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Il cuore frenetico della globalizzazione – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione a “Le frontiere del mondo”, saggio di Andrea Bottalico che indaga, scava nelle dinamiche logistiche del sistema liberista per trovarvi il suo cuore pulsante, il punto più delicato e potente, l’architrave di un mondo stritolante che è in grado di schiacciare anche se stesso:

Andrea Bottalico, saggista e ricercatore universitario, ha dato alle stampe un libro prezioso e utile, al cui centro si colloca la logistica della globalizzazione – e in particolare la rivoluzione dei container marittimi che sta ridisegnando i flussi commerciali e la tecnologia dei porti. Un argomento solo apparentemente per specialisti: Porto e Merce sono ormai categorie inscindibili nella catena del valore; mentre il vecchio concetto di “retroporto” ha lasciato il posto a strutture profondamente ramificate della logistica, che innervano per centinaia di chilometri i territori, ridefinendoli e organizzando filiere produttive che stanno facendo registrare tassi altissimi di conflittualità sociale. Bottalico, pur essendo un ricercatore di ambito accademico, evita la logica e il linguaggio della saggistica: alternando registri narrativi e da giornalismo d’inchiesta, costruisce un affresco convincente, documentato e adatto a qualsiasi genere di lettore.

Il tema dei “container” è più suggestivo di quel che possa sembrare. Quando si parla della stagione della globalizzazione, quasi mai si pensa che è stata possibile solo grazie a questo rivoluzione tecnologica che ha “occultato” la merce dentro i box metallici e ne ha permesso una movimentazione rapidissima, che su certi terminal è ormai totalmente automatizzata. Il box nasconde la Merce, quasi a ribadirne il carattere astratto di valore, dentro l’anonimato della forma container. Bottalico sembra andare quasi all’inseguimento di questo segreto, di questo occultamento, che fa viaggiare il valore attraverso milioni di rivoli inafferrabili. Un nuovo “arcano” che trova i suoi snodi dentro porti inaccessibili fino alla militarizzazione, che ridisegnano geografia e rapporti sociali.
Certo, oggi, dentro la crisi della stagione della globalizzazione, sarà necessario un aggiornamento dell’analisi: l’impennata dei costi dei trasporti, indurrà profondi cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro – fino a prospettare inevitabili ri-localizzazioni di molte produzioni. È ancora presto per assumere questi scenari come assodati; ma sono plausibili e parzialmente già in atto, anche se riguardano soprattutto aziende americane. Un libro profondamente politico, quello di Bottalico, per chi riesce a cogliere, da queste tematiche, una lettura aggiornata dei conflitti capitale-lavoro e profitto-natura. Pubblichiamo uno stralcio dal penultimo capitolo.

“L’ho intravista nelle facce stanche dei portuali al varco, nei marittimi alienati in un locale di Anversa, nei manager strafatti alle conferenze, nell’arroganza supponente di chi crede di dominarla nascondendosi nel sottobosco. Nei luoghi di transito delle persone. Nei fantasmi. Protetta da uomini stanchi. Sorvegliata. Sdoganata da burocrati. Fiutata da pastori tedeschi al guinzaglio coi padroni in divisa. Stoccata da interinali nei magazzini retroportuali. Tracciata da intelligenze artificiali. Diretta verso destinazioni altre. Magari la troverò quando smetterò di cercarla. In questo viaggio il lavoro e le merci sembrano scomparire, fino a che non rimane nient’altro. La filiera del container abbatte il tempo e lo spazio. Si manifesta nei luoghi connessi ad altri luoghi, in una rete più o meno fitta che modifica la geografia dei territori. La filiera del container scompare dietro la rete, ma questa rete esiste e configura il mondo così come lo conosciamo.
Tutto nasce allora da un equivoco: quello di pensare che l’invisibile caratterizzi la filiera del container e del suo sistema nervoso globale. Ma la filiera del container è qualcosa di concreto, governata da gente in carne e ossa ossessionata dalle economie di scala, disposta a inseguire la Merce ovunque, perché dove sta il peso là sta la bilancia e loro sono il Mercato. E il futuro continuerà a dipendere da Lei che lo determinerà, che causerà confitti. Disastri, esplosioni e incidenti; che verrà trasportata su navi di 400 metri che prima o poi ostruiranno il flusso come se ostruissero l’arteria che pompa sangue al cuore pulsante dell’economia globale che tutto crea, tutto distrugge e niente trasforma. Il gigantismo si fermerà quando vorrà Lei. Ma sarà tardi. Per ogni container che partirà qualcuno penserà ad una nuova infrastruttura da progettare e ad un nuovo territorio da predare. Le nuove rotte commerciali a seguito dello scioglimento dei ghiacciai saranno prese d’assalto dalle compagnie marittime, perché ogni crisi è per loro un’occasione, perché loro pensano a come trasformare la catastrofe in opportunità (p.141)”.

Pink Floyd – Animals 2018 Remix :: Le Recensioni di OndaRock


Su OndaRock la recensione al remix (quasi strutturale, oserei dire, quindi una rece “tecnica”) di Animals, l’album seminale dei Floyd targato anno 1977, l’anno del punk. Un estratto, che la dice lunga:

La rivalutazione continua di “Animals” dei Pink Floyd, iniziata da Roger Waters nei suoi recenti e imperdibili live – dove “Dogs” e Pigs” erano episodi cruciali per comunicare col pubblico (l’emblematico “Trump Is A Pig”) – sembra non conoscere limiti. Questa riscoperta ha dei motivi ben precisi e il principale tra questi è che “Animals” è uno di quegli album che contiene un messaggio universale, che resta e resterà valido in ogni epoca. Comunque la si pensi e qualunque siano le opinioni politiche di ognuno, le società di ogni tempo e di ogni regione geografica sono sempre state divise in maiali, cani e pecore e i tentativi sinceri o ingenui di ribaltare questa oscena suddivisione sembrano sempre destinati a tragici fallimenti.
I testi di “Animals” restano quindi attualissimi, anzi probabilmente lo sono ancora più oggi – epoca in cui i “maiali” possono vincere le elezioni in prima persona senza intermediari – rispetto al 1977. “Animals” è quindi un disco ascoltato da un numero enorme di persone, ma probabilmente mai davvero letto a dovere per poter dire che sia stato compreso sino in fondo. Una denuncia esplicita della società costruita dagli uomini, ma anche una visione pessimistica e disincantata che trova infine una via d’uscita in una triste ma inevitabile fuga da un destino immodificabile per trovare rifugio nel mutuo soccorso tra persone affini.

Questo nuovo remix ha quindi il merito di riproporre alle giovani generazioni un lavoro sempre attuale, ma soprattutto di renderne l’ascolto (non su pc o smartphone, ovviamente) davvero appagante. Tutti gli strumenti hanno un suono più limpido e pulito rispetto alla versione del 1977 di Brian Humphries, che però era figlia della sua epoca, cioè dell’anno della rivoluzione del rock. Il risultato è quindi un remix che porta i suoni più vicini a quelli di “The Dark Side Of The Moon” o “Wish You Were Here”, e in generale l’ascolto potrebbe definirsi superlativo se effettuato su un buon impianto hi-fi, con la tastiera di Rick Wright splendidamente rinata (forse troppo maltrattata nell’originale, visti i cattivi rapporti con Waters), un basso con un suono decisamente più corposo e una chitarra di cui si può ascoltare ogni singolo accordo con assoluta nitidezza.

I Pink Floyd come non li avete mai ascoltati prima – Rockol


Su RockOl un bell’articolo che ripercorre le vicissitudini del remix di Animals, dei Floyd, uscito ieri, articolo arricchito di aneddoti che non conoscevo e che mi gasano davvero, è come se fosse nato un loro nuovo disco, tornando ai tempi in cui erano davvero tosti.

Grazie a James Guthrie, produttore e ingegnere del suono londinese, vero e proprio mago del suono alla corte dei Pink Floyd sin dai tempi di “The Wall”, l’upgrade sonoro completato nel 2018 si è ramificato all’interno di tutto l’album, evidenziando in particolare la limpidezza dei suoni e in particolare delle timbriche della batteria di Nick Mason. È proprio lo storico batterista dei Floyd il primo a dichiararsi soddisfatto del 2018 remix: “Sono contento che l’abbiamo remixato invece di lasciarlo così com’era. Penso che di tutti gli album sia forse quello registrato meno bene. Ha meritato un miglioramento”. Anche Aubrey Powell, che ha curato le grafiche della nuova copertina, esterna la sua approvazione: “So che la band non è mai stata del tutto soddisfatta di “Animals”. Lo realizzarono nel loro studio per la prima volta e hanno avuto un sacco di problemi iniziali. Ora ha preso vita e la grinta è proprio quella immaginata da Roger. È incredibile”.

Bisogna ammettere che “Animals” è un disco di rottura nella discografia dei Floyd, vera e propria linea di demarcazione che separa la musica sognante e onirica di “The Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”, i loro due dischi precedenti, dal successivo “The Wall”, vero e proprio tsunami lirico e sonoro. Con “Animals” la band rompe musicalmente col passato: niente musica d’atmosfera, da ascoltare a occhi chiusi: il suono di “Animals” ti tiene sveglio, non te lo godi rilassato sulla sedia a sdraio, non puoi suonarlo con la chitarra davanti a un falò con gli amici, non potrai utilizzarlo all’interno di un documentario sul surf o come colonna sonora per l’acqua minerale, come gran parte delle canzoni dei Pink Floyd. Nulla di tutto questo. “Animals” ti fa riflettere, ti colpisce dritto nello stomaco e ti costringe a reagire, ribellarti, prendere posizione. Non è accomodante, è scomodo. Ed è pericolosamente visionario e attuale. Non è un caso che quarant’anni dopo Roger Waters ne abbia ripescato suoni e iconografia per i suoi concerti dell’”Us+Them” tour del 2018, adattandoli perfettamente alla situazione politica e sociale di quel periodo. Per questo i testi e le musiche di “Animals” suonano ancora più pregnanti oggi, fungendo da perfetta colonna sonora dei tristissimi tempi che stiamo vivendo.

A parte l’impegno in fase d’incisione, c’è da rimarcare il diverso coinvolgimento dei quattro musicisti all’interno dei Britannia Row Studios. Sin dalle prime settimane Nick Mason si è particolarmente attivato producendo ai Britannia Row alcuni musicisti e prendendo confidenza con le attrezzature, prima dell’inizio delle incisioni di “Animals”. Richard Wright, preso da problematiche personali, si pone ai margini delle lavorazioni del disco, vivendo con disagio lo strapotere decisionale del quale si era investito Roger Waters anche grazie alle distrazioni degli altri componenti della band. Infine Gilmour e Waters vivono quelle settimane totalmente presi dalla loro vita privata: freschi sposi, diventano per la prima volta genitori proprio nel 1976, Gilmour ad aprile, Waters a novembre.

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Animals, Pink Floyd(2018 Remix)


Lo splendore oscuro del remix di Animals, dei Floyd, appena uscito sul mercato.

PINK FLOYD: È USCITO “ANIMALS 2018 REMIX”! | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia l’attesa notizia dell’uscita – oggi – di Animals remix, l’album del ’77 dei Floyd profondamente rivisto da James Guthrie e che dona una nuova luce (meravigliosamente oscura e dettagliatissima) al lavoro più controverso e punk della band. Dice Guthrie:

Animals è uno dei miei dischi preferiti dei Pink Floyd. La direzione originale dell’album era estremamente imponente e funzionava a molti livelli. Roger, David, Rick e Nick dipingevano un paesaggio oscuro e distopico che era spaventoso e in qualche modo ispirante allo stesso tempo, quindi era importante mantenere la forma drammatica del progetto.
Il mio primo obiettivo con il nuovo mix è stato quello di cercare di ottenere un’atmosfera musicale migliore. Nell’album ci sono dei brani molto belli e sentivo che c’era più potenziale nel materiale registrato di quanto non fosse stato realizzato durante il missaggio originale.
Il missaggio è così importante perché può davvero influenzare il groove musicale di una canzone. Determina l’impatto emotivo di un brano musicale. Un buon missaggio può davvero dare vita a una canzone, oppure, se si manca il bersaglio, può infliggere molti danni. Lavorare sull’interazione musicale è fondamentale e, per quanto mi riguarda, credo che le canzoni siano tutte più efficaci rispetto al passato. C’è più emozione dietro quei testi potenti.
La registrazione di questo album è un po’ Lo-Fi, ma in modo piacevole. L’LP manterrà sempre molto del suo sapore originale, ma ho cercato di aumentare la gamma dinamica e di estendere la sua fedeltà in tutte le direzioni. Ho cercato di creare un palcoscenico più tridimensionale. In questo modo l’album è più in linea con gli altri dischi dei Pink Floyd e si spera che attiri l’ascoltatore, costringendolo a immergersi maggiormente nel viaggio.
Sento che ora c’è una nuova vita nella musica, sia in stereo che in 5.1, e spero davvero che tutti apprezzino i nuovi mix.

Mason afferma, in una recente intervista:

“Ci è voluto un po’ di tempo, ma siamo molto soddisfatti, credo“ – ride. “David e Roger hanno avuto un forte disaccordo sulle note di copertina, e come tutte le grandi guerre mondiali nessuno ricorda bene di cosa si trattasse e quale fosse il problema. Ma ci furono molti tira e molla e alla fine si arrivò a una sorta di risoluzione“. Anche senza la sua partecipazione attiva: “Sono riuscito a starne fuori“, sostiene Mason.
“Il problema di Animals è che non ricordo molto di come l’abbiamo fatto“, dice. “Ero molto più coinvolto nella costruzione degli studi, nell’installazione e così via. Li abbiamo costruiti da zero, più o meno, all’interno di un vecchio edificio. È davvero straordinario come alcune cose rimangano impresse nella mia memoria, per esempio come abbiamo posato il cemento per la base del pavimento dello studio, ma non riesco a ricordare perché abbiamo fatto qualcosa su ‘Sheep’ o cose del genere“.
“Il disco viene da un periodo in cui c’era molta altra musica in corso, di tutte le altre forme. La questione principale è se il punk abbia avuto qualche influenza su di esso, e in un certo senso suggerirei che l’ha avuta perché è un po’ più semplice in certi aspetti rispetto ad altre cose. Forse non volevamo rimanere invischiati nella faccenda del prog rock diventato così grandioso – anche se non abbiamo mai avuto una conversazione, che io sappia o ricordi, sul fatto che il punk fosse un’influenza o dovesse essere preso in considerazione quando lo stavamo realizzando”.

Stateci, ‘Animals’ è meglio di ‘Dark Side’, ‘The Wall’ e ‘Wish You Were Here’ | Rolling Stone Italia


Su RollingStoneItalia un articolo di Fabio Zuffanti che traccia le coordinate dell’album Animals dei Floyd, approfittando della riedizione del nuovo mix che sta per invadere il mercato. Una perla di distopia nera graffiante e lucida, reale, che già quarantacinque anni fa illustrava il vomito dell’attuale mondo iperliberista.

Cercate di capirmi, Animals è davvero diverso, speciale, unico. È una bomba che ancora oggi fa sentire la eco della sua esplosione. E, credetemi, chi scrive è uno che da sempre sogna sulle ali della chitarra di David Gilmour e sui morbidi tappeti di organo di Richard Wright, che si commuove ogni volta che ascolta le quattro note di Shine On You Crazy Diamond e che dà di matto quando parte Echoes. Ma Animals è qualcosa in più, con dentro quei tre brani (più due brevi intro e outro) lunghi e proteiformi, di una bellezza e di una potenza che non temono avversari.
È proprio questa potenza che mi fa preferire Animals, perché non ho mai sottovalutato la brace che cova sotto la superficie della musica floydiana, quell’energia compressa che arde e non si spegne mai, fatta di alienazione, denuncia sociale, pazzia, ira. Ira che deflagra proprio nel loro decimo album, il disco più sottovalutato dei nostri (insieme al parimenti assoluto The Final Cut), pubblicato in piena epoca punk, quando i Floyd sono visti come un pugno in un occhio dalle giovani generazioni traforate di spille da balia. Ma diciamolo una volta per tutte, con buona pace di coloro che indossavano t-shirt con scritto “I hate Pink Floyd”, se c’è un album visceralmente e schiettamente no compromise è proprio quello realizzato dai Floyd nel ’77.

Animals non è ampio, non è carezzevole, non è levigato, non è spaziale. Animals si fa catalizzatore di tutto il disagio e l’incazzatura accumulati, trasuda malessere in ogni nota, è denuncia sociale, pugni in faccia, sporcizia e bastonate. L’umanità ridotta a cani, pecore e porci, una delle più incisive invettive contro la debolezza degli uomini pronti a farsi sopraffare dal più scaltro. E la musica segue questo istinto: cruda, acida, ma non in senso psichedelico, lascia in bocca un gusto acre. Animals è stridente, mai ruffiano, nichilista all’eccesso. Roger Waters è più furioso che mai, da una parte è certo che l’umanità sia alla frutta, che meriti in pieno di essere schiavizzata da cani e porci, dall’altra cerca un riscatto, si augura che la musica possa ancora essere utile a trasmettere speranza, a diventare arma di rivoluzione. Per questo sua afflato Animals si distingue dagli altri dischi, bellissimi, piacevolissimi, ma non così infuocati, non con così tanta forza dentro, quella che Roger Waters continuerà fino a oggi a trasmettere al suo pubblico.

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Epica, Etica, Etnica, Sanitas | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un estratto da Epica, Etica, Etnica, Sanitas, di Lukha B. Kremo, proposta distopica uscita nelle scorse settimana per i tipi DelosDigital; vi incollo alcuni passi dell’estratto, credo davvero esplicativi…

La quasi totalità del genere umano vive nelle cubocliniche: alveari tecnologici in cui i corpi vengono accuditi da macchine mentre la mente vaga nel metaverso. Un luogo in cui si può essere ciò che si vuole, in cui non esiste dolore, sofferenza o malattia. Saremo davvero felici quando vivremo tutti nelle cubocicliche?

Il dottor Moroni rizza bene la schiena. Lo fa sempre prima di cominciare a lavorare. Lo aiuta a raccogliere la concentrazione, a sentirsi all’altezza del compito, gli dà un’indefinibile sensazione di autorevolezza. Regola le lenti a contatto poggiando il polpastrello sulla tempia e attiva il purificatore d’aria a carboni, nonostante gli anni non si è mai abituato all’odore. Accende le luci del primo loculo e osserva il corpo, nudo per praticità, come tutti i pazienti della clinica.
Un dolicocefalo dal fisico rachitico con deformazione articolare, è collegato alla macchina che lo tiene in vita. Moroni monitora i suoi dati. A parte la stitichezza, è un soggetto che ha ancora una lunga prospettiva di vita, grazie alla macchina. Viene nutrito e regolarmente ripulito dalle deiezioni, liquidi e umori. Il suo livello di soddisfazione è sufficiente.
Moroni esce dal loculo, passa dalla doccia disinfettante ed entra in quello successivo.
Un soggetto affetto da obesità estrema, una montagna di carne flaccida distesa sul lettino. Il respiro è affannoso anche a orecchio. La macchina conferma che i livelli di colesterolo e glicemia sono stabili e il rischio di collasso cardiocircolatorio non è aumentato. Comunque il livello di soddisfazione è alto. Moroni può solo constatare l’incremento della quantità di deiezioni, che non corrisponde ai livelli di nutrimento. Fa eseguire un ulteriore esame alla macchina per capire se ciò può rappresentare un pericolo.
Altra doccia asetticizzante. Altro loculo.
Un mesomorfo in apparente salute, privo della gamba destra, amputata in seguito a cancrena. Ottimi livelli circolatori e linfatici. Lunga prospettiva di vita. Ma scarsa soddisfazione. Moroni conosce il soggetto, sono mesi che vorrebbe risvegliarsi. Ma ciò comporterebbe uno svantaggio per lui, per la sua condizione fisica, e per la collettività, come peso sociale. Moroni imposta un ultimo programma speciale, se dovesse fallire anche questo, il soggetto dovrà essere risvegliato.
Moroni sa che tutti e tre i soggetti hanno peggiorato le loro condizioni ⎼ rachitismo, obesità, cancrena ⎼ a causa della lunga permanenza nella cuboclinica, ma sa anche che le loro condizioni psichiche sarebbero state peggiori nella realtà. Almeno, la macchina ne è certa.
Altra doccia.
Nel nuovo loculo c’è un corpo sano, normodotato, con la pelle chiara, un soggetto che Moroni monitora da mesi. La macchina riferisce nuovamente che la volontà del paziente è quella di risvegliarsi, lo dice ogni volta, ma è un soggetto socialmente molto pericoloso, violento e che tende al suicidio. Moroni è molto in pensiero per lui. L’etica non ha dubbi in merito: la società gli concede di vivere felice nel metaverso, dove può permettersi di uccidere e uccidersi più volte, senza conseguenze. Ma lui vuole uscire e stare male, vuole creare danni a sé e agli altri. Nessuno approverebbe il suo risveglio. Salvato più volte in extremis, è stato condannato al ricovero qui, insieme agli altri, dal Tribunale.

Deison – Una Notte Che Non Finisce Mai | Neural


[Letto su Neural]

Con un curriculum che comprende sperimentazioni rock-elettroniche negli anni novanta – con i Meathead e a fianco di Teho TeardoCristiano Deison ha poi virato verso ancor più concettuali e ricercate esperienze, utilizzando nelle proprie composizioni registratori a nastro, giradischi e oggetti vari, sposando influenze experimental-noise e poi fondando una piccola etichetta, la Loud!, collaborando con artisti del calibro di Lasse Marhaug, KK.Null, Thurston Moore e Scanner, nonché con altri seminali italici maestri quali Simon Balestrazzi, Maurizio Bianchi e Andrea Gastaldello. L’idea di Una Notte Che Non Finisce Mai viene invece dalla scrittrice Sandra Tonizzo – non nuova a prestare la sua penna e la sua immaginazione a progetti musicali – che qui sviluppa otto racconti, poi idealmente riassemblati in altrettanti episodi sonori, imbastendo suggestioni, cronache, impressioni e ricordi sull’intricato noir dei sette duplici omicidi avvenuti fra il 1974 e il 1985 ai danni di giovani coppie appartate in zone boschive della provincia di Firenze. Una vicenda che è diventata una mania mediatica e che da decenni produce letture, trasmissioni televisive, studi e ulteriori investigazioni, oltre naturalmente a indagini giudiziarie. Anche gli stessi titoli delle composizioni presentate – “L’Agguato”, “Una Farfalla Che Grida”, “La Cicala”, “In Me La Notte Non Finisce Mai” – sembrano provenire da un “sottosopra” fine anni settanta-primi anni ottanta, un oscuro passato popolato da creature spaventose, oggetto di morbose attenzioni, contrassegnato da sibillini reperti criminali e da una sotto-narrazione inquietante e frammentaria. Per assonanza, viaggiando nel tempo, le cupe ambientazioni e le trame ossessive possono anche riportare alle prime stagioni di Stranger Things e True Detective o – citando altri contesti generazionali – alle psicopatologie di Non Si Sevizia Un Paperino di Lucio Fulci. “Succede spesso che i gialli siano in grado d’influenzare la storia più ampia che li circonda, ma pochissimi sono quelli che sono riusciti a cambiare aspetti della società e ad attraversare indenni più di cinque decenni, almeno in termini di fascino” dice Deison, che per il mostro di Firenze ha sviluppato una vera e propria ossessione creativa, sfociata conseguentemente in quello che gli riesce meglio: un artigianato sonoro raffinato ma anche teso, intriso da una grande cura per ogni singolo elemento ma infine predisposto nel suscitare precise emozioni, abile a raccontare e costruire cinematiche ambientazioni, alzando in continuazione l’asticella di una partecipata e coinvolgente attenzione nell’ascolto.

Humanoids in Outer Space


Far away and trick the way.

David Cronenberg. Estetica delle mutazioni | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione del saggio David Cronenberg. Estetica delle mutazioni, a cura di Roberto Lasagna, Rudy Salvagnini, Massimo Benvegnù e Benedetta Pallavidino, con la prefazione di Danilo Arona e in uscita per i tipi di WeirdBook. La quarta:

L’opera cinematografica del cineasta canadese più eversivo e visionario in un libro che ne racconta i motivi e l’estetica, sin dai primi lavori che tra gli anni Sessanta e Settanta sono già espressione delle sue caratteristiche formali e tematiche. Con Il demone sotto la pelle (1975), David Cronenberg sorprende il mondo del cinema e inverte i quadri di riferimento, ricordando che i mostri nascono dall’interno, sono un’espressione della nostra identità contaminata. Presto il suo cinema si fa notare e si confronta con la perdita della percezione del corpo, in un labirinto di visioni che dissolve l’identità e intercetta le riflessioni di McLuhan, inscenando nuovi scambi tra l’uomo e la macchina. Emergono inquietanti ed eversive pagine di cinema che portano i titoli di Scanners (1981) e Videodrome (1983). La prospettiva tradizionale del cinema horror viene rivoluzionata da Cronenberg, che anzi si eleva dal genere e continua a esplorare la dimensione della visione in opere che ne affinano lo stile e fanno del cineasta uno degli autori più moderni e originali.
In anticipo rispetto alla letteratura cyberpunk, Cronenberg porta al cinema quella dimensione virtuale che prende il sopravvento sul reale, dettando scenari di dominazione sulla dimensione corporea. Film come La zona morta (1983), La mosca (1986), Inseparabili (1988), Il pasto nudo (1991), M. Butterfly (1993), Crash (1996), eXistenZ (1999), Spider (2002), aboliscono il confine tra l’interno e l’esterno, creano un laboratorio mentale dove il fascino ambiguo delle relazioni si confronta con scenari e identità abitati dai temi del doppio, delle dipendenze per la tecnologia, dell’attrazione che unisce la carne e la materia inorganica. In una riflessione sulle gabbie della mente, sulla violenza repressa e le mutazioni dell’identità al cospetto delle tecnologie e dei poteri che abitano il nostro presente, Cronenberg è un indagatore delle pulsioni, un artista della body art attraverso il cinema, un antropologo e un fine psicologo, ma anche un cineasta politico, come conferma anche l’ultima parte della sua ricca filmografia. Titoli come A History of Violence (2005), La promessa dell’assassino (2007), A Dangerous Method (2011), Cosmopolis (2012), Maps to the Stars (2014) e il recentissimo Crimes of the Future (2022), confermano infatti la straordinaria coerenza e le ispirazioni di un cineasta che ha spesso anticipato temi e inquietudini, incarnando, attraverso il suo cinema delle mutazioni, la figura preziosa di cineasta profetico in grado di accompagnarci lucidamente nella contemporaneità abitata dai mostri che l’uomo ha creato.

Sobre Monstruos Reales y Humanos Invisibles

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