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@burnedyourtweet, flaming the inflamer | Neural


[Letto su Neural]

Quando gli studi su Trump, che inevitabilmente avverranno, saranno incorporati nei corsi di comunicazione/media nel prossimo anno o al massimo due, uno dei progetti più importanti del programma di base sarà probabilmente “@burnedyourtweet” di David Neeval. Si tratta di un progetto lanciato in maniera anonima a Marzo di quest’anno, all’altezza dei tweet esaltati di Trump, con un desiderio dolcemente ironico di “dare ai Tweets di Trump l’attenzione che meritano”; dopo due giorni i video di robot che stampano delle copie leggibili delle declamazioni di POTUS e che alla fine gli danno fuoco in tempo reale diventano meritatamente virali. Il canale è stato seguito immediatamente da ventimila persone e i principali media hanno riportato con tempestività il successo dell’azione di Neeval. Neevel ha postato 175 tweet fino al 30 aprile: il progetto si trova adesso perfettamente stabile all’indirizzo https://twitter.com/burnedyourtweet con 34k di follower, inoltre un archivio di combustioni giornaliere è ancora disponibile per chi desidera assaporare appieno e con precisione la loro auto-distruzione. Anche in questo caso non è chiaro se il bot ha deciso che sia finita qui. Non puoi fare a meno di sentire una calda ondata di piacere, scorrendo a ritroso i vari post, e guardando le parole arroganti e provocatorie di Trump diventare cenere, seguite da un’altra e poi da un’altra ancora. È un esempio perfetto che rimanda indietro gli strumenti di aggressione all’aggressore. Neevel ha progettato molte opere precedenti che si potrebbero considerare come la struttura seminale di questo intervento; alcune opere si possono collocare nella tradizione del “maker” – ad esempio il progetto “Robot Hand” (2016) che esegue gesti politicamente scorretti; un altro come “Cloud Report” (2016) unisce insieme l’evanescente esperienza dei media contemporanei con la rappresentazione poetica dei cieli mutevoli in differenti località. Il tempismo dell’azione di @burnmytweet arriva subito dopo la morte di due personaggi pionieri della media art (entrambi sembravano incarnare una personalità attivista dagli anni sessanta). Gustav Metzger, che è deceduto a Marzo a quasi 91 anni, con l’uso dell’acido sulla tela agli inizi degli anni sessanta, presente al simposio di Destruction in Art del 1966 e scrittore di articoli e manifesti durante quel decennio sperimentale, è stato uno dei primi a dire agli artisti di diventare criticamente impegnati con il coinvolgimento dell’automazione e delle macchine, piuttosto che giocare in un “nuovo contesto tecnologico”. Ho ascoltato una sua intervista a Londra nel 2009 di Armin Medosch, parte della ricerca di Armin sull’esposizioni riguardanti la corrente “New Tendencies” del 1960. Armin, che era nato quando Metzger iniziava per primo le sue performance auto.distruttive, ha sottolineato che il contributo di Metzger nell’arte e nella tecnologia avesse bisogno di un maggiore riconoscimento. Armin è morto solo pochi giorni prima di Metzger nonostante faccia parte di un’altra generazione – di quella che un tempo era “new” piuttosto che “old” media. Alla fine tutto sembra essere parte di un continuum che ora è in reale pericolo di una perdita di effetto, al di fuori della memoria insita nell’Accademia e nella storia dell’arte. Sono sicuro che entrambi avrebbero trovato conforto nelle fiamme distruttive così facilmente generate dai collaboratori robotici attivisti di Neevel e nella velocità della cura con cui afferrano per appropriarsi e trionfare intenzionalmente la propria distruttività di Trump. Questo progetto di Neevel merita di essere attentamente esaminato, per incoraggiare ulteriori azioni artistiche efficaci sui social media; ci sono molti altri esempi della sua capacità di interventi delicati, sovversivi e/o umoristici nel sito http://davidneevel.com. Date un’occhiata a Cube Game (2015) e a Up Down Desk (2017) per cominciare. Da provare quest’ultima sullo psycho-president.

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Jason Kahn – Space Text Sound | Neural


[Letto su Neural]

“Come possono le parole comunicare l’impressione di un luogo”? Questo di solito è importante non solo per la nostra società, ma nello specifico per la sound art dove il materiale testuale è complesso. Jason Kahn (puoi leggere la sua intervista su Neural #55) pone grande attenzione al testo nelle sue installazioni, specialmente in quelle che possono essere catalogate come ‘site specifc’. Questo libro include il testo delle tre installazioni di Kahn: “An Attempt at Exhausting a Place in Hong Kong (After Perec)”, “Drifting” (both released in 2016), e “Other Ghosts” (in 2015). Qui confronta la pratica di ‘leggere attraverso le righe’ con “l’ascoltare attraverso i suoni”, poiché tutti i testi rafforzano i suoni descritti, ma, sorprendentemente, sono legittimi anche da soli. Quindi, evitando di definire classicamente tale libro come il “libretto” di queste installazioni, noi possiamo invece immergerci liberamente nel suono evocato dalle parole, paragonabile ad uno specifico tipo di poesia sonora. In maniera efficace attuano uno dei principali principi di Kahn: “trasmettere il senso di un luogo”. A suo giudizio non è solo una qualità estetica, ma politica, poiché una crescente consapevolezza dello spazio porta a maggiori possibilità di combattere l’alienazione e di aumentare la solidarietà. Inoltre, questo libro dovrebbe essere letto in relazione alla sua originale produzione (le installazioni), ma se dovesse essere trovato per caso, e se ne ignorassimo i suoi riferimenti, sarebbe lo stesso un’affascinante libro di poesia su suoni inaspettati, che descrive un’intera serie di accadimenti. Da solo può essere visto come una edizione musicale in parole.

Pigstrument, let the pigs play | Neural


[Letto su Neural]

Sviluppato da Marie Caye in collaborazione con Arvid Jense e l’azienda Vair, “Pigstrument” consiste in uno strumento musicale per maiali. La sua forma è costruita in modo tale da poter roteare in giro, questo gli permette di essere usato nei giochi di gruppo, infatti i maiali si muovono come una mandria, e incorpora delle campane metalliche tubolari che a quanto pare si adattano ai gusti dei maiali per i suoni acuti. Caye concentra la sua ricerca in modo specifico sugli animali domestici agricoli, cercando di comprenderli al di fuori della prospettiva del produttore alimentare comune. I maiali, in particolare, crescono con i loro grugniti, succhiando il latte e mormorando fra i loro compagni, e questi diventano suoni di riferimento fra loro. Introdurre un nuovo elemento acustico nel loro paesaggio sonoro, che possono anche imparare a controllare, potrebbe cambiare il loro modo di rapportarsi con l’ambiente e potenzialmente anche con la propria comunità. Anche se lo strumento li coinvolge a un livello elementare, questo lavoro pone delle questioni sul nostro atteggiamento verso gli animali da allevamento, che li considera organismi viventi articolati piuttosto che macchine organiche.

::vtol:: | until i die, transfused sounds | Neural


[Letto su Neural]

L’associazione tra il “sangue” e la “vita” è ancestrale. Quando il sangue viene poi spostato al di fuori del corpo viene percepito come un segno di debolezza e di possibile morte, come se la vita stessa sia parzialmente uscita fuori dalla persona coinvolta. Dmitry Morozov aka ::vtol:: inverte questa associazione nella sua installazione “until i die”. Dopo aver tirato fuori il sangue dal suo corpo lo rimette in “vita” attraverso la biochimica. Utilizza delle “batterie” piene di sangue che alimentano un piccolo modulo di sintetizzatore algoritmico che suona attraverso un piccolo altoparlante. Ci sono voluti 18 mesi a Morozov per raccogliere 4,5 litri di sangue necessario ad alimentare l’installazione. È un’installazione effimera della durata di 8 ore. “until I die” è una sintesi delle ambizioni e dei limiti umani, della nostra natura creativa ma fragile e della nostra capacità unica di affrontare la complessità di vivere. Porta la vita in una forma così vivida, insieme alla sua risonante fine, dopo una preparazione compiuta e un processo prevedibile infine emerge come simbolo distintivo delle nostre essenze.

Philippe Lauzier – A Pond In My Living Room | Neural


[Letto su Neural]

Alla Sofa Music di Ingar Zach e Ivar Grydeland – label sperimentale norvegese attiva dagli albori degli anni duemila – in tutte queste stagioni passate non si sono certo fatti mancare ardite collaborazioni con artisti dai più disparati orientamenti musicali. Ricordiamo le uscite free form dei Mural e le contaminazioni in bilico fra elettronica, field recording e percussioni acustiche, dello stesso head honcho – il primo citato – e di Miguel Angel Tolosa, per non parlare poi dei collage folk-digitali di Kim Myhr o della ricerca meta-strumentistica di Jim Denley, spesso orientata anche a progetti site-specific. A Pond In My Living Room di Philippe Lauzier evoca di primo impatto la suggestione – e con un titolo del genere non potrebbe essere altrimenti – sia di quello che è un classico science-fiction (una finestra spazio-temporale che si apre nella nostra quotidianità) sia della impropria chimera di qualsivoglia produttore e sound-maverick da home-studio (ovvero la fantasia di poter attingere da un pozzo incantato direttamente negli spazi che gli sono propri). Philippe Lauzier, che è d’origine canadese, esattamente di Montreal, nel Québec, ha iniziato le sue ricerche come sassofonista e clarinettista, poi è passato allo studio della composizione e ha partecipato fra il 2005 e il 2010 a ben sei uscite collettive – con differenti ensemble – realizzando poi, nel 2013, un album solista, Transparence. Adesso il suo percorso stilistico sembra aver acquisito la giusta maturità, grazie a mescole molto lavorate e rarefatte, dal respiro solenne e ingegnoso, ricche di stratificazioni e momenti improvvisativi poi ricondotti a una sapiente partitura delle trame. Con un simile background non mancano naturalmente gli echi modern classical e perfino certe contaminazioni di matrice jazzistica, seppure a prevalere sono le atmosfere assai dilatate, la polifonia astratta e i droni ipnotici, che tengono la scena grazie ad un flusso immaginifico e continuo, che cattura inesorabilmente all’ascolto. Sono quattro le suite presentate, in un ipotetico passaggio dalla penombra all’insistente sinuosità dell’acqua, da una finestra incantata a un caleidoscopico giardino, denso di vita autonoma e sospesi incantamenti. Insomma, una prova che definire solo convicente sarebbe poco, perché quando la grazia vibra come in questo caso fra i solchi si superano tutti gli steccati stilistici moltiplicando le potenzialità e fornendo il pretesto per un coinvolgimento auditivo davvero a 360°.

Hogre – Subvertising: The Piracy of Outdoor Advertising | Neural


[Letto su Neural]

Il progetto subvertising di Hogre ha recentemente popolato le fermate degli autobus e i manifesti di Londra con grafica accattivante e contenuti radicali. Questa è una documentazione piena di colori, divisa in sezioni dai media alle creazioni (“manifesti”, “sottovetro” oppure progetti sotto il plexiglass alle fermate degli autobus, e “joint enterprise”) con saggi scritti da Andrea Natella e Kay Cameron, e un’intervista di Vyvian Raoul. La pratica di prendere possesso di spazi pubblicitari non è certamente nuova, ma l’uso di illustrazioni sofisticate, disegni e testi, prendendo di mira una sola città con una radicalità consistente, è piuttosto raro. Questo tipo di resistenza culturale (e anche “crimine artistico” come l’autore afferma) deve essere documentata correttamente proprio per la sua natura di breve durata. C’è una pura qualità poetica in questi interventi, che li rendono paragonabili alla letteratura nella cultura orale, poiché essi accadono e coinvolgono le persone nei brevi momenti dove ci si imbatte personalmente, e si condividono online e offline le storie e le immagini relative. Hogre afferma che la pubblicità è la “forma più diretta della propaganda” nella nostra “dittatura-soft”. Egli osserva quindi l’importanza dell’anonimato in questi tipi di azioni e come questo aiuti ad evitare che l’industria provi a replicare, oppure nel peggiore dei casi che “acquisisca” a un certo punto il linguaggio e la narrativa sovversiva. Infine, il libro (anche disponibile gratuitamente su Issuu) è dotato di una veste ad alta visibilità “crimeset”, che è allo stesso tempo uno strumento e una dichiarazione energica di libertà di intromettersi nella comunicazione dei pubblici spazi, usando un linguaggio di propaganda contro se stesso.

Attachment, serendipitous algorithmic encounters | Neural


[Letto su Neural]

Attachment esamina la mancanza di comunicazioni casuali che si presenta insieme alla questione che riguarda l’automazione e l’apprendimento delle macchine, prendendo in considerazione la nostra attrazione verso verso l’automazione. Colombini, ispirato dalle macchine dello scultore svizzero Tinguely, ha creato una macchina che permette di inviare messaggi in aria usando un palloncino biodegradabile. I messaggi vengono inseriti tramite un sito web, poi vengono stampati dalla macchina con un codice, fatti scivolare in un cilindro biopolimerico, inseriti nel palloncino che infine viene rilasciato in aria. Il pallone poi si muove casualmente fino ad arrivare a un potenziale destinatario. Colombini sostiene che la macchina e la tecnologia con cui è costruita, ci permette di comunicare in modo diverso e quindi di riscoprire così l’elemento inaspettato, casuale e accidentale. Nel suo percorso tra sistemi sociali e tecnologici attraverso i quali fluiscono le comunicazioni, Colombini prende in considerazione satiricamente le tensioni e le problematiche di vivere e comunicare con le macchine. Negli ultimi anni l’argomento che riguarda gli algoritmi e l’automazione ha rapidamente catturato l’immaginazione e l’attenzione pubblica. Questi oggetti tecnologici hanno plasmato tutti gli aspetti della società, dall’ottimizzazione della nostra vita lavorativa fino a suggerire dove e cosa mangiare. Poiché lo sviluppo tecnologico contemporaneo si muove verso l’automazione comportamentale e cognitiva, questi oggetti tecnologici non sono più un mezzo per la selezione e la generazione di informazioni, ma sono invece considerati come oggetti sociali che svolgono un ruolo nell’organizzazione della nostra quotidianità. Questi processi computazionali indicano, ordinano e quantificano ogni aspetto del pubblico con cui interagiscono. Inoltre, iniziano a far parte della comunicazione in linea – dalle email automatizzate alle macchine robot in grado di apprendere, ai pianificatori di riunioni in AI – dando origine ad un nuovo ordine pubblico di persone, informazioni e macchine. Mentre questi sistemi hanno portato miglioramenti al lavoro e agli standard di vita, essi sono strumentalizzati come mezzi per aumentare il capitale, prevedere le fasi di attenzione e presentarci con un quadro quantificato di noi stessi. Questo intreccio del mercato e dell’esperienza umana ha portato ad una visione sconosciuta utopica del costante legame tra l’uomo e le macchine e le comunicazioni che regolano. L’affermazione presentata da Colombini si pone in qualche modo tra la satira e la critica in maniera molto simile ai Métamatics da cui prende ispirazione. Essa mette in dubbio queste continue connessioni e l’introduzione di algoritmi e loro automazioni come interfaccia nella nostra società. Comprende la comodità di un sistema automatizzato, mettendo in luce i processi complessi che svolgono compiti noiosi, e contemporaneamente si chiede come potrebbero verificarsi possibili incontri in mondi dove le comunicazioni sono automatizzate, regolate e filtrate. Mentre questa macchina poetica fornisce una piccola opinione sul principio fondamentale che controlla le macchine integrate nella nostra quotidianità, si dedica attivamente alle questioni riguardanti il mondo che stiamo costruendo per noi stessi. Non si oppone all’automazione e non vuole diventare una critica verso un futuro tecnologico. Al contrario ci chiede in maniera nostalgica dove si trovano la casualità e la possibilità nel caso in cui volessimo quantificare tutti gli aspetti della nostra esperienza umana o se queste condizioni mai accadranno.

francesca del moro

La differenza tra prosa e poesia è che la prosa dice poco e ci mette molto tempo, la poesia dice molto in pochissimo tempo. C. Bukowski

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