HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Onirico

Metatron Omega – Transductio


Commosso fino alla emozione della morte, di fronte ad assoluti inesplicabili.

 

Phonothek – River of Woe


Risvolti interiori che si coagulano su enormi sorgenti di dispiacere surreale.

Dagon Press presenta “Racconti macabri dei mari del nord” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Racconti macabri dei mari del nord, raccolta di racconti di Jonas Lie. Parliamo di un weird datato, ma interessante, che si colloca nella riscoperta attuale del genere.

Là sulle cupe sponde del Mar Glaciale, invernale e impetuoso, stanno ancora gli dèi primitivi spinti agli estremi confini della terra, insieme alle spaventose potenze demoniache e informi delle tenebre: gnomi, troll, pericolose ondine malate d’amore, spiriti maligni che adescano gli esseri umani, fantasmi di annegati e soprattutto loro, i maligni draug, gli spaventosi non-morti della mitologia norrena, spettri umani che remano in strane barche e che nelle notti invernali ululano paurosamente nei fiordi. I Racconti Macabri dei Mari del Nord ve li faranno conoscere, e non potrete fare a meno di rabbrividire.

“Tutti i racconti costituiscono un esempio della straordinaria capacità dello scrittore di creare atmosfere arcane partendo da un contesto favolistico. Le presenze inquietanti rinviano direttamente al piccolo popolo di Machen e alle leggende nordiche, ma possiedono una vita propria che le rende degne abitatrici dei più profondi meandri del terrore”.

L’annuncio: prossimamente sarò su Molotov Magazine di Independent Legions


Dalla pagina personale autoriale FB: con gioia raggiungo l’amico Alessandro Manzetti sul suo galeone Molotov, per le prossime iterazioni di quella che appare già una splendida rivista, unica nel panorama italiano. KeepTalking…

Ho piacere di annunciare a bordo del secondo numero di Molotov Magazine l’amico di vecchia data e Premio Urania Sandro Battisti, che offrirà il suo prezioso contributo in termini di ‘fantascienza oscura’. Poi vi diremo di più.

Louise Patricia Crane – Isolde


Potresti affondare in melme e folletti, trovare l’assenzio in pozioni di John Dee, morire per svegliarti in passaggi lontani come un sogno…

The Cosmic Dead – The Spaceman


Nella psiconautica di abissi dimensionali, trovi ancora blandi motivi di esistenza umana.

Intervista ad Alessandro Fambrini | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine c’è una bella intervista ad Alessandro Fambrini, traduttore e curatore dei testi usciti per Hypnos di autori weird tedeschi di circa un secolo fa. Uno stralcio della chiacchierata:

Ciao Alessandro, prima di tutto grazie mille per la tua disponibilità.
Partiamo innanzitutto ricordando che Lemuria è la terza opera che appartiene a un trittico che le Edizioni Hypnos hanno deciso di dedicare al fantastico tedesco; trittico che comprende anche l’antologia collettiva Der Orchideengarten e il romanzo Alraune di H.H. Ewers, tutti tradotti e curati da te, con la collaborazione di Walter Catalano che ha scritto per ciascun volume degli interessantissimi saggi.
Premesso che molti di questi autori non godono – e non godettero – della popolarità dei loro colleghi anglosassoni, trovo però che il loro approccio al fantastico sia piacevolmente atipico e, per certi versi, anche più audace.
Cosa ne pensi a riguardo?

AF: Diciamo subito, intanto, che il “trittico” di cui parli si inserisce in un progetto di più vasta portata, teso a una riscoperta del fantastico di lingua tedesca di inizio Novecento. Speriamo di avere le forze e l’opportunità di continuarlo e di allargare il panorama fino a comprendere altri autori e altre opere che sono lì, in attesa di essere riportate alla luce. E in effetti, per venire alla tua domanda: sì, il fantastico tedesco di quegli anni non è “popolare” nel senso in cui lo furono gli autori angloamericani e le riviste che li ospitavano. È, piuttosto, ambizioso, raffinato, sperimenta con la scrittura (gli anni Dieci del Novecento sono gli anni dell’Espressionismo, un movimento di avanguardia e di grande rivoluzione formale) oppure, al contrario, prende a modello i classici ottocenteschi o le ricercatezze del decadentismo. È questo il caso di Strobl, un autore che, nel suo periodo di maggiore vivacità creativa, più o meno fino al 1920, costruisce le sue opere su una nota di sensibilità estenuata, di maniacalità ossessiva, che funziona – quando funziona – come una musica ipnotica tesa a indurre uno stato stuporoso simile all’effetto dell’oppio. In questi spazi che si aprono al fantastico, in effetti, non ci sono confini: perciò l’impressione di audacia, che tu hai colto benissimo.
Le visioni di Strobl sono vertiginose, sfrenate, e non soggette a censura, piene di un erotismo traboccante: si pensi a un racconto giustamente famoso come ‘La testa’, in cui i cadaveri di un uomo e di una donna si fondono, e la coscienza maschile rivive con voluttà le esperienze amorose della sua partner. Ma non solo Strobl: la rivista ‘Der Orchideengarten’ (che peraltro vedeva proprio Strobl come direttore responsabile, benché il suo fosse un ruolo quasi puramente formale) presenta numerosi racconti sperimentali, molti dei quali estremamente trasgressivi, e ‘Alraune’ di Ewers scandalizzò il pubblico dell’epoca (e forse lo scandalizza ancora) per la sua sensualità esplicita al limite della pornografia, le scene di stupro, il sadismo, la pedofilia.
Comunque, a correggere parzialmente la tua affermazione, vi è da dire che alcuni autori tedeschi specializzati nel fantastico – tre in particolare: i già rammentati Ewers e Strobl, e Gustav Meyrink – godettero all’epoca di una notevole popolarità, anche al di fuori della Germania, e sono rimasti ancora oggi nel canone. Nel canone del fantastico, almeno.

Talk&Dialoghi / Giorgio Barberio Corsetti dialoga con Valerio Mattioli


Lunga videointervista a Valerio Mattioli, che racconta il suo Remoria. Come posso non sentire mio tutto ciò?

PINK FLOYD: IL PUNTO SULLE VENDITE IN ITALIA | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia viene citato un articolo di RollingStone in cui si analizza l’attuale successo di vendite in Italia dei dischi dei Floyd. Vi lascio alle loro parole:

Non fa più notizia, ma continua a sorprendere il fatto che nelle classifiche settimanali Top of the Music pubblicate dalla federazione dell’industria discografica italiana FIMI The Dark Side Of The Moon veleggi tuttora tranquillo in 54esima posizione. Un altro album dei Pink Floyd, The Wall, è risalito al numero 71 dopo essere uscito temporaneamente di scena con l’inizio del lockdown. I due dischi sono sempre richiestissimi sotto forma di vinile, rispettivamente al numero 3 e 7, in una graduatoria in cui compare anche Wish You Were Here (n. 19) e che Dark Side, neanche a dirlo, ha dominato a mani basse nell’arco di tutto il 2019. Attenzione: nessun altro classico del rock sopravvive oggi nella Top 100 degli album più venduti in Italia. Di Beatles e Led Zeppelin, di Bowie e Queen, di Genesis e Rolling Stones neanche l’ombra. Perché tutto passa e si affievolisce nella memoria, ma non i Pink Floyd. Amati dal pubblico italiano di un amore eterno, viscerale e incondizionato.

«È vero», conferma Patrizio Romano, che in qualità di Catalog & Strategic Director di Warner Music ne cura oggi il repertorio discografico in Italia. «Eppure, a differenza degli Zeppelin e di altri artisti storici, attorno a loro non è sorta un’industria del merchandising particolarmente sviluppata. Non hanno un logo inconfondibile come la lingua dei Rolling Stones. E in giro è molto più facile vedere ragazzini con le magliette dei Ramones che dei Pink Floyd». A chi amministra il catalogo della band inglese non serve neppure abbassare i prezzi dei dischi, come si fa normalmente con gran parte dei titoli storici, per cercare di smuovere il mercato e di stimolare la domanda. «D’accordo col management, mettiamo i titoli in promozione una volta all’anno e per due mesi soltanto», spiega Romano, confermando che tra il gruppo e l’Italia esiste un rapporto univoco, speciale. «I Led Zeppelin, per esempio, vendono meno qui che oltralpe. Mentre in nessun altro mercato europeo, Inghilterra esclusa, i Pink Floyd hanno un successo paragonabile a quello che hanno in Italia. Qui il loro catalogo si vende in media il 20% in più che in Germania e in Francia, i principali mercati continentali, mentre rispetto al Regno Unito siamo più o meno al 90%».

Ma perché i Pink Floyd, e loro soltanto? Qui si entra, inesorabilmente, sul terreno scivoloso delle congetture. Gioca forse a vantaggio del gruppo di Roger Waters e di David Gilmour il fatto di essere sempre stato estraneo al culto della personalità e alla mitologia della rock star. Potrebbe essere uno dei segreti della loro immortalità. Non avendo un frontman con il carisma di Mick Jagger, Robert Plant o Freddie Mercury, i Pink Floyd si nascondevano dietro alla musica e alle scenografie degli spettacoli dal vivo. Tanto che anni dopo il leggendario dj John Peel, ricordando le loro prime esibizioni, osservò che avrebbero potuto unirsi al pubblico in uno dei loro concerti senza essere riconosciuti.

A dispetto della loro antipatia per il termine space rock, la loro è musica che induce una sorta di stato trance, una sospensione spazio-temporale che tutti, più o meno consciamente, ricerchiamo. Musica perfetta per rilassarsi, per staccare dalla realtà quotidiana e per ‘viaggiare’ anche senza l’aiuto di sostanze psichedeliche (di cui gli stessi membri del gruppo, Syd Barrett a parte, hanno fatto uso saltuario e casuale). Tuttora circondata da un velo di mistero e da un’aura mistica che ha dato origine, da noi più che altrove, a un culto quasi religioso che ancora si tramanda di generazione in generazione.

Roland Kayn – Scanning | Neural


[Letto su Neural]

Sono più di dieci ore d’inviluppi sonori quelli contenuti in Scanning di Roland Kayn e presentati in un elegante cofanetto comprensivo di 10 CD, rimasterizzzati da Jim O’Rourke, che del maestro di Reutlingen, seminale musicista e compositore elettronico, è da sempre un autentico estimatore. Le registrazioni sono relative agli anni 1982 e 1983, periodo quindi di gran lunga successivo alle sue residenze in Italia, prima a Roma e poi a Venezia, quando Kayn prese parte attivamente al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza. Quella di Kayn è una storia davvero singolare nel novero della musica elettronica, parliamo d’un artista che solo dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2011, anzi a dire il vero ben sei anni dopo, ha iniziato ad essere conosciuto ed apprezzato per la sua anticonvenzionale produzione. È del 2017, infatti, la pubblicazione per Frozen Reeds di A Little Electronic Milky Way Of Sound, 14 ore di registrazioni divise in 16 CD, edizione alla quale ha fatto seguito poi nel 2018 la ristampa di Simultan per Die Schachtel. Le ragioni che a suo tempo non hanno fatto di Kayn un compositore d’avanguardia fra quelli più conosciuti ed apprezzati sono probabilmente le stesse che lo rendono oggi particolarmente appetibile e sdoganabile per il pubblico post-digital. Kayn già in anni non sospetti parlava di cybernetic music, sminuendo lo stesso ruolo autorale, interessandosi più di processi generativi di composizione attraverso la programmazione, producendo in solitudine una mole sterminata di lavori, creando forme sonore attivate solo da un sistema di segnali e comandi. C’è da perdersi all’ascolto, una sorta di viaggio interstellare, anche psichedelico, ma come raggelato nelle sue sequenze, che mantengono tuttavia quasi sempre una sorta di respiro corale, una tensione viva, una sensuale partecipazione e percezione. “La musica è suono, che è di per sé sufficiente” diceva Kayn. Il fine di una scansione è quello di vedere dentro, esplorando a fondo i confini tra chiarezza e vaghezza. Kayn lo fa in maniera estremamente colta e variegata, visionaria e propositiva. Meritorio allora è il lavoro di far luce adesso negli sterminati archivi sonori del compositore, impresa che la figlia Ilse porta avanti con l’etichetta di famiglia, la Reiger Records Reeks con la quale questo lavoro è pubblicato.

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