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Archivio per Storia

Godwin. Un Sassone al servizio dell’impero (595-602) – TRIBUNUS


Su Tribunus un’interessante storia imperiale ambientata nella transizione meticcia del VII secolo d.C., quando Costantinopoli aveva ancora mire concrete sul territorio che aveva costituito il suo vasto impero nei secoli precedenti.
Come sempre, la Storia è intessuta di fatti minuti, e conoscerli rende assai bene la grana fine del reale che ogni essere umano respira nella sua epoca; un estratto:

Nel tardo antico, sono molti i guerrieri e i soldati di origine straniera, particolarmente germanica, che fanno fortuna e ottengono alti incarichi sotto le armi romane. Quasi a lui contemporanea, a cavallo tra VI e VII secolo, è la storia di un quasi sempre dimenticato ufficiale: Godwin.
Godwin (“Goudouin”, nell’unica fonte di lingua greca che ne parla, Teofilatto Simocatta) è quasi certamente, come concordano gli studiosi, un Sassone. Non sappiamo niente del suo passato, o di come sia entrato al servizio dell’imperatore Maurizio Tiberio. Quando appare nominato per la prima volta, sappiamo solo che è già un tassiarco dell’esercito imperiale.
Se nell’opera storiografica di Teofilatto Simocatta il termine non è utilizzato in maniera generica o letteraria, ciò significa che era un comandante degli 𝘰𝘱𝘵𝘪𝘮𝘢𝘵𝘦𝘴, ovvero un corpo di élite composto da guerrieri di origine germanica. Nella sua prima apparizione, il tassiarco Godwin, agli ordini del 𝘮𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘦𝘳 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 𝘱𝘦𝘳 𝘛𝘩𝘳𝘢𝘤𝘪𝘢𝘴 Prisco, nel 595 è incaricato di inseguire e tenere sotto controllo gli Avari che hanno appena conquistato e saccheggiato la città di Singidunum (oggi Belgrado). Godwin fa molto di più. Con i soli duemila uomini affidati al suo comando, dopo aver seguito il nemico per sentieri impervi e fuori dalle strade principali, riesce a tendere un’imboscata alla retroguardia àvara, carica di bottino, annientandola e inviando ciò che era stato saccheggiato a Prisco.
Godwin ricompare nella cronaca di Teofilatto Simocatta solo nel 602, ed evidentemente ha fatto carriera. Infatti il nuovo 𝘮𝘪𝘭𝘪𝘵𝘶𝘮 𝘱𝘦𝘳 𝘛𝘩𝘳𝘢𝘤𝘪𝘢𝘴, Pietro, fratello dell’imperatore, lo nomina quale suo 𝘩𝘺𝘱𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘰𝘴, ovvero comandante in seconda dell’intero esercito provinciale. Godwin ha l’ordine di oltrepassare il Danubio e ridurre all’impotenza gli Slavi sulla sponda sinistra del fiume, nonché per indurre il 𝘤𝘩𝘢𝘨𝘢𝘯 àvaro a più miti consigli (questi sta infatti progettando un attacco su Costantinopoli).
La campagna riesce in pieno: Godwin, secondo Teofilatto, “distrusse orde di nemici nelle fauci della sua spada, si impadronì di un gran numero di prigionieri e conquistò grande gloria […]”.
Ma i tempi sono ora molto difficili, e i soldati amano ben poco l’imperatore e le sue decisioni. Godwin è infatti costretto a imporre la disciplina su interi reparti che, senza averne ricevuto l’ordine, si erano ritirati in autonomia a sud del Danubio dopo la campagna. I soldati sono stanchi, non ricevono la paga da mesi, e ormai nemmeno il carisma di comandanti vittoriosi come Godwin riesce a tenerli a bada.
Arriva infine l’ordine fatale di Maurizio: le truppe devono svernare oltre il Danubio, in terra nemica, saccheggiando le risorse del territorio (ben poche, in realtà). Monta la rivolta. Pietro, che non ha un vero spirito di iniziativa, pur ascoltando le richieste dei soldati, non reputa di potersi sottrarre agli ordini di suo fratello Maurizio, l’imperatore. Ed è proprio con Godwin, nella sua ultima apparizione nell’opera di Teofilatto, che Pietro si sfoga e si dispera: “[…] l’avarizia non porta mai nulla di buono. […] Ma l’imperatore ne è preda, e potrebbe perdere la vita per questo. È un giorno che segnerà l’inizio di molte sventure per i Romani. Lo so, ne sono convinto”.
Poco dopo, i soldati eleveranno sullo scudo Foca, un loro centurione, proclamandolo imperatore. Pietro fugge a Costantinopoli. Di lì a poco, avrà inizio la terribile e sanguinosa purga ai danni di Maurizio, dei suoi familiari e di molti dei suoi generali.
Non conosciamo il destino di Godwin. Forse accompagna Pietro in fuga a Costantinopoli, dopo la proclamazione di Foca, condividendone il destino – ovvero, morendo giustiziato.
Non comparendo più in nessun’altra cronaca, difficile che il suo destino sia stato diverso.
Ciò che resta, sono i frammenti di un’altra, sconosciuta Storia nascosta nelle infinite pieghe della Storia romana.

L’Italia dei barbari (Audible 2022) | nonquelmarlowe


Lucius Etruscus segnala un audiolibro (media che non amo, ma non importa) sul tema dell’invasione barbarica al termine dell’Impero Romano d’Occidente: L’Italia dei barbari, di Claudio Azzara.
Mi preme sottolineare il passaggio sottostante, perché indice dell’odio feroce che si scatenò in seguito tra Occidente e Oriente, tra Costantinopoli (anch’essa in qualche modo barbara, ma ancora pregna di tutto l’orgoglioso e legittimo apparato imperiale) e Roma, il Sacro Romano Impero, annacquato dalle identità barbare e ormai altro. Conflitto che si trascina identico fino ai nostri giorni.

In questo delizioso racconto dell’Italia barbarica, Azzara ci mostra come anno dopo anno, secolo dopo secolo, la filosofia di inclusione dell’Impero, da sempre attanagliato dalla carenza di popolazione autoctona e quindi sempre in cerca di “rinforzi” esterni, aveva reso la divisione tra “romano” e “barbaro” decisamente diversa da come la intendiamo noi. Un barbaro che entrava nell’Impero, ne sposava la filosofia, ne assumeva lingua, culti e usanze, non aveva più senso chiamarlo “barbaro”, termine usato per quelli che vivevano fuori dal limes, dal confine. Come si fa quindi a definire “barbari” quelli che hanno abitato l’Italia una volta crollato l’Impero, visto che erano romani a tutti gli effetti?

Mi diverto a fare una dimostrazione per assurdo. Immaginiamo che un domani l’ennesima variante del Covid o il vaiolo delle scimmie o la peste suina o la tosse caprina o qualche altro malanno che ci piove addosso colpirà solo gli italiani: nel 2122 saranno estinti gli italiani e rimarranno solo gli “stranieri” nella Penisola. Dovremmo chiamarli barbari? E perché? Vivono qui da una vita, spesso ci sono pure nati, qui, spesso parlano italiano molto meglio degli “autoctoni”, seguono le usanze italiane, hanno vizi e virtù italici, perché mai dovremmo chiamarli “barbari” quando non fanno che preservare l’eredità italica?
Premettendo che questo è un mio esempio, non voglio attribuire pessime idee al professor Azzara, i barbari che ho trovato in questo saggio non fanno nulla di “barbarico”, visto che nella loro mente si sentono romani, nel senso di successori dell’Impero appena crollato.

La terra degli uomini con la capparella – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una riedizione di cosa e come scriveva l’assai lucido Valerio Evangelisti, lontano dai fasti del Fantastico e pregno di un senso del cosiddetto reale stringente, limitante ed espressione di un occulto invisibile, ma vivido e opprimente. Il topic è la sua regione, l’Emilia Romagna.

In quegli anni (fine ’50, inizi ’60), la maggior parte dei contadini e della gente di campagna, soprattutto se anziana, portava ancora l’abito tipico: il mantello (o “capparella”), nero oppure grigio. Piuttosto pesante, teneva il posto del cappotto o della giacca. Sotto non c’erano che il panciotto e la camicia. Ed era curioso vedere tutte quelle figurine vestite di nero, con larghi cappelli neri anch’essi, ammassate sotto i raggi di un sole feroce.
Viene naturale collegare quelle popolazioni alle “genti padane” che abitano le pianure ai lati del Po. Forse è vero da un punto di vista antropologico e culturale, nel più largo senso del termine, ma sul piano storico l’itinerario degli uomini dal mantello nero, in Emilia e in Romagna, è stato differente da quello di ogni altra regione italiana.
Nel 1880, durante una delle grandi alluvioni del Po, drammaticamente frequenti fino ad anni recenti, gli operai agricoli rifiutavano i soccorsi: preferivano lasciarsi annegare, piuttosto che tornare alla vita che conducevano. In quelle campagne vaste e malsane regnavano lo sfruttamento e la miseria, e non c’era lavoro che dalla primavera all’autunno, quando l’agricoltura chiedeva braccia. Anche quando il contadino possedeva il suo campo, o ne era proprietario in parte, come il mezzadro, spesso conosceva la fame, ed era obbligato a mandare le sue figlie a lavorare come mondine nelle paludi della Lombardia.

Ciò che avvenne in seguito lo si legge nel ritratto del mio nonno materno, che non ho mai conosciuto e che morì quando mia madre era ancora piccola. Un uomo bruno dallo sguardo fiero, con baffi enormi e un fiocco nero che gli pendeva dal collo al posto della cravatta. Nato a Imola, la cittadina che unisce l’Emilia alla Romagna, aveva aderito giovanissimo alle ultime propaggini dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori che si ispiravano a Bakunin. In seguito, sull’esempio del deputato imolese Andrea Costa, aveva lasciato l’anarchismo e si era avvicinato al socialismo legalitario, senza per questo rinunciare al cravattone nero.
Soprattutto aveva fatto parte, con i fratelli, del movimento cooperativo, che si proponeva di sottrarre i lavoratori alla miseria attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Una delle vie per le quali, grazie all’impulso del partito repubblicano e del partito socialista, la sorte degli operai emiliani e romagnoli sarebbe cambiata completamente — mentre più a nord o a sud della Toscana, dove queste esperienze avvenivano su scala minore o erano più primitive, la trasformazione fu molto più lenta.
Questa impronta ha segnato profondamente la regione e ne ha modificato, molto rapidamente, il paesaggio. Non più paludi e zone malsane; al loro posto vaste coltivazioni, fattorie in cui l’abitazione centrale è antica ma la dotazione tecnica è modernissima, canali artificiali e piccole fabbriche per la trasformazione dei prodotti del campo, oppure per la costruzione di beni strumentali.

È esagerato dire che tutto ciò lo si deve al movimento cooperativo? Credo di no.
Fino al termine del XIX secolo l’Emilia Romagna era una regione quasi immobile. In Emilia, l’enorme estensione delle proprietà non stimolava né l’innovazione, né la mobilità sociale. Nei campi alcune grandi famiglie o, talora, delle potenti società bloccavano ogni spinta verso la nascita di una borghesia di tipo moderno, mentre i lavoratori si concentravano nei paesi, dove potevano trovare migliori soluzioni alla loro miseria. Quanto alla Romagna, era considerata una terra quasi barbarica, in cui il destino di molte famiglie era l’emigrazione (soprattutto verso l’America Latina) e in cui i duelli con il coltello o il revolver erano frequenti quanto nel Far West.

E nondimeno l’anarchia @ non-aligned objects, Delos Store


Sul DelosStore è disponibile la quinta uscita per la collana non-aligned objects, che ho il piacere di curare per l’editore DelosDigital; si tratta di un saggio, E nondimeno l’anarchia, di Carmine Mangone, in cui l’autore affronta temi ideologici spinosi e apparentemente irrisolvibili, usando come metodo di comprensione eventi storici che hanno lasciato il segno. La quarta:

“L’anarchia costruisce un’alleanza tra desiderio e volontà. È una sutura, non una rottura. È un ordine strepitoso, non un ordinamento micidiale. Mira a creare un divenire comune delle unicità, non a produrre un senso unico della comunanza, della comunità. Non è sociale, bensì amicale, in quanto pone l’amicizia e l’affetto al di sopra della violenza che ci tocca affrontare e assumere. Non è semplicemente radicale, ma anche inseminante, ramificata, fruttifera, rampicante, sporifera”.
In questo breve saggio di Carmine Mangone, autore poliedrico e profondo analizzatore delle avanguardie politiche e culturali del Novecento, potrete trovare una lettura dell’esperienza anarchica forse più conosciuta, quando nella Spagna degli anni ‘30, afflitta dalla guerra civile e da grandi sommovimenti sociali, si sperimentò la possibilità di fare a meno di Stato e capitale. La sconfitta cocente che ne derivò ha messo in crisi l’anarchismo storico di matrice ottocentesca, ma non ha inficiato gli sviluppi e gli innesti ancora possibili dell’idea positiva d’anarchia. Partendo dall’esperienza spagnola di Simone Weil, Mangone crea un percorso originale nel tentativo di superare, non solo teoricamente, la sterile dicotomia tra comunità e individualità.

L’ebook è disponibile sul DelosStore e su tutti gli altri negozi online al costo di 3,99€.

Europa e Russia, una incomprensione di culture in “Arca russa” e “Nostalghia” – Carmilla on line


La Russia è un’arca, una grande nave che deve andare avanti, che deve continuare a navigare e vivere per sempre. L’Europa avrebbe capito ogni cosa, se solo avesse avuto il coraggio di proseguire, di vedere e capire fino in fondo. E anche oggi, questa Europa baldanzosa, irretita nei suoi distruttivi fasti economici e bellici, ambigua e pretenziosa, sembra non riuscire a comprendere la grande arca russa che continua la sua navigazione in mari ghiacciati, fra le spire e le tempeste del tempo, per non morire.

Su CarmillaOnLine il senso di un articolo che richiama i legami storici tra Europa e Russia, divenuti lontani nel momento in cui la Russia abbracciò la dottrina ortodossa di Costantinopoli, contrapponendosi a Roma e ai suoi fidi barbari, arrivati fin oltreatlantico a dettar leggi economiche sempre più ardite.

Rolling down


Ti ribalti sui crinali offesi dalle dimensioni, e tu sei soltanto un altro strato di esse.

Gli assedi di Costantinopoli. Dal IV secolo al 1453 – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che parla di tutti gli assedi che Costantinopoli ha subito nella sua lunga storia; un estratto:

L’ultimo assedio di Costantinopoli (29 maggio 1453) è sicuramente il più famoso assedio della Regina delle Città, nonché della Storia. Ma non è stato certo l’unico, anzi: senza contare quando la città era ancora Bisanzio, Costantinopoli a partire dal IV sec. d.C. ha passato quasi una trentina di assedi, in buona parte respinti.
Il sistema a multiple cinte delle mura teodosiane, con le loro innumerevoli torri, delle mura marittime e del grande fossato a difesa delle prime, hanno reso Costantinopoli per secoli praticamente inespugnabile (anche se non sempre).

Il primo assedio di Costantinopoli a noi noto è quello del 378 d.C. a opera dei Goti, da poco vincitori ad Adrianopoli. Non essendo avvezzi agli assalti alle città murate, ed essendo attaccati da feroci corpi di ausiliari arabi, i Goti decidono di abbandonare l’assedio.
Se saltiamo in avanti, tra VII e VIII secolo assistiamo ad alcuni degli assedi cruciali per la sopravvivenza della città: l’assedio àvaro del 626, operato di concerto con i Persiani Sasanidi, e i primi assedi arabi. Di questi, in particolare è il grande assedio del 717-18 a rivestire un’importanza cruciale (la stessa che, usualmente e non del tutto a merito, si dà usualmente alla battaglia di Poitiers del 732): Leone III riesce a resistere contro un esercito arabo di 200.000 uomini, che alla fine dell’assedio è ridotto ai minimi termini da fame, inverno rigido, attacchi dei Bulgari e fuoco liquido.

Radici dell’orrore @ InnsMouth, Delos Digital (reminder)


Rinnovo la segnalazione di Radici dell’orrore, mio racconto lungo uscito nell’ambito della collana weird di DelosDigital, InnsMouth, diretta da Luigi Pachì, attualmente ultima mia uscita editoriale. Questa è la quarta:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

L’ebook è acquistabile qui e su altri store online al prezzo di 1,99€.

Il fisco a Roma: dalle origini al II secolo d.C. – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis una ricerca articolata su più secoli che determina quali furono le forme di tassazione usate nell’antica Roma; qui sotto l’incipit:

I cittadini romani non furono sottoposti a un regolare sistema di tassazione sul patrimonio e sulla rendita personale, ma al pagamento di alcune imposte indirette che gravavano sulle merci in vendita e su quelle che transitavano nel circondario dell’Urbe. A partire dall’età regia, sulle derrate in entrata o in uscita dalla res publica fu stabilita una tassa per il transito (portorium) che variava a seconda del tipo di merce; alcuni prodotti di lusso provenienti dall’Oriente, come i tessuti ricamati in oro e le perle, erano gravati da imposte di gran lunga superiori ad altre merci. L’unico reale tributo che lo Stato romano impose in ogni epoca ai suoi cittadini, sulla base del census personale, fu la tassa per sostenere le spese belliche, «a causa della scarsità delle finanze e della frequenza delle guerre» (propter aerarii tenuitatem assiduitatemque bellorum, Cic. off. II 74). Lo storico Livio (I 42-43) informa che tale imposta sarebbe stata istituita già al tempo di re Servio Tullio, «il fondatore di ogni distinzione di classe fra i cittadini» (conditorem omnis in civitate discriminis ordinumque), quando i Romani furono censiti e suddivisi in cinque classi, «non per testa, come in passato, ma a seconda della condizione finanziaria di ciascuno» (non viritim, ut ante, sed pro habitu pecuniarum), con l’intento di distribuire gli oneri della pace e della guerra tra la popolazione in maniera adeguata all’entità del «reddito» (census) di ognuno.

Gli Unni di Attila – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un passaggio particolare su cosa erano davvero i barbari alla fine dell’età classica, e con cosa venivano effettivamente confrontati rispetto alla decadente ma alta civiltà romana; differenze che sono tuttora ravvisabili nel mondo iperfinanziario dell’Occidente. Un estratto:

Per Attila possediamo uno dei testi più interessanti fra tutti quelli che riguardano Roma e i barbari: il resoconto di Prisco di Panion relativo a un’ambasceria fatta presso la corte di Attila nel 449. Se ne è conservato un lungo frammento che nel X secolo l’imperatore Costantino Porfirogenito riportò nel suo libro sulle ambascerie. Prisco fece parte della delegazione guidata dall’ambasciatore Massimino. Il resoconto evoca con grande efficacia la condizione mentale degli ambasciatori, costretti a dipendere da un interprete di cui diffidavano, disorientati dagli intrighi di corte, obbligati ad attendere per giorni prima di poter avere un incontro e costretti a ritornare continuamente sulle discussioni fatte per cercare di comprenderne il reale significato. Prisco descrive i palazzi di legno del regno di Attila, uno dei quali comprendeva un impianto termale in pietra costruito in stile romano da uno schiavo che aveva inutilmente sperato di ottenere in cambio la libertà. Gli stessi segretari di Attila erano Romani e lessero un documento di papiro su cui erano riportati i nomi di tutti i fuoriusciti unni che si trovavano presso i Romani e di cui Attila voleva la restituzione. Addirittura, Attila era talmente furibondo con l’ambasciatore perché i fuggiaschi non erano già stati riconsegnati da dichiarare che lo avrebbe impalato e lasciato in pasto agli uccelli se non fosse stato che, così facendo, avrebbe infranto i diritti degli ambasciatori[5].

Fu in occasione del suo secondo incontro con Attila che qualcuno si rivolse a Prisco porgendogli il saluto in greco. Prisco aveva già incontrato in precedenza tra gli Unni persone che parlavano il greco, ovvero prigionieri che si potevano facilmente riconoscere come tali dalle vesti cenciose e dai capelli luridi. Ma quest’uomo assomigliava a uno Scita ben vestito e dall’acconciatura curata. Disse di essere un mercante greco di una città sul Danubio; era stato fatto schiavo dagli Unni ma, avendo combattuto per loro, aveva riacquistato la propria libertà; adesso aveva una moglie barbara e dei figli e sosteneva di condurre una vita migliore rispetto a quella di prima. Poi, dato che Prisco ribatté a questo atteggiamento antipatriottico, il suo interlocutore pianse e dichiarò che le leggi romane erano giuste e gli ordinamenti buoni, ma i governanti li stavano corrompendo perché non se ne preoccupavano più così come avevano fatto gli antichi[6]. Dal testo si deduce che Prisco ebbe la meglio nella discussione, ma poco tempo dopo un’argomentazione analoga fu riproposta a Prisco da uno degli uomini di Attila, un Unno che gli ribadì, appunto, il concetto di fondo espresso dall’anonimo greco, sostenendo che essere schiavi di Attila fosse preferibile all’essere ricchi tra i Romani[7]. Prisco e Massimino fecero infine ritorno in patria, ma non senza essere stati prima testimoni di alcuni esempi pratici delle severe leggi di Attila: una spia impalata e alcuni schiavi arrestati per aver ammazzato in battaglia i loro padroni. Nessun’altra fonte di quell’epoca ci offre altrettanti dettagli (e, con ogni probabilità, piuttosto attendibili) sui meccanismi delle ambascerie presso i barbari, sulla vita in mezzo a loro e sulla natura complessa e sfaccettata dei rapporti tra Romani e barbari.

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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