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“L’ULTIMO ANGOLO DI MONDO FINITO” IN PROSSIMA USCITA | Giovanni Agnoloni – Writing and Travelling


Dal blog di Giovanni “Kosmos” Agnoloni la segnalazione del suo nuovo lavoro in arrivo: L’ultimo angolo di mondo finito, romanzo che chiuderà la Trilogia di Internet, una fase apocalittica che travolge l’umanità nel momento in cui la connessione mondiale muore. In uscita da Galaad.

2029. Internet è crollato da quasi quattro anni in Europa, e la crisi della comunicazione si è ormai estesa alla telefonia, mentre le principali città sono state gradualmente invase da ologrammi intelligenti, “cloni” immateriali in grado di orientare il comportamento delle persone. Negli Stati Uniti il sabotaggio della Rete ordito dal movimento degli Anonimi è fallito, e internet è rinato grazie a un progetto di copertura wireless mediante l’uso di droni. Sospese tra questi due grandi poli di eventi, si svolgono le vicende di Kasper Van der Maart, spintosi fino a New York sulle tracce della scrittrice Kristine Klemens, scomparsa nel nulla, e di quattro affiliati degli Anonimi impegnati nella ricerca delle fonti di misteriosi segnali elettromagnetici, possibili sorgenti di una nuova Rete europea: Emanuela, che esplora la Bosnia, Aurelio, che attraversa il Portogallo, e i fratelli Ahmed e Amina, spersi nel Sud Italia. Queste indagini incrociate porteranno alla luce sorprendenti verità nascoste, legate al contesto politico e tecnologico generale ma anche al passato dei protagonisti, per i quali si schiuderà un orizzonte di percezioni capace di connetterli tutti, creando un ponte di comunicazione con chi è già “al di là del confine”. Dopo Sentieri di notte (già pubblicato anche in Spagna e in Polonia), Partita di anime e La casa degli anonimi, L’ultimo angolo di mondo finito conclude la serie della fine di internet e rivela, nel suo epilogo, l’identità e lo scopo della mente che fin dall’inizio ha tessuto le fila degli avvenimenti.

Wolfgang Ernst – Sonic Time Machines: Explicit Sound, Sirenic Voices, and Implicit Sonicity | Neural


[Letto su Neural]

Il tempo e il suono possono vantare una relazione indissolubile, analizzata – per esempio ­in discipline attinenti all’acustica, alla musica e ai media, ma Wolfgang Ernst ha concepito un approccio differente nel definire in maniera compiuta un tale rapporto, sottolineandone soprattutto alcuni elementi ricorrenti. Uno è sonicity, la cui definizione comprende “oscillatory events” o “sonic knowledge implicit within instruments of sound analysis” e allo stesso tempo “graphically or mathematically derived sound” o “their mathematically reverse equivalent”. Ernst ricorsivamente definisce le sonorità come “non originate da corpi fisicamente risonanti, ma da processi electro-tecnici e techno-matematici“. Egli, che è anche l’autore di Chronopoetics e Digital Memory and the Archive, è ispirato da come McLuhan definisce lo “spazio acustico”, rafforzando poi l’essenzialità del tempo nei media contemporanei. Il teorico tedesco è attratto dalle tecniche di archeologia dei media, per esempio la Phonovision, una tecnologia che già nel 1920 registrava le immagini su dischi in vinile. In questa pubblicazione, inoltre, Ernst affronta la “processualità temporale” che suoni e media strutturalmente condividono, confermando una scrittura davvero eclettica – suo marchio di fabbrica – e dividendo il libro in tre parti, concentrandosi sul concetto e la definizione di sonicity, sulla natura tecnologica dei media sonori e, infine, sulla dimensione tecnica e temporale delle manifestazioni auditive.

Transumanesimo, enhancement ed evoluzione | L’indiscreto


Un bell’articolo che cerca di descrivere cos’è il Transumanesimo, le sue direttive di nascita, i suoi rami in via di forte sviluppo, le possibili derive e i rischi sociali. Su L’indiscreto.

Uno degli argomenti maggiormente impiegati da parte di coloro che avversano le tecnologie del potenziamento è quello della “saggezza della natura”. L’argomento suona più o meno così: l’uomo è un ente la cui complessità è stata forgiata da millenni di evoluzione naturale. Andare a intervenire su questo complesso potrebbe risultare non solo difficile sul piano tecnico ma anche inopportuno. Come possiamo metterci in competizione con millenni di evoluzione? La natura fa il suo corso e questo corso non può essere intaccato dall’imprudenza della mano umana.
Bostrom e Sandberg scrivono che

“è certamente più semplice mettere a fuoco la fattibilità della medicina terapeutica. Intuitivamente la spiegazione è la seguente: anche un sistema progettato in maniera eccellente occasionalmente si guasta. Potremmo in questo caso capire cosa si è rotto e aggiustarlo. Questo sembra certamente meno problematico rispetto al prendere un sistema progettato in maniera eccellente, perfettamente funzionante e potenziarlo al di là del suo normale funzionamento.”

Ma i problemi non finiscono qui. Infatti anche la cosiddetta medicina terapeutica ha i suoi difetti e non rasenta certo la perfezione. Insomma, quando anche la medicina terapeutica, basata su dati piuttosto attendibili, è ben lontana dall’essere esente da complicazioni, sembrerebbe che una persona prudente abbia dalla sua molte ragioni per diffidare dei cosiddetti potenziamenti, tanto più che essi sono spesso basati su dati molto più deboli rispetto a quelli della medicina terapeutica.

Draped to black – In ricordo di Guido che viveva il Futuro nel Presente | Fantascienza.com


Il ricordo di Alex “Logos” Tonelli e mio, e alla fine penso di tutto il collettivo connettivo, a Guido Antonelli, che ci ha lasciati il giorno dell’Epifania. Su Fantascienza.com.

Epitaffio a Guido Antonelli, di Alex Tonelli

Tocca a me scrivere di Guido Antonelli. Di Guido il pittore, il poeta, il saggista, il Connettivista, il critico d’arte, il falsario, il soldato. Di Guido, mio amico.

Non è facile non cadere nella retorica che aleggia sempre nelle commemorazioni funebri, quel brusio sentimentale che si impadronisce della penna e della voce e che lui avrebbe così tanto odiato. Era un uomo di 94 anni, aveva combattuto nei parà a El Alamein, era stato prigioniero in Egitto, aveva conosciuto Pasolini, Sironi e tutta la generazione di grandi artisti che aveva popolato Milano negli anni ’60…

Guida sintetica alla programmazione delle macchine – OggiScienza


Su OggiScienza una terrificante suggestione che somiglia molto a una verità: IA in grado di scrivere il codice di se stesse. Sembra che ci stiamo avvicinando a ciò. Un dettaglio dell’articolo:

Programmare una macchina è un’espressione con un significato molto ampio. Nel caso più semplice può riferirsi al comune utilizzo di un elettrodomestico, per esempio all’uso dei menu del nostro forno a microonde, per ottenere una cottura particolare in modo automatico, e differente in diversi intervalli di tempo, senza dover intervenire durante il processo. Oppure, a livello più complesso, per programmazione si indica la selezione e la modifica di un programma pre-impostato su un robot industriale, per aumentare per esempio la sua produttività riducendo il tempo ciclo di una data operazione. O ancora, scendendo sempre di più nel dettaglio, programmare può riferirsi alla scrittura di codice. In termini semplici, questa operazione, denominata coding, presuppone appunto la familiarità con ambiente di sviluppo, con un linguaggio di programmazione, con applicazioni che forniscono soluzioni per dati problemi.

Per svolgere l’attività di coding è necessario conoscere un linguaggio, attenersi a precise regole e attraversare una fase di progettazione e una fase di verifica obiettiva che il codice funzioni esattamente come previsto. In effetti, secondo Mitchel Resnick, professore del MIT Media Lab, il coding non è che un’estensione della capacità di scrivere, e andrebbe coltivata sin dalla più tenera età. E non solo perché il numero di opportunità lavorative per programmatori e ingegneri elettronici o informatici sono in fortissima crescita, ma anche perché, secondo Resnick, dedicarsi all’apprendimento del coding significa poter migliorare molti altri aspetti della propria vita personale e professionale, come la capacità di risolvere problemi, comunicare idee, sviluppare senso pratico.

Tornando alle questioni lavorative, ci sono ad oggi scuole di pensiero del tutto opposte sull’impatto delle nuove tecnologie e la capacità di programmare le macchine. In un articolo pubblicato su wired.com, per esempio, il giornalista Clive Thompson sostiene che il coding sarà il lavoro manuale della prossimo futuro: in altri termini, la crescente specializzazione delle macchine nell’esecuzione di compiti sempre più complessi consentirà loro di rimpiazzare completamente gli operai umani, e di conseguenza le prime professioni disponibili con contenuto manuale saranno, appunto, quelle di chi programma le macchine stesse. E le tecniche di programmazione saranno ridotte a lavori routinari e seriali, né più né meno che gli attuali compiti sulle catene di montaggio.

Una notizia recente su questo fronte è che Gamalon, una start-up di Boston, ha sviluppato una tecnica per dare a un’intelligenza artificiale la capacità di scrivere il proprio stesso codice: in altri termini, l’algoritmo sviluppato è in grado di isolare porzioni del proprio stesso programma, e riscriverle per renderle più efficienti.

Se è vero quindi che l’attività di programmazione richiede capacità che le macchine odierne fanno ancora fatica a riprodurre o simulare – come la creatività e la flessibilità – non è detto che nel prossimo futuro le cose non possano cambiare.

Magnetoceptia, Audio Rituals with Wearable Antennas | Neural


[Letto su Neural]

Dewi de Vree e Patrizia Ruthensteiner hanno presentato ultimamente una serie di performance e installazioni denominate Magnetoceptia. Il nome dato a questi progetti deriva da “magnetoception”, termine che definisce il senso o l’abilità che consente a un organismo di “rilevare un campo magnetico allo scopo di stabilire direzione, altitudine o posizione”, rendendo questi campi magnetici udibili attraverso suoni elettronici. Le due artiste costruiscono ricevitori-antenna indossabili che captano specifiche frequenze elettromagnetiche e queste sonorità vengono poi utilizzate durante le performance che sono ispirate dal contesto locale o da una particolare storia. Alcune, per esempio, sono state ispirate da singolari acconciature dell’antica dinastia Qing o scaturiscono da elementi del calendario nativo estone. Queste performance hanno la struttura estetica di un rituale e utilizzano strumenti che manifestano qualcosa precedentemente inusuale attraverso una serie di gesti prescritti. I materiali dei costumi e delle antenne, quindi, rafforzano una maniera assai moderna di trattare collettivamente con l’invisibile e l’ignoto.

Sarah Kember – iMedia: The Gendering of Objects, Environments and Smart Materials | Neural


[Letto su Neural]

Quelle riguardanti il corporate capitalism non sono certo questioni facili fra le quali districarsi, ma ci sono sottili narrazioni che possono produrre effetti interessanti una volta correttamente manovrate. In questo libro, Sarah Kember prende a berdaglio l’enigmatico “i”, un concetto terribilmente efficace degli apparati tecnologici universalmente percepiti come prodotti Apple, costruendo progressivamente una forte critica di ciò che questo prefisso significa in molteplici sue manifestazioni. Un distintivo pensiero femminista permea questa critica. La struttura del libro è al tempo stesso sfuggente ed esplicita, con una natura duale oscillante che l’autrice definisce – non a caso – come “fumo negli occhi”. Infatti, i capitoli alternano saggi e un romanzo, gli uni a fondamento dell’altro, producendo interessanti effetti. Nei saggi la Kember si muove intorno a concetti come “capitalismo comunicativo” (dopo Dean) o il software che opera come governance “al di sotto della soglia di percezione” (dopo Rossiter). L’autrice sviluppa inoltre un diagramma chiave che sfata la “i”, prima per come viene percepita “come nel mio e io”, poi in guisa di “in/determinabile”, “infrastruttura invisibile d’informazioni”, “intelligente intelligenza”, terminando con “intervento”. Il romanzo della Kember è anche strabordante d’ironia e gli oggetti tecnologici coinvolti sembrano avere il ruolo di minare la nostra fede cieca nel loro positivisto compito. È interessante notare come la Kember cita “un fenomeno d’interferenza”, che sembra definire la natura nascosta dei suoi testi e ci sfida a immergerci nella loro critica filosofica e materiale.

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