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Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (I) (Victoriana 28/4) – Carmilla on line


Franco Pezzini, su CarmillaOnLine, ci porta nella sua eterna e coltissima disamina weird, che ha intitolato Victoriana ormai molto tempo fa, nei reconditi psichici di Aleister Crowley, quella Grande Bestia che ha plasmato – volenti o nolenti, è così – intere epoche pre e dopoguerra fino ai giorni nostri; parliamo quindi di quasi un secolo di nefandezze e guglie percettive e ideologiche mai dome, mai troppo messe da parte e mai troppo incensate. Vi lascio ad alcuni stralci delle considerazioni di Franco.

Ma c’è ancora un nome della raccolta, che la copertina indica per primo a dispetto della brevità del testo scelto: cioè quello di Aleister Crowley, la Grande Bestia 666 (1875-1947), personaggio citato qui anche nelle pagine di Wheatley ma presente in proprio come autore del brano titolato L’iniziazione. Non si tratta di un racconto, ma di un’istruzione stralciata da uno dei suoi opuscoli, con la messa in scena del rituale blasfemo della crocifissione di un rospo. Il fatto che tra tutta la sua produzione – nel 1969, è vero, meno facile da mappare nella sua impressionante estensione –, ricca di prosa, poesia e saggistica, sia stata proposta da Haining proprio questa breve istruzione finisce con l’orizzontare verso il Crowley più superficialmente “satanico” dei tabloid, “l’uomo più cattivo del mondo” eccetera: ancora una volta un pegno al clima d’epoca, che dice qualcosa delle provocazioni di un incredibile agitatore culturale (nel 1967 sulla copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles), ma rischia di travisarlo nel mero sodale del LaVey di turno. Torniamo insomma alla cornice vintage della raccolta in esame, che un lettore del 2019 è opportuno colga per poter capire e apprezzare il documento d’epoca.

Per approfondire un po’ il tema, può piuttosto essere utile accostare un altro testo edito nel 2015 dalla stessa Ghibli, cioè la biografia Aleister Crowley: la natura della Bestia di Colin Wilson (1931-2013): uno studio del 1987, è vero, ma preparato dal profilo di Crowley in The Occult: A History (1971) e da altre sue opere.

Certo The Nature of the Beast, con le caratteristiche peculiari che lo pongono idealmente nella scia di studi alternativi come Il mattino dei maghi (1960) più che delle biografie “pure”, pur offrendo provocazioni interessanti è da accogliere un po’ sempre con le molle – e non solo per le personalissime idee di Wilson. La sensazione per esempio che nelle Confessioni Crowley tenda a intessere lisergicamente autofiction, giochi a impressionare, ricami per amor di narrazione e per gigioneria – come in fondo sempre, nella vita quotidiana come in romanzi e racconti, con un unico indiscusso mattatore in scena, sempre lui – sia pure in alternanza a momenti di desolata onestà, lascia a volte pensare che invece Wilson prenda tutto un po’ troppo sul serio. Ma in ciò, tra fascino e limiti, sta il valore documentario del suo testo: e rileggerlo oggi finisce col suscitare una vaga melanconia per i sogni di un’epoca – che è stata anche nostra, almeno di chi può ricordarla, delle nostre singole vite e dei nostri sogni – ormai irrimediabilmente chiusa.

Le precedenti puntate di Sex and the Magic sono qui, qui e qui.

L’esoterismo di Federico Fellini – Livepress


Devo essere onesto, di questa teoria non ne sapevo nulla, eppure ha il suo perché, a pensarci bene, e la rilancio a mo’ di cassa di risonanza: Federico Fellini aveva interessi esoterici, junghiani e anche sciamanici, direi. Da LivePress.

L’ultima “reale” apparizione di Federico Fellini risale a qualche mese successivo alla sua morte. Non è uno scherzo, ma lo racconta Lorenzo Ostuni, regista e produttore Rai, ricordando un “patto” da lui stipulato con il grande maestro, secondo il quale, il primo tra i due che sarebbe passato a miglior vita, come suol dirsi, sarebbe tornato dall’altro a raccontargli com’è il transito nell’aldilà. E cosi fu. Fellini compare in perfetta forma tridimensionale nello studio di Ostuni in via degli Scipioni a Roma, e consegna a quest’ultimo un messaggio criptico: “Lorenzino, ricordi che un giorno ti dissi che la differenza tra noi due consiste nel fatto che tu prendi le cose della terra e le proietti nel cielo cosmico, mentre io prendo le cose del cielo e le proietto nel piccolo schermo terrestre? Bene, devo dirti che nessuno dei due aveva ragione. Adesso ho visto che cosa c’è all’interno del tempio che per tutta la vita ho soltanto sbirciato cosi, come un intruso, dall’esterno. Ho visto..”.

Questo episodio, a prescindere dalla sua veridicità, la dice lunga sugli interessi esoterici coltivati in tutta la sua vita dal regista riminese. Interessi che spaziavano dallo studio dell’I Ching all’amicizia con il famoso veggente Gustavo Rol, oltre che dalla presenza nella sua biblioteca personale di testi di esoteristi, mitologi, antroposofi, tutti i canoni buddisti e i famosi Veda, i testi iniziatici tradizionali della spiritualità indiana.

Non si riesce a comprendere il corpus dell’opera di Federico Fellini se non si svela il suo sostrato esoterico. Aspetto, quest’ultimo, che lo mette in connessione con altri grandi maestri del cinema mondiale, da Bunuel a Welles passando per Tarkovsky e Hitchcock.

Scorrendo velocemente la filmografia del regista, da Casanova a Giulietta degli spiriti, da Satyricon a Toby Dammit, si coglie l’interesse per le discipline “non ordinarie”. In particolare il suo interesse per Carl Jung, che Fellini leggeva avidamente e approfondiva attraverso il suo rapporto con Ernst Bernhard, psicanalista di formazione junghiana che lo introdusse alla consultazione dell’I Ching. Il concetto di sincronicità sarà sempre presente nel laboratorio visivo di Fellini; così come era stato lo stesso Fellini a sottoscrivere la cifra filmica e l’origine della sua forza creatrice: “La memoria è come l’anima, esiste prima della nascita…Non si esprime attraverso il ricordo. È una componente indefinibile e misteriosa che ci invita a entrare in contatto con dimensioni, eventi, sensazioni, che non possiamo nominare, ma che sappiamo, anche se confusamente, essere esistite prima di noi”.

Come ogni essere straordinario, la sua comparsa sulla terra lascia diversi enigmi: Fellini era un mago? Lui diceva di essere stato risucchiato dal cinema, e che, in caso contrario, sarebbe stato sì un mago, ma un mago stile Mandrake in cui il versante dell’illusionismo sarebbe stato preponderante.

Non sappiamo se, a modo suo, il regista fu una sorta di iniziato. Egli scherzosamente si definiva piuttosto un “pozzetto” nel quale tutta “la pioggia” di trascendenza metafisica si era copiosamente riversata. Una cosa è certa: tra le esperienze con l’LSD, a cui fu introdotto dallo psicanalista Emilio Servadio, e le sue frequenti incursioni nel mondo del misterioso di Carlos Castaneda, col quale ebbe dei contatti in relazione a un progetto cinematografico di cui poi non si fece nulla, l’immaginario felliniano si è nutrito di esperienze straordinarie, di relazioni e visioni che, cosi come lui stesso ebbe a dire a Lorenzo Ostuni, il citato complice del patto post-mortem, servirono a proiettare sullo schermo della terra la grande forza misteriosa delle cose celesti.

Nato nella paura: l’incanto oscuro di Ligotti – Quaderni d’Altri Tempi


Una lunga e articolata recensione di Giovanni De Matteo al saggio su Thomas Ligotti Nato nella paura, curato da Matt Cardin. Su QuaderniAltriTempi, ovviamente; qui sotto uno stralcio significativo ma non esaustivo.

Non sono molti gli autori che hanno contribuito a tenere in vita il senso del perturbante in un’epoca sempre più avara di misteri come la nostra, e forse nessuno di loro può vantare lo stesso alone di culto che circonda la figura di Thomas Ligotti. Con una fama che è andata crescendo a partire dai primi anni Ottanta, la sua opera costituita in prevalenza da racconti brevi o brevissimi, con occasionali sconfinamenti nel saggio (La cospirazione contro la razza umana, 2010) e ancor più rare incursioni nella novella (My Work Is Not Yet Done, 2002), non ha mai raggiunto le tirature dei romanzi di Stephen King o Dean Koontz, ma può vantare un piccolo esercito di fedelissimi che continuano a celebrarlo come uno degli autori più influenti nel panorama horror, anche adesso che ha di fatto abbandonato la scrittura.
Risultato non da poco e tutt’altro che scontato, se si considera l’abbinamento alquanto ostile alle regole del mercato tra la dimensione dei suoi lavori e il sostrato filosofico da cui scaturiscono, ma pienamente giustificato da un carattere riconoscibilissimo nell’offerta sempre più standardizzata di un genere che soffre da tempo di un certo ripiegamento su se stesso, ostaggio della reiterazione commerciale di formule e soluzioni che ne hanno disinnescato la carica dirompente, riconducendolo nell’alveo di una sterile convenzionalità.
Distante dall’orrore di altri scrittori declinato sia nelle forme più accessibili rappresentate da King e Koontz o dai racconti di Weird Tales, che nel soprannaturale “cortese” di autori come Walter de la Mare, Robert Aickman o Oliver Onions, Ligotti ha saputo maturare nella sua singolarità un ascendente come pochi sul weird contemporaneo e l’impatto del suo lavoro è stato suggellato nel 2014 da una serie di culto come True Detective, disseminata di omaggi e citazioni, a cui è in una certa misura legata in Italia anche la recente diffusione dei suoi lavori al di fuori della cerchia ristretta degli appassionati del fantastico più dark.

Il buio è il punto di arrivo
È inevitabile che un’opera di questa portata finisca per richiamare l’attenzione sul suo autore, ma com’è noto Ligotti ha sempre rifuggito l’esposizione pubblica e lesinato i dettagli sulla sua vita privata, pur senza risparmiarsi nella corrispondenza con i lettori. Le interviste, rilasciate con una frequenza crescente a partire dai tardi anni Ottanta, raccolte da Matt Cardin in un volume ora in edizione italiana con il Saggiatore, e circolate al di fuori del circuito delle riviste di settore soprattutto grazie alla cassa di risonanza del web, hanno permesso di sopperire a questa sua refrattarietà ai riflettori, riuscendo di volta in volta a portare alla luce aspetti diversi del suo vissuto, del suo pensiero, delle sue passioni e dei suoi tormenti, rendendo palese come ogni componente abbia un influsso non trascurabile, anzi, spesso determinante, sulle altre, nella definizione di una personalità di certo problematica, ma anche di rara complessità.
Innanzitutto c’è Detroit, la città in cui Ligotti è nato e ha trascorso i primi anni dell’infanzia, per poi farvi ritorno da adulto assumendo l’incarico di redattore presso la Gale Research, un editore di manualistica per cui si è occupato di critica letteraria. Impossibile trascurare l’influenza sulle sue ambientazioni dell’American Acropolis per antonomasia, citando un altro innovatore nel suo campo profondamente legato alle radici dell’immaginario come William Gibson. Sul panorama di decadenza che stringe la città nella sua morsa torna Ligotti in diversi passaggi:

“Mi è sempre piaciuto lo spettacolo delle case abbandonate, carbonizzate e in rovina. Nel primo racconto dell’orrore che ho pubblicato, Il chimico, cerco di esprimere il mio fascino per questo mondo di rovine. In misura minore questo vale anche per il mio romanzo breve My Work Is Not Yet Done, ambientato in una città senza nome ispirata a Detroit. Lo sfondo del mio computer è la foto di una casa abbandonata nell’East Side di Detroit. In tanti miei racconti ho cercato di articolare un’estetica del degrado nei borghi e nelle città. Per me il declino e la decrepitezza equivalgono a una specie di serenità, al tranquillo abbandono delle illusioni sul futuro”.

Presentazione a Roma della Prima Frontiera @ Mangiaparole, il 22/12


Domenica 22 dicembre presso il caffè letterario Mangiaparole, in via Manlio Capitolino 7/9 Roma, alle ore 18.30 verrà presentata l’antologia di strano weird La prima frontiera, da me curata ed edita da Kipple Officina Libraria. Saranno presenti, oltre a me, Lukha B. Kremo, Ksenja Laginja e Giovanna Repetto. Questo è l’evento su FB.
P.S. – Sarà anche l’occasione per festeggiare i 15 anni esatti di Connettivismo e di NazioneOscura, entità artistiche nate nate proprio quella notte

Ventuno racconti del Fantastico esplorano con intense suggestioni cosa può accadere nei mondi lontani dall’umano, in tutti quei territori dove regnano l’inumano e lo strano. “La prima frontiera” è un viaggio attraverso il mutamento delle percezioni nel weird, dove il concetto di “diverso” si allontana da quello che abbiamo sempre immaginato.

Hanno partecipato all’antologia: Luigi Musolino, Alessandro Forlani, PeeGee Daniel, Mario Gazzola, Giovanna Repetto, Lukha B. Kremo, Uduvicio Atanagi, Domenico Mastrapasqua, Irene Drago, Roberto Furlani, Giovanni De Matteo, Matt Briar, Federica Leonardi, Alex Tonelli, Maico Morellini, Linda De Santi, Marco Milani, Marco Moretti, Ksenja Laginja. Accanto a questi grandi nomi della narrativa fantastica italiana, sono presenti due guest star d’eccezione: Danilo Arona e Bruce Sterling (nella traduzione di Salvatore Proietti); la copertina è a cura di Ksenja Laginja; mia è la curatela.

La prima frontiera. Ovvero, il primo limite che s’incontra trascendendo, disincarnandosi; la prima barriera con cui s’impatta accedendo a luoghi inumani. E allora, quando si è in quelle regioni indefinite, dove anche la coscienza diviene un concetto astratto e sfuggente, indefinita nel suo intuito senziente, come si svilupperà la percezione del weird? Come si modificherà il paradosso, il creeping, lo stacco del Fantastico nel momento in cui qualcosa ci farà sussultare nella settima dimensione, o quando un essere alieno proverà paura per qualcosa che nemmeno lui potrà esplicare? Allora, la prima frontiera sarà già lì, nel suo tentativo di raccontarci cosa contiene.

AA.VV. | La prima frontiera                                                              

Introduzione e curatela di Sandro Battisti
Copertina di Ksenja Laginja
Traduzione di Bruce Sterling: Salvatore Proietti

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 215 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-10-1
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 204 – € 15 — ISBN 978-88-32179-09-5

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Si conclude la trilogia di Tequiero | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’ultimo anello di una splendida trilogia, quella di Giovanna Repetto che con Tequiero La stagione dei mostri conclude appunto il ciclo di Tequiero. Le copertine dei tre libri sono di Ksenja Laginja. La sinossi:

Tequiero è un luogo che potremmo definire sul bilico della metafora. Un pianeta diverso, al quale si arriva tramite una sorta di trasferimento di coscienza e dove si ha a che fare con altre persone, tutte giunte dalla Terra ma dai luoghi ed epoche più disparati. Il protagonista oscilla tra queste due esistenze, quella del ragazzo con mille problemi e un lavoro precario e quella dell’eroe alato su un mondo lontano.

Horacio, lo scienziato nemico di Mentore, è finalmente prigioniero. Ma le sue risorse non sono esaurite, e il momento della sua riscossa è destinato ad arrivare, mettendo in pericolo di vita tutti i membri della comunità di Tequiero. Per Halcon, c’è una sola speranza: chiedere l’aiuto dell’ultima persona alla quale vorrebbe chiederlo, sulla Terra.

Con questo avvincente romanzo si conclude la trilogia iniziata con Il nastro di Sanchez, romanzo finalista al Premio Urania.

Esce Grand Vintage Bazaar, premio Short Kipple 2019 di Alessandro Napolitano | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Alessandro Napolitano è vincitore del Premio Short Kipple 2019 con il racconto Grand Vintage Bazaar, disponibile da oggi in formato digitale su www.kipple.it e nelle librerie online.

Sinossi

I rimorsi di un dolore troppo grande da sopportare, da rimproverarsi per un tempo lunghissimo, proiettano le ombre del protagonista in un angolo di realtà dove le impressioni si sommano, e i risultati sono voci e corpi così vivi da essere troppo credibili.
Il racconto di Alessandro Napolitano ha vinto il Premio Short Kipple 2019 convincendo la giuria con questo Grand Vintage Bazaar, mostrando una maturità di temi e di scrittura che arricchisce la letteratura di genere con una piccola perla – il suo posto è già negli annali.

Estratto

Ricordo bene quando ripresi i sensi dopo l’incidente in auto. La bocca sapeva di sangue e la testa penzolava in avanti. Passai la lingua sulle gengive, piano piano, perché ero certo che da qualche parte avrei trovato una brutta sorpresa. E quella non si fece attendere: gli incisivi non c’erano più, e da lì zampillava un liquido viscoso. Un dolore acuto si accese tra le spalle, si arrampicò sulla cervicale, arrivando a pizzicare il cervello. Resistetti a un nuovo svenimento solo perché mi pisciai sotto. Il tepore dell’urina tra le gambe mi confortò e feci un bel respiro.
Da lì in poi cominciò una seconda vita. Mandare in naftalina quella precedente non fu semplice.
Intanto dovetti ricordarmi dove fossi. Ero seduto nella mia autovettura, questo sì. Guidavo io e l’airbag mi aveva salvato il culo. Il parabrezza era in frantumi e allungando lo sguardo sembrava lo stesso per l’anteriore dell’auto. La gamba destra mi faceva male, ma il problema veniva dal piede. Doveva essere rimasto piegato sotto i pedali, perché non lo sentivo più.
Guidavo io e, Cristo santo, accanto a me non c’era nessuno!
– Betta – urlai. – Betta dove sei?
Avevamo trent’anni, quella notte. Eravamo usciti con gli amici con l’idea di mangiare una pizza e poi di vedere un film. Arrivammo tardi al cinema, allora i piani cambiarono e finimmo la serata in un locale a chiacchierare. No, io ed Elisabetta non eravamo felici. Per nulla. La nostra relazione era al capolinea, solo che nessuno trovava il coraggio di ammetterlo. Il coraggio per andare a letto con altre persone ce lo avevamo, ma per parlarci chiaramente, quello no.
– Dove cazzo sei, rispondimi!
Slacciare la cintura di sicurezza fu un’impresa titanica. Continuavo a tirarla e strapparla senza ragionarci sopra. Colpa del panico, perché non è facile ritrovarsi legato dentro l’auto, pieno di sangue e con l’anima che pompa angoscia a più non posso. C’è voluto un po’ prima di sentire il clic della molla.
– Mi senti? Dove sei? Betta, Betta!
Il piede stava meglio del previsto, probabilmente avrei potuto camminare, ma decisi di rotolare sull’asfalto e mettermi carponi. In quel momento realizzai due cose: era notte inoltrata e stava scendendo una nebbia da fare schifo.
– Urla qualcosa, se mi senti! Betta, urla!
Non ho frenato, mi dissi. La curva è arrivata all’improvviso e non ho rallentato. O forse sì, appena un po’ e poi abbiamo sbandato. Magari la macchina ha urtato qualcosa, un animale, potrebbe essere andata così.
– Betta, stai bene? Rispondimi, se puoi.
Iniziai a gattonare. Vidi uno pneumatico o quanto ne restava. Sembrava esploso per colpa di una granata. Per terra aveva lasciato una striscia di gomma, ci sputai sopra un corposo rivolo di sangue. Ormai a ridosso del parafango, pensai che non ce l’avrei fatta. Il fiato era corto e i battiti del cuore colpivano contro le tempie con tutta l’intenzione di spaccare la testa e uscire.

La quarta

Le illusioni costruiscono il nostro presente, lo modellano per farlo divenire meno doloroso; lo è anche il passato, mai sommarli in un tentativo di futuro, mai fermarsi sul ciglio della propria coscienza, malata, torbida, colpevole. Vincitore del Premio Short Kipple 2019.

L’autore

Alessandro Napolitano è nato a Roma nel 1971. “Menzione speciale della Giuria” al Premio Giulio Verne 2012, vincitore del Premio Short Kipple 2019 e dello Sherlock Magazine Award 2017 (Delos Books). Finalista al Premio Urania Short Mondadori, al Premio Lucca Project “Martinelli” e ad altri premi letterari. Gli ultimi racconti pubblicati sono Italia, contenuto nell’antologia “Atterraggio in Italia” (Delos Digital), Omicidi nella nebbia, inserito nel “Classico del Giallo Mondadori” 1422 e Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione (Delos Digital).

La collana

Capsule è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai piccoli capolavori del Fantastico e della SF prettamente italiana, contraddistinti dalla rapidità di lettura e dalla qualità unita alla fruibilità, dove il basso costo di copertina rende le proposte editoriali imperdibili.

Alessandro Napolitano | Grand Vintage Bazaar
Copertina di AOosthuizen

Kipple Officina Libraria
Collana Capsule — Formato ePub e Mobi — Pag. 18 – € 0.95 — ISBN 978-88-32179-18-7

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Io non sono leggenda | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la recensione a Io non sono leggenda, saggio di Jacques Bergier visto dalla sensibilità di Tea C. Blanc. Vi lascio ad alcuni passaggi:

Quando qualche giorno fa sono entrata in Rete per curiosare nella montagna di recensioni, a un mese e mezzo dalla sua uscita, che mi aspettavo di vedere su Io non sono leggenda di Jacques Bergier ero indecisa se scriverne, poi ho visto un deserto che mi ha ricordato i deserti di Ballard. Ho preso in mano la penna e ho cominciato. È un libro importante, non so il motivo di questo silenzio. Non credo sia dovuto al fatto che chi sa, non parla, perché da anni non vedo nemmeno le domande che si suppone dovrebbero essere inevase. Non conosco nemmeno i dati di vendita a un mese e mezzo dalla sua uscita, ma l’impressione è: o questo libro non ha venduto una copia (il che risulta improbabile, se non altro perché ne ho un esemplare davanti a me), oppure sta vendendo di brutto ma a lettori che si guardano bene dal dirlo, un po’ come è successo con Il mattino dei maghi quando esimi professori confessavano sì, di averlo acquistato, ma per amici conoscenti colleghi mogli figli nipoti passanti sconosciuti…

Forse per alcuni risulterà una lungaggine inutile catturare l’attenzione con un altro libro, cioè Il mattino dei maghi appena citato (Le Matin des magiciens), opera a quattro mani dell’uomo di scienza Jacques Bergier e del suo alleato di scrittura, il giornalista e scrittore Louis Pauwels (si pronuncia povɛls, era un francese). Ma prima di entrare nel nucleo dell’argomento, bisogna considerare che Il mattino dei maghi, pubblicazione imprescindibile per afferrare Io non sono leggenda, uscì in Francia nel 1960 e ci sono almeno un paio di generazioni che ne sanno poco o nulla (in Italia la prima edizione uscì nel 1963 per Mondadori, a cui seguirono tre edizioni economiche, l’ultima delle quali nel 1984). La prima cosa che salta all’occhio è che vendette milioni di copie. I due autori non si aspettavano un successo simile, invece la fama del saggio superò i confini nazionali ed europei. Naturalmente ebbe anche molti detrattori. La seconda informazione necessaria è che, con quest’opera, gli autori introdussero una prospettiva nuova, un nuovo modo di guardare alla scienza, alla tecnica e a tutte le discipline umane, quindi anche l’antropologia, la storia, la psicologia, la filosofia, l’archeologia, etc. etc. etc., a cui diedero il nome di realismo fantastico.

Una volta aperto il libro, è infatti importante continuare a ricordare che Jacques Bergier è uomo di scienza, chimico e ingegnere ma conoscitore anche della fisica. E ragiona in termini scientifici. Con qualcosa in più.

Perché Il mattino dei maghi dovrebbe interessare le ultime generazioni? Perché offre una prospettiva unitaria (olistica? ecosistemica?) e illuminante in un’epoca in cui vari fattori, tra cui la frammentazione apprenditiva e sociale, l’iperspecializzazione, la quasi totale assenza di figure di rilievo e guida che sappiano contrastare con onestà intellettuale la frattura interiore e sociale nel tentativo di comporla, hanno deprivato la struttura percettiva personale e collettiva. È sufficiente fare una semplice operazione di addizione. Basta aggiungere, ogni volta che gli autori scrivono scienza e tecnica, le parole intelligenza artificiale: scienza e tecnica + intelligenza artificiale (argomento di cui comunque Bergier fece in tempo a occuparsi). In questo modo Il mattino dei maghi torna un libro che potrebbe essere stato scritto oggi. Per chi già conosce il saggio stiamo cioè eseguendo quell’operazione che Bergier descriveva come una nuova visione sul passato per essere contemporanei del futuro, e non moderni attardati. La stiamo eseguendo sul libro stesso. Non so se a Bergier e Pauwels questo sarebbe piaciuto. Presumo ne sarebbero divertiti.

Il saggio, a edificazione di chi non l’ha mai letto, è composto di tre parti di cui l’ossatura sono la scienza, la storia, l’essere umano. Fin qui nulla di strano. È spiazzante, invece, l’approccio a ognuno degli argomenti, svolto secondo criteri che tengono inoltre conto delle discipline umane: scientifiche, umanistiche e artistiche. Non manca nulla. Dulcis in fundo, contiene anche due racconti integrali inscritti in quella che viene di solito denominata letteratura fantascientifica, una letteratura che ha avuto e continua ad avere meglio di altre i numeri per penetrare l’attitudine mentale a essere contemporanei del futuro. Naturalmente non sono una parabola fantastica qualunque: mostrano il senso profondo del tema superando l’etichetta di genere come ogni grande scrittura. I due racconti sono I nove miliardi di nomi di Dio di Arthur C. Clarke (The Nine Billion Names of God, 1953) e Un cantico per san Leibowitz di Walter M. Miller (A Canticle for Leibowitz, 1959). Spuntano anche l’incipit alla novella orrorifica Il popolo bianco di Arthur Machen (The White People, pubblicato nel 1904), un estratto del romanzo esoterico Il volto verde di Gustav Meyrink (Das grüne Gesicht, 1917), un brano della novella L’Aleph di Jorge Luis Borges (El Aleph, nella raccolta originale omonima, 1949).

Grazie all’autrice della recensione per aver parlato di questa realtà ineffabile, quantica e connessa. Il reale è composto di infiniti rivoli ripiegati in frattali espansi nei propri eoni…

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