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Archivio per Cyberpunk

Glaciers, autocompleting poetry | Neural


[Letto su Neural.it]

Google Poetics, o l’arte “autocomplete” è diventato un genere, come si può osservare in opere come “Autocompleteme” di Jérôme Saint Clair e Benjamin Gaulon, o “Google Poems” di Sampsa Nuotio. Parte della loro forza è nell’uso del motore Google AutoComplete, che non è una tecnologia statica, ma che evolve attraverso nuovi elaborati meccanismi software e il sofisticato ed esteso insieme di dati al quale attinge. Così, “Glacier” di Zach Gage è un lavoro che cerca concettualmente di capitalizzare queste caratteristiche, opera composta da un hardware personalizzato e software e parti in legno, come una cornice generativa eterna. Le sue poesie uniche sono generate tramite i primi tre risultati di una richiesta specifica di completamento automatico di Google, che viene rinfrescata una volta al giorno (ed eventualmente cambia anche il titolo). Questa letteratura generata in continua evoluzione è strettamente collegata ad una linea multinazionale ed alla sua politica, ma Gage sembra concentrarsi maggiormente sull’impatto letterario piuttosto che sulla sua eredità digitale.

Jaywalking, if you see something click here | Neural


[Letto su Neural.it]

Lo yin e lo yang contemporaneo della privacy e della sorveglianza è pieno di zone d’ombra concettuali, soprattutto in relazione alla sorveglianza ed al grado di disposizione o di passività che un utente può assumere. L’inquietudine (di essere osservati o di osservare qualcosa di illegale) è legata alla sorveglianza e alla sua invasività. Jaywalking di Dries Depoorter, che è parte della sua serie Sheriff Software, sfrutta questo disagio attraverso una connessione remota senza interruzioni. Si tratta di un’installazione in cui dei monitor di sorveglianza mostrano in tempo reale un incrocio stradale. L’opera automaticamente cattura il passaggio dei pedoni offrendo ai visitatori la possibilità d’inviare una schermata incriminante alla stazione di polizia più vicina. L’eventuale gesto si svolge vivendo l’esperienza di assumere il ruolo di controllore piuttosto che di controllato, spingendo l’osservatore nel mezzo d’un metaforico disagio (come complice o amico della polizia). L’intera macchina, come un sistema astratto, incarna perfettamente l’autorità e il potere di una ubiqua sorveglianza attuata da un solo individuo.

Profondità | FantasyMagazine.it


Su FantasyMagazine.it la segnalazione di una nuova pubblicazione per Hypnos: Profondità, di Livia Llewellyn. Parliamo di weird e steampunk, una miscela particolarissima da seguire, se ha convinto gli amici di Hypnos allora penso che sia davvero qualcosa da leggere.

Visioni è la nuova collana che mensilmente proporrà le più interessante voci del horror e del weird contemporaneo nella forma della novella (o romanzo breve). A inaugurare questa nuova iniziativa è Profondità (Her Deepness, 2010) di Livia Llewellyn, già nota ai lettori di Hypnos per il bellissimo racconto Fornace, apparso nel volume Nuovi incubi. Profondità è una storia che unisce in maniera mirabolante le atmosfere steampunk con la più genuina tradizione weird.

Condominio 9 | ThrillerMagazine


su ThrillerMagazine la recensione a Condominio 9, di J.A. Gideon. Lascio le parole a un corposo estratto della recensione, cosa meglio di ciò che segue per descrivere cos’è Condominio 9?

Avete mai sognato di scrivere, sceneggiare, disegnare o partecipare in qualche modo alla realizzazione di un fumetto? Avete mai pensato a quanto sarebbe fantastico immaginare storie, creare personaggi, realizzare tavole spettacolari e sorprendenti? Pensateci due volte….

Condominio 9 non è tanto un romanzo sui fumetti quanto su tutto ciò che vi sta intorno, da questa e da quella parte della barricata che divide idealmente chi sogna e chi fa sognare. E non è una barricata facile da valicare.

La storia, lungi dall’essere ambientata in un presente riconoscibile (ma che, potenzialmente, è fedelissimo all’ambiente in cui viviamo), affronta, attraverso le peripezie del protagonista (che non è chi potreste pensare…) di fatto tutta l’umanità che si agita intorno al medium fumetto con una precisione e una lucidità sorprendenti.

Attraversati tutti da una vena di follia più o meno evidente, gli inquilini del gigantesco Condominio, che si erge in mezzo a un paesaggio nebbioso e indefinito, conducono le loro vite quasi segregati in un sistema di simil-caste e con il sottofondo dell’onnipresente voce di Blogger Bob, una sorta di incrocio tra il Grande Fratello e una perenne (e obbligatoria) televendita. Il protagonista affronterà, in una continua salita dai piani più bassi e degradati, costantemente infiltrati dai repellenti blattidi, fino ai livelli più elevati, un viaggio semi-allucinato e spesso grottesco. Permeato da un ambiente che a tratti ricorda lo steampunk, ma senza l’eleganza rassicurante degli ambienti ottocenteschi, il protagonista attraverserà i vari piani spesso in mezzo a tubazioni, sbuffi di vapore, schermi con trasmissioni ininterrotte e tecnologia non tanto raffinata quanto onnipresente.

Ma ciò che davvero caratterizza il Condominio sono i suoi abitanti. Bizzarri, repressi (l’onnipresente corpo di polizia/riparazione non consente deviazioni dalla “norma”), quando non decisamente squilibrati, gli inquilini rappresentano un’umanità variegata e in gran parte rassegnata in cui improvvisi scoppi di violenza individuale paiono quasi la norma.

Un viaggio, attraverso questa umanità, che è contemporaneamente fisico (l’ascesa nel Condominio), sociale (dalla “periferia” dei piani bassi attraverso i piani medi fino a quelli più agiati) e “creativo”, da chi legge le storie ma vorrebbe di più a chi quelle storie le scrive e sa che dall’altra parte dello specchio le cose sono un po’ diverse da come le si potrebbe immaginare. E mentre il protagonista sale sempre di più, violando tutte le regole della società Condominiale, la follia prende sempre più corpo nella sua mente, fino alla scoperta della vera natura del luogo in cui è sempre vissuto.

Crytek – Il programma VR First si espande | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine una segnalazione sul mondo della realtà virtuale, un universo uscito dai libri cyberpunk per entrare pari pari, inaspettato – o forse sì – nel mondo reale. Un estratto:

VR First annuncia le collaborazioni con dodici nuove istituzioni accademiche in tutto il mondo, dato che la domanda per nuove strutture dedicate all’apprendimento della VR all’interno delle Università è in continua crescita. Ciò significa che VR First può avvalersi ora di una partnership con 26 Università, numero in costante crescendo fin dal lancio del programma avvenuto all’inizio dell’anno.

Ogni istituzione partner di VR First avrà a disposizione un VR First Lab all’interno del campus, dando accesso agli studenti agli ultimi strumenti per lo sviluppo della VR, forniti da un network di leader del mondo del business e del settore tecnologico.

VR First è un’iniziativa accademica pensata per fornire delle strutture allo stato dell’arte a chiunque sia interessato ad esplorare il potenziale dello sviluppo della Realtà Virtuale. Questo programma incoraggia le istituzioni in ambito di educazione in giro per il mondo a creare delle strutture dedicate, che prendono il nome di VR Labs, all’interno dei loro campus, diventando partner di Crytek e di altre aziende leader nell’innovazione hardware. I partecipanti al programma VR First avranno completo accesso al software CRYENGINE di Crytek oltre a poter usufruire delle ultime innovazioni tecnologiche in materia di sviluppo VR. L’obiettivo del VR First è quello di crescere nuovi talenti nello sviluppo della Realtà Virtuale e creare una comunità globale equipaggiata a dovere per abbracciare questo settore della tecnologia.

Per capire come fare parte del VR First, vedi qui.

Per maggiori informazioni visita www.crytek.com e www.cryengine.com.

Paul Stephens – The Poetics of Information Overload: From Gertrude Stein to Conceptual Writing | Neural


[Letto su Neural.it]

Siamo in grado di tentare una definizione di “sovraccarico di informazioni” come una sproporzione percepita tra la quantificazione delle informazioni che ingeriamo e la nostra capacità di metabolizzarle. Chiaramente questo non è una cosa necessariamente legata ai media digitali, come è stato sperimentato nel nostro passato meccanico–analogico e – probabilmente – ad ogni cambiamento importante nel mediascape. Nondimeno, la spesso propagandata accelerazione imposta dal digitale ha innescato una scala diversa e il concetto dei “big data” dimostra facilmente questo assunto. Come compensare questa sproporzione? Stephens propone che si usino segni contro i segni, per i quali, parafrasando McLuhan, tutto ciò che facciamo può essere ridotto ora a “sfregamento d’informazioni sulle informazioni”. S’intreccia allora la poesia d’avanguardia del 1900 ed il suo rapporto con la rapida evoluzione dei media, appropriandosi e trasformando il ritmo delle nuove informazioni e utilizzando le proprie strategie letterarie. Il risultato è coinvolgente e rigoroso, riesce a catturare il lettore attraverso un lungo e piacevole percorso, ricco di riferimenti incrociati, la poesia e ispirate visioni che – sorprendentemente suonano ultra-moderne la maggior parte del tempo. Inoltre, le diverse forme di scrittura concettuale sembrano assumere la forma di anticorpi culturali, progettati per curare il sovraccarico d’informazioni, elaborando i concetti attraverso l’incredibile potere del linguaggio, soprattutto nelle sue forme poetico-visive. De-contestualizzando una citazione di Katherine Hayles, il libro di Stephens sembra sostenere che “se siamo in grado di diventare l’informazione che abbiamo costruito, siamo in grado di ottenere l’immortalità efficace”.

Nemico (e) immaginario. Il postumano tra soggettivazione emancipatoria e nuove forme di dominio – Carmilla on line x


Da CarmillaOnLine un articolo molto speculativo sul postumano, su ciò che significa socialmente e su come l’immaginario SF di varia estrazione politica abbia trattato la suggestione che, ormai, di suggestione ha più ben poco. Un estratto:

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 anche in Italia, grazie a studiosi come il compianto Antonio Caronia, si apre un serrato dibattito sulle trasformazioni tecnologiche che stanno investendo tanto il sistema produttivo che il soggetto stesso. A tal proposito Giuliano Spagnul (“Distruggere l’utopia”) sottolinea come Caronia non parli di mutazione antropologica come conseguenza di una tecnologia intesa come agente autonomo; essendo la tecnologia figlia dell’attività umana, essa non può essere causa ma sintomo della trasformazione che avvolge l’essere umano. Ne consegue che non è possibile concepire l’ibridazione uomo-macchina o solo come minaccia o solo come promessa esaltante e ciò vale a maggior ragione per una contemporaneità che ha notevolmente ridotto la distanza tra naturale ed artificiale, tanto che quest’ultimo appare sempre più inglobato all’interno dell’uomo. «Caronia non rinnega l’interesse e la necessità di affrontare il nuovo e di accettare la sfida di un mondo in cui reale e immaginario sempre più sembrano fondersi; semplicemente, in una radicale scelta anti-utopica, ancora il proprio interesse a un presente che possa contenere in sé il futuro come possibilità e non come programma» (p. 24).

Per meglio comprendere la questione del postumano, vale la pena indagare quell’ambito che, meglio di ogni altro, da tempo si è posto tanto il problema del rapporto tra l’uomo e la tecnologia, quanto la proiezione del presente nel futuro: la fantascienza. Lo scritto di Domenico Gallo (“Una solitudine inespugnabile. Critica del presente ed elaborazione del futuro nella fantascienza statunitense”) si focalizza proprio sull’uso della fantascienza come strumento di elaborazione politica e sull’impatto delle scienze e della tecnica sull’organizzazione sociale. Lo studioso ricorda come a partire da fine Ottocento la tradizione dell’utopia come luogo isolato subisca una netta trasformazione. «Dalla critica all’utopia nasce il desiderio di costruire una società migliore combattendo all’interno dei luoghi dello sfruttamento occidentale […] È un passaggio importante quello che dall’idealizzazione letteraria conduce all’utopia come pratica, perché dimostra che anche le classi che erano state escluse dalla cultura e dalla lotta per il potere, e i cui desideri di pace e prosperità erano stati esclusivamente declinati dalla religione, potevano essere realizzati nella vita reale» (pp. 25-26). Dunque, contro l’idea tradizionale di utopia come luogo separato di molta letteratura americana «si schiera una cultura collettiva e urbana che, attraverso il sindacalismo, si sposta progressivamente dall’utopia al miglioramento quotidiano delle condizioni di vita e di lavoro. L’altra linea proviene dall’Illuminismo e dal mito del progresso scientifico e tecnologico, che ha supportato negli Stati Uniti la creazione di un ceto di tecnici sempre più numeroso e che ha giocato un ruolo ambivalente all’interno dei rapporti [di] classe» (pp. 26-27).

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