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L’ultima frontiera: computer quantistici | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos204, una disquisizione molto articolata e puntuale di Roberto Paura sullo stato attuale della computazione quantistica. Un estratto:

Il computer quantistico rappresenta l’ultima frontiera, il “Santo Graal” dell’informatica. È una tipologia di computer radicalmente diversa da quelli che utilizziamo normalmente, perché l’informazione che manipola si esprime non in bit ma in qubit. I qubit superano la staticità dei bit, che possono assumere solo due stati, lo 0 e l’1 secondo il codice binario. La meccanica quantistica, che è valida a scale subatomiche, sostiene invece che una particolare proprietà può coesistere in diversi stati nello stesso momento. Per esempio, lo spin di un atomo – il suo “senso di rotazione”, che può essere, per dirla semplicemente, verso destra o verso sinistra – non è definito in maniera precisa a meno che non si effettua una misurazione. Se questa misurazione non viene effettuata, l’atomo possiede allo stesso tempo lo spin destrorso e sinistrorso, cioè una sovrapposizione di stati. È come se il bit fosse al contempo 0 e 1. In questo caso, va da sé, l’elaborazione dell’informazione compie un balzo da gigante, e il numero di operazioni al secondo che può realizzare un computer quantistico è tale da permetterci di realizzare cose fantascientifiche: dalla realizzazione di reti di sicurezza inviolabili grazie a sistemi di criptaggio perfetti alla simulazione di interi universi.

Si parla da anni di computer quantistici ma, per la verità, siamo ancora lontani. Non che non ci si stia lavorando, anzi: i centri di ricerca dedicati unicamente a questo problema sono moltissimi e ben finanziati. Il problema è costituito dalle enormi difficoltà pratiche poste dalla realizzazione di un computer quantistico. Lavorare su scale subatomiche non è semplicissimo, poiché è necessario raggiungere condizioni veramente proibitive – per esempio temperature prossime allo zero assoluto – e soprattutto operare con concetti che i fisici stessi non capiscono perfettamente. Alcuni pensano che un vero computer quantistico sia ancora ben al di là delle nostre conoscenze scientifiche e tecnologiche, e che sia più opportuno concentrarsi su risultati intermedi che permettano comunque di raggiungere alcuni dei risultati promessi dalla computazione quantistica: risolvere problemi impossibili per i nostri computer classici, anche per i supercomputer più potenti del mondo. Con il boson sampling, o “campionamento del bosone”, è possibile realizzare un surrogato di computer quantistico che sfrutta gli ultimi risultati della fotonica evitando i principali problemi finora irrisolti, come quello della decoerenza. I primi prototipi sono stati realizzati nel 2012 da quatto team internazionali.

La sfida di costruire un chip basato sul campionamento bosonico come via intermedia al computer quantistico universale fu lanciata nel 2010 da Scott Aaronson del MIT, che decise di mettere in palio 100mila dollari per chi fosse riuscito a dimostrare l’effettiva irrealizzabilità di un computer quantistico. Aaronson è parte di quella maggioranza di fisici e ingegneri sicura che gli unici problemi che impediscono oggi di avere un simile computer siano di tipo pratico – investimenti, tempo e innovazione tecnologica – e non teorico. A quanto sembra, il risultato raggiunto da questi quattro gruppi di ricerca dimostra che Aaronson è nel giusto e che, se forse ci vorrà tempo per un vero computer quantistico, qualcosa di simile potrà presto diventare finalmente realtà.

Se questo è il mondo pre-singolarità, in cui la guerra si sta sempre più trasferendo negli spazi virtuali di Internet, difficilmente il mondo post-singolarità sarà simile all’utopia sognata dai tecnoentusiasti. I guru della Silicon Valley hanno istituito qualche anno fa la Singularity University, finanziata da tutte le grandi compagnie della new economy, e della NASA, per formare i leader dell’era postumana. Ma il problema più difficile che questi leader di domani dovranno affrontare, se davvero la “promessa” sella singolarità si avvererà, sarà il gap che dividerà la postumanità necessariamente occidentale, concentrata nel Nord del mondo con i resti della vecchia umanità che continueranno ad abitare il Sud del mondo, inesorabilmente tagliato fuori dallo sviluppo tecnologico. E se il prezzo da pagare per godere di quest’evoluzione sarà quello di rendere incolmabili il divario che già oggi spezza il nostro pianeta a metà, non è detto che quello profetizzato dai singolaristi sia davvero il migliore dei mondi possibili.

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L’importanza di perdere il controllo sulla propria vita | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto intervista di Francesco D’Isa a Jules Evan, sul tema dell’estatico:

Nel suo interessante studio sui metodi per raggiungere l’illuminazione (o la trascendenza, l’assoluto, il divino… la definizione varia in base alla tradizione di riferimento), l’autore concorda con Huxley nel sostenere che nella cultura occidentale il misticismo è stato emarginato e patologizzato più o meno dagli anni della Riforma. A partire da questo assunto, l’autore ci guida attraverso un percorso approfondito che esplora l’estasi sia dal punto di vista teorico che pratico, attraverso l’arte, la musica, la psichedelia, la meditazione, il sesso, la guerra, la natura e la tecnologia – indicando sempre sia i rischi che i benefici.

Ecco un brano dell’intervista:

FD: I seguaci della “Filosofia Perenne” come Huxley sostengono che i grandi mistici di tutto il mondo sono d’accordo su tutti i punti fondamentali, ma come scrivi tu stesso, Huxley ha esagerato parecchio la misura dell’accordo dei mistici provenienti da tradizioni diverse. In realtà, l’esperienza della morte dell’ego può essere sia traumatica che positiva, a seconda del punto di vista. Nella cornice di un capitalismo materialista, che considera l’ego la cosa più importante che abbiamo, è senza dubbio orribile, mentre in una cornice buddista, dove ego e desiderio sono le radici del dolore, perderli è la cosa migliore che possa capitarci. Una EE, esperienza estatica (così come le “conversioni” di cui parla William James) può cambiare, invertire o lasciare intatto il nostro punto di vista, probabilmente in ogni direzione. Pensi che ci sia qualcosa di intrinseco in una EE?

JE: No. Ma la maggior parte delle EE condividono almeno una caratteristica, ovvero mostrano che l’ego della realtà quotidiana non è tutto quel che abbiamo. Sono esperienze che aprono uno spazio per il cambiamento rispetto all’abituale storia dell’io. Ti danno un assaggio di una realtà meno ego-centrica.  Queste sono tutte potenzialità positive di una EE, ma spetta all’individuo e alla comunità a cui appartiene svilupparle in modo positivo e sano.

FD: Nel libro sottolinei il pericolo di una sorta di edonismo estatico, sotto forma di attaccamento all’EE o della vanità che deriva dall’idea di “essere speciali”. Questi, insieme alla “notte oscura dell’anima” (i lati oscuri dell’EE), sono dei rischi verso cui ci mettono in guardia molte antiche tradizioni mistiche, orientali come occidentali. Il capitalismo contemporaneo è uno dei peggiori scenari dove vivere un’EE? Quand’è che dovremmo lavorare sul nostro ambiente culturale e psicologico: prima, attraverso o dopo una EE?

JE: Non so se è uno dei peggiori scenari di sempre. Da un lato, la mia cultura (quella della Gran Bretagna) è estremamente secolarizzata, dunque per certi versi è piuttosto ostile a tutte le forme di autotrascendenza, ad eccezione dell’intossicazione da alcol. D’altra parte però, dove tutto è possibile, tutto è disponibile. Si può viaggiare ovunque e fare bungee jumping, per così dire, in culture e universi completamente diversi. Si può volare da Londra a Iquitos, e immergersi improvvisamente nello sciamanesimo indigeno ayahuasca. Si può volare in India, e trovarsi all’improvviso al Kumbh Mela. Nessuno più di noi ha accesso alle informazioni sulle pratiche spirituali ed estatiche del mondo. Questo è un aspetto positivo. Inoltre un numero crescente di persone segue una qualche forma di pratica spirituale come lo yoga, la meditazione o la psichedelia, che rendono più probabile un’esperienza estatica. Il problema è che ci mancano le istituzioni per dare profondità a queste esperienze, e per aiutarle a trasformare la nostra società. Inoltre ci mancano dei modelli spirituali che permettono a queste esperienze di trasformare completamente la nostra vita. Alcuni comunque esistono. Non pensare quindi se è il momento migliore o peggiore: è il momento in cui sei vivo. Di conseguenza è il momento migliore e l’unico in cui puoi lavorare.

FD: Le illuminazioni non sono tutte uguali. Come scrivi, la tradizione buddista elenca nove livelli (Jhanas) di stati di coscienza precedenti alla “vera” illuminazione, e per chi medita non è considerata una buona cosa scambiarli per il Nirvana. Raggiungere un’EE può essere difficile, ma non equivale a diventare dei santi. Alcune strade (come la psichedelia o esperienze di quasi morte) danno un accesso più rapido alle EE rispetto ad altre (come la meditazione o la contemplazione), ma sospetto che più che una meta un’EE sia una fase che si può porre quasi ovunque lungo il cammino. In che modo la tecnologia estatica influenza l’esperienza che ne deriva?

JE: Si dice che sentieri diversi conducano tutti sulla stessa montagna e alla stessa vetta. Ma forse percorsi diversi portano a vette diverse. La tecnologia dell’ayahuasca, per esempio, sembra portare le persone in un luogo diverso, per esempio, della ketamina. La meditazione devozionale porta in un luogo diverso dalla meditazione intellettuale introspettiva. Non credo che l’esperienza estatica sia la meta, certamente non lo è per me. È qualcosa che può accadere lungo il cammino, in forme e intensità diverse. Per certi versi, il rischio di parlare di “esperienze estatiche” è che le inserisce in questa classe di esperienze “speciali”.

Questo ci spinge immediatamente a desiderarle. Ho sentito il bisogno di parlarne in qualche modo, perché la mia cultura è contraria fino alla fobia nei loro confronti. Ma è altrettanto pericoloso affezionarvisi. Ogni esperienza può essere spirituale, a seconda della qualità dell’attenzione che le diamo. L’esperienza più noiosa può essere una porta d’accesso a una realtà più profonda, se la ascoltiamo e ci apriamo a essa. Il compositore John Cage ha detto: “Se qualcosa è noioso dopo due minuti, provatelo per quattro. Se ancora noioso, allora per otto. Poi sedici. Poi trentadue. Alla fine scoprirete che non è affatto noioso”. Yuval Noah Harari ha detto: “Il pericolo è che la gente vuole solo una nuova esperienza speciale. La vera chiave invece consiste nel capire le esperienze normali e quotidiane, non quelle che capitano una volta nella vita”. La sfida è quella di avere un obiettivo e un percorso per raggiungerlo, e la disciplina e la fede per percorrere questo percorso un po’ di più ogni giorno.

Se la meta non è un’esperienza estatica, che cos’è? A mio avviso, è diventare un essere più gentile, più consapevole, meno egocentrico, meno ossessionato, meno illuso. È aiutare tutti gli esseri a svegliarsi. Le esperienze estatiche sono certamente parte di questo viaggio, ma gestite in modo errato effettivamente possono essere degli ostacoli. Gestite correttamente invece possono aiutarci a trovare il percorso. Ma le cose basilari restano sempre le stesse: esercitarsi a essere più gentili con se stessi e con gli altri, e farlo con maggiore consapevolezza.

Recensione ai Tarocchi Quantistici (Libro+ 64 Carte) – Leggi della Magia | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Su LeggiDellaMagia è uscita una bella segnalazione/recensione ai Tarocchi Quantistici, di Lukha B. Kremo, opera edita da KippleOfficinaLibraria. Un estratto della valutazione:

Cosa succede quando i Tarocchi classici incontrano la Fisica quantistica? Nascono i Tarocchi Quantistici. Una visione alternativa ed innovativa dei Classici Tarocchi rivisitata alla luce delle leggi della Fisica Quantistica.

La domanda sorge spontanea: “Come si può unire qualcosa di così classico e tradizionale, magico e divinatorio con le moderne e avanguardistiche concezioni della fisica quantistica?”. Lukha B. Kremo, pseudonimo di Gianluca Cremoni Baroncini, artista a 360°, scrittore, musicista e fondatore della Kipple Officina Libraria, fornisce la sua risposta con i Tarocchi Quantistici.

i Tarocchi Quantistici rispettano gli archetipi dei Tarocchi classici agganciandoli alla Meccanica Quantistica. Per operare questa unione bisognava come prima cosa sostituire il sistema decimale posto alla base dei tarocchi classici e sostituirlo con un sistema binario, più vicino all’essenza dell’Universo.

Il risultato è stato la divisione del mazzo in 32 Arcani Maggiori e 32 Arcani Minori, per un totale di 64 carte.

Un superamento della concezione gerarchica degli Arcani Maggiori sugli Arcani Minori in favore di una democratica suddivisione in due parti uguali. Quindi:

  • i 32 Arcani Maggiori Quantistici: seguono l’ordine tradizionale dei Tarocchi di Marsiglia, solo che ad alcuni Arcani Maggiori tradizionali sono associati a 2 o 3 Arcani Maggiori Quantistici. Inoltre le ultime due carte, il “Giudizio” e il “Mondo” sono invertite.
  • i 32 Arcani Minori Quantistici: sono in quattro semi da 8 carte ciascuno: Spazio, Tempo, Massa, Energia anziché Coppe, Denari, Bastoni, Spade; le figure di corte Re, Regina, Cavaliere, Fante, sono sostituiti da Bambino, Bambina, Signora, Signore, Saggio, Saggia. In più ci sono lo “Zero” e l’“Unità fondamentale”.

Insomma alcune differenze ci sono ma ha lo scopo di aprire una nuova finestra su un mondo già conosciuto così da fornire una nuova visione.

La quarta

Questo manuale affonda le sue origini nel tempo immemore dei secoli andati, ha in sé un metodo antico d’indagine del reale che, come l’ourobros, si unisce all’estremo futuro postulato dalle attuali misure della realtà, che sono basate sulle inesattezze scientifiche non garantite dalle discipline caotiche e quantistiche, baluardi dell’insondabile grazie a teoremi che fanno dell’indeterminazione la propria bandiera.
Ovviamente, di quelle scienze esatte e quindi immaginarie qui non c’è nulla, e quale metodo migliore esiste per comprendere cosa siamo se non quello di coniugare l’estremo antico e l’estremo futuro in un cortocircuito che annulla il tempo stesso, lasciando così trasparire l’inesistenza delle dimensioni in cui galleggia soltanto l’energia, cioè noi stessi, ciò che siamo e quello che ci accade, per lasciarci interpretare istintivamente, come se fossimo indefinite particelle quantiche, la nostra stessa esistenza e ciò che ci è intorno?

L’autore

Lukha B. Kremo è autore di fantascienza, insegnante, mail-artista e musicista non professionista, ha vinto il Premio Urania con Pulphagus®, pubblicato nel 2016 con Mondadori.

La collana eXoth

eXoth è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata agli studi del mondo esoterico e dell’occulto. Un contenitore di eccellenze filosofiche e medianiche, di esperimenti e astrazioni che spostano continuamente il confine del Reale e del Possibile. È l’altro lato delle nuove scienze Fisiche applicate alle antichissime scuole mistiche, in cui ogni aspetto della vita assume sembianze trascendenti e inumane.

Lukha B. Kremo, I Tarocchi Quantistici
Postfazione di Sandro Battisti

Kipple Officina Libraria
Collana eXoth — Formato Digitale — Pag. 103 — 3,99€ – ISBN 978-88-98953-88-2
Collana eXoth — Formato Cartaceo con Tarocchi — Pag. 160 — 25,52€ – ISBN 978-88-98953-89-9

Link:

 

biometric mirror, and if you were perfect? | Neural


[Letto su Neural]

Alla base di ogni studio sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale c’è sempre una forte ricerca intorno a chi di artificiale poco ha: l’uomo. L’essere umano e i propri sensi che le IA provano a replicare, l’essere umano e i propri limiti che le IA provano a superare, l’essere umano e le proprie esigenze che le IA provano a soddisfare. La maggior parte delle Intelligenze Artificiali, ad essere cinici, potrebbe essere considerata una manifestazione dell’enorme egocentrismo umano. È forse per questo motivo che l’artista Lucy McRae nella sua Biometric Mirror ci siede davanti ad uno specchio di un futuristico salone di bellezza laddove è il salone stesso a consegnarci una nuova immagine di noi stessi, partorita da un algoritmo. Il progetto nasce qualche tempo addietro quando l’Università di Melbourne ha sviluppato un software di riconoscimento facciale in grado di affidarti un’età, un sesso, una razza ma anche i livelli di attrattività e affidabilità che il tuo aspetto avrebbe prodotto negli altri. Per insegnare al sistema a fare questo, i ricercatori hanno chiesto ad alcuni volontari di giudicare migliaia di foto di volti umani. Da questo flusso di informazioni si è fondata la capacità interpretativa di Biometric Mirror, ma essendo esso basato sulla soggettiva interpretazione dei volontari, anche il software ha mantenuto la stessa umana soggettività. A questa prima capacità si aggiunge l’algoritmo Marquardt Mask che è in grado di creare una versione modificata di noi stessi considerata “perfetta” rispetto ad alcuni diffusi canoni di bellezza. Il risultato? Dal salone di bellezza di Lucy McRae si esce privati della nostra umana unicità, mascherati da un viso devastato da troppa perfezione: un monito nei confronti di tutte le intelligenze artificiali che ci tocca nel vivo dell’immagine più familiare che possiamo avere… quella di noi stessi.

La società della sorveglianza e le profezie della scienze fiction | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com l’editoriale di Carmine Treanni per il nuovo numero di Delos; si parla di distopia, di controllo sociale attraverso l’uso massivo e perverso della tecnologia. Imperdibile…

Il Novecento è stato più volte definito come il secolo del trionfo delle immagini. La preponderanza delle immagini (in movimento e non) prodotte – a partire dalla fotografia, passando per il fumetto e il cinema, fino alla televisione – ha fatalmente marchiato il secolo scorso. Il nuovo millennio, però, si è aperto con un cambio di rotta decisivo e spiazzante: la produzione e, soprattutto, la diffusione a livello globale di immagini e video, non è più esclusivo appannaggio di fotografi, registi, disegnatori, distributori cinematografici, ma di ognuno di noi. Basta dotarsi delle giuste tecnologie, ormai a basso costo, e chiunque è in grado di produrre una foto o un video e di condividerlo, grazie a Internet, con chiunque sia dotato di un computer o di un telefono cellulare.

Questo proliferare d’immagini pone, ovviamente, enormi questioni in tema di privacy, di libertà individuali. Per un verso il diffondersi delle tecnologie legate alla sorveglianza e al controllo ha raggiunto un sviluppo inimmaginabile solo qualche anno fa; dall’altro verso, l’uso di tale tecnologia ha modificato sempre più lo stesso concetto di sorveglianza e di privacy.

Del resto, i moderni telefoni cellulari ormai hanno la possibilità sia di effettuare fotografie sia video. Ma non solo. Con la app giusta si possono montare dei video, così come modificare singole immagini, in altre parole manipolare. Quello che una volta era un gadget fantascientifico dell’agente segreto James Bond – una macchina fotografica nascosta nell’astuccio di un apparente portasigarette – è ormai un accessorio ad appannaggio di tutti. E poi, basta puntare e schiacciare.

La sorveglianza delle nostre città – guarda caso attuata proprio con l’occhio elettronico delle telecamere –, i reality show che impazzano per le televisioni di tutto l’Occidente, la voglia di voyeurismo che dilaga su Internet (vedi il fenomeno degli yotuber) sono tre fenomeni sociali, solo apparentemente dissimili, ma che in realtà sono profondamente legati e rappresentano le facce di una stessa realtà: stiamo – senza essere catastrofici o apocalittici – dirigendoci verso un’era da Grande Fratello di orwelliana memoria. Molti studiosi avvertono i pericoli di tale fenomeni. Scrive, ad esempio Stefano Rodotà (Tecnopolitica, Editori Laterza, Bari 2004):

Bisogna, quindi, definire le condizioni necessarie per evitare che la società della sorveglianza si risolva nel controllo autoritario, nella discriminazione, in vecchie e nuove stratificazioni sociali produttive di esclusione, nel dominio pieno di una logica di mercato che cerca una ulteriore legittimazione proprio nella tecnologia. Questo esige processi sociali, soluzioni istituzionali capaci di tener fermo il quadro della democrazia e dei diritti di libertà. È vano confidare nella sola autodifesa dei singoli: le speranze non possono essere affidate alle «strategie da bracconiere» che ciascuno di noi può cercar di praticare. L’impresa può apparire disperata. Non i catastrofisti, non gli apocalittici avversari delle tecnologie, ma i loro convinti apologeti hanno certificato, ben prima della svolta dell’11 settembre, la morte della privacy e, con essa, l’avvento di una società della sorveglianza in cui scompare la speranza del rispetto delle libertà e della dignità della persona.

Il dio della logica: la vita di Kurt Gödel raccontata da Piergiorgio Odifreddi


Su Fantascienza.com la segnalazione di un libro di Piergiorgio Oddifreddi dal titolo  Il dio della logica. Vita geniale di Kurt Gödel, matematico della filosofia. Lascio le parole a Emanuele Manco che, nel suo post, spiega assai bene il contenuto di questo testo meraviglioso che, nella sua logica, distrugge le certezze fallaci dei Positivisti.

Oddifreddi si prefigge lo scopo di raccontare in un saggio divulgativo l’importanza della figura di Kurt Gödel, forse ancora sconosciuto a chi non sia un matematico. Una figura chiave dell’intera storia della matematica, perché ha scardinato la fiducia dei matematici dei primi del ‘900 che tutto potesse avere una dimostrazione scoprendo che nei sistemi matematici potevano esistere congetture vere ma non dimostrabili. La sua scoperta è esplicitata nella formulazione dei Teoremi di Incompletezza:

1) In ogni sistema matematico esistono proposizioni delle quali non è possibile dimostrare la verità e/o la falsità.

2) Nessun sistema coerente contenente l’aritmetica può essere utilizzato per provare la sua stessa coerenza.

Con l’esposizione della sua scoperta durante l’esposizione della sua tesi di laurea nel 1928, Gödel scardinò gli obiettivi del Congresso internazionale dei matematici alla Sorbona di Parigi nell’agosto del 1900, nel quale David Hilbert aveva lanciato il suo “programma”, ossia ventitré problemi irrisolti della matematica che era certo potessero essere risolti entro la fine del ventesimo secolo. Hilbert era in realtà certo che tutto potesse dimostrato dalla matematica e che Ogni problema matematico definito deve necessariamente essere suscettibile di una soluzione esatta (…) In matematica la parola ignorabimus non esiste.

Quello che Gödel dimostrò e che non era detto che a quei problemi, come a tanti altri problemi della matematica, sarebbe stato possibile trovare una dimostrazione, sia della loro verità che della loro falsità.

Le scoperte di Gödel ispirarono e spronarono tanti matematici, perché la sostanza dei suoi teoremi non era la negazione della matematica, ma solo la dimostrazione che la matematica non si riduce alla mera deduzione e dimostrazione di teoremi a partire da assiomi.

Tra i tanti matematici che, presa coscienza della incompletezza della matematica ci fu anche Alan Turing che, formalizzando la sua macchina calcolatrice, scoprì che, analogamente alle proposizioni indimostrabili, esistevano programmi che neanche la sua macchina è in grado di calcolare, arrivando a formulare una dimostrazione dei Teoremi di Incompletezza che utilizzasse la sua macchina universale. E quanto sia importante la Macchina di Turing lo sappiamo benissimo, visto che il dispositivo sul quale state leggendo questo articolo è una moderna applicazione dei principi teorici di questa macchina.

Esiste l’ipotesi di creare un universo in laboratorio | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un interessante – molto – articolo di Zeeya Merali che sonda la possibilità di costruire un universo partendo particelle fisiche; un esempio di come l’uomo possa diventare un demiurgo. Un estratto:

La nozione di creare un universo – o “cosmogenesi” come la chiamo io – sembra per niente comica. Ho viaggiato per il mondo parlando con fisici che prendono sul serio quest’idea e che hanno persino abbozzato degli schemi per descrivere come l’umanità potrebbe arrivare a realizzare questo obiettivo. Il problema non è chi potrebbe sentirsi offeso dalla cosmogenesi, ma che cosa accadrebbe se fosse veramente possibile. Come affronteremmo le implicazioni teologiche? Quali responsabilità morali deriverebbero dal fatto che degli imperfetti esseri umani diventino creatori cosmici?

Per anni i fisici teorici hanno affrontato questioni analoghe nelle loro dissertazioni su come è iniziato il nostro Universo. Negli anni Ottanta, il cosmologo Alex Vilenkin della Tufts University nel Massachusetts ideò un meccanismo attraverso il quale le leggi della meccanica quantistica avrebbero potuto generare un universo inflazionistico da uno stato privo di tempo, spazio e materia. Un principio della teoria quantistica sostiene che le coppie di particelle possono apparire spontaneamente e momentaneamente dallo spazio vuoto. Vilenkin ha fatto un passo avanti, sostenendo che le leggi quantistiche potrebbero permettere a una minuscola bolla di spazio di apparire dal nulla, con l’impulso di espandersi su scale astronomiche. Così, il nostro cosmo potrebbe essere nato dalle sole leggi della fisica. Per Vilenkin, questo risultato pone fine alla questione di ciò che esisteva prima del Big Bang: niente. Molti cosmologi hanno accettato l’idea di un universo senza un motore immobile, divino o di altro tipo.

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