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Archivio per Editoria

Kipple Officina Libraria finalista allo Stoker Award 2016 | Kipple Officina Libraria


[Letto su KippleBlog]

Sono stati resi noti i nomi dei finalisti al prossimo Bram Stoker Award, che premia le migliori opere di letteratura horror e dark fantasy e che si svolgerà a Long Beach, California, il 29 aprile, a bordo della famosa Queen Mary.

Kipple è in corsa nella categoria “Raccolta di poesie” con Sacrificial Nights, di Bruce Boston e Alessandro Manzetti, poesie e brevi racconti dark in lingua inglese, e per confermare il buon momento italiano segnaliamo che Manzetti è presente in finale anche nella categoria “Miglior Antologia” con The Beauty of Death, edita dalla sua casa editrice Independent Legions Publishing. L’elenco completo dei finalisti lo si può trovare sul blog Weirdianasite.

Attendiamo frementi i risultati che ci giungeranno dalla Queen Mary augurandoci di festeggiare tutti i titoli italiani in lizza. KeepTalking!

The Professor N°3: dal 28 febbraio in edicola! | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del fumetto numero 3 di The Professor, una caratterizzazione horror-gotica che appare davvero interessante.

Continuano in questo nuovo imperdibile numero, le avventure del Professor Benjamin Love, studioso dell’uomo e dei suoi inquietanti misteri. Questa volta, sarà chiamato da Scotland Yard per far luce su una serie di sanguinosi delitti che sembrano essere legati al mondo dell’occulto.

La sceneggiatura dell’albo è di Cristiana Astori, i disegni di Riccardo Innocenti, mentre la copertina è opera di Andrea Corbetta.

Italians do it Better – Books Edition: Recensione: “Freakshow” di Daniel Pee Gee | Kipple Officina Libraria


[Letto su KippleBlog]

Sul blog ItaliansDoItBetter è uscita una bella recensione al Premio Kipple 2016, FreakShow, di Pee Gee Daniel. Vi presentiamo un estratto dal post:

Lo stile del romanzo è davvero bello, non è semplice ma ha un buon ritmo e quindi riesce a essere scorrevole, infatti tutta la storia sembra un lungo racconto fatto a voce e poi trascritto, perché non mancano i commenti e le digressioni. Quello che per me è stato il punto forte del romanzo è il fatto che durante la narrazione vengono fatte delle considerazioni interessanti, alcune vengono messe in bocca ai personaggi, altre appunto vengono lasciate come commento alle scene o ai personaggi presentati. La mia parte preferita resta comunque la storia di Narcissus, di cui non vi svelo nulla per non rovinarvi la sorpresa.

Sinossi

Su un lontano avamposto spaziale sul satellite Europa, viene ad allietare la popolazione il circo Korallo, costituito da singolarità bizzarre, un freak show dove creature deformi si agitano per strappare un sorriso, un moto di riprovazione, uno sbigottimento in cambio di pochi spiccioli equivalenti al biglietto d’ingresso. A risvegliare la deprimente situazione, nasce tra gli artisti un improvviso credo religioso: Uincio Uancio, che salverà tutti i freak del circo per portarli nel paradiso degli sgorbi. Sarà vero? Chi è questo messia che si profila tra gli infelici malformi? L’entusiasmo che infetta ogni artista del Korallo è coinvolgente e attraversa le lande siderali del mondo di frontiera in cui vi troverete con loro.

Pee Gee Daniel | Freakshow
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 200 – € 15.00 — ISBN 978-88-98953-68-4
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 208 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-67-7

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Rosso.Niente. di Kenneth Krabat | Una recensione | Kipple Officina Libraria


[Letto su KippleBlog]

Su GolemInformazione è apparsa una recensione a Rosso.Niente., la silloge del poeta danese Kenneth Krabat edita da KippleOfficinaLibraria.

C’è una contaminazione tra stili diversi, anche le scelte metriche seguono un movimento che si espande nella cura dei versi, fino alla creazione di immagini insolite, come le stesse sonorità che cambiano direzione, sospese tra il reale ed il surreale. Parla di vita, di morte e di amore Krabat e lo fa con la consapevolezza che ogni sua parola ha una pienezza di significato, sia essa in prosa o in poesia o altra forma ancora. Non importa il genere affrontato, quello che preme a chi scrive è di afferrare l’attimo, di viverlo dentro, fuori e oltre, quasi in maniera estrema, ma vera, senza riserve. È una scrittura moderna, contemporanea, mai scontata che fa affiorare una ricerca costante, la volontà di scendere in profondità nelle cose.

Racconti, poesie e testi tra loro diversi, lasciano intuire la necessità di sentire e percepire l’esistenza, assorbendone totalmente luci ed ombre. Ogni singolo momento racchiude in sé qualcosa di importante, nel bene e nel male: “il momento in cui ricorderai che sei nato/e che morirai/e che hai un numero infinito di ore/o quasi”. La poesia arriva come consolazione, prodotta dall’istintività creativa, dall’alternarsi di rumori e silenzi, da un andare per le strade dell’anima e dei luoghi, ed è un fluire che manifesta variazioni, contrasti, sfumature. Nello scorrere del tempo, tra il passato ed il nuovo che avanza, si trasformano anche le parole, come le cose, ed ogni volta nulla è mai lo stesso. Kenneth Krabat riesce a restituire alla poesia un’attualità senza risultare mai banale, non fa altro che riconsegnare al lettore una contemporaneità autentica, fatta di situazioni spesso al limite della ragione, corse frenetiche impostate ad un allineamento collettivo.

Krabat è un poeta che vive la vita nella sue contraddizioni, e se l’amore sembra l’unico mezzo per alleviare sofferenze e recuperare leggermente, poi alla fine non è così. Anche l’amore non ha senso, o lo ha fino ad un certo punto. Sono continui i ribaltamenti, continue le precipitazioni emozionali e psichiche. E la poesia muta, come muta la gente, come la natura ed il tempo. Metamorfosi espressive e sonore ci proiettano in un’opera paradigmatica, carica di intenzioni potenti e disarmanti, nella libertà più assoluta.

La quarta

Poliedrico poeta danese, che scrive in lingua madre e contemporaneamente in inglese, Kenneth Krabat è una figura viva dell’underground di Copenaghen o, come direbbe lui stesso, di Købehavn, ed è inoltre un performer e un paroliere.
Mangiatore di vita, le sue poesie non sono altro che il risultato di ciò che ha ingurgitato, masticato, digerito e ributtato fuori. È la vita che è passata dentro di lui, dentro il suo corpo, lungo tutto il tubo digerente.
Krabat vive la contemporaneità, quell’insensata vita occidentale frenetica e apparentemente senza alcuno scopo se non l’accumulo, il ripetersi alienato del lavoro e le mille ipocrisie di una non-autenticità, vero paradigma della nostra epoca.
In ROSSO.NIENTE. Kenneth Krabat apre la finestra, respira l’aria del mondo e si getta fuori. Precipita senza alcun paracadute, senza alcuna protezione, cade e cade, sempre più velocemente e profondamente, nel reale della sua vita, delle sue esperienze, dei suoi sentimenti, del dolore, della morte, dell’amore, di ogni cosa.

Nella bella traduzione di Giovanni Agnoloni, Versi Guasti ospita la prima edizione in italiano di una delle voci di punta della poesia danese.

Kenneth Krabat, Rosso.Niente.
Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Pag. 58 – 0.95€
Formato ePub e Mobi – ISBN 978-88-98953-70-7
Traduzione di Giovanni Agnoloni
Copertina e fotografie interne di Cathrine Ertmann

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Il vangelo del boia | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di un romanzo di Nicola Verde: Il vangelo del boia, dedicato a Mastro Titta, il celebre boia della Roma papalina.

Ernesto Mezzabotta è, con ogni probabilità, il vero autore delle uniche Memorie di Mastro Titta “scritte da lui stesso” circolanti; questo romanzo non è altro che la “prosecuzione” di quelle memorie apocrife.

Tutto ha inizio con l’ultima decapitazione compiuta da Mastro Titta nell’agosto del 1864; il boja ha già 85 anni e benché abbia ancora la mano ferma una impercettibile indecisione renderà drammatica l’esecuzione, questo gli costerà il posto di carnefice. Per spiegare quell’incertezza, si dovrà risalire a fatti precedenti.

Roma giugno 1861, durante alcuni tafferugli in via del Corso viene ucciso un gendarme; agosto dello stesso anno, la confraternita dei sacconi rossi raccoglie due cadaveri lungo la sponda del Tevere, uno è senza testa. Fatti apparentemente di poca importanza, che però daranno la stura a una catena di altri avvenimenti che scuoterà il torpore di una Roma pre-capitale. A occuparsi del processo per la morte del gendarme e che, sebbene innocente, porterà alla condanna capitale un vetturino di omnibus, il giudice Eucherio Collemassi, lo stesso che in seguito guiderà le “rivelazioni impunitarie” (una sorta di “pentitismo” ante litteram) di Costanza Vaccari in Diotallevi, una fotografa malmaritata che si troverà impelagata in intrighi di potere più grandi di lei. A essere coinvolto anche Mastro Titta, il boja papalino, trascinatovi proprio da Costanza che gli ricorda un tormentato amore di gioventù. Le “rivelazioni” della donna arriveranno a toccare persino l’ex regina di Napoli Maria Sofia di Wittelsbach, sorella della più famosa Sissi, in quei giorni in esilio presso il Papa, dopo che Gaeta e il Regno delle Due Sicilie erano caduti.

Verità storiche, dunque, di un intrigo politico (e di scandali) accaduto in quegli anni risorgimentali, che si intrecciano a verità che la Storia soltanto suggerisce o che… potrebbe semplicemente suggerire e che danno vita a un quadro di una Roma intorpidita, in attesa degli eventi che stanno risalendo lo Stivale, sconvolta da omicidi e guerre intestine che si svolgono nel segreto delle stanze vaticane, restituendoci l’esatto clima di una città alle soglie di un cambiamento epocale.

Lankenauta | Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini


Stralci di un mondo alternativo in un’epoca lontana, in un luogo remoto: India, primi secoli Dopo Cristo. Su Lankenauta.

Crediamo che anche un lettore poco informato sulle culture orientali potrà apprezzare il piccolo libro dell’indianista Daniela Bevilacqua: la capacità di sintesi e la comprensibilità – dobbiamo riconoscerlo – non sono qualità molto frequenti in opere che hanno un’origine accademica. Requisiti che però sono assolutamente necessari per poter  divulgare al grande pubblico un argomento come quello delle devadasi, le “serve del dio”: ovvero gli strumenti utili per circoscrivere, in poco più di cento pagine, vicende particolarmente complesse e contraddittorie. Più precisamente la storia di riti e di uno status sociale che mostra come, nel continente indiano e a partire dai secoli più remoti, siano stati interpretati e vissuti alcuni particolarissimi legami tra sesso e religione.

Volendo essere più precisi possiamo dire che la devadasi era definita “nityasumangali”, la donna sempre propizia: “sposate a un dio hanno uno status particolare poiché contraendo matrimonio con un immortale, non posso mai diventare vedove” (pp.27). Un elemento quindi indispensabile, nel tempio innanzitutto, per il benessere, la soddisfazione della divinità come per la longevità del sovrano. Anche l’etimologia della parola ci ricorda la particolare funzione che fu assegnata a queste donne,  forse anche a partire da un’età pre- vedica (3000 a. C. circa): “letteralmente ‘serva (dasi) del dio (deva)’ e indica quella bambine che vengono dedicate al culto e al servizio di una divinità o di un tempio per il resto della vita.

Daniela Bevilacqua ripercorre quindi i vari sviluppi storici e regionali della religione induista, sempre molteplici, che nelle, varie regioni del subcontinente indiano, hanno concretamente  interpretato la millenaria tradizione della devadasi; non prima di averci fornito un quadro storico generale quale, ad esempio, la diversa considerazione del tempio: “nei primi secoli d. C. il culto iniziò ad essere eseguito in templi pubblici a cui potevano accedere le genti del villaggio” (pp.35). E poi l’ulteriore evoluzione per cui il culto divenne più personale, tanto da includere “rituali volti a servire il dio come se fosse un sovrano o un nobile” (pp.37).

In altri termini, sempre citando alcune pagine del libro di Daniela Bevilacqua, possiamo dire che “le devadasi non erano solo delle ritualiste-artiste indispensabili alla buona riuscita dei samskara, ma anche simboli terreni della presenza divina. La funzione di nityasumangali e l’attività di benefattrici determinarono l’alta considerazione che la popolazione aveva di loro” (pp.80). Questo lo possiamo scrivere in merito alle devadasi che svolgevano la loro funzione secoli fa. Poi il colonialismo e anche le tradizioni millenarie sono cambiate. Leggiamo che “vari provvedimenti legislativi hanno portato al cambiamento di status e a una rivisitazione del loro ruolo”; tanto che oggi “la tradizione persiste soprattutto nelle regioni più povere come forma di prostituzione e in aree dove la dedicazione è frutto di ignoranza e superstizione”. Avvenimenti di cui, a torto o a ragione, abbiamo colto la paradossalità: ovvero come una cultura vittoriana, profondamente bigotta e moralista, abbia poi dato il via libera a un vero e proprio incentivo al “peccato”, sfruttamento della donna compreso.

Lankenauta | CAPELLI STRUGGENTI


Su Lankenauta una recensione di Giovanni “Kosmos” Agnoloni al lavoro Capelli struggenti (Marco Saya Edizioni), la nuova silloge di Franz Krauspenhaar. Eccone un passo:

Il tema di fondo – e il vero Leitmotiv di tutta l’opera letteraria di Krauspenhaar – è la solitudine. Anzi, si può dire che Capelli struggenti sia un’articolata declinazione di questo vocabolo dell’anima, come se la sua forma frammista di poesia fosse un lungo esercizio flessivo, con decine di casi per esprimere ogni sfumatura di funzione logica, o un infinito pentagramma, carico di microtoni atti a fotografare le minime sfumature del mondo di dentro. Perché per me questo è il senso del titolo: “capelli struggenti” come sottilissime entità emozionali, aghi quasi impercettibili, che suscitano sensazioni estremamente lucide, consapevoli, spietate. Come nella lirica di apertura, “Alla madre”: 

“Mamma io sono già morto
e vorrei approfondire il futuro
ma tu non esserne colpita
sono morto come un foglio
giallo, sotto una biro che non scrive.
Nel nostro profumo di vaniglia
le torte che hai fatto salutano
la nostra storia. Io sono già morto
con la musica troppo alta, l’ozio
delle domeniche e il vento che spira
dalla mia testa china. Non temere,
sono vivo ancora, se ti avvicini.
Se ti avvicini saremo sempre vivi,
il vento saremo noi, contro la musica
del cielo, della nebbia, della pioggia, del sole
e avvicinarsi ai confini, senza paura.”

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