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SANDRO BATTISTI… E SENSORIUM « La zona morta


Su LaZonaMorta è disponibile una mia intervista sui temi di Sensorium e orchestrata da Roberto Guerra, che ringrazio vivamente. Buona lettura, ci vediamo presto da qualche parte dello Stivale per il SensoriumTour!

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Fuoco resta con me – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione del romanzo/sceneggiatura di i, di Elena Araldi e Lara De Luna. Eccone una rapida sinossi, che dite è interessante?

Fuoco resta con me, di Elena Araldi e Lara De Luna è, come da titolo, un battesimo del fuoco, un bildungsroman che racconta la fuga di due ragazze che hanno subito gravissimi episodi di violenza e cyberbullismo, un viaggio incalzato da inseguimenti e trappole, che da Desenzano giunge fino al mare.
Il romanzo è diviso in due parti, una narrata in prima persona da Satine, l’altra da Carola, novelle Thelma & Louise, senza soldi e disperate, in viaggio quasi sempre a piedi o con mezzi improvvisati, cariche delle loro zavorre di sensi di colpa e vergogna, di rabbia e ansia di sopravvivenza. Mentre le illusioni di Satine si sfaldano a poco a poco, quelle di Carola acquisiscono forza anche attraverso la potenza del cinema, grande passione che lei cerca di trasmettere a Satine raccontandole, a intervalli, il lascito più importante della sua serie preferita, Twin Peaks, una storia così decisiva per lei tanto da essersela impressa sul corpo sotto forma di tatuaggio. E non è un caso che la peculiarità della scrittura di Araldi e De Luna preveda la formula sperimentale del romanzo-sceneggiatura: le pagine sono scandite per scene anziché per capitoli (strutturate graficamente proprio come uno script) e rispettano le unità di tempo, di luogo e di azione, salvo qualche flashback. Insomma, è un romanzo già pronto per un film.

Immagini del conflitto / Spazi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Immagini del conflitto. Corpi e spazi tra fantascienza e politica, di Antonio Tursi. È una cavalcata tra molti dei topoi fantascientifici, sociali e postumani di questo tempo corrente, interessante e stimolante per le considerazioni sul luogo dove stiamo tutti allegramente andando, oscillando tra i paradigmi di Aldous Huxley, Neal Stephenson, Matrix e William Gibson.

La questione del carattere politico del nuovo mondo tecnologico con cui ci troviamo a fare i conti viene affrontata da Tursi recuperando alcuni celebri esempi di narrazione di “mondi nuovi” del passato per poterli confrontare con i nuovi scenari contemporanei. L’analisi prende il via dalla constatazione di come a partire dalle grandi scoperte geografiche cinquecentesche si originino due grandi narrazioni metaforiche caratterizzate da differenti connotazioni socio-politiche: «da un lato, verso il consolidamento di un utopismo popolare, soprattutto contadino, che aveva radici nel medievale Paese di Bengodi e che si manifestava nelle tante variazioni sull’antico tema del Paese di Cuccagna; dall’altro, verso l’elaborazione di costruzioni colte e moderne come l’Utopia di Tommaso Moro e la Città del Sole di Tommaso Campanella» (p. 101). La prima direzione, che si protrae addirittura fino all’epoca illuminista con Candido e l’Eldorado, insiste con il descrivere utopisticamente un mondo paradisiaco. Per quanto riguarda il secondo filone lo studioso si sofferma sul celebre Libellus relativo all’isola di Utopia di Moro in cui il mundus novus, nella sua volontà di neutralizzare ogni tipo di “lotta di parte”, «si pone come tramite tra la Repubblica disegnata da Platone […] e il Leviatano di Hobbes» (p. 106).

Dopo tali premesse storiche Tursi approda al romanzo di genere distopico di Aldous Huxley, Brave New World (1932), in cui si narra di uno Stato Mondiale che genera i suoi abitanti in provetta per poi collocarli in rigide caste pianificandoli ed educandoli a mantenere e desiderare l’ordine stabilito. In ossequio all’obiettivo della stabilità sociale, in cambio dell’apatia a questi cittadini del nuovo mondo, prodotti attraverso una sorta di catena di montaggio, viene garantita la felicità materiale e fisica. Huxley avrà modo, diverso tempo dopo aver steso il romanzo, di puntualizzare il ruolo della comunicazione di massa e dell’intrattenimento nel creare e soddisfare gli appetiti dell’uomo moderno soffocandone ogni minima propensione politica.

Attraverso queste tappe lo studioso giunge a ragionare sulla definizione di Metaverso proposta da Neal Stephenson nel suo romanzo Snow Crash (1992), opera che tocca questioni che hanno a che fare con l’intrecciarsi di arcaico e contemporaneo, con i linguaggi, la religione, i cyborg, i migranti, la cultura popolare e le urgenze ambientali. A essere preso in esame è soprattutto il rapporto tra «realtà (o meglio ciò che siamo abituati a considerare tale) e Metaverso, tra territorio e nuovo mondo virtuale per cogliere il tracciamento politico di entrambe queste dimensioni [al fine di comprendere] la cifra politica che emerge dal loro inestricabile intreccio» (p. 114-115). Diversamente dalle utopie e dalle distopie moderne, «il Metaverso (o ciberspazio) richiede una pratica politico-polemica proprio perché non è scisso degli spazi della nostra vita quotidiana» (p. 115). Rispetto alle narrazioni utopiche e distopiche della modernità in questo caso occorre fare i conti con l’ambiguità del rapporto tra il territorio e la simulazione del ciberspazio.

Pink Floyd – Is There Anybody Out There? (1980-81)


Versione live (tutti e quattro i componenti dei Floyd) dell’80-81, The Wall, Is there anybody out there. Su un clip claustrofobico, distopico. Altro?

Poverini infettanti


Le segnalazioni della contestazione principale si moltiplicano, mostrando l’evidenza di come il fascismo sia un pensiero degradante e degradato, professato da poverini e da appartenenti mistificati che non conoscono il valore dell’unione.

Lankenauta | Lucenti


Su Lankenauta la recensione a Lucenti, l’ultimo romanzo di Uduvicio Atanagi, capolavoro oscuro e quasi lovecraftiano o macheniano, virato sulle atmosfere italiche, sulle asfissianti oscurità toscane che nascondono il nero fetido degli antichi riti etruschi. Davvero un capolavoro…

“I rituali venivano svolti da tre anziane del paese che, a quanto raccontavano, tramandavano le tradizioni e intrattenevano rapporti con le divinità silvane o con qualcosa del genere..” (pp.60). Questa l’evocazione di alcune strane pratiche che, a partire almeno dal XVII secolo, sembrano rivelare una realtà a dir poco malefica, probabilmente responsabile di aver infettato fino ai giorni nostri la vita intorno al podere di Pedro Lucenti, spietato proprietario terriero e capostipite di una famiglia che nei decenni sembra non riuscire a liberarsi della presenza di indefinite forze oscure e da una cappa oppressiva di morte e di decadenza.

Una situazione al limite sembra vivere anche il giovanissimo Mino, il “ragazzo dei Serrani”, che verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso si ritrova con la sua famiglia proprio nei luoghi che avevano assistito alle disgrazie e ai crimini dei Lucenti. È la campagna toscana a sud di Siena, lontana dalle vie più trafficate; e qui Mino ha scelto un modo estremo per isolarsi: gli “piaceva passare le giornate nelle fosse fangose ai margini del paese, gli piaceva sprofondare trattenendo il fiato fino a quasi dimenticarsi di dover respirare mentre il suo corpo sembrava scomparire dentro la fossa” (pp.9). Anche Lucio, ragazzo che vive nei dintorni e avrà molto a che fare con Mino, non è del tutto in sé e sparisce per giorni all’interno del bosco. La presenza poi di una ragazzina, Teresa, probabilmente renderà ancora più complesse le strategie per difendersi da entità e da malesseri che sembrano riprodursi di generazione in generazione. Se infatti i luoghi di “Lucenti” sono per lo più quelli intorno al podere e quella campagna ammorbata da presenze che fanno pensare subito a “buio, fango e sangue”, il racconto – ovvero quello che è capitato a Pedro, il sanguinario capostipite, e poi a coloro che hanno abitato quelle terre, compreso uno sparuto gruppo di soldati tedeschi, ad Antonio Lucenti dal 1947, ai Serrani – non segue un’ordinaria linea temporale: presente e futuro si alternano, quasi ad evidenziare l’ineluttabilità del male. Oltretutto Uduvicio Atanagi, pseudonimo di un autore alquanto misterioso, non ha inteso esplicitare l’orrore sotto forma di ben definite entità mostruose. Semmai l’inquietudine è amplificata perché quasi tutto viene lasciato intuire, oscillando tra un’onnipresente analisi interiore e momenti in cui arcaiche tradizioni, esoterismo, peccati commessi in tempi lontani e mai espiati sembrano davvero dominare il destino di chi vive intorno al podere.

Le due facce della modernità secondo Robert Kurz – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Il collasso della modernizzazione, di Robert Kurz. L’Iperliberismo al collasso, al mercato e al profitto che mangia se stesso; per ribaltare scuoiandosi, la sua stessa incarnazione (vedi film Society).

Il libro, scritto tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta (è uscito in Germania nel 1991), all’indomani del crollo del regime sovietico, vuole essere una lucida e spietata analisi della struttura sociale ed economica di questo regime, il quale altro non è, appunto, se non l’altra faccia dello statalismo occidentale e, successivamente, della società capitalistica. Kurz analizza abilmente il crollo economico del regime per dimostrare come, alla fine, la crisi investa l’intera società capitalistica e come lo stesso capitalismo, ormai, non sia solamente preda di una crisi passeggera, ma sia invece entrato in un processo inesorabile di autodistruzione e autodissolvimento. Lo strale critico dello studioso è dapprima scoccato contro il «lavoro astratto come macchina fine a se stessa». Il lavoro astratto (marxianamente, in contrapposizione al «lavoro concreto», un lavoro umano slegato dagli aspetti qualitativi e dall’utilità, unicamente volto alla realizzazione del valore di scambio), infatti, non fu una prerogativa esclusiva dell’ideologia borghese, ma caratterizzò anche il marxismo del movimento operaio. A questo proposito, Kurz ricorda anche una significativa frase di Thomas Mann il quale, riflettendo nei suoi Diari sulla composizione del suo romanzo La montagna incantata, osserva che «la differenza etica tra il capitalismo e il socialismo è irrilevante, poiché per entrambi il lavoro è il principio supremo, l’assoluto». Non c’è quindi da meravigliarsi «che nel socialismo reale ricompaiano tutte le categorie capitalistiche di base: salario, prezzo e profitto (guadagno aziendale)». Il modello concreto di capitalismo di stato, cui guarda l’Unione Sovietica, è la Germania di Bismarck, dalla quale deriva anche la militarizzazione della società. Contemporaneamente, un altro modello tenuto presente è il giacobinismo della rivoluzione francese, per cui – osserva Kurz – «la violenza eccezionale della modernizzazione borghese sovietica è dovuta al fatto che essa concentrò un’epoca bisecolare in un intervallo di tempo estremamente breve: mercantilismo e rivoluzione francese, processo di industrializzazione ed economia di guerra imperialista, tutto in un colpo solo». E, in questo processo, la Germania orientale fu «più sovietica dei sovietici»: «Nella Repubblica Democratica economia al passo dell’oca e socialismo da caserma diedero vita a un’evoluzione aberrante della modernizzazione capitalistica; in termini biologici, un vero e proprio “incubo darwiniano”».

La vera crisi per il socialismo sovietico (come il movimento operaio marxista, incapace di «percepire con chiarezza» la testa di Giano della modernità) iniziò dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’entrata in crisi del sistema capitalistico fordista e con l’introduzione di sempre nuovi processi di automazione, fino ai più recenti sviluppi della microelettronica e dell’informatica. La profonda irrazionalità del sistema capitalistico è stata profondamente introiettata dal socialismo reale e dalla sua «economia di guerra». Un produttore può produrre indifferentemente torte al cioccolato, ordigni nucleari o scavare buche per poi riempirle: tutto ciò non è importante, ciò che conta è solo l’astratto interesse monetario. Vincitore è perciò chi sperpera forza-lavoro e materiale manifestando la massima indifferenza per i propri prodotti, creando la maggior quantità possibile di valore. Specchio di questo sistema, nell’economia di Stato sovietica, è la costruzione di ‘cattedrali nel deserto’, di edifici grandiosi perfettamente inutili «la cui realizzazione si trascina indefinitamente nel tempo, come per le cattedrali medievali». Ma di questo non dobbiamo stupirci se anche nel sistema capitalistico – si potrebbe aggiungere – questa è la norma. Per ricordare esempi vicini a noi, basti citare la costruzioni di inutili infrastrutture la cui realizzazione si prolunga indefinitamente, come ad esempio la realizzazione della TAV in Val di Susa.

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