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Lankenauta | Viale dei silenzi


Recensione, su Lankenauta, all’ultimo romanzo di Giovanni Agnoloni: Viale dei silenzi. Un breve estratto – che condivido ideologicamente.

“Ancora quella sensazione. Che tutto si stesse svuotando, risucchiato in un gorgo. Uno spazio oscuro, un corridoio d’ombra dove deboli bave di luce permettevano a stento di distinguere profili di oggetti. Come se la vita fosse scivolata in uno stato d’apnea e per pochi, brevi attimi, le cose si mostrassero per com’erano quando nessuno le osservava: traslucide, prive di sostanza” (pp.9). Questo l’incipit del romanzo “Viale dei silenzi”; e siccome l’autore è il fiorentino Giovanni Agnoloni, già noto per la “trilogia della fine di internet”, il lettore di primo acchito potrebbe immaginare un ritorno agli argomenti e alle atmosfere presenti in “Partita di anime” oppure in “Sentieri di notte”. Ovvero la prosecuzione di un percorso letterario tutto dentro il cosiddetto connettivismo. In realtà non è così o almeno non è del tutto così. “Viale dei silenzi” non si caratterizza per espliciti topoi fantascientifici (che pure nel genere introdotto da van Vogt hanno molto a che vedere con la rappresentazione, portata alle estreme conseguenze, dei pericoli e dei disagi del tempo presente); ma è anche vero che le parole di Roberto, l’io narrante del romanzo, si sostanziano all’interno di monologhi, o, più precisamente, di dialoghi con persone – forse – assenti, per lo più in bilico tra realtà e illusione, rimpianti ed interrogativi angoscianti. Se i cloni immateriali della trilogia non hanno ragion d’essere, però quella che è stata definita “indagine dei territori della memoria” viene condotta ancora con ampio ricorso alle intuizioni del protagonista, a situazioni dove incontri sfuggenti, tali da suggerire plausibili inganni, e ricordi che riaffiorano quasi con accanimento proustiano, fanno pensare ad una dimensione spirituale mai del tutto separata da quella più materiale e quotidiana.

Nato nella paura: l’incanto oscuro di Ligotti – Quaderni d’Altri Tempi


Una lunga e articolata recensione di Giovanni De Matteo al saggio su Thomas Ligotti Nato nella paura, curato da Matt Cardin. Su QuaderniAltriTempi, ovviamente; qui sotto uno stralcio significativo ma non esaustivo.

Non sono molti gli autori che hanno contribuito a tenere in vita il senso del perturbante in un’epoca sempre più avara di misteri come la nostra, e forse nessuno di loro può vantare lo stesso alone di culto che circonda la figura di Thomas Ligotti. Con una fama che è andata crescendo a partire dai primi anni Ottanta, la sua opera costituita in prevalenza da racconti brevi o brevissimi, con occasionali sconfinamenti nel saggio (La cospirazione contro la razza umana, 2010) e ancor più rare incursioni nella novella (My Work Is Not Yet Done, 2002), non ha mai raggiunto le tirature dei romanzi di Stephen King o Dean Koontz, ma può vantare un piccolo esercito di fedelissimi che continuano a celebrarlo come uno degli autori più influenti nel panorama horror, anche adesso che ha di fatto abbandonato la scrittura.
Risultato non da poco e tutt’altro che scontato, se si considera l’abbinamento alquanto ostile alle regole del mercato tra la dimensione dei suoi lavori e il sostrato filosofico da cui scaturiscono, ma pienamente giustificato da un carattere riconoscibilissimo nell’offerta sempre più standardizzata di un genere che soffre da tempo di un certo ripiegamento su se stesso, ostaggio della reiterazione commerciale di formule e soluzioni che ne hanno disinnescato la carica dirompente, riconducendolo nell’alveo di una sterile convenzionalità.
Distante dall’orrore di altri scrittori declinato sia nelle forme più accessibili rappresentate da King e Koontz o dai racconti di Weird Tales, che nel soprannaturale “cortese” di autori come Walter de la Mare, Robert Aickman o Oliver Onions, Ligotti ha saputo maturare nella sua singolarità un ascendente come pochi sul weird contemporaneo e l’impatto del suo lavoro è stato suggellato nel 2014 da una serie di culto come True Detective, disseminata di omaggi e citazioni, a cui è in una certa misura legata in Italia anche la recente diffusione dei suoi lavori al di fuori della cerchia ristretta degli appassionati del fantastico più dark.

Il buio è il punto di arrivo
È inevitabile che un’opera di questa portata finisca per richiamare l’attenzione sul suo autore, ma com’è noto Ligotti ha sempre rifuggito l’esposizione pubblica e lesinato i dettagli sulla sua vita privata, pur senza risparmiarsi nella corrispondenza con i lettori. Le interviste, rilasciate con una frequenza crescente a partire dai tardi anni Ottanta, raccolte da Matt Cardin in un volume ora in edizione italiana con il Saggiatore, e circolate al di fuori del circuito delle riviste di settore soprattutto grazie alla cassa di risonanza del web, hanno permesso di sopperire a questa sua refrattarietà ai riflettori, riuscendo di volta in volta a portare alla luce aspetti diversi del suo vissuto, del suo pensiero, delle sue passioni e dei suoi tormenti, rendendo palese come ogni componente abbia un influsso non trascurabile, anzi, spesso determinante, sulle altre, nella definizione di una personalità di certo problematica, ma anche di rara complessità.
Innanzitutto c’è Detroit, la città in cui Ligotti è nato e ha trascorso i primi anni dell’infanzia, per poi farvi ritorno da adulto assumendo l’incarico di redattore presso la Gale Research, un editore di manualistica per cui si è occupato di critica letteraria. Impossibile trascurare l’influenza sulle sue ambientazioni dell’American Acropolis per antonomasia, citando un altro innovatore nel suo campo profondamente legato alle radici dell’immaginario come William Gibson. Sul panorama di decadenza che stringe la città nella sua morsa torna Ligotti in diversi passaggi:

“Mi è sempre piaciuto lo spettacolo delle case abbandonate, carbonizzate e in rovina. Nel primo racconto dell’orrore che ho pubblicato, Il chimico, cerco di esprimere il mio fascino per questo mondo di rovine. In misura minore questo vale anche per il mio romanzo breve My Work Is Not Yet Done, ambientato in una città senza nome ispirata a Detroit. Lo sfondo del mio computer è la foto di una casa abbandonata nell’East Side di Detroit. In tanti miei racconti ho cercato di articolare un’estetica del degrado nei borghi e nelle città. Per me il declino e la decrepitezza equivalgono a una specie di serenità, al tranquillo abbandono delle illusioni sul futuro”.

Contro il capitalismo cronofago, a difesa del nostro tempo | Holonomikon


Giovanni De Matteo sa come capitalizzare l’attenzione su un determinato tema. La sua vasta cultura lo porta a confrontare situazioni e dettagli, concetti e consuetudini fino a rendere evidente la trama che sottostà al reale; che molto spesso, come anche in questo caso, è fetida, orribile e miserabile.

Attraverso tre passi ben distinti – la lezione del tempo cristiano, Neal Stephenson e soprattutto Cronofagia, saggio edito dagli amici della D Editore – Giovanni individua i germi del Capitalismo in ognuno dei tre settori, e mentre per Stephenson parliamo di narrativa, pur se ragionata e rapportata alla nostra civiltà, negli altri due comparti emergono le motivazioni dell’attuale Iperliberismo. In Cronofagia, in particolare si evidenzia come questo moloch inumano ci strappi brandelli della nostra esistenza senza requie, al momento abbiamo soltanto il sonno immune dai suoi assalti ma, nel momento in cui il mostro riuscirà a ghermirci pure nell’onirico, si apriranno colossali mercati da sfruttare, a tutto vantaggio del Sistema e non certo dell’umano (o postumano che sarà).

La chiosa di Giovanni è terrificante e severa ma, come si suol dire, giusta: vi lascio alle sue parole, che quoto in toto. Una piccola considerazione finale: sia lui che io diciamo le stesse cose, e ciò mi fa domandare: e se questa anticapitalista e anarcoide fosse una delle tante cifre stilistiche dei connettivisti in toto? Non solo speculazione cerebrale sul prossimo mondo e sul Fantastico a tutto tondo, quindi, ma anche sul sociale, sul politico che necessariamente condiziona il presente e quindi, il futuro: è forse questo un modo di essere olografici come i connettivi pretendono di essere? Il dibattito, rigorosamente, va sostenuto sui blog, non sui social…

Un nuovo manifesto politico è pronto da percorrere: non lo abbiamo delineato noi, si è solo palesato per com’è.

Le conclusioni non sono confortanti. C’è chi, come Jaron Lanier, propugna un abbandono delle piattaforme social e lo fa da tempo, con solide motivazioni. Un aut per abbandonare il Sæculum virtuale, in termini arbriani, per riscoprire e valorizzare l’importanza del nostro tempo, dedicandoci alla riflessione critica, all’approfondimento, alla scoperta e alla coltivazione della conoscenza. E forse è un ragionamento sensato, perché la sproporzione tra le forze coinvolte, l’assedio delle armate algoritmiche della datacrazia da una parte, un singolo individuo a difesa delle mura della sua fortezza privata del tempo dall’altra, è tale per cui nessun compromesso potrà mai favorire un esito positivo per la parte più debole e vulnerabile.

Il che non vuol dire rinunciare a internet e a tutti i servizi della rete, ma semplicemente abbracciare un downgrade al web 2.0, da cui ripartire per un nuovo inizio. Ed è una scelta politica, certo, e come si diceva una volta anche una scelta di vita.

La domanda vera non è se farlo o meno, o quando, ma un’altra ancora: siamo ancora in tempo per cancellare i nostri account social?

Il cyberpunk raccontato da un suo fondatore: Bruce Sterling | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine Bruce Sterling racconta gli inizi del cyberpunk. Ed è un bel fluire; anche quando poi, in chiave più contemporanea, raccomanda di leggere i connettivisti. Un estratto:

I programmi di videoscrittura hanno permesso di fare meglio e più rapidamente operazioni sperimentali sul testo scritto. Modifiche che prima si potevano solo comporre manualmente con colla e forbici ora potevano essere eseguite, ripristinate e ricomposte infinite volte semplicemente premendo un tasto. Inserire o eliminare una porzione di testo da mera possibilità tecnica divenne una caratteristica stilistica.
William Gibson, l’altro famoso padre fondatore del cyberpunk, ha formalizzato la scrittura di questo sottogenere. Il primo dei tre punti del metodo Gibson consisteva proprio nell’eliminare uno dei passaggi di una serie logica. L’autore esponeva una serie di fatti consequenziali, ne tralasciava uno e imponeva al lettore di connettere le parti, riempiendo i vuoti. Gibson, inoltre, comprimeva più concetti in un solo periodo, costringendo il lettore a digerirli rapidamente; in parole povere sovraccaricava il pensiero per mettere a disagio il lettore. La scrittura era volutamente strutturata per affaticare chi legge.

Il secondo tratto caratteristico della prosa cyberpunk era la presenza di oggetti inspiegabili e disorientanti come il filo spinato intorno a un parcometro. Perché ce lo hanno messo? Non si sa. Queste domande senza risposta servivano a evocare la sensazione di spaesamento di fronte a una cultura e a una logica estranee. Bastavano pochi dettagli sullo sfondo: se ce ne fossero stati troppi, si sarebbe caduti nel barocco. Infine, andava affrontato il tipico problema della fantascienza: come funziona questa tecnologia? Qui Sterling ha distinto tra quello che potrebbe aver senso illustrare perché comprensibile (le macchine a vapore dello steampunk) e quello che richiederebbe troppe ore di approfondimento (i protocolli di internet). La soluzione di Gibson fu l’inventario delle percezioni. La descrizione delle sensazioni registrate durante il funzionamento di una tecnologia sostituiva la spiegazione razionale. L’esperienza sensoriale ci permette di acquisire familiarità con qualcosa di nuovo a livello sufficiente per utilizzarlo. Il cyberpunk ha avuto il suo momento perché aveva qualcosa da dire sul rapporto tra esseri umani e macchine di nuova concezione. Oggi la domotica è esperienza accessibile a tutti, il futuro è arrivato velocemente e il problema dei nuovi scrittori di fantascienza è immaginare qualcosa che non esista già. Il consiglio di Sterling in questo caso, a parte assumerlo come consulente, è stato quello di leggersi le settemila e passa skill di Alexa. Le intelligenze artificiali che hanno un posto nella nostra vita quotidiana sono ampiamente sottoutilizzate e hanno abilità create apposta per loro da programmatori nerd appassionati di fantascienza. È uno spreco usarle solo come radiosveglia! I nuovi tecnogadget sono ben più di uno spunto o un intrattenimento.

Il “Grande Gioco” di Jacques Bergier – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo che celebra l’opera di Jacques Bergier, uno dei due autori del celeberrimo Il mattino dei maghi, bibbia del realismo magico che tanto sa influenza ha avuto sulle mie suggestioni, su quelle dei connettivisti, integrandosi col weird e alimentandolo, decostruendo così il concetto positivista del reale. Un estratto dall’articolo:

Nella vita di Bergier non ci fu solo il «realismo magico» e la passione per la fantascienza: a discapito della sua celeberrima massima secondo cui il solo interesse della scienza risiede nel suo fornire idee alla fantascienza [p. 148], altrettanto degne di nota furono le ricerche scientifiche e le conseguenti applicazioni che egli portò avanti nei primi anni Trenta, insieme a Alfred Eskenazi e a André Helbronner (primo docente in Francia insegnante di chimico-fisica, assassinato dai nazisti a Buchenwald nel 1944).

Scrive Scarabelli che «Bergier si rifiutava di separare la scienza dal miracoloso e credeva che, se adeguatamente addestrata, l’immaginazione potesse intercettare frammenti di realtà situati nel futuro» [p. 290]. A tal riguardo, similmente a Lovecraft per quanto riguarda la scoperta di Plutone e a Villiers-de-l’Isle-Adam che teorizzò con oltre un secolo di anticipo la «pubblicità nel cielo», Bergier previde l’avvento dell’energia nucleare, da lui definito «la seconda scoperta del fuoco» [p. 49], e l’automatizzazione dell’uomo e della società: nel 1937 abbozzò la carta intestata della futura società che stava per costituire scrivendo: «Robotizzazione di ogni industria. Automi civili, militari ed ecclesiastici» [p. 56]. Da lì a una decina di anni si rese conto che [p. 151]:

«la fantascienza era diventata realtà. L’energia nucleare, razzi e robot erano entrati nel mondo concreto: insomma, l’universo che ci attendeva non era quello descritto dalle grandi utopie, ma quello della fantascienza, tanto entusiasmante quanto fragile, che avrebbe potuto collassare e inabissarsi come Atlantide.»

Pur sognando «un nuovo impero dell’atomo» [p. 73], Bergier guardò alla fissione dell’uranio come un terribile «errore del progresso»: meglio sarebbe stato sperimentare l’energia nucleare leggera, non basata sull’uranio. Egli intravide in queste “decisioni dall’alto” l’impronta degli operatori occulti dietro le quinte della storia, di cui parlò nei suoi libri ascrivibili al filone del «realismo magico» e della realtà alternativa: in tal senso porta un secondo esempio, affermando che se si fosse commercializzato il motore Sterling, in grado di bruciare qualsiasi sostanza, anziché quello a scoppio, «si sarebbero evitate tutte le guerre del petrolio e oggi, nel 1976, la Francia sarebbe un Paese indipendente, non una colonia araba» [p. 61].

Le sue profezie interessarono anche la Seconda Guerra Mondiale, che egli visse in prima persona: in un articolo pubblicato sulla rivista Il soldato germanico nel Mediterraneo annunciò che «Amburgo sarebbe stata distrutta da una tempesta di fuoco». Non poteva immaginare che da lì a poco ciò si sarebbe realizzato davvero, allorché le forze Alleate scatenarono su Amburgo una vera e propria «tempesta di fuoco» mediante un massiccio bombardamento con ordigni incendiari: un fenomeno dalle dimensioni mai viste «se non a Hiroshima e Nagasaki». Interrogato dagli agenti segreti inglesi su come avesse fatto ad avere l’informazione sull’operazione prima dell’attacco, Bergier rispose senza scomporsi che era stata una «semplice intuizione» [p. 103].

 

FONTANA, Future gardens, rebirth of life | Neural


[Letto su Neural]

Le teorie sulla nascita delle specie viventi sono molteplici e forse anche vere, o vere solo in parte. Nonostante le discrepanze, le incertezze e gli ovvi sviluppi, la convinzione di partenza è un concetto semplice, quasi banale, sicuramente evocativo: la nascita della vita è avvenuta in acqua. Lo abbiamo letto talmente tante volte che è facilissimo immaginare questi microrganismi – nessuno di noi li ha mai visti – svilupparsi nelle calde acque dell’oceano primitivo e dare vita a composti organici sempre più complessi. Un balzo di qualche miliardo di anni sulla linea temporale del pianeta Terra ed eccoci qui, continuiamo a nascere immersi in un liquido ma quell’oceano primitivo adesso non c’è più. Il mondo si è trasformato così tante volte da cambiare completamente volto, insieme ai suoi abitanti. Abitanti un po’ ingrati, se ci guardiamo allo specchio. Ci siamo espansi, evoluti, abbiamo costruito, distrutto e…inquinato, inquinato molto. Abbiamo inquinato anche mentre pulivamo. Detergenti, saponi, elementi chimici dannosi o comunque non compatibili con l’ambiente. Il percorso sembra senza ritorno, ma non è così, perché la scienza ci da sempre una soluzione migliorativa. E quando la scienza sembra troppo distante, l’arte può fare la differenza. Lo ha capito Tanja Vujinovic che ha costruito un ecosistema, MetaGarden, un giardino futuristico, dove l’armonia e le tecnologie convivono, cercando insieme nuove soluzioni. Partendo da un elemento molto diffuso sin dalla cultura del Mondo Antico, l’artista serba/slovena, grazie all’aiuto di vari tecnici specializzati, ha realizzato FONTANA, un dispositivo piezoelettrico che, immerso in acqua, vibra producendo un suono non udibile all’orecchio umano e deformando la struttura dell’acqua disperdendola così nell’aria in una nebbia fatta da migliaia e migliaia di goccioline grandi circa un micron. FONTANA non è solo un esperimento artistico all’interno di un più ampio progetto di ricerca, ma un vero e proprio strumento per il trattamento delle acque con il plasma, un gas ionizzato in grado di distruggere microbi dannosi e che potrebbe implementare la tecnologia futura per la pulizia delle acque dalle tracce residue di contaminanti chimici creati dall’uomo.

Ciò che conta per una macchina | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una discreta disquisizione sulle frontiere attuali dell’intelligenza artificiale, dove ci si domanda se la potenza di calcolo è tutto oppure se ci sono altri parametri – tipo la capacità d’imparare – che possano fare, nel futuro, la differenza con l’attuale stato dell’arte. Un estratto:

“D’accordo”, disse Deep Thought. “La Risposta alla Domanda fondamentale…” “Sì…?” “Sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto…”, disse Deep Thought. “Sì…?” “È…”, disse Deep Thought, e fece una pausa. “Sì…?” “È…”. “Sì…???” “Quarantadue,” disse Deep Thought, con infinita calma e solennità. […] “Quarantadue!”, urlò Loonquawl. “È tutto quello che hai da dirci dopo sette milioni e mezzo di anni di lavoro?” “Ho controllato con grande minuziosità”, disse il Computer, “e questa è la risposta veramente definitiva. Credo che, se devo essere franco, il problema stia nel fatto che voi non avete mai realmente saputo quale fosse la domanda”.

Come nelle migliori battute, si cela qualcosa di profondo in questo scambio tra il computer più veloce dell’universo e i suoi creatori, nel libro di Douglas Adams Guida galattica per autostoppisti. Siamo perennemente alla ricerca di risposte senza però peritarci di comprendere davvero le domande, o se siano quelle giuste. Nelle mie conferenze sulla relazione uomo-macchina cito spesso Pablo Picasso, il quale durante un’intervista disse: “I computer sono inutili. Sanno dare soltanto risposte”. Una risposta implica una fine, un punto, e per Picasso non c’era mai una fine, solo nuove domande da scandagliare. I computer sono ottimi strumenti per generare delle risposte, ma non sanno come porgere le domande, almeno non nel senso in cui le fanno gli esseri umani.

Nel 2014 mi fu sollevata un’interessante osservazione allorché feci quest’affermazione. Nemmeno i più forti programmi scacchistici del mondo sono in grado di spiegare la logica delle loro mosse brillanti, a parte le elementari sequenze tecniche. Giocano una mossa forte semplicemente perché hanno valutato che sia la migliore, non perché usano quel tipo di ragionamento applicato che è comprensibile da un essere umano. Ovviamente, è utilissimo avere una macchina molto forte contro cui giocare e con la quale fare le proprie analisi, ma per un non esperto è un po’ come chiedere a un calcolatore di fargli da insegnante di algebra.

Il commento che mi fu fatto arrivò al cuore del problema altrettanto bene della frase di Picasso e del dialogo di Douglas Adams: “I computer – disse – sanno come porre le domande. Però non sanno quali sono quelle importanti”. Adoro questa frase, perché contiene diversi livelli di significato, e ciascuno di essi fornisce utili spunti di riflessione.

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