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E se il segreto dell’umorismo fosse scritto nella meccanica quantistica? – Repubblica.it


Su Repubblica un interessante articolo che tratta le percezioni delle implicazioni dell’umorismo come un fenomeno quantistico. Non ci volevo credere, ma dopo aver letto l’esposizione mi sembra assai verosimile.

Mia intervista su BlastingNews


È uscita una mia intervista su BlastingNews. Grazie a Roberto Guerra per le belle domande e l’ospitalità concessami.

1000° post: adunanza connettivista a Torriglia! | NAZIONE OSCURA CAOTICA


Come detto sul blog della NazioneOscura, nel prossimo weekend i connettivisti si ritroveranno a “Villa Kremo”, presso Torriglia in provincia di Genova, nella residenza presidenziale del Presidente della Nazione Oscura ed editore di Kipple Officina Libraria, Lukha B. Kremo.

Come in tutte le cose complicate e articolate, i contorni di una e dell’altra entità si mischiano, così i connettivisti sono in buona parte nell’organico della NazioneOscura mentre essa ha nella sua linea governativa elementi esterni al Movimento; la casa editrice, poi, è un coacervo degli uni e degli altri, ma osserva una linea editoriale autonoma e spesso non coincidente con nessuna delle altre due entità artistico_creative_politiche.

In tutto ciò, nel prossimo weekend ci si ritroverà a numero chiuso per una sorta di NeXT-Con privata, da cui

da questi tre giorni usciranno le nuove decisioni prese, che saranno presto diramate.

Le decisioni, ovviamente, riguarderanno la triade di entità che nemmeno gli schizofrenici potrebbero gestire con giusta integrità referenziale e mentale; e sì, sarà un delirio tale che Villa Diodati impallidirà al solo confronto. KeepTalking!

Water Printer, description | Neural


[Letto su Neural]

La storia dell’uomo attraverso i secoli ha visto il susseguirsi di molte epoche, scoperte, successi e fallimenti. La crescita del genere umano è sempre andata di pari passo con la crescita dei consumi, dei profitti, delle comunicazioni, della tecnica e della scienza, senza particolari eccezioni. Protagonista assoluta degli ultimi secoli è indubbiamente la macchina. Esaltata dal futurismo e trasformata dall’elettronica e dall’elettrotecnica, essa è permeata in tutti gli ambiti dall’industria al quotidiano rinnovandosi e cambiando forma, fino alla maturata complicità con l’informatica. Nell’immaginario collettivo la macchina, più di ogni altra cosa, è sinonimo di utilità ed efficienza. L’artista californiano Daniel Watkins ha costruito una macchina con lo scopo di sovvertire queste convinzioni, lasciando spazio alla riflessione: una sfida al concetto di futuro basato sulla validità dei processi. Water Printer è una macchina a cui viene deliberatamente affidato un compito impossibile: stampare sulla superficie dell’acqua. Una operosa testina viaggia sul proprio binario, sfiorando la superficie di un piccolo specchio d’acqua intenta a fallire nello stampare parole e frasi, concetti, forse. Niente di tutto questo si concretizza in una vera stampa, ciò che resta dei testi – universali testimoni del sapere – è un brulicare di increspature d’acqua illuminate da un vecchio schermo a tubo catodico, unico testimone di qualche forma di comunicazione. In questa installazione la macchina viene sottratta ai suoi compiti. Tutti i cavi restano ben esposti, per non nascondere la natura della macchina. Non c’è nessuna ricerca di design, nessun abbellimento, solo la distruzione delle aspettative riposte nella tecnologia.

Che cos’è quella nuova e gigante macchia fredda su Giove? – OggiScienza


Il senso esotico della SpaceOpera e della vertigine da spazio profondo in quest’articolo su OggiScienza. Eccolo in buon parte e così, non vi vedete persi sul pianeta gassoso a cercare di sopravvivere mentre un barlume di comprensione sulle dinamiche del Gigante si fa luce in voi, prima dell’apocalisse?

Una gigantesca macchia fredda che si estende per 24 000 chilometri in lunghezza e 12 000 chilometri in larghezza è stata osservata in una parte dell’atmosfera di Giove, la sua termosfera. Se in quella regione le temperature sono generalmente comprese tra i 426 e gli oltre 726 gradi Celsius, la macchia è ben più fredda di circa 200 gradi. Il gruppo di scienziati guidati da Tom Stallard dell’Università di Leicester ha scoperto che si tratta di un gigantesco ciclone freddo, che cambia continuamente nella forma fino a sparire e poi ricomparire in tempi decisamente brevi, che vanno da pochi giorni a qualche settimana.

Che il pianeta gassoso e più grande del nostro Sistema Solare fosse interessato da un meteo piuttosto turbolento non è una novità, ma ora gli scienziati hanno annunciato di aver osservato oltre alla sua caratteristica Grande macchia rossa, la gigantesca tempesta che dura da almeno 300 anni, anche una Grande macchia fredda. La scoperta si deve alle immagini riprese dal Very Large Telescope, dell’Osservatorio Europeo Meridionale, che ha fornito la prima prova diretta della sua esistenza. I risultati dello studio condotto da Stallard e colleghi è stato pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.

Gli scienziati osservano la macchia ormai da 15 anni e nel tempo il ciclone è scomparso alla vista dei telescopi salvo poi ricomparire, sempre con le stesse caratteristiche e nella stessa posizione. Un valzer che la macchia gigante, grande due volte il pianeta Terra, continua a danzare ormai da migliaia di anni e che potrebbe dipendere dai forti campi magnetici che interessano il pianeta, come spiega in un comunicato l’autore dello studio: “La Grande macchia fredda è molto più volatile rispetto alla Grande macchia rossa, tanto da cambiare completamente in forma e taglia in appena pochi giorni o settimane, ma è sempre riapparsa negli ultimi 15 anni. Questo ci suggerisce che si riforma di continuo e potrebbe essere antica come le aurore che l’hanno generata, quindi avere molte migliaia di anni”.

Secondo gli scienziati, a causare questa macchia a temperatura più bassa sarebbero gli effetti del campo magnetico del pianeta insieme alle massive e spettacolari aurore polari, che trasportano l’energia nell’atmosfera sotto forma di calore che scorre in tutto il pianeta. Proprio questi giganteschi flussi creano una regione raffreddata all’interno della termosfera, che separa l’ultimo strato atmosferico di Giove dal vuoto spaziale. Anche se non è stato possibile determinare i meccanismi che guidano questo fenomeno, i ricercatori ritengono che il raffreddamento produca vortici molto simili a quelli già osservati per la sua analoga Grande macchia rossa.

Gli astronomi si sono concentrati sullo studio delle emissioni spettrali degli ioni di idrogeno, che abbondano nell’atmosfera gioviana, mappandone le temperature e le densità delle diverse regioni usando lo strumento CRIRES del Very Large Telescope. I dati sono stati poi confrontati con quelli raccolti tra il 1995 e il 2000 dall’atmosfera dall’InfraRed Telescope Facility della NASA, che ha permesso di evidenziare la presenza di una regione più scura e quindi più fredda proprio nella termosfera.

La più grande sorpresa di questa scoperta, spiega l’autore, è che il sistema meteorologico di questa fascia dell’atmosfera di Giove è molto diverso da quello osservato e teorizzato per la Terra. Ci sono due differenze principali: la prima è che le aurore terrestri subiscono l’influenza fortissima del Sole, mentre le aurore di Giove sono dominate solo dai gas emessi dalla sua attività vulcanica e dalla sua luna Io. La seconda è che i flussi atmosferici generati dalle aurore terrestri possono distribuire velocemente calore attorno al pianeta, e quindi distribuirlo in modo omogeneo su tutta la parte più alta dell’atmosfera, mentre nel caso di Giove i flussi veloci intrappolano questa energia e calore nella zona più vicina ai poli.

Spacejunk, the Kessler syndrome | Neural


[Letto su Neural]

Per l’uomo, la conquista dello spazio è cominciata nel 1957, quando l’Unione Sovietica lanciò con successo il satellite artificiale Sputnik. Da allora sono più di 4.000 i satelliti e oltre 500 gli astronauti che sono andati nello spazio. In quasi 60 anni, nonostante le importantissime scoperte scientifiche raggiunte, le missioni spaziali sono state spesso soggette a forti critiche dovute a diversi fattori tra cui gli altissimi costi, la non indifferente percentuale registrata di fallimenti e di perdite umane, e il fortissimo impatto ambientale che esse hanno sul nostro pianeta e oltre… È stato infatti stimato che centinaia di milioni i detriti spaziali, grandi come autobus o più piccoli di scaglie di vernice, si muovono in questa regione del Sistema Solare. Essi orbitano intorno alla Terra a velocità che possono raggiungere i 36.000 km orari, rappresentando non solo un concreto pericolo, ma anche e soprattutto un enorme non gestito accumulo di rifiuti galattici. A puntare l’occhio su questo denso sciame ci sono vari istituti aerospaziali ma anche l’arte vuole fare la sua parte: l’americano David Bowen, infatti, avvalendosi di robotica, sensori, tele-presenza e un coordinamento software, ha dato vita ad un’installazione che è al tempo stesso scienza e poesia: un sofisticato eppure minimale kata tecnologico. All’interno di una stanza, un gruppo di braccia robotiche mosse da un sistema di osservazione in tempo reale della spazzatura spaziale, librando spogli legnetti come bacchette magiche, disegnano all’unisono nell’aria invisibili tracce. Così come invisibili sono per l’occhio umano le tracce percorse a folli velocità dalle migliaia di rifiuti spaziali che orbitano sulle nostre teste. Una minaccia silenziosa e massiccia, figlia delle promesse non mantenute della tecnologia utopica e dell’innovazione, riportata da Bowen in una danza robotica un po’ scienziata e un po’ ambientalista.

Cave Bacchus, Joseph Nechvatal, Black Sifichi, Rhys Chatham – Destroyer of Naivetés: Computer Virus 1.0 | Neural


[Letto su Neural]

Le liriche di Joseph Nechvatal, artista digitale post-concettuale e teorico dell’arte, avvezzo anche a inconsuete opere pittoriche e animazioni computer-assistite, spesso utilizzando virus informatici creati all’uopo, assumono in questo Destroyer of Naivetés: Computer Virus 1.0 le forme di una narrazione molto ovattata e passionale, adagiata su un tappeto di droni e strati sonori di matrice improvvisativa, non lontane da certe modulazioni jazz assai sperimentali ed evocative. Se il sottofondo sonoro evolve successivamente in più tenui e minimali cesure – semplici accordi di chitarra ripetuti – la voce rimane alquanto salmodiante e i testi ispirati da sregolate e dissolute enunciazioni. Si echeggia in qualche modo alla letteratura erotica seppure qui i temi trattati – ad essere precisi ­– sono quelli di sette storici dipinti dell’autore, risalenti al 1993 e compresi nel suo HyperCard Computer Virus Projec, un’opera che metteva in relazione l’epidemia di virus dell’AIDS e la crescente e prevedibile preoccupazione per l’aumento esponenziale dei virus informatici. Se gli immaginari della cultura hacker e il milieu nel quale certe azioni si concretizzavano o erano represse sono ancora caldi presso il grande pubblico dopo ben venticinque anni – si pensi al successo di una serie come Mister Robot – altrettanto si spera, forse, che a certe latitudini artistico-filosofiche le fascinazioni per temi burroughsiani come l’invasione virale, o baudrillardiani come il terrorismo internazionale e la cyber-pirateria, possano avere il loro definitivo colpo di coda. Il virus, ricorda Joseph Nechvatal, “è anche alla base di un processo creativo” e produce nello specifico bellezza e interesse dal punto di vista della storia della pittura. Riuscire a rendere questa visionarietà in una dualistica sovrapposizione di musica e testo forse oggi è volutamente una operazione fuori dai tempi, se alle parole (e diremmo anche alle idee) sono stati sostituiti procedimenti automatizzati, complessi e socialmente spesso poco controllabili. L’effetto finale all’ascolto è comunque fascinoso e ci riporta a una tradizione di testualità sperimentale e musica della quale avevamo perso le tracce.

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

Chiara Prezzavento

editing, scrittura, lettura

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… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

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