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Pink Floyd – Animals 2018 Remix Documentary (Live At Knebworth)


…e come qualcuno già diceva da tempo, esistono un bel po’ di filmati dei concerti di Animals, e la band finalmente si è decisa a tirar fuori qualcosina…

EXTRA! MUSIC MAGAZINE – La prima rivista musicale on line, articoli, recensioni, programmazione, musicale, eventi, rock, jazz, musica live


Continuando a parlare di Roger Waters, vorrei fare un piccolo salto indietro e rievocare un suo concerto di venti anni fa, forse il suo più intimo a cui ho assistito, pregno del senso floydiano ma anche per pochi sodali, dove vederlo in azione sul palco a pochi metri ha ancora i miei occhi un valore inestimabile, pur se all’epoca Roger non aveva con sé tutto l’apparato tecnologico – ora molto più che floydiano – ma di cui s’intuiva comunque la presenza.
Ho pescato dalla Rete questa recensione dell’epoca, e mi ci specchio quasi totalmente, anche se ricordo che i due chitarristi non arrivavano a fare mezzo Gilmour 🙂
Roma, stadio Flaminio, 12 giugno 2002, un abisso di tempo riesumato su XTM

Non siamo neanche arrivati al cancello d’ingresso, io e Pink, che iniziamo a sentire, proveniente dall’interno dello stadio, il riff inconfondibile di “In The Flesh”. Sono le 8 di sera, il sole splende ancora altissimo. “Non ti preoccupare, Floyd”, mi fa Pink, “sarà l’impianto di diffusione”. Macché, il concerto è già partito, e d’altro canto l’avevano detto che sarebbe iniziato puntuale per evitare di finire in tarda serata e distruggere la quiete agli abitanti del quartiere.
Inizia una forsennata corsa verso l’erba verde del Flaminio, “The Happiest Days Of Our Lives” e siamo ancora virando sotto le tribune. Entriamo al coro di “We don’t need no education, we don’t need no thought control”, con la Roger Waters Band che alla luce del sole esegue una versione ad altissima fedeltà di “Another Brick In The Wall”. E non ci sono cinismi che tengano, perchè è un momento realmente emozionante: fino a un paio di mesi prima mi stavo rassegnando all’idea che avrei stirato le zampe senza ascoltare mai una nota dei Pink Floyd dal vivo, e invece l’evento sta avendo luogo, proprio di fronte ai miei occhi.
Sempre da “The Wall”, Waters attacca la lenta, struggente “Mother”, ed è il momento di guardarsi intorno: pubblico tra i 10 e i 70 anni di età, tutti con un sorrisino ebete stampato sul viso tranne, presumibilmente, quelli seduti in tribuna, imbufaliti per aver pagato 60 euro (molto più di noi che stiamo sul prato) ed essere relegati in una posizione di sguincio, dato il cambio di venue al Flaminio dal previsto Olimpico (dove avrebbero avuto diritto a una eccelsa postazione di fronte al palco). “Brezhnev took Afghanistan, Begin took Beirut”, attacca Waters, affiancato dai suoi chitarristi Snowy White e Andy Fairweather-Low, e dal tastierista Chester Kamen, fratello di Nick. Arriva anche “Southampton Dock”, mentre sui megaschermi, che dovrebbero proiettare immagini mirabolanti, continua a vedersi poco o nulla, causa sole. All’esecuzione di “Pigs On The Wing” e “Dogs” (da “Animals”) mi è ormai chiaro che si tratta del concerto da stadio con il miglior sound che abbia mai visto, in perfetta tradizione pinkfloydiana. Calano finalmente le prime ombre della sera, e durante “Set The Controls For The Heart Of The Sun” (unica concessione ai Pink Floyd pre-1970) si vedono finalmente nitidamente le prime immagini dai megaschermi: sono Waters, Gilmour, Mason e Wright, ripresi mentre si rotolano in un campo di grano in un pomeriggio inglese degli anni sessanta, giovanissimi e psichedelicissimi. Vengono concessi anche dei momenti di gloria alle tre coriste; una di loro, quella che fa l’assolo, è la mitica P.P. Arnold, “Incise due album sul finire degli anni ’60 per l’etichetta Immediate di Loog Oldham, il manager degli Stones”, informo enciclopedico il buon Pink, “il primo è eccezionale, il secondo molto meno, anche perché uscito in un momento in cui l’etichetta stava collassando…”
Discorso interrotto dall’arrivo, in sequenza, di “Shine On You”, “Welcome To The Machine” e “Wish You Were Here”, un terzetto che lascia me e tutti i presenti con la bocca aperta e le orecchie in tiro.
C’è un break di 20 minuti, che serve a malapena per rifiatare. Si ricomincia con quello che è il clou del concerto e, in ultima analisi, il vero motivo per cui 20.000 persone sono riunite stasera su questo prato dove di solito si gioca a rugby: la sequenza di brani tratti da “The Dark Side Of The Moon”, partendo dal battito cardiaco di “Breathe”, passando per “Time” e concludendo con una ballabile versione di “Money”.
Mi viene in mente, ascoltando quei brani immensi, eseguiti live con una precisione e un’alta fedeltà colossale, di come a volte dimentichiamo (tutti) che “Dark Side” è e resta un caposaldo della musica che in difetto di migliori termini definiamo “rock”. Troppo spesso, certa critica un po’ troppo snob ha storto il naso di fronte al successo universale e un po’ “nazional-popolare” di quell’album datato 1973 e, citando i Pink Floyd, ha magnificato i dischi dell’epoca Barrett per sminuire quelli, diversi ma altrettanto grandi, del periodo Waters. E in cima alle classifiche dei dischi più influenti di tutti i tempi ci andavano regolarmente cose tipo “The Velvet Underground & Nico”, mentre “Dark Side” non riceveva neanche lo straccio di una citazione. Ha influito, su “quella” critica, l’epiteto di “dinosauri” con cui le nuove leve del punk definirono la generazione dei Led Zeppelin, degli Stones e, certo, dei Floyd; e forse anche la famosa t-shirt indossata da Johnny Rotten in alcuni concerti del ’76, recante la scritta “I Hate Pink Floyd”. Ma un mondo senza “Dark Side” sarebbe, musicalmente parlando, molto più povero. Per fare un esempio, una band come i Flaming Lips di “Soft Bulletin” e “Yoshimi” non è assolutamente concepibile se eliminiamo dall’equazione l’epopea sul “lato oscuro della luna”.
La suite di cui sopra viene intervallata da alcuni pezzi tratti dai dischi solisti di Waters, tratti dal valido “The Pros And Cons Of Hitchhiking” e dagli sbiaditi “Kaos Radio” e “Amused To Death”, poi veniamo rispediti sulla luna, con “Brain Damage” ed “Eclipse”, splendidi come li conoscevamo. Waters, che fino a quel momento è rimasto fisso al centro del palco, fa una passeggiata dalle nostre parti, e riusciamo finalmente a vederlo da vicino. “’Ammazza, quanto è vecchio”, è il lapidario commento di Pink, che purtroppo corrisponde a verità: capelli bianchi e abbondanza di rughe, sembra quasi un reduce, come se il Tenente Waters protagonista di alcune delle sue canzoni fosse tornato indenne dallo sbarco di Anzio per offrirci una dissertazione in musica sui suoi orribili incubi di guerra.
Si finisce in crescendo, con “Comfortably Numb”, uno dei migliori episodi (il migliore?) da “The Wall”. C’è tempo per una encore, la nuovissima “Flickering Flame”, unico pezzo inedito contenuto nell’appena uscita compilation di brani del periodo solista.

Poi tutti a casa, anzi, nel nostro caso, al pub, a discettare del perché e del percome le canzoni epocali che Waters scrisse quando aveva tra i 20 e i 30 anni siano nettamente superiori a quelle prodotte in età più matura; e di come vedere Waters (il songwriter) sia ben più significativo che non assistere ai Floyd di Gilmour, Mason e Wright, che sono sempre stati dei semplici, benchè validi, esecutori.

This Is Not A Drill Tour Review: The Genius of Roger Waters


Una recensione al tour attuale di Roger Waters (This Is Not A Drill: sarà davvero l’ultimo?), in particolare per la data di San Francisco; vi lascio ad alcune note in inglese del recensore ThePaltrySum:

Before I carry on, I will say this. If you don’t have tickets to see Roger’s This Is Not A Drill performance, if you even have the vague notion that you ‘might like to go to the show’, stop reading this review right now, fire up ticketmaster and buy two tickets, in the most expensive seats you can afford. Just do it. You can read the review and salivate at the prospect of getting to experience this goodbye tour from Waters after. You will not regret it, and might even consider me quite a stand up kinda girl for giving you the hint. After all I could simply have not told you, and then you would be missing out on seeing what was the best show of my lifetime, and that would just be sad.

When we took our seats, in the center of the top end section of the stadium I became acutely aware of the problem that performing in the round poses. Everyone wants to see Roger and the rest of the performers, and everyone in there needs to get a good look at the light and projection show, which absolutely makes This Is Not A Drill into the masterpiece it is. The sight of crossed hammers with This Is Not A Drill written under them greeted the audience, being beamed in by an uncertain and sometimes fuzzed out interrupted transmission.

More importantly perhaps, Roger’s heart is clearly in the right place. Roger is the ultimate hippy child, all grown up, who always did see the wolf knocking at the door, and started to warn us all in the 70s that the ‘Lunatics (were) on the grass’, trying to cut all us little people up into lamb chops, to mix my album metaphors. Tonight there was plenty of material from both Animals and Dark Side of the Moon. In fact Roger played for 2 and 3/4 hours. Track after perfect track, stunningly presented, perfectly played and proving who Pink was this whole damn time. It was Rog. You see Roger can do Floyd without Mason or Gilmour, but Gilmour cannot do Floyd adequately without Roger. Heck Waters even have a new guitarist and singer of Money, whose name is also David. The fact is the New David’s guitar work is every bit as luscious as Dave “Killer” Gilmour’s, it is every bit as perfect as David’s work on the albums. The New Dave doesn’t go off the beaten track and improvise like Old David does, but in my mind that is good. People love the albums. They want to hear it like it is on the album, not feel sad because their favorite song sounds different. We need that soaring arpeggio. The audience thirsts to hear the songs that are part of their life, their social awareness, their friends, their comfort, exactly how they are on the albums, and for the most part, Roger gives us boys and girls exactly what our hearts desire.

NICK MASON: NUOVA INTERVISTA – I RICORDI DI “ANIMALS”, GLI ALBUM DEI PINK FLOYD CHE SUONANO MEGLIO IN MONO SU VINILE E TANTO ALTRO! | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una bella e lunga intervista a Nick Mason, sui suoi trascorsi nei Floyd e su cosa voglia dire ancora adesso essere identificato come il batterista della band, e altri argomenti ancora; un estratto:

Siete tornati indietro e avete fatto il Remix con il disco originale di Animals e avete trovato differenze o cose che avete sentito e che avreste voluto far risaltare di più quando [il produttore/remixer in capo] James Guthrie ci stava lavorando?

Ad essere sincero, aspettavo che James si limitasse a fare quello che aveva fatto. James raramente delude. Ma di tutti i nostri album, Animals è quello che più meritava di essere ripensato e riascoltato, perché ci sono molte cose che non si conoscono nell’originale.

Per me, un esempio è il lavoro di piatti che fai alla fine di “Dogs” [traccia 2 del lato 1]. È una cosa sottile, ma spicca di più sull’LP 2018 Remix.

Sì. Direi che la batteria su “Dogs” è certamente più evidente, forse più di qualsiasi altra cosa. Il che è davvero bello, perché spesso ci si accorge che le cose si perdono nel mix. Anche con cose fatte molto più di recente, è incredibile come, ascoltando in studio, si ottenga un suono e poi il mix finale sia un altro.

Una delle cose che mi hai accennato prima a proposito di Animals è che il processo di registrazione è stato diverso, perché si trovava a Britannia Row, lo studio creato dai Pink Floyd, un’esperienza di registrazione molto diversa rispetto a quella di EMI/Abbey Road, dove erano stati realizzati molti dei precedenti album dei Pink Floyd. Può parlarmi di questa differenza per lei, come artista che registra, passando da Abbey Road a un luogo che voi avete essenzialmente costruito da zero?

Sì, beh, è stato molto diverso. Ma credo che sia stato un bene, anche se il risultato, dal punto di vista sonoro, non è stato inevitabilmente altrettanto buono, semplicemente. (ridacchia) Ma si trattava di una cosa: avevamo fatto tutto ad Abbey Road – ed era fantastico – ma volevamo costruire il nostro studio con l’idea di costruirne uno che fosse molto semplice da usare. L’idea era che, soprattutto se volevamo fare qualcosa di individuale, non avremmo avuto bisogno di molto personale e forse avremmo anche potuto ingegnerizzarlo da soli. Era un’operazione molto più intima e rilassata, molto diversa da quella che avevamo fatto in passato. E devo dire che è stato molto piacevole. Era una sorta di “casa”, in un certo senso. Avevamo scelto questo edificio [un palazzo di tre piani, situato al 35 di Britannia Row a Islington, Londra N1] e vi avevamo costruito uno studio partendo dal presupposto che Roger fosse raggiungibile a piedi [da casa sua, all’epoca]. Io ero un po’ più lontano (leggera pausa) – no, non l’avrei fatto a piedi. Sicuramente è stato scelto perché era nel posto giusto.

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The Mission – Butterfly on a Wheel – London – 8/10/2016 (HD)


Sistemi flessuosi sulle sponde del romantico.

Grundeis – Vex


Le nenie postelettriche portano sui verdi campi bui della psiche cosmica.

I Pink Floyd come non li avete mai ascoltati prima – Rockol


Su RockOl un bell’articolo che ripercorre le vicissitudini del remix di Animals, dei Floyd, uscito ieri, articolo arricchito di aneddoti che non conoscevo e che mi gasano davvero, è come se fosse nato un loro nuovo disco, tornando ai tempi in cui erano davvero tosti.

Grazie a James Guthrie, produttore e ingegnere del suono londinese, vero e proprio mago del suono alla corte dei Pink Floyd sin dai tempi di “The Wall”, l’upgrade sonoro completato nel 2018 si è ramificato all’interno di tutto l’album, evidenziando in particolare la limpidezza dei suoni e in particolare delle timbriche della batteria di Nick Mason. È proprio lo storico batterista dei Floyd il primo a dichiararsi soddisfatto del 2018 remix: “Sono contento che l’abbiamo remixato invece di lasciarlo così com’era. Penso che di tutti gli album sia forse quello registrato meno bene. Ha meritato un miglioramento”. Anche Aubrey Powell, che ha curato le grafiche della nuova copertina, esterna la sua approvazione: “So che la band non è mai stata del tutto soddisfatta di “Animals”. Lo realizzarono nel loro studio per la prima volta e hanno avuto un sacco di problemi iniziali. Ora ha preso vita e la grinta è proprio quella immaginata da Roger. È incredibile”.

Bisogna ammettere che “Animals” è un disco di rottura nella discografia dei Floyd, vera e propria linea di demarcazione che separa la musica sognante e onirica di “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”, i loro due dischi precedenti, dal successivo “The Wall”, vero e proprio tsunami lirico e sonoro. Con “Animals” la band rompe musicalmente col passato: niente musica d’atmosfera, da ascoltare a occhi chiusi: il suono di “Animals” ti tiene sveglio, non te lo godi rilassato sulla sedia a sdraio, non puoi suonarlo con la chitarra davanti a un falò con gli amici, non potrai utilizzarlo all’interno di un documentario sul surf o come colonna sonora per l’acqua minerale, come gran parte delle canzoni dei Pink Floyd. Nulla di tutto questo. “Animals” ti fa riflettere, ti colpisce dritto nello stomaco e ti costringe a reagire, ribellarti, prendere posizione. Non è accomodante, è scomodo. Ed è pericolosamente visionario e attuale. Non è un caso che quarant’anni dopo Roger Waters ne abbia ripescato suoni e iconografia per i suoi concerti dell’”Us+Them” tour del 2018, adattandoli perfettamente alla situazione politica e sociale di quel periodo. Per questo i testi e le musiche di “Animals” suonano ancora più pregnanti oggi, fungendo da perfetta colonna sonora dei tristissimi tempi che stiamo vivendo.

A parte l’impegno in fase d’incisione, c’è da rimarcare il diverso coinvolgimento dei quattro musicisti all’interno dei Britannia Row Studios. Sin dalle prime settimane Nick Mason si è particolarmente attivato producendo ai Britannia Row alcuni musicisti e prendendo confidenza con le attrezzature, prima dell’inizio delle incisioni di “Animals”. Richard Wright, preso da problematiche personali, si pone ai margini delle lavorazioni del disco, vivendo con disagio lo strapotere decisionale del quale si era investito Roger Waters anche grazie alle distrazioni degli altri componenti della band. Infine Gilmour e Waters vivono quelle settimane totalmente presi dalla loro vita privata: freschi sposi, diventano per la prima volta genitori proprio nel 1976, Gilmour ad aprile, Waters a novembre.

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ROGER WATERS IN ITALIA NEL 2023! – “THIS IS NOT A DRILL” A MILANO E BOLOGNA!


Come annunciato da PinkFloydItalia, la prossima primavera Roger Waters suonerà il suo This is not a drill anche in Italia – al momento Milano e Bologna, ma è lecito sperare anche Roma?
Il cuore batte forte, e intanto proviamo a ragionare sul joke verbale di Roger riguardo al suo addio… Ringraziando gli dèi, non si arrenderà mai!
In basso la registrazione del gig di Minneapolis, così, giusto per capire di cosa parliamo.

Alla fine, è arrivato l’annuncio ufficiale: il discussissimo tour “This Is Not A Drill” di Roger Waters, dopo l’America, arriverà anche in Italia!

I concerti di Roger Waters, sono sempre “senza compromessi”, uno spettacolo cui sarà difficile rimanere indifferenti, quindi, se quando il tour sarà in Italia, voi “non sarete al Bar“, scrivetelo nei commenti! Inoltre, la nuova grafica a supporto del tour europeo 2023 fa riferimento al “suo primo tour d’addio in assoluto” – fate come volete, ma un tour d’addio non viene mai normalmente definito il “primo in assoluto” di una persona! Forse si tratta di uno scherzo di Roger, oppure non è un vero tour d’addio?

Thy Veils – Trancing


Lascia che il sogno assuma connotati celestiali.

The Sisters of Mercy – Comfortably Numb/Some Kind of Stranger


Un esperimento che, devo dire, non è per niente balzano, e poi “Some kind of” è sempre un brano di struggente cupa bellezz.

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