di uomini di scienza per cui sia la magia che le scienze implicavano entrambe lo studio delle leggi segrete che regolano il nostro universo e il piegare queste stesse leggi al proprio volere. Parsons portò questa intuizione all’estremo cercando sia con la scienza che con la magia di impartire una direzione nuova alla storia dell’umanità.

Apollo 11 | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine, per chiudere il ciclo dei festeggiamenti – almeno per oggi – dell’allunaggio, la recensione ad Apollo 11, documentario che descrive scrupolosamente la spedizione che portò al risultato storico di mezzo secolo fa. Un estratto:

Per realizzarlo Todd Douglas Miller ha avuto a disposizione centinaia di ore in formato pellicola a 70mm, ritrovate di recente da un archivista del Nara (National Archives and Records Administration)  l’agenzia statunitense che si occupa di preservare documenti governativi e storici, e poi poi digitalizzate in 4K. Al materiale video si sono aggiunte circa 11mila ore di dialoghi, poiché durante gli oltre 8 giorni della missione ogni singola discussione, avvenuta anche in contemporanea ad altre, è stata registrata. Il risultato è un racconto che riesce a rendere perfettamente l’idea di quanto la missione Apollo 11 sia stata tutt’altro che una passeggiata trionfale, bensì un lavoro meticolosamente preparato e controllato da centinaia di occhi e di orecchie secondo per secondo.

Quando camminavamo sulla Luna | Holonomikon


Giovanni De Matteo, sul suo blog, apre le danze connettive al 50esimo anniversario dello sbarco sulla Luna, e lo fa citando Primo Levi, in un suggestivo endorsement dell’epoca che sconfessava chi non voleva aprirsi ai tempi nuovi, al futuro, a qualsiasi cosa ciò avesse voluto dire. Ve lo riporto, e vi allego di nuovo lo spettacolo live che i Floyd fecero in quella mistica giornata alla BBC…

Alla base di tutti i possibili motivi del viaggio nello spazio, si intravede un archetipo; sotto l’intrico del calcolo, sta forse oscura obbedienza a un impulso nato con la vita e ad essa necessario, lo stesso che spinge i semi dei pioppo ad avvolgersi di bambagia per volare lontani nel vento, e le rane, dopo l’ultima metamorfosi, a migrare ostinate di stagno in stagno, a rischio della vita: è la spinta a disseminarsi, a disperdersi su un territorio vasto quanto è possibile.

Se i robot creassero delle opere d’arte, noi umani le capiremmo? | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un articolo che tratteggia la creatività potenzialmente insita nell’intelligenza artificiale; e in fondo, cos’è l’arte, se non un flusso empatico di energia con cui noi ci sincronizziamo? E quell’energia, da dove viene, se non da una forma disincarnata di superiore conoscenza?

Supponiamo che l’emergere della coscienza nelle intelligenze artificiali sia possibile; se quelle menti sentiranno il bisogno di creare arte, saremo in grado di capirla? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerarne altre due: quando una macchina diventa autore di un’opera d’arte? E come possiamo fare per capire la sua opera?

Si dice che l’empatia sia la forza dietro alla nostra capacità di comprendere l’arte. Basta pensare a cosa succede quando ci si trova di fronte a un’opera. In genere pensiamo che per capirla basta usare la nostra esperienza cosciente e chiederci cosa potrebbe motivarci a realizzare un’opera di quel tipo – in seguito si usa quella prospettiva per cercare di giungere a una spiegazione plausibile. L’interpretazione dell’opera sarà personale e potrebbe differire significativamente dalle ragioni dell’artista, ma se condividiamo sufficienti esperienze e riferimenti culturali, potrebbe essere un’interpretazione plausibile. Per questo motivo possiamo rapportarci in modo diverso a un’opera d’arte dopo aver appreso che si tratta di una contraffazione o di un’imitazione: l’intento dell’artista di ingannare o imitare è molto diverso dal tentativo di esprimere qualcosa di originale. Raccogliere informazioni contestuali prima di saltare a conclusioni sulle azioni altrui – nell’arte, come nella vita – può permetterci di relazionarci meglio alle loro intenzioni.

Ma con l’artista condividiamo qualcosa di molto più importante dei riferimenti culturali: condividiamo anche un corpo simile e, con esso, una prospettiva analoga. La nostra esperienza umana soggettiva deriva, tra le altre cose, dall’essere nati ed essere stati educati all’interno di una società di altri esseri umani, dal combattere l’inevitabilità della morte, dai ricordi che ci sono cari, dalla solitaria curiosità della nostra mente, dall’onnipresenza dei bisogni e delle stranezze del nostro corpo biologico, e dal modo in cui questo corpo detta le scale spaziali e temporali che possiamo cogliere. Ecco, anche se tutte le macchine coscienti avranno delle esperienze, queste saranno in corpi a noi saranno del tutto estranei.

Siamo in grado di empatizzare con i personaggi non umani o con le macchine intelligenti presenti nelle narrazioni create dall’uomo soltanto perché sono tutti concepiti da altri esseri umani dall’unica prospettiva a noi accessibile: “come sarebbe per un essere umano comportarsi come x?”

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