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Archivio per Letteratura

Lovecraft e il cinema – Parte prima | HorrorMagazine


H. P. Lovecraft

Il pretesto è un saggio sul Cinema ispirato a Lovecraft, ma in realtà si parla dell’orrore cosmico derivato dal pantheon alieno a opera del celebre Solitario. Su HorrorMagazine, parte prima.

Perché non è morto ciò che può attendere in eterno…

Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) è oggi considerato uno degli autori più influenti nel campo della letteratura fantastica e dell’orrore, ma se pure il suo immaginario ha lentamente conquistato e influenzato i vari livelli di narrazione sono in pochi ad averlo letto, e ancora in meno ad averlo compreso. L’accettazione delle sue opere è da sempre stata ostacolata dall’omofobia e dal razzismo che emerge dalla ricca corrispondenza con altri letterati e che traspare in alcuni suoi scritti, ma Lovecraft non è niente più che figlio del suo tempo. Lo scrittore di Providence, un conservatore di buona famiglia, si ritrova a vivere in un periodo storico di ciclopici cambiamenti. Gli Stati Uniti erano una nazione in rapida crescita e quindi soggetta a un’immigrazione feroce, la Russia metteva in atto la sua rivoluzione, le suffragiste rivendicavano pari dignità e diritti tra uomini e donne e le scoperte cosmologiche riducevano la vita umana a un semplice errore evolutivo. Tutte queste paure si riversano necessariamente negli scritti di Lovecraft, diventando il metro di  misura delle angosce americane. La lettura delle sue opere deve quindi essere affrontata tenendo ben presente il periodo culturale nel quale vengono scritte ed è soprattutto la sua straordinaria immaginazione che semplifica lo scendere a patti con una visione che risulta ristretta per gli anni in cui viviamo. Per questi motivi Lovecraft è rimasto così a lungo sconosciuto ai più, costringendo la cinematografia a omaggi indiretti per molto tempo. Riabilitata la sua letteratura, in molti si sono profusi in celebrazioni esplicite senza però riuscire quasi mai a rendere pieno omaggio alla complessa cosmologia e al senso di orrore cosmico che permea i suoi racconti.

Diana Maat vince il Premio Ossi di Seppia | Kipple Officina Libraria


Letto su [KippleBlog]

Kipple Officina Libraria è lieta di annunciare che Diana Maat, la poetessa autrice di Adyton, coverha vinto il Premio Nazionale di Poesia “Ossi di Seppia”, il prestigioso concorso che vede in lizza i poemi inediti nazionali.

Questa è la motivazione del Premio:

C’è, fra noi in giuria, chi è stato colpito dalla sapiente leggerezza dei versi di Diana Maat. Chi, invece, ha notato la sua capacità di passare con fulminea naturalezza dall’astrattezza di una parola (per esempio “filosofia”, o “geometria”) a un pensiero, prensile, tattile, pieno di sensi. Chi, ancora, ha trovato interessante il sostrato biblico, sul quale il suo dettato si regge così spesso… Tutti, però, ci siamo trovati d’accordo nel rilevare come le qualità più intriganti della poesia della Maat stiano in versi come questi: “Apprenderò la geometria / del piano ultraterreno, / l’apprenderò in silenzio, / perché sono una bambina.” Si tratta di versi brevi, precisi e senza fronzoli. Versi nei quali il cantabile letterariamente scaltrito non è fine a se stesso, non è pura retorica formale, cioè, ma sa sposarsi con levità di tocco con un orizzonte immaginativo alto e fanciullescamente pieno di urgenza di significato. Non è per niente facile, in poesia, raggiungere credibilmente un tono fiabesco. In questo, soprattutto, sta la vittoria della Maat.

La redazione Kipple si complimenta con l’autrice e ricorda qui sotto la quarta di Adyton, la silloge della Maat presente nel catalogo Kipple:

Il lettore della poesia di Diana Maat si trova catapultato in un mondo inospite, un luogo di cui non vi è apparente significato, uno spazio aperto senza punti di riferimento semantici e logici. Viene colto da un vago capogiro, una sensazione di vortice leggero, costante che si fa via via più intensa sino a un completo spaesamento. Le parole fluiscono, se ne intuisce la forza, la musica, lo scorrere impetuoso. Sono tuttavia parole inafferrabili, impossibile fermarle, trattenerle, raccoglierle.

È un’estraneità che sa quasi di profanazione, come se si fosse partecipi di un evento, di una rappresentazione misteriosamente sacra cui non era tuttavia lecito prendere parte. Un culto che si sta recitando secondo canoni antichi di dimenticate liturgie, suoni che riecheggiano e rimbombano nelle volte di templi segreti in cui il lettore è precipitato, inconsapevole e disorientato.

Il sangue e l’impero | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una recensione al mio romanzo covincitore del Premio Urania 2014. L’impero restaurato.

Ezra Pound, il poeta fascista | La poesia e lo spirito


Su La_Poesia_e_lo_Spirito un interessante articolo per un poeta che conosco soltanto di nome e che ora vorrei approfondire in modo serio: Ezra Pound. Ecco perché:

È anche il “grande fabbro” della poesia moderna, poeta “imagista”, che sposa le idee filosofiche di Hulme e spoglia i versi da ogni sovrastruttura retorica e sentimentale; l’ideatore di una nuova poesia fondata essenzialmente sull’elemento visivo. E poi sarà tante altre cose: il poeta della speranza di un rinascimento culturale americano, che pubblica i sonetti di Cavalcanti e fa conferenze a Londra sul poeta fiorentino stilnovista; il poeta “vorticista”, che esplora la complessità psichica dell’immagine poetica, ne complica l’espressione cercando effetti di simultaneità e di spazialità, (siamo nell’epoca delle innovazioni dell’arte, di Braque, Picasso, Matisse, Kandisnsky, Marinetti, etc) . L’immagine – dirà Pound – non è un’idea, è un nodo, un grappolo radiante, un vortice. Ed ecco il “Vorticismo “ che , diversamente dall’ imagismo, che è statico, è il movimento racchiuso nell’immagine stessa . “Voi mi parlate di Marinetti? Ma Marinetti è solo un cadavere!”.

Immaginate – scrive Montale – come si possa radiografare il pensiero di un condannato a morte dieci minuti prima dell’esecuzione capitale, e supponete che il condannato sia un uomo della statura di Pound e avrete i Canti Pisani: un poema che è una fulminea ricapitolazione del mondo senza alcun legame di tempo e di spazio. Migliaia di personaggi, fitto intarsio di citazioni in ogni lingua, ideogrammi cinesi, allusioni a tutto ciò che per cinquant’anni ha alimentato , nella storia, nella filosofia, nella medicina, nell’economia o nell’arte il pensiero moderno , non senza salti vertiginosi nel mondo del mito e della preistoria . Poesia – pittura a spicchi , ai limiti del non figurativo , mosaico fatto a pezzi e poi ricomposto senza che le tessere siano per nulla accostate. Chiuso nella death row, Pound afferra spicchi di fotogrammi , spiragli di esistenza, pezzi di cielo , zaffate e suoni improvvisi, un gatto che attraversa il rettangolo del suo campo visivo, una piccola cavalletta verde senza una zampina. ”Le cose belle sono difficili da capire veramente”. Prova a capire la difficile bellezza dell’erba che cresce sotto la tenda infernale della morte, la bellezza del gesto pietoso, o delle nuvole, o della polvere sul fondo d’una vasca, la bellezza della propria sofferenza: Ciò che sai amare rimane, /il resto è scoria.
È tutto qui il simbolo dei canti pisani ed è anche il simbolo di come la poesia vinca ogni barriera ideologica. E anche quando verrà internato nel manicomio criminale di Saint Elizabeth, Pound non smetterà di essere ombelico del mondo dell’arte; come davanti ad un Prometeo incatenato sfileranno in quella stanza artisti, giornalisti, critici, amici di tutto il mondo.

Recensione: “Saga del Dio Enki – Oro” di Stefania Casamichele | AndromedaAndromeda


Non conoscevo quest’autrice, questo volume, questa saga incipiente. Ma ha premesse folgoranti per me che ho basato la saga dell’Impero connettivo anche sulle suggestioni sumere, di Zecharia Sitchin e dei Nephilim. Parlo di Saga del Dio Enki – Oro, scritto da Stefania Casamichele, recensita su AndromedaSF.

Il comandante Ea e la sua squadra approdano sul settimo pianeta alla ricerca esasperata dell’oro per la salvezza dell’ecosistema di Nibiru. La scriba Ensubsar viene prelevato, stordito e presentato al cospetto del Dio Enki affinché trascriva le sue parole per i posteri. La giovane Adel sogna, in un giorno di pioggia, un misterioso personaggio che l’accompagnerà per il resto della sua vita. Dopo il grande successo de ” Il pianeta degli Dei” il professor Sitchin è stato invitato ad una trasmissione televisiva per esporre le sue originali teorie creazionistiche. Quattro personaggi, quattro storie avvincenti ambientate in epoche diverse, condurranno il lettore in un viaggio spazio- temporale per giungere sino alla creazione del Lulu, un ibrido creato attraverso un intervento di ingegneria genetica per dispensare gli Antichi Astronauti dal faticoso lavoro di estrazione dell’oro.

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L’angelo e il vampiro | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova produzione della Hypnos, che sperimenta nuovi sbocchi editoriali. Parliamo di Spiraglitalia, la nuova collana riservata alle nuove voci del fantastico italiano, che esordisce con un’antologia personale di Luca Bonatesta intitolata L’angelo e il vampiro.

Pur muovendosi all’interno di una tradizione classica, i racconti qui presentati si caratterizzano per un senso del perturbante più moderno, con una visione del tutto personale del concetto di vampiro, come nei racconti “L’angelo e il vampiro” e “La testa del vampiro”, e con atmosfere di pura angoscia, come nell’inquietante “Il sacrificio”, o stemperata da una buona dose di umorismo come nel bizzarro “Tanatomorfosi”.

Sempre ampia visibilità alle iniziative Hypnos, tutta la mia ammirazione.

Giovanni De Matteo: Corpi Spenti – fediwriting


Una buona recensione, fatta da chi dichiara di non leggere molta SF, del romanzo di Giovanni “X” De Matteo, Corpi spenti, ultimo Urania uscito a suo nome. Vi lascio a un piccolo estratto della rece, su Fediwriting.

Benchè ami lo splatter, le membra divelte dai corpi e via discorrendo, di solito nei thriller non amo particolarmente la descrizione delle condizioni di un ritrovamento; ho l’impressione che si cerchi sempre strenuamente di trovare un serial killer con manie originali, e via allora alla descrizione minuziosa di tutte le piccole perverse torture che l’omicida ha inflitto al corpo. Onestamente credo che le menti criminali siano molto meno fantasiose di quanto piaccia pensare agli scrittori.

Perciò, sono rimasta piacevolmente stupita: la prosa di De Matteo dipinge sì il ritrovamento di un cadavere etcetera etcetera, ma la narrazione è tale per cui, accanto a una descrizione chiara e semplice dell’ambiente, ricca di particolari ma non barocca, quello che emerge davvero è la personalità di Guzza ed il suo modo di porsi nei confronti del proprio lavoro. Inoltre, l’autore si trattiene dall’esplorare il personaggio con il solito metodo del fingo di parlare con me stesso ma in realtà ti racconto cosa penso de la Vita, l’Universo e tutto quanto – insomma, chiunque ha opinioni su qualunque cosa e potrebbe dire la propria su ogni elemento si ritrovi nel proprio campo visivo, e spesso scrivendo si tende a confondere questo flusso di informazioni inutili con il character development. Non è appunto il caso di De Matteo, tranne in alcuni passaggi che però, per un motivo o per l’altro, non risultano poi troppo molesti o viceversa sono sufficientemente insoliti da risultare interessanti.

In sostanza, l’autrice della critica digerisce molto bene le innovazioni di De Matteo, non molto invece la ricerca stilistica e letteraria del medesimo. Non male, considerato che appunto chi ha letto il romanzo non frequenta quasi per niente la SF. Meno male che non ha letto L’impero restaurato;)

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