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Le mini recensioni di Horror Magazine – L’anno delle volpi


Su HorrorMagazine una piccola recensione a L’anno delle volpi, di Cristiano Demicheli, recentemente uscito per i tipi Hypnos; un estratto:

Chi già aveva apprezzato Cronache dalla Val Lemuria troverà in questo nuovo capitolo un’atmosfera ancora più intima e rurale, molto lontana dall’horror classico, ma anche dal weird. Demicheli mette in scena un fantastico trasfigurato in una dimensione quotidiana, a tratti onirica, tanto da rendere la sua Val Lemuria un luogo – forse a tratti un po’ inquietante e popolato da leggende macabre e paurose – a noi molto familiare.
La tradizione a cui fa riferimento Demicheli è sicuramente più vicina a scrittori italiani come Tommaso Landolfi, Achille Campanile e Giovannino Guareschi che non a quella anglosassone e nordamericana in particolare. Il romanzo è diviso in dodici capitoli, uno per ogni mese dell’anno. Trascorriamo così un anno in compagnia di una serie di personaggi a cui diventa difficile non affezionarsi, non sentirli vicini.
Non c’è una trama vera e propria ma una serie di avvenimenti in cui si alternano momenti di vita prosaica e banale ad altri in cui la leggenda penetra nella scorza del reale per mezzo di creature mitiche e spaventose o più semplicemente attraverso antiche superstizioni (un po’ alla Dino Buzzati o alla Montague Rhodes James). Non mancano inoltre i riferimenti anche alla nostra storia, in particolare al periodo del fascismo.

L’anno delle volpi è una lettura piacevole anche grazie allo stile particolare di Demicheli che spesso usa anche una terminologia dialettale, non sempre facile da comprendere, conducendoci per mano a visitare la Val Lemuria.

Surrealismo e Magia: perché l’occulto era fondamentale per i surrealisti | FinestreSullArte


Su FinestreSullArte la segnalazione di una bellissima mostra sulle interazioni tra magia e Surrealismo, che parte da Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, dal 9 aprile al 26 settembre 2022 e prosegue per altre location europee: Surrealismo e Magia. La modernità incantata. Vi lascio alle note dell’articolo, assai esplicative:

“Perché il Surrealismo nutriva un forte interesse per la magia? Diversi i motivi, primo tra tutti la volontà di sottrarre l’immaginazione al controllo della ragione”.

Nel Manifesto surrealista del 1924, André Breton, il fondatore del surrealismo, sintetizzava la pratica formale del movimento sotto un capitolo dal titolo molto indicativo: Secrets de l’art magique surréaliste, ovvero “Segreti dell’arte magica surrealista”. Breton, poeta e critico d’arte, stabiliva indicazioni per gli scrittori surrealisti, ma il discorso si può estendere anche alle arti visive: “Fatti portare qualcosa da scrivere, dopo esserti sistemato in un luogo che sia il più favorevole possibile alla concentrazione della tua mente su se stessa. Mettiti nello stato più passivo o ricettivo che puoi. Ignora il tuo genio, i tuoi talenti e quelli di tutti gli altri. Di’ a te stesso che la letteratura è uno dei percorsi più tristi che portano a tutto. Scrivi velocemente senza un argomento preconcetto, abbastanza veloce da non trattenerti e non essere tentato di rileggerti. La prima frase verrà da sé, perché è vero che ogni secondo c’è una sentenza straniera che chiede solo di essere esteriorizzata […] Continua quanto vuoi. Affidati al carattere inesauribile del mormorio”. Breton definiva il surrealismo come un “automatismo psichico puro” attraverso il quale “si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia con altri mezzi, il reale funzionamento del pensiero. Dettato dal pensiero, nell’assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di qualsiasi preoccupazione estetica e morale”. Si comprende, dunque, perché per Breton il surrealismo (e in particolare la pratica surrealista) avesse un carattere magico, e la presenza della magia e dell’alchimia, oltre a essere spesso presenti nell’arte dei surrealisti, rivestono un’importanza decisiva per il concetto stesso di “surrealismo”: da un lato, la magia contribuì a formare le idee alla base del movimento, dall’altro costituì un fondamentale repertorio e indirizzò anche alcuni sviluppi del surrealismo.

Il tema del rapporto tra surrealismo e magia è stato affrontato in maniera estesa per la prima volta in Europa nella mostra intitolata Surrealismo e Magia. La modernità incantata, a cura di Gražina Subelytė, e organizzata in collaborazione con il Museum Barberini di Potsdam (sede della seconda tappa della rassegna, dal 22 ottobre 2022 al 29 gennaio 2023). La nascita del surrealismo, come anticipato, viene formalizzata con il primo manifesto del 1924: all’epoca, la città di Parigi, luogo in cui il surrealismo nacque, stava vivendo (e questo almeno a partire dalla fine dell’Ottocento) un forte interesse per l’esoterismo e l’occulto (il momento storico è stato efficacemente documentato nel 2018 dalla mostra Arte e magia tenutasi a Rovigo) in risposta allo sviluppo dell’industrializzazione, del positivismo, del dominio della tecnica. Si trattava, per certi versi, di un’eredità che affondava le radici nel romanticismo e in quello che Francesco Parisi ha definito il “mito della protesta contro l’ordine sociale e il potere razionalistico-industriale”. Esoterismo come controcultura, dunque: e i surrealisti vengono individuati da Subelytė come gli ultimi eredi di questa tendenza “che propone”, scrive la studiosa, “una critica al materialismo sterile della modernità razionalizzante senza fare ricorso alla religione istituzionalizzata”.

 

ABEditore presenta “Il Gioiello dalle Sette Stelle” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una recensione a un romanzo che lessi decadi fa, che mi lasciò l’amare in bocca proprio per le ultime due pagine; ora so perché: Il Gioiello dalle Sette Stelle, di Bram Stoker, riproposto ora da ABEditore.

Il signor Trewlany viene misteriosamente aggredito nel suo studio e cade in una strana catalessi di cui non si comprendono le cause. L’avvocato Malcolm Ross, la figlia Margaret, il medico di famiglia e un detective di Scotland Yard si adoperano fin da subito per capire cosa sia accaduto e ben presto scoprono che vi è una connessione tra quanto sta accadendo e la professione di egittologo della vittima. Tra diari di viaggio e resoconti dal passato, Ross scopre che Trewlany e un collega hanno dedicato gran parte della loro carriera a indagare sulla tomba e sulla figura della regina Tera, una sovrana egizia probabilmente dedita alle arti magiche. Dopo quattro giorni di sonno, l’egittologo si risveglia e rivela di voler mettere in atto un “grande esperimento” per ricongiungere lo spirito della regina con il suo corpo, conservato in un sarcofago a casa Trewlany. Durante lo svolgimento del rituale, però, qualcosa va storto…

È proprio il finale la particolarità del romanzo di Stoker: quando Il gioiello dalle sette stelle venne pubblicato per la prima volta nel 1903, l’epilogo proposto dall’autore irlandese, aperto e drammatico, aveva sconcertato e deluso i lettori portando a uno scarso gradimento dell’opera. Nel 1912 uscì poi una seconda versione del romanzo, che presenta un finale alternativo scritto da Stoker a seguito delle forti pressioni del suo editore. In questa edizione la storia si conclude con un lieto fine. ABEditore propone una nuova edizione dell’opera, che dà la possibilità al lettore di scoprire entrambe le versioni dello scritto di Bram Stoker.

Gli Unni di Attila – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un passaggio particolare su cosa erano davvero i barbari alla fine dell’età classica, e con cosa venivano effettivamente confrontati rispetto alla decadente ma alta civiltà romana; differenze che sono tuttora ravvisabili nel mondo iperfinanziario dell’Occidente. Un estratto:

Per Attila possediamo uno dei testi più interessanti fra tutti quelli che riguardano Roma e i barbari: il resoconto di Prisco di Panion relativo a un’ambasceria fatta presso la corte di Attila nel 449. Se ne è conservato un lungo frammento che nel X secolo l’imperatore Costantino Porfirogenito riportò nel suo libro sulle ambascerie. Prisco fece parte della delegazione guidata dall’ambasciatore Massimino. Il resoconto evoca con grande efficacia la condizione mentale degli ambasciatori, costretti a dipendere da un interprete di cui diffidavano, disorientati dagli intrighi di corte, obbligati ad attendere per giorni prima di poter avere un incontro e costretti a ritornare continuamente sulle discussioni fatte per cercare di comprenderne il reale significato. Prisco descrive i palazzi di legno del regno di Attila, uno dei quali comprendeva un impianto termale in pietra costruito in stile romano da uno schiavo che aveva inutilmente sperato di ottenere in cambio la libertà. Gli stessi segretari di Attila erano Romani e lessero un documento di papiro su cui erano riportati i nomi di tutti i fuoriusciti unni che si trovavano presso i Romani e di cui Attila voleva la restituzione. Addirittura, Attila era talmente furibondo con l’ambasciatore perché i fuggiaschi non erano già stati riconsegnati da dichiarare che lo avrebbe impalato e lasciato in pasto agli uccelli se non fosse stato che, così facendo, avrebbe infranto i diritti degli ambasciatori[5].

Fu in occasione del suo secondo incontro con Attila che qualcuno si rivolse a Prisco porgendogli il saluto in greco. Prisco aveva già incontrato in precedenza tra gli Unni persone che parlavano il greco, ovvero prigionieri che si potevano facilmente riconoscere come tali dalle vesti cenciose e dai capelli luridi. Ma quest’uomo assomigliava a uno Scita ben vestito e dall’acconciatura curata. Disse di essere un mercante greco di una città sul Danubio; era stato fatto schiavo dagli Unni ma, avendo combattuto per loro, aveva riacquistato la propria libertà; adesso aveva una moglie barbara e dei figli e sosteneva di condurre una vita migliore rispetto a quella di prima. Poi, dato che Prisco ribatté a questo atteggiamento antipatriottico, il suo interlocutore pianse e dichiarò che le leggi romane erano giuste e gli ordinamenti buoni, ma i governanti li stavano corrompendo perché non se ne preoccupavano più così come avevano fatto gli antichi[6]. Dal testo si deduce che Prisco ebbe la meglio nella discussione, ma poco tempo dopo un’argomentazione analoga fu riproposta a Prisco da uno degli uomini di Attila, un Unno che gli ribadì, appunto, il concetto di fondo espresso dall’anonimo greco, sostenendo che essere schiavi di Attila fosse preferibile all’essere ricchi tra i Romani[7]. Prisco e Massimino fecero infine ritorno in patria, ma non senza essere stati prima testimoni di alcuni esempi pratici delle severe leggi di Attila: una spia impalata e alcuni schiavi arrestati per aver ammazzato in battaglia i loro padroni. Nessun’altra fonte di quell’epoca ci offre altrettanti dettagli (e, con ogni probabilità, piuttosto attendibili) sui meccanismi delle ambascerie presso i barbari, sulla vita in mezzo a loro e sulla natura complessa e sfaccettata dei rapporti tra Romani e barbari.

L’incipit delle “Radici dell’orrore” @InnsMouth, Delos Digital


In esclusiva, ecco l’incipit del mio racconto lungo Radici dell’orrore, pubblicato pochi giorni fa nella collana weird “InnsMouth, per i tipi di Delos Digital; buona lettura!

Era comparso all’improvviso, come se svoltando l’angolo ci si ritrovasse davanti il suo viso affilato, il respiro del male come una zaffata di alitosi. Ma non c’erano angoli visibili, , non c’era nessuno spigolo di un qualche fabbricato o d’incroci stradali. Davanti a me c’era la via aperta, dritta, il giorno era pieno e nessuno mi era intorno; eppure lui era improvvisamente sbucato dal nulla, guardando aquilino alla mia sinistra: nemmeno mi aveva visto, né sembrava interessato a me.
I suoi baffetti erano inequivocabili, ma il suo vestiario e il cappello verde militare erano sobri e borghesi, come quello indossato dalla gente comune negli anni ’30; il colorito del volto era terreo e nemmeno il suo sorriso più solare avrebbe reso lieve il momento. Hitler era spuntato fisicamente da una sacca del reale che non potevo definire in nessun altro modo che quantica, e si dirigeva verso il centro del paese sopra Trento, dove mi trovavo per lavoro. Lui doveva essere morto da cent’anni almeno, calcolai, ma il viso che vedevo era quello di un uomo che si approssima alla mezz’età; la vertigine del reale mi toglieva il respiro, però la falcata della sua camminata era caratteristica e altrettanto reale: cosa stava succedendo?
— Ehi! — gridai. I passanti dell’altro marciapiede si voltarono bruschi verso di me, chiedendosi cosa volessi. — No, guardate, non dicevo a voi… — proferii a mo’ di scusa — è che…
“È che cosa?” mi dissi, prima di finire la frase. Cosa potevo dir loro, che “Dal nulla è sbucato fuori Adolf Hitler”?

L’ebook è acquistabile qui a 1.99€, mentre la quarta suona così:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

 

 

Teodora. Dal circo alla porpora. – TRIBUNUS


Su Tribunus un dettaglio storico che riguarda Teodora, la moglie di Giustiniano I, in qualche modo l’archetipo più potente e strisciante del potere femminile a Costantinopoli e, direi, in tutto l’Impero Romano. Un estratto:

La Storia Segreta di Procopio di Cesarea è forse la fonte più completa sulla giovinezza di Teodora, e come sappiamo lo storico non va molto per il sottile nel descrivere aspetti scabrosi (veri o fittizi che siano) della gioventù dell’imperatrice.
Da una parte però è ragionevole, dato che l’opera, destinata a restare inedita, era rivolta agli oppositori della coppia imperiale, e il passato burrascoso di Teodora ben si prestava a un tale scopo diffamatorio. Anche i suoi contemporanei a lei favorevoli, non si facevano scrupoli a definirla come l’imperatrice “venuta dal bordello”, senza però sminuire il suo operato, o la sua moralità, che non fece alcun scandalo per ben venti anni di regno. Fonti tarde siriache parlano della donna come originaria di un villaggio in Siria, e figlia di un sacerdote da cui sarebbe stata cresciuta nelle fede monofisita. La fama della sua bellezza sarebbe poi giunta a Costantinopoli e Giustiniano, desideroso di incontrarla, si recò in Siria dove si sarebbe innamorato di lei a tal punto da chiederla in moglie. Teodora avrebbe accettato chiedendo però di non abiurare il proprio credo, ma anzi di essere aiutata a difenderla.

La realtà tuttavia è ben diversa: Teodora nacque con molta probabilità attorno al 500 a Costantinopoli, figlia di un certo Acacio, guardiano di orsi all’ippodromo per conto della fazione dei Verdi, e di una donna, di cui non conosciamo nemmeno il nome, ma sicuramente legata all’ambiente del circo.
Acacio morì di malattia durante il regno di Anastasio I, lasciando tre figlie: Comitò, Teodora, e Anastasia. La vedova di Acacio, caduta in miseria, si risposò con un uomo dello stesso ambiente, ma che non aveva lo stesso status del defunto marito. Così, la donna un giorno, che l’ippodromo era gremito, si presentò in pubblico con le figlie. Alla loro vista, la fazione degli Azzurri, per far un dispetto ai rivali, diede lavoro al marito. Nulla si sa più di quest’uomo, ma sulla scena restò la madre, che una alla volta, introdusse le figlie al mondo del teatro. Teodora, dunque, una volta adolescente, divenne attrice, una professione legata all’ippodromo e considerata infamante. Attrice e prostituta allo stesso tempo, ma di bassa lega, priva di grandi doti artistiche e dotata di infinita bellezza (le fonti la descrivono come una donna minuta con un bel viso, la carnagione chiara e lo sguardo severo). Si dedicò all’arte dei mimi, molto in voga a Bisanzio nel VI secolo.

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Irene d’Atene: Imperatrice assassina venerata come santa – Vanilla Magazine


Su VanillaMagazine la storia di Irene d’Atene, l’imperatrice romana che nella fine della seconda metà dell’VIII d.C. avrebbe potuto riavvicinare il mondo romano a quello barbaro, dando la possibilità all’Impero Romano di sopravvivere in modo diverso e forse più coerente. Un estratto:

L’imperatore Irene, Basileus Irene, regnò per 5 lunghi anni sull’Impero Bizantino, un periodo di tempo considerevole se pensiamo che si tratta di una donna in un’epoca di uomini, ma soprattutto di complotti. Aveva sbaragliato tutti. Il marito, i cognati e infine il figlio. Chissà che persona si sentiva, con la morale di oggi ci è assolutamente impossibile non solo giudicarla, ma anche comprendere cosa tutto questo possa aver significato per lei come persona. Il suo governo non dev’essere stato facile, ma Irene capì che per regnare doveva accontentare il popolo. Abbassò considerevolmente il carico fiscale, soprattutto a Costantinopoli; favorì in ogni modo il clero e ridusse i dazi doganali sui commerci. Tentò di accontentare tutti per mantenere il suo potere, ma da Occidente arrivavano venti di burrasca.
È in quel periodo che in Europa opera Carlo Magno, Re dei Franchi, che non si accontenta più del titolo Re dei Franchi (pensiamo alla parola franco come legata a una tribù barbara per i latini) e vuole essere incoronato come Imperatore dei Romani. Il papa è Leone III, eletto nel 795, che considera il trono di “Imperatore dei Romani” vacante perché a Costantinopoli l’unico sovrano è una donna. Leone è spinto a incoronare Carlo Magno perché questi lo ha fatto proteggere durante un complotto e ne ha legittimato la carica di Papa di fronte al popolo. Fatto sta che Carlo Magno, nella notte di Natale dell’800, viene incoronato Imperatore dei Romani con il rito praticato a Costantinopoli, quindi legittimato come erede dei fasti di Roma e principe della cristianità. E Irene non la prende benissimo. Ovviamente non riconosce Carlo come imperatore, ma non ha i mezzi per attaccare militarmente i Franchi in Italia, inguaiata com’è dalla sua troppo generosa politica fiscale, e tenta di risolvere la cosa per vie diplomatiche. Non può lasciare che “l’Imperatore dei Romani” sia a Occidente mentre lei è il “Basileus-Imperatore” d’Oriente, e chiama a sé degli ambasciatori franchi per risolvere la questione.

Ora con i se e con i ma la storia non si fa, ma pensiamo allo scenario. Irene imperatrice dell’Impero Romano d’Oriente, Carlo Imperatore d’Occidente, sposati. Uniti da un matrimonio che riunifica l’Impero più ricco dell’Antichità, dopo che nel 395 l’Imperatore Teodosio l’aveva definitivamente diviso in due. 405 anni dopo Roma e Costantinopoli sarebbero tornate egemoni su buona parte dell’Europa e la parte all’epoca più ricca dell’Asia. Uno scenario quantomeno affascinante, e invece. Invece Irene fallisce l’ultimo appuntamento della sua vita con la vittoria, quella che sicuramente sarebbe stata la più leggendaria.

Nell’802 gli ambasciatori franchi arrivano a Costantinopoli, ma Irene aveva scelto, fra i suoi fedelissimi, qualcuno che aveva sete di potere almeno quanto lei. Niceforo I il Logoteta, nominato da lei sovrintendente alle finanze (da qui proprio il soprannome “logoteta”) nell’802 riesce a ordire un complotto e a farla detronizzare, proprio mentre i franchi erano in città. Niceforo approfitta dell’assenza di Irene dal Palazzo Imperiale, fa arrivare la (falsa) notizia che lei lo ha nominato coimperatore per aiutarla nel conflitto contro Ezio, un eunuco che era stato consigliere dell’Imperatrice, e si insedia come nuovo imperatore. La notizia arriva subito alla popolazione che è a favore di Irene, ma lei decide di non riprendersi il trono con la forza, chissà poi per quale motivo. Forse Niceforo le promette che le restituirà il trono, forse vuole evitare una guerra civile devastante. Oggi è difficile immaginare le ragioni della sua ritrosia.

Le mini recensioni di Horror Magazine – Notte di nozze | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la piccola recensione a Notte di nozze, di Marco Spelgatti, edito da Edizioni Hypnos; un estratto:

Si racconta L’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft dal punto di vista del personaggio Lavinia Whateley. Spelgatti non vuole certo imitare o fare il verso al buon HPL, anzi se ne allontana e scava nei sentimenti, rimesta nella rabbia e nella tristezza e nelle speranze tirando fuori tutto quanto di non detto c’è in Lovecraft. Perché sono le cose taciute che creano aspettativa e sciupano il presente. E così Lavinia ci racconta com’è essere diversi e soli, cosa vuol dire non essere abbastanza per gli altri, quello che si prova a non avere posto in nessun luogo e in nessun tempo. Ma allo stesso tempo racconta che è possibile bastare a se stessi e che la vita risiede anche nel compromesso. Con Notte di nozze, Marco Spelgatti ci racconta una storia che da conosciuta si fa inedita con uno linguaggio che è carezza e furia. 

Radici dell’orrore @ InnsMouth, Delos Digital


Reitero la segnalazione di Radici dell’orrore, mio racconto lungo uscito nell’ambito della collana weird di DelosDigital, InnsMouth, diretta da Luigi Pachì. Questa è la quarta:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

L’ebook è acquistabile qui e su altri store online al prezzo di 1,99€.

È stato tutto inutile? Il valore delle battaglie perse in Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua l’onda lunga del ricordo di Valerio Evangelisti con un articolo che è, in realtà, un’esegesi della sua opera; vi lascio ad alcune righe esemplificative, che amplificano la portata del suo pensiero, attuale come non mai.

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.
In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

“Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde”.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

“Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?”.

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta “Battallon de la dignidad”. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

“Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore”.

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