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La rivoluzione degli algoritmi | Linkiesta.it


Giovanni De Matteo segnala un articolo su linkiesta.it; tema è l’insistenza degli algoritmi matematici sulla nostra esistenza, capaci di modificare i nostri gusti e scelte. Un ritorno al luddismo o un’anticipazione della Singolarità tecnologica? Intanto che vi fate un’opinione, un estratto dell’articolo:

A meno che non abbiate digitato l’indirizzo de Linkiesta sulla finestra di scrittura del vostro browser, non ha avete scelto voi di leggere questo articolo. Non solo, perlomeno. Se l’avete aperto da Facebook, ad esempio, avevate un buon 90% di possibilità di non vederlo nemmeno scorrere sul vostre newsfeed, poiché l’algoritmo del social network – a meno che non si paghi – decide di mostrare un post a circa un follower su dieci. Se l’avete trovato su Google cercando qualche parola contenuta qua dentro, è perché l’algoritmo di Google ha deciso che questo articolo poteva essere una valida risposta alle vostre ricerche e ai vostri interessi.

In entrambi i casi, l’algoritmo ha deciso per voi. O meglio, come il migliore dei maggiordomi, vi ha consigliato cosa scegliere. Consapevole che difficilmente deciderete di non seguire i suoi consigli. È una questione di fiducia. Così come nell’800 è il fideismo nei confronti della macchina a vapore che permette all’uomo di emanciparsi dal “fare”, allo stesso modo è il fideismo negli algoritmi che lo emancipa, duecento e rotti anni dopo, dall’atto del decidere.

Un esempio su tutti: lo scorso 7 maggio, alla vigilia delle elezioni inglesi, tutti gli investitori decidono improvvisamente di disfarsi di titoli di stato europei, soprattutto di bund tedeschi. Una vendita di massa, ha spiegato in una bella analisi Morya Longo sul Sole24Ore, causata dai «consueti movimenti automatici o semi-automatici dei tanti investitori quantitativi e computerizzati che reagiscono al primo stormir di fronda».

Il Grande Avvilente: Come scrivere un romanzo steam, punk & punto interrogativo


Da tempo sostengo che Alessandro Forlani, Premio Urania e Kipple di qualche anno fa, sia un grande scrittore. Leggendo le considerazioni su come costruire una storia steampunk, sul suo blog, ho avuto l’ennesima conferma. Un estratto:

Un’Insulsa Invasione è un romanzo steampunk e (sottolineo) un romanzo italiano. Con ciò non mi accontento di tradurlo in “vaporteppa” e obbedire al pur limpido, inoppugnabile dettato, di chi coniò questa nostrana, patriottica definizione. Non ho voluto scrivere, come accade a parecchi, un vaporteppa vittoriano: tanto valeva insistere con lo steampunk. Se a priori devo fingere di caldaie e di velivoli, tube, pince-nez e voltaiche gigantesche; se è un atto parodistico, culturale e linguistico, voglio farlo sulla lingua e la cultura che mi appartengono. Non incarto di vaporteppa contenuti steampunk che, personalmente, non posso essere in grado di scrivere come autentici (non tutti, rispondo a Sterling & Gibson, siamo vittoriani); preferisco incartare di steampunk (solo il fiocco e la carta da regalo) il nostro Risorgimento e la sua/mia civiltà: i problemi, la visione, ciò che sento di quest’ultima.
Non sono un autarchico, malpensanti politicizzati! Conoscete il concetto che “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”…

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Così l’umano può difendersi dal postumano – micromega-online – micromega


Su MicroMega un interessante articolo di Stefano Rodotà che non vuole affossare il postumanismo, bensì tende a delineare i fattivi rischi di derive tecnofasciste che possono nascere da uno schiacciante predominio del postumanismo.

Chiarisco bene che io sono assolutamente a favore del postumanismo, da cui però bisogna ben guardarsi quando le posizioni dei fautori o dei demiurghi assurgono a pura superiorità della nuova razza, o di censo; sarebbe un opprimere così poderoso e invasivo che, al suo confronto, 1984 di Orwell apparirebbe come una favola per bambini noiosi. Il postumanismo va inteso come una possibilità di crescita, non di oppressione, né di controllo.

L’umano, e la sua custodia, si rivelano allora non come una resistenza al nuovo, al timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Esige un mutamento culturale, un’attenzione civile diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto di pratiche che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente.

Clinica transumana


Mi ricordi le immagini transitate sul canale craniale della tua consapevolezza, quello creato ex-novo dal demiurgo dentro quella clinica transumana; assaporo ancora quel finale agrodolce del Nulla senziente che s’incarnava tristemente per eoni interi.

Verso la singolarità: se le macchine sono già più intelligenti dell’uomo ∂ Fantascienza.com


Su Delos 171, uscito proprio oggi, spicca per i miei interessi un articolo di Roberto Paura sul Transumanesimo e Postumanismo: Verso la singolarità: se le macchine sono già più intelligenti dell’uomo. Una cavalcata tra i temi di questo mondo futuribile, forse distopico, forse impossibile. Qualcosa che ci aspetta oltre l’angolo, assai probabilmente:

Quando si parla del futuro, gli scenari possibili che vengono presentati sono sostanzialmente due: uno di tipo apocalittico, che predice l’imminente collasso della civiltà, ormai giunta ai limiti del suo sviluppo (vedi capitolo 1); uno di tipo utopistico, secondo il quale l’umanità è alle soglie di un cambiamento epocale che ne migliorerà radicalmente l’avvenire. Quest’ultimo scenario è generalmente sostenuto dai teorici del postumanesimo (o transumanesimo), per i quali la velocità sempre più forsennata dei cambiamenti scientifici e tecnologici prelude a un salto di qualità per la razza umana, che ne uscirà completamente trasformata. Questo “salto” è definito “singolarità” e tra i suoi principali sostenitori c’è il già citato Ray Kurzweil, il cui bestseller La singolarità è vicina apparve in Italia nel 2008. Ma quanto vicina è davvero questa singolarità?

Finora, il progresso tecnologico — che pure ha assunto ritmi sempre più frenetici — non ha modificato l’essenza della nostra umanità. La paura atavica che molti di noi hanno per gli aerei, per esempio, ne è una dimostrazione: mentre la tecnologia si è evoluta permettendoci di volare, il nostro cervello è rimasto uguale a quello dei primi esemplari del genere Homo sapiens; è rimasto fermo cioè a circa centomila anni fa. Un cavernicolo a bordo di un aereo sarebbe terrorizzato. E noi non siamo molto diversi da quel cavernicolo, anzi a livello biologico non è cambiato nulla. Tuttavia, di recente qualcosa sta cambiando. La decodifica del genoma umano, il potenziamento dell’ingegneria genetica e la scoperta dell’epigenetica suggerisce che presto l’evoluzione tecnologica potrà accelerare anche la nostra evoluzione biologica.

L’umanità che ne emergerebbe sarebbe, di sicuro, una post-umanità, radicalmente diversa da quella attuale, così come il genere Homo era del tutto diverso dagli ominidi suoi antenati. Ma la possibilità di predire come sarà la post-umanità è molto scarsa. Per questo i sostenitori di questo scenario parlano di una “singolarità”. Nel linguaggio della fisica, una singolarità è un punto dello spazio-tempo in cui tutte le leggi note della fisica vengono meno, e non è possibile prevedere o spiegare ciò che avviene in esso e oltre di esso. Sia il Big Bang che i buchi neri costituiscono delle singolarità.

Allucinazioni Digitali ∂ Fantascienza.com


Da Fantascienza.com la segnalazione di un festival digitale che si svolgerà ad Albuquerque, in New Mexico, dal 15 al 19 aprile. Parliamo di Komplex 28, performance di Realtà Aumentata prodotta da circa quaranta artisti che tratteggiano di paranoie SF e arte urbana interattiva.

Gli utenti/esploratori indagano su luoghi di Torino in cui la realtà viene rivelata o perturbata da una visione ulteriore: occhi nel cielo, sonde, chemtrails, graffiti art, meccanismi impropri, ceffi di ogni tipo e panorami da un mondo DADA. Viene utilizzato l’intero circo dell’arte urbana mescolato ironicamente con le paranoie contemporane al fine di raccontare incongruamente un election day in una realtà parallela dove un ipnotista diventa complice di un colpo di stato a opera di una Multiple ArtiFicial Intelligence Algorithmic (M.AF.I.A.).

È disponibile un video introduttivo a Komplex 28, potete visionarlo qui sotto. Cose fiche, proposte da Mariano Equizzi

Nakamoto (The Proof), recurring elusiveness | Neural


[Letto su Neural.it]

Satoshi Nakamoto, il creatore riconosciuto di Bitcoin, ha lasciato solo due tracce pubbliche: un presunta fotografia e una data di nascita, rigorosamente conservando la propria privacy attraverso un indirizzo IP in continua evoluzione e utilizzando un inglese che non rivela alcuna influenza nazionale specifica. Nakamoto – in quanto creatore di Bitcoin – può vantare una fortuna stimata di diverse centinaia di milioni di euro e i giornalisti e gli investigatori hanno cercato molte volte di scoprire chi fosse questo misterioso personaggio, sempre fallendo miseramente. Gli artisti Émilie Brout e Maxime Marion hanno deciso allora di produrre la prova definitiva della sua esistenza attraverso l’utilizzo di sua invenzione. Hanno contattato falsari di passaporti su darknet per produrre un vero passaporto Nakamoto sulla base di tutti i dati disponibili. I falsari sono stati pagati in Bitcoin e hanno mandato indietro una scansione (tra cui una foto di “Nakamoto” che ha dimostrato di non essere photoshoppata) per essere approvata, prima della “spedizione” del passaporto finale, che deve ancora raggiungere i clienti, ripristinando un loop infinito perfetto e sfuggente.

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