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Gallery, forcing awareness of voyeurism | Neural


[Letto su Neural.it]

Un tempo c’erano i paparazzi. Oggi, a violare l’intimità e la serenità delle celebrità sono forse più frequentemente gli hacker o, più correttamente, i cracker, quella fetta di esperti che utilizzano le proprie competenze informatiche per violare sistemi e rubare dati con l’intenzione di danneggiare, spiare o trarre profitto. Nell’estate del 2014 si è consumata una massiccia violazione di account iCloud ai danni di decine di star internazionali del calibro di Jennifer Lawrence e Kate Upton che, in poche ore, hanno visto finire in rete molto del loro materiale fotografico privato, scambiato dai malintenzionati sul forum 4Chan dietro pagamenti via bitcoin. La notizia si è diffusa in maniera capillare, così come le foto che, rimbalzando da utente ad utente, hanno aggravato ancora di più l’aggressione consumatasi nei confronti di coloro che, prima di essere delle celebrità, sono e restano semplicemente esseri umani. Yolanda Dominguez, artista visuale spagnola che da diversi anni indaga i temi donna/tecnologia/media, ha reinterpretato l’accaduto con una installazione tanto semplice quanto diretta: “Gallery”. In una sala vuota del Twin Studio & Gallery di Madrid, lo smartphone dell’artista, corredato di una vasta galleria fotografica ritraente momenti di vita quotidiana ed intima della Dominguez, è rimasto esposto al libero accesso degli spettatori, chiamati così alla forzata consapevolezza del proprio voyeurismo. Un modo di coinvolgere il visitatore a tal punto da privarlo dei classici alibi mediatici che, soprattutto online, garantiscono l’anonimato e la negazione delle responsabilità sulle proprie azioni. Una semplice riflessione su come, anche solo possedere uno smartphone, possa renderci al tempo stesso vittime e carnefici di una sistematica e morbosa violazione della privacy.

Gabriella Coleman – Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces Of Anonymous | Neural


[Letto su Neural.it]

Facilmente definibile come l’ultimo libro sul movimento Anonymous, la pubblicazione è in realtà molto più di questo. La Coleman non solo ha studiato a fondo il movimento fin dall’inizio, considerando le sue diverse componenti (tecniche, mediatiche, linguistiche e sociali), ma ha anche fatto ricerche ed è stata in collegamento diretto con molti dei suoi membri, seguendo da vicino azioni e dibattiti interni. Si tratta di un racconto in prima persona delle evoluzioni del gruppo, documentate attraverso incontri dal vivo e virtuali. La Coleman è stata accettata dall’intero movimento, qualcosa che spesso crea una tensione di fondo tra quello che è scritto su di loro e il mostrare sostegno ad alcune delle loro cause e metodologie, che trascende il ruolo classico dell’antropologo. La natura del tutto sfuggente di Anonymous – tuttavia – è molto efficacemente investigata, alternando analisi, fatti, narrazioni e stralci di conversazioni, generando un intreccio di rapporti molto ben documentati e consistenti. L’autrice è chiaramente un’esperta della materia, in grado di ricostruire analiticamente l’approccio politico generale di Anonymous e le sue diversificate tattiche per difendere i diritti e le libertà. Una delle più importanti caratteristiche che sembrano perfettamente emergere dal testo è quella dell’imprevedibilità di Anonymous nello spazio e nel tempo, tema che è naturalmente rafforzato dalla natura eterogenea del movimento e dalla sua attuale storia. In realtà, ciò che la Coleman descrive è una nuova grammatica online da far propria, che rompe definitivamente i paradigmi paternalistici rassicuranti del mainstream e incorpora “l’incertezza” come pietra miliare indispensabile per comprendere la contemporaneità.

Rivoli


I residui della constatazione si propagano seguendo regole vettoriali e memetiche, piccole espansioni grafiche in aggiunta al contesto interiore che disegnano i rivoli caratteriali.

Per mio indebito conto


Segnalo il percorso da affrontare, orde di link che si acquattano semplici sotto l’attenzione minima e discriminano, al mio posto, ciò che io non farei mai.

Michi, 15 anni, per 43 minuti sott’acqua: il risveglio al San Raffaele, miracolo della scienza – Repubblica.it


Istanti reali di Transumanesimo, di ibernazione, di correlati studi sulla longevità da parte di un istituto che è sicuramente in prima linea, in Italia, in questo tipo di scienze. Da Repubblica.

È la storia di Michi, 15 anni ancora da compiere: il 24 aprile scorso con quattro amici si è tuffato da un ponticello nelle acque del Naviglio, a Castelletto di Cuggiono, in provincia di Milano. Rimasto impigliato sul fondo, non è però risalito. E quando 118 e vigili del fuoco sono riusciti a recuperarlo, la storia sembrava scritta: dopo oltre 40 minuti sott’acqua, con una temperatura del Naviglio di 15 gradi e una corporea di 29, il cuore era fermo e il sangue non circolava più. Ed è per questo motivo che i polmoni non si sono riempiti d’acqua.

Isoccorritori prima, i medici del San Raffaele poi, non si sono però arresi: il 118 ha fatto ripartire il battito e trasportato il paziente con l’elisoccorso in ospedale. Dove l’equipe di Rianimazione cardio-toraco-vascolare, guidata da Alberto Zangrillo, ha avuto l’intuizione: puntare sulla bassa temperatura dell’acqua e sulla possibilità che, quasi “ibernandolo”, avesse protetto gli organi. Di qui, la decisione di attaccare Michi a un macchinario all’avanguardia, l’Ecmo: un “super bypass” che drena il sangue del paziente, lo riscalda, ossigena e rimette in circolo. Una scelta vincente. “Abbiamo considerato – spiega Zangrillo, noto tra le altre cose, per essere il medico di Silvio Berlusconi – la giovane età del paziente, e la possibilità che l’acqua fredda avesse preservato gli organi. Anche se in letteratura scientifica i parametri a cui si fa riferimento in questi casi sono diversi: per permettere la ripresa di pazienti “sommersi” l’acqua deve essere sotto i 5 gradi, e il periodo sott’acqua non deve superare i 20-25 minuti”.

Huawei LiteOs, il sistema operativo da 10 Kb per l’internet delle cose – Repubblica.it


Uno sterminato sistema di controllo sociale, per sapere esattamente cosa fate dove andate come andate con chi andate, assai più raffinato degli smartphone e dei GPS. Certo, l’utilità che ne deriva da un uso di tale tecnologia è enorme, ma pensate proprio che vogliono soltanto farvi stare meglio e vendere colossali quantità di gadget dal prezzo esorbitante? Governi e multinazionali sapranno ogni cosa di voi, in attesa del trapianto di chips per hackerarvi la mente, oltre che il frigo e l’auto…

Da Repubblica.

Cioè, fra le miriadi di usi, a collegare il forno al sensore del box e a scaldare la cena quando il secondo rileva il nostro rientro a casa. Oppure, più avanti, quando il sensore del semaforo a qualche chilometro dall’abitazione segnala il nostro prossimo arrivo. O ancora, a dare un cervelletto al nostro spazzolino da denti per permettergli, tramite l’app dedicata, di suggerirci come modificare lo spazzolamento. Lo scenario è dunque in pieno fermento. Secondo Huawei entro il 2025 avremo qualcosa come 100 miliardi di dispositivi collegati alla rete. Già ora nel mondo vengono attivati e allacciati fra loro e ai vari tipi di reti due milioni di sensori ogni ora: dai semafori ai lampioni, dagli smartwatch alle t-shirt fino a droni, elettrodomestici, veicoli, router, data center. Quasi qualsiasi oggetto potrà quindi farsi “smart” tramite soluzioni come quelle in fase di sviluppo e lancio in questi mesi.  Ogni cosa è infatti destinata a guadagnare una voce e LiteOs punta a dargliene una facile da imparare e replicare, capendosi con gli altri. La guerra di questo nuovo settore ruota insomma tutta intorno agli standard più versatili ed efficaci per connettere prodotti di marchi diversi.

Brain: braccio robotico di grande utilità per soggetti paralizzati | Gadgetblog.it


Da Gadgetblog un bel post che ci ggetta subito nel periodo cyberpunk, solo che questa è realtà, i chips craniali esistono eccome! Transumanisti sugli scudi…

Brain è un braccio robotizzato controllato dal cervello che consente a un uomo paralizzato di bere una bevanda. Si tratta di un frutto importante dell’evoluzione tecnologica, in grado di aprire nuove speranze alle persone colpite da particolari patologie.

Un soggetto paralitico, che negli ultimi 13 anni aveva dovuto privarsi del piacere di eseguire in proprio l’operazione della degustazione del liquido, ha finalmente coronato il sogno di superare questo scoglio, attraverso un braccio robotico controllato dal cervello. L’automa è abbastanza abile da eseguire al meglio l’input dell’uomo, consentendogli di bere senza assistenza.

I creatori di questo macchinario sono un gruppo di ricercatori provenienti da diversi istituti. I chip neurali vengono impiantati nella corteccia parietale posteriore (PPC) del cervello dell’individuo. In questo sta la novità rispetto ad altre attrezzature simili, nei cui confronti Brain risulta anche più fluido e naturale nei movimenti.

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