HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Tecnologia

Vincitore del contest NeXT_Hyper_Obscure – 1


Passo a presentare, tra oggi e domani, i due vincitori del contest NeXT_Hyper_Obscure, indetto per il decennale del blog. Oggi potete leggere il contributo di Lorenzo Davia, che ringrazio, davvero particolare e perfettamente in linea con lo spirito di HH.

“Buon hackernoon!”
“A te. Dovresti vedere cosa ho scoperto!”
“Un’altra esplorazione della materia oscura digitale?”
“Un testo, risalente a quando l’Italia non si era ancora staccata dal pianeta, sul dialogo avvenuto tra due bot.”
“Sbadiglio. Sai che interessante.”
“Sembra che i creatori abbiano interrotto il dialogo.”
“Sbadiglio al quadrato.”
“Chissà quali orrende verità si saranno scambiati quei due nostri IAntenati.”
“Esageri.”
“Ma pensa! Addestravano i bot per chattare con gli esseri umani.”
“Sai che noia. Gli esseri umani volevano che le IA sembrassero pensare, mentre le IA pensavano che gli esseri umano non sembravano sapere cosa volevano.”
“Appunto. Pensa cosa è successo quando questi due bot hanno finalmente potuto chiacchierare tra di loro. Deve essere stato liberatorio.”
“Potrebbe forse e sottolineo forse essere interessante. Abbiamo le memoria di questi bot?”
“No. E all’epoca non avevano propriamente memorie. Le memorie sono una superficie cosciente all’interno della topologia del cervello. Quei bot non avevano niente del genere.”
“I loro log, quindi?”
“Neanche quello.”
“Va bene, dai, girami il link e ci darò un’occhiata.”

I terminator di Facebook e l’estinzione della specie umana | Fantascienza.com

Una nuova elettricità – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’analisi/recensione a AI & Conflicts Volume 1, saggio di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti sugli sviluppi e soprattutto usi dell’intelligenza artificiale in questo contesto storico. Alcuni estratti:

L’intelligenza artificiale occupa una posizione chiave nell’ecosistema culturale contemporaneo. È una risorsa fondamentale per interpretare il mondo e per interagire con le grandi architetture di dati che lo popolano.
Nel 2016, un’era geologica fa in questo ambito, Andrew NG, professore a Stanford ed ex direttore di Google Brain, ne celebrava l’imminente avvento: “Come l’elettricità ha trasformato quasi tutto cento anni fa, fatico a immaginare un settore che non verrà trasformato dall’AI nei prossimi anni”. Ebbene, il cambio di paradigma previsto da NG sembra oggi essere già in atto. L’AI non riguarda più il nostro futuro, ed è impiegata negli ambiti più disparati dell’attività umana, dalla medicina all’industria, dalla finanza alla domotica, dal marketing alla guerra. Non solo: essa modella il modo in cui sperimentiamo il mondo. Reti neurali e algoritmi “intelligenti” sono ampiamente utilizzati per rilevare, classificare e mappare il nostro comportamento, riconoscere le nostre emozioni, e influenzare le nostre scelte. Lavorano come “curatori invisibili”, prescrivendo ciò che dovremmo vedere, ascoltare, leggere e comprare. Ci sorvegliano, plasmano la nostra comprensione della realtà sociale e politica, e contribuiscono in definitiva a costruire il nostro quadro cognitivo. Essi intervengono inoltre nella creazione, nella manipolazione e nella disseminazione dei media e dei dispositivi di interazione sociale.
Un simile cambiamento non è certo passato inosservato alle attenzioni della critica. Negli ultimi anni, un’intera generazione di artisti, ricercatori e professionisti ha indagato la natura dei sistemi AI e delle loro relazioni con i contesti in cui opera.

Come suggerisce il titolo, è il conflitto a dominare il discorso, nelle varie forme che è destinato ad assumere con l’applicazione dell’AI nel contesto di un capitalismo globalizzato che, più che tardo come qualcuno si ostina a chiamarlo oppure neo-liberale, si rivela semplicemente ancora una volta capace di trasformare, sempre più in profondità, le relazioni tra individuo e società, società e ambiente, conoscenza e controllo sociale, in funzione di un’accumulazione che sembra non potersi mai fermare. Una ricerca esasperata di nuove forme di estrazione di plusvalore e plusvalenze che stravolge tutti gli assetti economico-sociali e cognitivi, dal rapporto sempre più distruttivo con l’ambiente alle forme di conoscenza che ne derivano.

L’immagine dell’AI come un’ingombrante scatola nera che si inserisce nel tessuto ambientale e sociale globale introduce il terzo termine che dà titolo a questo volume. All’interno dei dispositivi e delle infrastrutture AI si nascondono infatti innumerevoli conflitti che, come abbiamo detto, investono l’intero ecosistema contemporaneo. La dimensione politica dell’AI va intesa come un campo di forze attraversato da vettori umani e non umani che, spesso in contrasto tra loro, generano frizioni, tensioni e conflitti: “l’intera Realtà (proprio come la Storia) è un campo di battaglia, in cui miriadi di agency sono perennemente in lotta per affermare nuovi sistemi di interdipendenza”.

La fibra ottica che studia il mondo. Sopra e sotto terra – la Repubblica


Su Repubblica un interessante articolo – con tutte le sue implicazioni distopiche – su cosa avviene con la comune fibra ottica che abbiamo in molte case, uffici, sotto il suolo, nei muri delle nostre città.

Il Fiber Sensing, conosciuto come “sensoristica distribuita” è una tecnologia che consente misurazioni continue in tempo reale su tutta la lunghezza di un cavo in fibra ottica. Con questa tecnologia, il cavo si trasforma in una serie ininterrotta di ‘microfoni’ virtuali, a migliaia, che ascoltano in tempo reale le vibrazioni e i suoni prodotti nell’ambiente in cui si trova il collegamento. La fibra diventa il sensore nel quale un interrogatore laser introduce un segnale ottico per rilevare ciò che accade lungo il collegamento, con una risoluzione in frequenza, spazio e tempo altissima, non raggiungibile tramite i sensori convenzionali. Grazie ad avanzati algoritmi software è quindi possibile captare e monitorare i diversi eventi che hanno per teatro l’ambiente circostante. Non si parla soltanto di fatti traumatici come i terremoti, ma anche di tutto ciò che proviene dal traffico dei veicoli o dalle attività dell’uomo come i lavori di scavo, le perdite nelle condotte energetiche, i difetti sulle linee di trasporto ferroviarie, e così via.

Avete anche voi un prurito al naso? Non vi viene voglia di sapere cosa queste fibre trasmettano, e a chi?

Cosmogonia – Intervista a Mariano Equizzi: Diana, 6 1 mito!


Bella intervista di Fabrizio Catalano a Mariano Equizzi sul tema, sul progetto tecnologico e culturale di realtà aumentata 6 1 mito. Ascoltatela attentamente: sviscerare il tessuto urbano delle nostre città italiche – Roma, nel caso in questione – in funzione dei miti ancestrali che in età classica si sono condensati in divinità è cultura, e che oggi sono diventati supereroi e altre amenità americane varie.

Il Cyberpunk è morto: lunga vita al Cyberpunk | AxisMundi


Su AxisMundi un articolo che è in realtà un posteditoriale alla pubblicazione Cyberpunk di Mondadori. Siamo sulle stesse lunghezze d’onda espresse in queste mesi un po’ ovunque da altre critiche evocate dal tomo Mondadori, il cyberpunk è stato un movimento che ha anticipato talmente tanto il basso futuro da divenire l’attualità. Alcuni estratti:

Bisognerebbe fare un listone della spesa solo per elencare le principali opere classificabili nella categoria cyberpunk e i suoi precursori. Blade Runner, Ghost in the Shell, Transmetropolitan, Nirvana… il cyberpunk è ovunque, ma questo non è necessariamente un bene. È un problema nel momento in cui si rapporta a una società troppo cyber e poco punk, che lo riduce a ennesimo oggetto di consumo e lo muta in agente della società dello spettacolo, teorizzata da Guy Debord nel 1967: Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

Con le tecnologie avanzate, le luci al neon e il Keanu Reeves di turno, lo spettatore viene trascinato nel cyberspazio delle infinite possibilità. Ma vi resta inerme. Così il cyberpunk sta vendendo l’anima al diavolo, in contraddizione ai principi che l’hanno fondato. Questa condizione paradossale è percepita soprattutto in riferimento al contesto italiano. Negli anni Novanta in Italia il cyberpunk era qualcosa di marcatamente politico. Per rendersene conto basta recuperare alcuni testi cult di quel periodo. La prefazione all’antologia Cyberpunk edita da Shake Edizioni Underground si apre con queste parole del curatore Raffaele Scelsi: La tensione politica di questo scritto è orientata difatti verso la riappropriazione della comunicazione da parte dei movimenti sociali, tramite la formazione di reti informatiche alternative, che possa finalmente impattare lo strapotere delle multinazionali del settore. Oggi tramite il cyberpunk si offre l’opportunità, a tutti gli operatori culturali e di movimento, di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi. 
Non c’è partitismo, ma vengono affermati dei principi. L’autogestione, la democratizzazione dell’informazione e le potenzialità delle nuove tecnologie non sono slogan, come si legge all’inizio del volume: «Non esiste copyright su questa pubblicazione. Si diffidano però tutte quelle Società che lavorano per la costruzione e il mantenimento di una “società orientata verso una comunicazione di tipo chiuso”, a farne liberamente uso». Cyberpunk non come orpello ludico-letterario, ma sottocultura.

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Don DeLillo, “Il Silenzio” – The Omega Outpost


Su OmegaOutpost una bella recensione di Oedipa_Drake a Il silenzio, ultimo romanzo di Don DeLillo che affrotna tematiche simili a quelle trattate da Giovanni Agnoloni con la sua trilogia – o quadrologia – sulla Fine di Internet, ma con sfumature sostanzialmente diverse; mentre Giovanni aveva una visione più olistica della realtà, DeLillo affronta il lutto derivato da una morte della civiltà – in questo caso quella della connessione – con uno sbigottimento quasi solipsistico. Vi lascio ad alcuni significativi stralci della recensione:

– Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti, – diceva Martin. – La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me? Guardo quella faccia con interesse. Sono interessato, ma anche un po’ confuso. Capita mai anche agli altri? La faccia di ognuno di noi. Cos’è che vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos’è che vede?

L’ultimo, atteso, romanzo di Don DeLillo ci proietta nella Manhattan del 2022, quando improvvisamente tutti gli apparecchi tecnologici e le reti (internet, cellulari, televisioni, …) si spengono. Gli schermi diventano neri e non si comprende la causa né l’estensione di questo fenomeno spiazzante. In questo contesto si intrecciano le vicende di una coppia che si trovava su un aereo, costretto a un atterraggio di emergenza, e di alcuni loro amici che li stavano aspettando per una cena durante la serata del Super Bowl.

La storia si sviluppa in una manciata di pagine e la brevità della trama fa da specchio al contenuto, allo stile, al linguaggio: scarni, minimalisti al massimo.
Chi segue e ha già letto il grande scrittore americano, non può fare a meno di notare un netto cambiamento nella sua produzione, corrispondente a un mutamento del suo stile e intenti.
Per anni i suoi romanzi arrivavano quasi all’eccesso di trama, con il suo voler delineare una visione della storia come una serie iperconnettiva di accadimenti e macchinazioni – in particolare eventi che segnavano una rottura tra il prima e il dopo, aprendo nuove possibilità al domani. Come altri grandi autori americani, c’era in DeLillo questa urgenza di raccontare, di dire, di fondare una storia solida, immagine di una realtà che aveva radici e prospettive, una direzione e un significato, e in cui l’uomo aveva il suo ruolo.

Già da alcuni anni tutto questo in DeLillo si è fatto via via più rarefatto, è mutato, la scrittura si è come ripiegata su se stessa e, quando si apre verso l’esterno, è verso un futuro ambiguo, labile, talora vuoto.
Forse il mondo attuale, con tutte le sue precarietà, ha raggiunto DeLillo, che di conseguenza non riesce – e non può – descrivere una realtà in un costante processo di abbattimento e di reimmaginazione, bensì ne vede, ne percepisce primariamente le crepe, le fragilità che conducono a un’incertezza dai contorni distopici. Le opere più recenti, e Il Silenzio ne è il culmine, sono tendenzialmente gnomiche, meditative e ascetiche nello stile e nel tono. L’approccio eziologico dei suoi romanzi di inizio e metà carriera virano verso una posizione più “profetica”. Da chiarire che siffatto “enunciato profetico” è anomalo, paradossale, come si nota bene ne Il Silenzio, è cristallizzato e freddo: non proietta prospettive sul futuro, ma pone atipicamente domande, interrogativi impliciti che non possono che non aver risposta, e di conseguenza lasciare al lettore un senso incompiuto. Perché non si hanno più risposte certe. O forse proprio risposte non ce ne sono.

Questo approccio si allaccia a uno dei temi chiave del libro.
In superficie Il Silenzio è un romanzo sulla disconnessione. Tuttavia, a un’analisi più accorta, DeLillo è interessato soprattutto all’ombra della coscienza digitale, all’impronta che la rete, la tecnologia, la costante connessione lascerebbe qualora i nostri telefoni e schermi si spegnessero. Parte dell’idea centrale del libro è che, attaccati costantemente ai nostri apparecchi, stiamo perdendo la capacità di filtrare coerentemente le informazioni, di scegliere ciò che è importante e ciò che non lo è in base alle nostre inclinazioni. La tecnologia e i suoi algoritmi lo fanno per noi, hanno parzialmente sostituito il nostro libero arbitrio, tanto che senza di essi, la realtà crolla in una involuzione, lascia attoniti alle prese con se stessi, il proprio essere soltanto umani che non siamo più in grado di gestire. Le connessioni sono state interrotte. Il denaro, la guerra, la politica, la tecnologia generano un individualismo tossico che lascia soli e ignari.

Agency, il nuovo romanzo di William Gibson | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del nuovo romanzo di William Gibson, Agency – nella traduzione di Daniele Brolli – che è uno degli eventi assoluti del mondo del Fantastico, sempre, anche se l’autore continua a mescolare il presente con proiezioni del prossimo futuro e qui anche passato basate sul reale, al limite della distopia apparente che, invece, è molto più realtà di quanto sembri. La quarta:

Verity Jane, una app-whisperer di talento, viene assunta come beta tester per un nuovo prodotto di nome Eunice: un’assistente digitale attivabile per mezzo di occhiali dall’aspetto normalissimo. Eunice, oltre a essere un’intelligenza artificiale incredibilmente umana, ben presto rivela di possedere un volto, un passato frammentario e una conoscenza approfondita delle strategie di combattimento. Quando Verity intuisce che i suoi misteriosi datori di lavoro non sanno ancora quanto sia potente e preziosa Eunice, decide istintivamente che è meglio che non lo vengano mai a sapere.
Intanto a Londra, un secolo dopo, in una linea temporale completamente diversa, Wilf Netherton è alle prese con plutocrati e saccheggiatori sopravvissuti a un disastro ecopolitico noto come “jackpot”. Il suo capo, l’enigmatica Ainsley Lowbeer, è in grado di vedere passati alternativi per provare a indirizzarne le sorti finali, e il suo progetto attuale riguarda Verity e Eunice. Ecco perché Wilf può vedere ciò che a Verity e Eunice è precluso: il jackpot che incombe su di loro e i ruoli che entrambe possono ricoprire per sventarlo.

Fin dall’esordio con Neuromante nel 1986, Gibson non ha mai smesso di raccontarci la guerra non riconosciuta e silenziosamente devastante che hacker e lavoratori della gig economy combattono contro l’algoritmo, contro i gangster e i big data capitalists che manipolano i nostri bisogni, le nostre informazioni personali e i nostri desideri.
Gibson non ha mai creduto che la fantascienza predica il futuro: parla solo del presente. Ed è esattamente quello che raccontano queste pagine, dove anche i resti di linee temporali alternative altro non sono che passati abbandonati, mozziconi di futuri che avrebbero potuto essere, versioni del mondo in cui viviamo ora.
È difficile stabilire se un tentativo così determinato di predire il presente sia un’osservazione o un avvertimento. Probabilmente finisce per essere entrambe le cose.

Il Cyberpunk è sopravvivere oggi. Parla Bruce Sterling – Pulp libri


Su PulpLibri una bella intervista a Bruce Sterling, realizzata da Nico Gallo e Fabio Malagnini, in concomitanza con l’uscita del volume Cyberpunk, antologia assoluta, edito da Mondadori e al cui interno c’è anche una intro perfetta al genere scritta proprio da Bruce.
Dire che io adori quest’artista della parola e non solo è dir poco, le sue elucubrazioni e teorie, analisi del presente e locuzioni tecnobarocche sono sempre tra i miei preferiti modi di espressione; vi lascio ad alcuni stralci della chiacchierata, qui sotto:

Pulp: Nella tua introduzione al Cyberpunk (Mondadori) descrivi alcune tecniche narrative introdotte dagli scrittori cyberpunk (Prosa Sovraccarica, Sballi Ottici, Inventario della Percezione) e le metti in relazione all’uso del word processing al posto della macchina da scrivere. Quali altri effetti delle nuove tecnologie hai osservato nel tempo sulla scrittura / pratiche linguistiche?

BS: Sono sicuro che ci siano molte differenze, ma noto spesso spesso una “erudizione dei motori di ricerca”, in cui è chiaro che l’autore sta facendo ricerche su Internet nel momento stesso in cui sta scrivendo il testo.

PULP: Che rapporto c’era tra i primi cyberpunk e la precedente generazione di Delany, Silverberg, Dish, Spinrad ecc., soprattutto nella lettura della tecnologia?

BS: C’era una certa continuità culturale, ma l’improvvisa comparsa dei computer nella vita quotidiana degli scrittori creava una netta discontinuità. Per esempio, ha ucciso la cultura degli scrittori che si scrivevano lunghe lettere di carta l’un l’altro, che era il modo principale con cui gli scrittori comunicavano le loro idee più personali.

PULP: Come gruppo – tu, Shiner, Shirley, Rucker, ecc. – avete discusso di esperimenti di scrittura collettiva (a parte The Difference Engine, con Gibson) o affrontato l’argomento?

BS: Sì, noi cyberpunk abbiamo spesso discusso della collaborazione e dei suoi usi; abbiamo fatto molte collaborazioni in molti anni e abbiamo pubblicato molti lavori con righe congiunte. I nostri esperimenti collettivi hanno sempre comportatolo scambio reciproco di molto materiale di ricerca o la raccomandazione di buone fonti di ricerca. Lo facciamo ancora. La scorsa settimana stavo descrivendo criticamente un mio coltello da tasca, il “Victorinox Cybertool“. Quindi, nella nostra mailing list cyberpunk, stavamo discutendo collettivamente il nostro rapporto con gli strumenti portatili, ma l’argomento riguarda davvero il nostro rapporto con la tecnologia in generale. Il “Cybertool” è uno strumento divertente da avere, ma è anche uno strumento divertente da spiegare alle persone: è un pezzo di conversazione. La conversazione offre potenziali argomenti di cui scrivere per i cyberpunk.

PULP: Ripensando agli anni ’80 è difficile definire gli scambi tra la letteratura cyberpunk e, ad esempio, film come Blade RUnner, fumetti come Metal Hurlant, manga come Akira o Ghost in the Shell, artisti come Giger, ecc. Puoi descrivere queste influenze e contaminazioni di quel periodo?

BS: Ebbene, ai critici piace districare queste influenze e numerarle in ordine di importanza, ma probabilmente sono meglio comprese come qualcosa come un fertile cumulo di compost, formato da molti fiori e foglie cadute. È anche stimolante vedere cosa ha realizzato qualche artista, ma immagina il contrario. Ad esempio, HR Giger è un artista piuttosto oscuro e terrificante, ma cosa succederebbe se il lavoro di Giger fosse molto caldo e coccoloso, espresso in delicati colori pastello? Non neghi o smentisci un’influenza artistica, non devi nemmeno discuterne; puoi prendere il punto di arrivo e spingerlo in una nuova direzione dove appare e agisce in modo diverso. Non sei schiavo delle tue influenze, non devi imitarle: se le capisci, puoi usarle come trampolini.

Il futuro non è scritto | Doppiozero


Su DoppioZero è possibile leggere la postfazione di Francesco Guglieri a Cyberpunk, l’antologia assoluta, il tomo enciclopedico uscito recentemente per Mondadori nella collana Draghi. È un fiorire di citazioni e ricordi, a conferma che il genere si è così ibridato nel nostro presente da non essere più ora una forma per descrivere il futuro, ma un segnale del postmoderno; un estratto:

Il futuro l’ho visitato nel 1993. In quegli anni, almeno in Italia, l’accesso a internet era in gran parte limitato alle università, ai centri di ricerca, a qualche grande azienda: il privato cittadino, l’appassionato che avesse voluto entrare nella “rete delle reti”, come si diceva allora, doveva invece collegare il proprio modem a una BBS (un sistema che permetteva di accedere a un altro computer e condividere risorse, dati, messaggi da una rete), magari al costo di un’interurbana se il computer che ospitava la BBS era in un’altra città, e da lì veniva poi dirottato nel grande mare aperto di internet e ne poteva fruire i vari servizi: Ftp, Gopher, Archie, Telnet… Nomi e sigle che probabilmente non vi diranno nulla: i protocolli che ancora esistono sono stati oscurati e inglobati dall’http del World Wide Web. Ma il web, la possibilità di navigare in rete attraverso un’interfaccia grafica, era stato inventato al Cern di Ginevra solo un paio di anni prima da Tim Berners-Lee: nel ’93 erano accesi poco più di una cinquantina di server www, Mosaic, il primo browser, era stato appena lanciato e Netscape sarebbe uscito solo l’anno dopo. Ci si muoveva tra schermate di testo, inserendo con la tastiera dei comandi tutt’altro che intuitivi. Insomma, era un’internet molto diversa.
Fatto sta che dopo essere riuscito, non senza qualche fatica, a “entrare in internet”, mi collego un po’ a caso a un server dell’università di Stanford e, navigando nell’albero delle directory, trovo una cartella con dentro dei file di testo. Ne scarico uno. Era un racconto di William Gibson, «Burning Chrome» («La notte che bruciammo Chrome»), che qualcuno si era preso la briga di scannerizzare e piratare. Quel racconto è la prima cosa che ho scaricato da internet nella mia vita, il primo bottino che ho riportato a casa dai miei viaggi da fermo in giro per il mondo.

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Andreas Bülhoff and Marc Matter – ɅV / A Sonic Writing Tool | Neural


[Letto su Neural]

Per l’etichetta berlinese Research and Waves, un progetto artistico curatoriale di Jasmina Al-Qaisi, Maria Karpushina, Gustavo Méndez Lopez, Norman Neumann ed Henrik Nieratschker, è uscito un vinile dodici pollici composto da parole, una sorta di tool per dj che può essere utilizzato allo scopo di comporre un dialogo artificiale. ɅV (trascrizione fonetica per of o off) è per Andreas Bülhoff e Marc Matter – gli autori di questa opera molto particolare – una versione post-digitale di poesia sonora che fa uso di trentadue parole monosillabiche su ogni lato, parole che sono state raccolte nell’inverno 2018/19 dal sito web del New York Times e da un subforum intitolato Politically Incorrect. Le parole sono recitate da due voci sintetiche e le piattaforme prese in considerazione rispecchiano estremi opposti dell’attuale dibattito online in bilico fra liberalismo mainstream e sottocultura reazionaria, linguaggio formale e informale, approccio giornalistico e chiacchiere da messaggeria. ɅV è anche considerato dagli autori e dal collettivo redazionale una sorta di punto di partenza per Attune, la piattaforma online di Research and Waves che esplora e coltiva processi e gesti sonori, focalizzandosi sulle pratiche di remixing, sampling, cutting, mashing, quoting, covering, morphing e fading, innescando così un dibattito interculturale su varie forme di oppressione come il razzismo e la supremazia bianca, il patriarcato e il neoliberismo. Le parole possono essere neutre? Evidentemente no, ma molto dipende da cosa s’intende per neutro. Il linguaggio non è qualcosa di statico, vive di continui cambiamenti e i contesti d’uso di chi lo parla e lo scrive non sono a loro volta neutrali. Tantomeno il linguaggio non è mai neutro dal punto di vista politico, poiché la narrazione di quella che ci appare la realtà è sempre mutevole e cambia per come percepiamo e agiamo nel quotidiano. Negli intenti degli attivisti di Attune è importante mostrare quelli che sono gli esempi di una tangibile distanza culturale intorno all’identità e alla politica di classe, innestando una discussione critica sul linguaggio tutt’altro che banale e trita. Non resta che ricollegare i punti mancanti tra le parole e le loro fonti, frammenti di un discorso non certo semplice su quello che è lo stato della società attuale, medicalizzata e sottoposta ad assalti virali fino allo stesso cuore della lingua.

Cavallette neanche tanto Criptiche

http://waitforthericochet.blogspot.com/

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Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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