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ksenja laginja on Behance


L’artista grafica e poetessa Ksenja Laginja ha ora il suo portfolio online: lo trovate su Behance. La piattaforma permette una visione tematica delle varie opere esposte ed è a tutti gli effetti una valida presentazione del lavoro grafico di Ksenja, che potrete tra l’altro ascoltare nell’altra sua incarnazione artistica, quella di poetessa e performer, a Bologna giovedì 14 dicembre, alle ore 21.00, nell’ambito della manifestazione Voci di Genova che si terrà presso CostArena, in Via Azzo Gardino 48 (qui l’evento FaceBook). Chi può vada!

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@burnedyourtweet, flaming the inflamer | Neural


[Letto su Neural]

Quando gli studi su Trump, che inevitabilmente avverranno, saranno incorporati nei corsi di comunicazione/media nel prossimo anno o al massimo due, uno dei progetti più importanti del programma di base sarà probabilmente “@burnedyourtweet” di David Neeval. Si tratta di un progetto lanciato in maniera anonima a Marzo di quest’anno, all’altezza dei tweet esaltati di Trump, con un desiderio dolcemente ironico di “dare ai Tweets di Trump l’attenzione che meritano”; dopo due giorni i video di robot che stampano delle copie leggibili delle declamazioni di POTUS e che alla fine gli danno fuoco in tempo reale diventano meritatamente virali. Il canale è stato seguito immediatamente da ventimila persone e i principali media hanno riportato con tempestività il successo dell’azione di Neeval. Neevel ha postato 175 tweet fino al 30 aprile: il progetto si trova adesso perfettamente stabile all’indirizzo https://twitter.com/burnedyourtweet con 34k di follower, inoltre un archivio di combustioni giornaliere è ancora disponibile per chi desidera assaporare appieno e con precisione la loro auto-distruzione. Anche in questo caso non è chiaro se il bot ha deciso che sia finita qui. Non puoi fare a meno di sentire una calda ondata di piacere, scorrendo a ritroso i vari post, e guardando le parole arroganti e provocatorie di Trump diventare cenere, seguite da un’altra e poi da un’altra ancora. È un esempio perfetto che rimanda indietro gli strumenti di aggressione all’aggressore. Neevel ha progettato molte opere precedenti che si potrebbero considerare come la struttura seminale di questo intervento; alcune opere si possono collocare nella tradizione del “maker” – ad esempio il progetto “Robot Hand” (2016) che esegue gesti politicamente scorretti; un altro come “Cloud Report” (2016) unisce insieme l’evanescente esperienza dei media contemporanei con la rappresentazione poetica dei cieli mutevoli in differenti località. Il tempismo dell’azione di @burnmytweet arriva subito dopo la morte di due personaggi pionieri della media art (entrambi sembravano incarnare una personalità attivista dagli anni sessanta). Gustav Metzger, che è deceduto a Marzo a quasi 91 anni, con l’uso dell’acido sulla tela agli inizi degli anni sessanta, presente al simposio di Destruction in Art del 1966 e scrittore di articoli e manifesti durante quel decennio sperimentale, è stato uno dei primi a dire agli artisti di diventare criticamente impegnati con il coinvolgimento dell’automazione e delle macchine, piuttosto che giocare in un “nuovo contesto tecnologico”. Ho ascoltato una sua intervista a Londra nel 2009 di Armin Medosch, parte della ricerca di Armin sull’esposizioni riguardanti la corrente “New Tendencies” del 1960. Armin, che era nato quando Metzger iniziava per primo le sue performance auto.distruttive, ha sottolineato che il contributo di Metzger nell’arte e nella tecnologia avesse bisogno di un maggiore riconoscimento. Armin è morto solo pochi giorni prima di Metzger nonostante faccia parte di un’altra generazione – di quella che un tempo era “new” piuttosto che “old” media. Alla fine tutto sembra essere parte di un continuum che ora è in reale pericolo di una perdita di effetto, al di fuori della memoria insita nell’Accademia e nella storia dell’arte. Sono sicuro che entrambi avrebbero trovato conforto nelle fiamme distruttive così facilmente generate dai collaboratori robotici attivisti di Neevel e nella velocità della cura con cui afferrano per appropriarsi e trionfare intenzionalmente la propria distruttività di Trump. Questo progetto di Neevel merita di essere attentamente esaminato, per incoraggiare ulteriori azioni artistiche efficaci sui social media; ci sono molti altri esempi della sua capacità di interventi delicati, sovversivi e/o umoristici nel sito http://davidneevel.com. Date un’occhiata a Cube Game (2015) e a Up Down Desk (2017) per cominciare. Da provare quest’ultima sullo psycho-president.

Strani giorni: Mescolanze


Ecco la poesia con cui Ettore Fobo è giunto finalista al Concorso Internazionale “Città di San Giuliano Milanese” Il Picchio 2017, nella sezione “Giuseppe Ungaretti”, per poesie a tema libero. La riporto perché mi ha conquistato, e quindi qui faccio ancora i miei complimenti a Ettore.

Mescolanze

Qui si viene per adorare un segno
per ardere senza nome nelle variazioni cromatiche dell’erba.
Questo verde che albeggia sotto l’azzurro dissonante.
Questa quercia che possiede la mia infanzia resa musica
di foglie agitate dal vento.
Qui si viene per dimorare nell’incertezza
di una parola che esplora lo spazio
lasciato incautamente libero dal silenzio.
Questo verde è un segno di un pittore fiammingo
lasciato spegnersi nel gelo,
sotto un grigio che ha divorato l’azzurro,
dove si mischiano le bufere e inizia il canto.

Jason Kahn – Space Text Sound | Neural


[Letto su Neural]

“Come possono le parole comunicare l’impressione di un luogo”? Questo di solito è importante non solo per la nostra società, ma nello specifico per la sound art dove il materiale testuale è complesso. Jason Kahn (puoi leggere la sua intervista su Neural #55) pone grande attenzione al testo nelle sue installazioni, specialmente in quelle che possono essere catalogate come ‘site specifc’. Questo libro include il testo delle tre installazioni di Kahn: “An Attempt at Exhausting a Place in Hong Kong (After Perec)”, “Drifting” (both released in 2016), e “Other Ghosts” (in 2015). Qui confronta la pratica di ‘leggere attraverso le righe’ con “l’ascoltare attraverso i suoni”, poiché tutti i testi rafforzano i suoni descritti, ma, sorprendentemente, sono legittimi anche da soli. Quindi, evitando di definire classicamente tale libro come il “libretto” di queste installazioni, noi possiamo invece immergerci liberamente nel suono evocato dalle parole, paragonabile ad uno specifico tipo di poesia sonora. In maniera efficace attuano uno dei principali principi di Kahn: “trasmettere il senso di un luogo”. A suo giudizio non è solo una qualità estetica, ma politica, poiché una crescente consapevolezza dello spazio porta a maggiori possibilità di combattere l’alienazione e di aumentare la solidarietà. Inoltre, questo libro dovrebbe essere letto in relazione alla sua originale produzione (le installazioni), ma se dovesse essere trovato per caso, e se ne ignorassimo i suoi riferimenti, sarebbe lo stesso un’affascinante libro di poesia su suoni inaspettati, che descrive un’intera serie di accadimenti. Da solo può essere visto come una edizione musicale in parole.

Pigstrument, let the pigs play | Neural


[Letto su Neural]

Sviluppato da Marie Caye in collaborazione con Arvid Jense e l’azienda Vair, “Pigstrument” consiste in uno strumento musicale per maiali. La sua forma è costruita in modo tale da poter roteare in giro, questo gli permette di essere usato nei giochi di gruppo, infatti i maiali si muovono come una mandria, e incorpora delle campane metalliche tubolari che a quanto pare si adattano ai gusti dei maiali per i suoni acuti. Caye concentra la sua ricerca in modo specifico sugli animali domestici agricoli, cercando di comprenderli al di fuori della prospettiva del produttore alimentare comune. I maiali, in particolare, crescono con i loro grugniti, succhiando il latte e mormorando fra i loro compagni, e questi diventano suoni di riferimento fra loro. Introdurre un nuovo elemento acustico nel loro paesaggio sonoro, che possono anche imparare a controllare, potrebbe cambiare il loro modo di rapportarsi con l’ambiente e potenzialmente anche con la propria comunità. Anche se lo strumento li coinvolge a un livello elementare, questo lavoro pone delle questioni sul nostro atteggiamento verso gli animali da allevamento, che li considera organismi viventi articolati piuttosto che macchine organiche.

Kipple presenta il finalista Premio Kipple 2017: Numero Dieci, di Marco Milani | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria presenta Numero Dieci, romanzo di Marco Milani finalista al Premio Kipple 2017. La pubblicazione è edita sia in formato digitale che in cartaceo; la copertina è a cura di BestDesigns.

Tutta la poetica di Milani si dispiega alle porte del sogno, e ci porta lontano su ali leggere ma solide. Siamo ai primordi della razza umana, quando si misurava imberbe con le ineffabili potenze energetiche del cosmo, che ancora impregnano la nostra vita impegnata e materialista: riuscirà il protagonista dell’infinito sogno a tirare le fila della sua stessa coscienza e del suo futuro?
L’autore non ha bisogno di presentazioni: la vittoria del Premio Kipple 2014, la sua militanza e cofondazione del Connettivismo e della rivista NeXT fin dal 2004, parlano per lui.

Sinossi

Marco Milani ci porta nel suo universo zen con la magia del sogno, mostrandoci le sottili connessioni che sfuggono alla nostra vigile attenzione e che si rivelano per quel che sono soltanto quando la nostra essenza può vagare libera e incondizionata nel Pneuma disincarnato.
In questo romanzo finalista del Premio Kipple 2017, Milani disvela il suo piano energetico interiore e le sue alleanze psichiche, i suoi rapporti di forza con le energie che premono sulle nostre vite. Ci mostra che i ricordi ancestrali sono ancora vivi nella nostra immaginazione, e che le distanze che ci separano dal mondo fantastico sono nulle, immense, e ci ricordano che noi stessi siamo parte del mondo immaginifico e irreale.
Numero Dieci è da bere tutto d’un fiato, con un lieve rossore sulle guance, mentre gli eventi scorrono sotto la nostra attenzione e il sorriso ci introduce nelle alte sfere della conoscenza e dei ricordi.

Estratto

– È un panorama fantastico.
Il nero di fondo è la tonalità portante, elettrizzata in una scomposizione colorata che parte dal blu attraversandone tutte le gradazioni, prima di divenire verde scuro per poi susseguirsi a strati concentrici allo smeraldo, all’arancione, al rosso infuocato, concludendo in aloni gialli dal pallido al solare a circondare ed evidenziare i centri luminosi come soli di ogni grandezza.
I soggetti sono tanti, di per sé unici e curiosi. Nel poco tempo trascorso dall’essermi ritrovato su questa specie di lucida piattaforma, sono rimasto sconcertato nel veder scorrere astronavi, unicorni e bicorni volare, mongolfiere dai mille colori sgargianti rincorrersi verso l’alto, libellule marziane, serpenti piumati che arrancano nell’apparente nulla; certamente un demone, o un dio con la testa di bue su un corpo umano, mi è scorso davanti su un tappeto volante, seduto a gambe incrociate e, stranezza delle stranezze, leggendo un libro; c’era anche un mazzo di carte che procedeva a saltelli in una fila indiana guidata dall’asso di quadri, irradiando a faro nella notte una rossa mandata brillante dal suo seme centrale; e teste, tante teste: totemiche, dalle forme classiche alle più disparate, spaziali, razziali, gommose; Moai, in scala come uscite dalla stessa matrioska, perfino Darth Fener e Yoda, Chtulhu con qualche amico al seguito, Topolino, Willly il Coyote e Roadrunner; e maschere: maschere di ogni etnia conosciuta e sconosciuta.
– Sono d’accordo con te, gran. L’Interlibera è un luogo intradimensionale protetto ed eccezionale, e libero per tutti. Come demone ti assicuro che il bisogno di starsene in tranquillità con se stessi e fuori da pericoli o da qualsivoglia impegno, qui è assicurato. E sappi che non hai ancora visto niente. Questo luogo è simile a un grande magazzino che ha realizzato un compromesso tra i sogni e le esigenze coscienti, con l’inconscio di un intero universo di menti pensanti ma istintive. Il contenuto è latente e da decifrare, e con la pratica può diventare come un’esposizione per immagini, una storia organica di pensieri, una rivelazione di desideri singolari o plurimi. Un riempimento di avvenimenti generati da volontà, o nostalgia, o rimpianto… senza nessun filtro. Perché qui è tutto evidente e tangibile.
– Perché mi chiami Gran? Il mio nome è Jonas. Comunque questa volta è indubbiamente un gran bel sogno. Davvero, e non lo dico per placarti perché sei un demone e potresti trasformare tutto questo in un incubo.

L’autore

Marco Milani è nato a Como il 5 maggio 1964 e risiede a Stienta, in provincia di Rovigo. E-writer e scrittore principalmente di science-fiction, fantastic e horror. Tra i fondatori della rivista NeXT e del movimento Connettivista. Premio Kipple 2014. Fino al 2013 editore e curatore con EDS e webmaster di DOMIST – Letteratura e Pace, nel cui ambito ha collaborato con varie associazioni, editori, e-zines e siti.

La collana

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Marco Milani | Numero Dieci
Copertina di BestDesigns

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 180 – € 2.95 — ISBN 978-88-98953-86-8
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 184 – € 14.99 — ISBN 978-88-98953-87-5

Link

Intervista per LucaniArt Magazine | MicheleNigro


Un’altra intervista a Michele “DottoreInNiente” Nigro, segnalata sul suo blog. Un estratto:

Una seconda cosa che mi incuriosisce è la mutazione nello stile, nel modo di scrivere e nelle tematiche affrontate. Ossia il tuo linguaggio si è fatto più scarno, senza tanti orpelli. Si è affilato come una lancia pronta a colpire. Chi vorresti colpire e come mai?

Sì, hai ragione e ti assicuro che vorrei scarnificarlo ancora di più, ma per ora va bene così. Come accennavo nella precedente risposta, e come tu m’insegni, il poeta non è un essere fortunato raggiunto sulla terra da un raggio di luce miracolistico in conseguenza del quale comincia a verseggiare, ma è il protagonista (nella maggior parte dei casi inconsapevole) della propria evoluzione neurolinguistica, frutto del tempo, delle esperienze, delle continue sollecitazioni genetiche e fenomeniche, delle letture, dell’addensarsi della conoscenza o, meglio, della non conoscenza… Protagonista umano, biologico, mortale, anche se nel fare poesia rivela il suo lato laicamente “divino”. Non so se ho trovato uno stile mio, o se un domani sarà lo stile a trovare me: di sicuro so che non cerco nulla, non desidero niente, non aderisco a un manifesto, non costringo la materia a una scuola o a una forma, non c’è uno sforzo logico (almeno nella fase preliminare, “sporca”, del poetare) ma aspetto, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono contento che si noti questa “affilatura” ma ti assicuro che, volendo fare un paragone tra le poesie della raccolta e quelle pubblicate successivamente sul mio blog “Nigricante”, trovo queste ultime molto più scarne e affilate, più aderenti al mio status neurolinguistico attuale: segno che l’evoluzione, verso un’affilatura che si assesti intorno a uno stile tutto mio, è in atto. Ma la strada è lunga…

Le tematiche sono quelle tipiche dell’esistenza: l’amore, la morte, la solitudine, la condizione sociale, la sensualità, il passato che spinge per farsi ricordare, la spiritualità, la natura, la musica… Come dice Brunori Sas in un suo brano: “… Canzoni che parlano d’amore / perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?…” E si parla d’amore anche quando non lo si nomina e sembra che il tema della poesia sia un altro. Amore in senso lato, sotto varie forme. Chi voglio colpire? Nessuno, te l’assicuro: spesso dietro un j’accuse o una sentenza disperata si nasconde l’esigenza di ricordare a se stessi le cose che contano e di confermare quella piccola sapienza privata creata da eventi non storici. Non pretendo di trascinare anime, di convincere, perché sono troppo occupato a salvare me stesso; però se un lettore si mette a riflettere dopo aver letto un mio verso, e me lo confessa, non posso non essere soddisfatto…”

Per leggere l’intera intervista: qui

francesca del moro

La differenza tra prosa e poesia è che la prosa dice poco e ci mette molto tempo, la poesia dice molto in pochissimo tempo. C. Bukowski

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