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Archivio per Interviste

Il mondo di Karma City Blues: intervista a Giovanni De Matteo | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com una bella intervista, nell’ambito di Delos204, a Giovanni De Matteo. I temi trattati virano attorno al metamondo da lui concepito, quello della Napoli (spesso ospite di Urania) della metà di questo secolo, dove la tecnologia e la Singolarità s’intrecciano in un tripudio del kipple e della commistioni poliziesche virate al futuro. Un brano della chiacchierata, che ha toccato vari temi dell’universo creativo di Giovanni:

Dopo Sezione π² e Corpi spenti mi sarei aspettato il terzo romanzo con protagonista Vincenzo Briganti, e invece mi hai spiazzato (favorevolmente e credo anche i tuoi lettori), scrivendone uno ambientato nello stesso universo, ma con un nuovo principale personaggio. Quali sono i motivi che ti hanno spinto verso questa scelta e che collegamenti ci sono con i due precedenti romanzi?

Anche se l’esordio letterario di Vincenzo Briganti era fin dall’inizio pensato come parte di un possibile racconto seriale, l’universo della Sezione Speciale di Polizia Psicografica di Napoli abbracciava un più ampio orizzonte narrativo ancora prima che Briganti entrasse in scena. Prima di Sezione π² era stata infatti la volta di un fumetto uscito a puntate sulle pagine di Solaris*, un progetto di Cagliostro ePress tanto interessante quanto sfortunato, e come la stessa rivista rimasto incompiuto. C’era tutto un mondo lì fuori che Sezione π² e Corpi spenti mi hanno permesso solo di intravedere di sfuggita, e un romanzo slegato dalla continuity delle indagini dei necromanti poteva aiutarmi ad addentrarmi nei suoi recessi.

I collegamenti con i due romanzi «canonici» non mancano, con alcuni personaggi di contorno che tornano in Karma City Blues, unendosi a una galleria ancora più ampia. Ma i punti di contatto principali sono sicuramente l’ambientazione, che al lettore dei precedenti romanzi risulterà allo stesso tempo familiare e straniante, e la psicografia, qui mostrata secondo la lezione di William Gibson nell’uso che la strada ha trovato il modo di farne. Uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere un romanzo staccato dalle indagini dell’Officina è anche questo: esplorare il contesto criminale dall’altra parte della barricata.

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ROGER WATERS: NUOVA INTERVISTA PER “BROOKLYN VEGAN” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia una fluente intervista a Roger Waters, lunga e piena di politica, di sentimento, di bellissima voglia di fare e di non sottostare ai dettami di un potere rivoltante. Si parla poco dei Floyd, ma forse perché si sono sciolti nel reale, lo hanno contaminato.

Roger Waters ha avuto una delle più prolifiche carriere musicali dalla fondazione dei Pink Floyd, circa 55 anni fa. Dopo aver pubblicato Is This The Life We Really Want? nel mese di giugno del 2017 e dopo aver completato un incredibile tour mondiale di 157 date nel dicembre 2018, Waters, 75 anni, è più grintoso e forte che mai. Nel disco e nel tour più recente, Roger è stato circondato da un gruppo di musicisti per lo più nuovo e più giovane. Questo gruppo dal vivo ha creato un suono che nelle mie cuffie è risultato incredibilmente fresco. Non si vuol fare il confronto con dischi o formazioni precedenti, ma sono venuti meno vecchi e provati musicisti come Graham Broad, GE Smith, Snowy White e Andy Fairweather Low, rimpiazzati da musicisti come Jess Wolfe e Holly Laessig (Lucius), Bo Koster (My Morning Jacket), Jonathan Wilson (prolifico chitarrista e produttore) e Joey Waronker (Walt Mink, Beck, Atoms For Peace). Roger è stato in grado di coltivare un suono – giocando sui punti di forza di ogni membro – che ha creato un nuovo capitolo sonoro da aggiungere alla sua già straordinaria opera. Ho incrociato il tour di Us + Them tre volte; prima alla prova generale presso i Meadowlands (Meadowlands Arena, East Rutherford, NJ, USA, 21 maggio 2017, n.d.r.), poi a Barclays (Brooklyn, New York, 11 & 12 settembre 2017, n.d.r.) e infine a Hyde Park a Londra (7 luglio 2018). Ogni volta ci sono stati ritocchi e modifiche al suono che mostravano una band che, sebbene già al massimo, migliorava consapevolmente e si evolveva.
Roger Waters è un artista che ho riverito per quasi quattro decenni. Ho passato molto tempo a discutere e a lungo dei progetti di questo artista qui su Brooklyn Vegan. Quindi potete immaginare la sorpresa snervante che mi ha attraversato quando ho ricevuto una telefonata per chiedermi se mi sarebbe piaciuto condurre un’intervista esclusiva con lui; la sua unica intervista americana post-tour all’orizzonte. Ne è venuta fuori una conversazione di 90 minuti che ha coperto tutto, dall’Us + Them tour al suo ultimo lavoro in studio da solista, fino al suo attivismo e agli sforzi umanitari, nonché la sua propensione a fare da parafulmine per le polemiche. Non sono Dick Cavett (anziano conduttore televisivo, molto noto negli Stati Uniti, n.d.r.), ma grazie alla natura generosa e volubile di Roger, è stata una conversazione molto fruttuosa e rivelatrice.

 

Klaus Kinski: Una delle cose più interessanti per me, sia in studio per Is This the Life We Really Want, sia on the road, è stata la nuova band. È probabilmente una delle migliori formazioni della tua carriera solistica e mi sono chiesto come funzionasse con un gruppo di musicisti così giovane.
Roger Waters: Beh, sono contento che questa line-up ti sia piaciuta, come a me. Abbiamo fatto 157 spettacoli in tutto il mondo e mi mancano davvero. So che tutti quelli coinvolti nel tour stanno attraversando un periodo del tipo “che cazzo è successo?”, perché eravamo come una famiglia circense molto felice e quello che facevamo ogni sera… tutti hanno riconosciuto che era davvero speciale. Ora, il fatto che fossero più giovani e, beh, che ci fossero meno scarafaggi in giro – che non è una brutta cosa… non so, sono stati tutti adorabili, persone adorabili e sono tutti dei grandi musicisti. Può darsi che la ragione per cui ho deciso di cambiare i musicisti, in qualche modo ha avuto a che fare con la realizzazione del disco con tutti loro e con Nigel (Godrich). Ad esempio Joey (Waronker). Lavorare con lui in studio… Joey è molto tranquillo e il suo stile è completamente diverso da chiunque altro con cui abbia mai lavorato prima e ne sono rimasto molto colpito. E quindi questa è una delle ragioni per cui ho deciso di cambiare i musicisti dopo Desert Trip (Empire Polo Grounds, Indio, CA, USA, 9 & 16 ottobre 2016, n.d.r.). Anche se, ovviamente, a Desert Trip lavorai già con Jess e Holly (dei Lucius), che adoro, che hanno un enorme talento e che ho incontrato per caso perché ero stato al Newport Folk Festival (Fort Adams State Park, Newport, RI, USA, 24 luglio 2015, n.d.r.) alcuni anni prima. Sai, a Newport mi suggerirono: “Ehi! Vuoi utilizzare qualcuno di questi musicisti?”, “Sì, potrei utilizzare qualche cantante per i cori.” Mi dissero che c’era questa band, Lucius, così andai in rete perché non ascolto molta musica, quindi non avevo idea di chi fossero. Ma vidi “Go Home”, che è un video straordinario, bastano dieci secondi per dire “Wow!”

Intervista al Collettivo Italiano Fantascienza | KippleBlog


Su KippleBlog un’interessante intervista al Collettivo Italiano Fantascienza, a opera di Roberto Bommarito che ha posto domande agli aderenti del gruppo, capitanato da Linda De Santis e Simonetta Olivo, al cui interno militano esponenti conosciuti come lo stesso Bommarito, Roberto Furlani, Piero Schiavo Campo, Emiliano Moramonte. In bocca al lupo, ragazzi!

Simonetta Olivo: Nell’agosto del 2017, quando ho scoperto con mia gran sorpresa di essere finalista per il Premio Urania Short, ho avuto la fortunata idea di contattare gli altri autori arrivati in finale e di proporre loro uno spazio virtuale dove potersi conoscere prima della proclamazione del vincitore. Abbiamo cominciato a scambiarci visioni, opinioni e racconti, ed è stato subito chiaro che se fossimo riusciti a uscire da un’ottica competitiva quell’incontro poteva diventare un valore. Nell’ottobre del 2017 molti di noi si sono incontrati di persona alla manifestazione Stranimondi a Milano, sede della premiazione. Lo scambio a distanza era stato così intenso e sincero che quell’incontro, per alcuni, è stato come fra amici di vecchia data. Così la proclamazione della vincitrice Linda De Santi è divenuta un’occasione di festa per tutti, sfociata in una cena in cui abbiamo cominciato a parlare di progettualità. Via dalle intense giornate milanesi il gruppo ha continuato a condividere idee e materiali, finché una sera Linda mi ha chiesto che cosa ne pensassi di proporre agli altri membri del gruppo la scrittura di un’antologia di racconti. Alla proposta, il momento forse più emozionante di questo lavoro: un coro di sì. Del gruppo e del progetto si è appassionato anche Piero Schiavo Campo, rapito dal Collettivo e non più liberato dopo un giro di antichi caffè e bettole a Trieste, città che accoglie ben quattro membri del gruppo, fra cui l’ultima acquisizione, Roberto Furlani, acquisito dopo tre giorni di intensa partecipazione alle nostre attività nell’ambito dell’ultimo ritrovo a Stranimondi, secondo il detto del nostro Lorenzo Davia, che “per entrare nel CIF bisogna aver pascolato le vacche assieme”, a sottolineare che si tratta di un gruppo di persone con legami di amicizia e fiducia. La caratteristica principale del gruppo è l’approccio fortemente cooperativo, a fronte di un mondo spesso mosso dalla competizione. I dieci racconti della nostra antologia Atterraggio in Italia sono stati letti e revisionati da ognuno degli autori, con uno spirito di collaborazione e attenzione reciproca che ancora oggi non smette di sorprenderci.
Ci siamo dati il nome di Collettivo Italiano Fantascienza per mettere l’accento proprio sull’idea cooperativa che ci ispira e sullo scenario culturale in cui ci muoviamo – quello della fantascienza italiana. Non si tratta quindi di una prospettiva di identità nazionale: uno di noi, Roberto Bommarito, è ad esempio cittadino di Malta, nuovi membri potrebbero provenire da ogni Paese del mondo e scrivere anche in lingue diverse dall’italiano. Il logo che abbiamo scelto, opera del grafico Lorenzo Nicoletti,vuole rappresentare l’entanglement quantistico, per affinità con il concetto che esprime: pur nella distanza fisica fra i membri del Collettivo, esistono un’influenza reciproca e un contatto umano che va oltre il quotidiano visibile.

È possibile partecipare alle attività del CIF?

Emiliano Moramonte: Al momento no. Stiamo valutando le linee d’azione per aprire, in un prossimo futuro, a una possibile collaborazione con altri autori. Attualmente il Collettivo sta definendo una propria impostazione progettuale e lo farà attraverso iniziative legate al gruppo originario degli autori che lo hanno fondato. Ma sia ben chiaro: il CIF non è un clan, né una setta e neanche un club esclusivo, bensì un laboratorio letterario, o più semplicemente, un gruppo di persone che hanno deciso di crescere insieme nella comune passione per la scrittura, attraverso un bellissimo rapporto d’amicizia e collaborazione. Ovviamente tutto ciò richiede un tempo “tecnico” per maturare, ragion per cui, abbiamo deciso di accogliere (ove esistano le condizioni), non più di un nuovo membro all’anno.

Mario Gazzola su RadioPopolare per FantaRock


Ieri, su RadioPopolare, Mario Gazzola è stato intervistato sull’opera Fantarock, poderoso tomo da lui scritto assieme a Ernesto Assante e a una pletora di collaboratori – tra cui anch’io ho. Mario ha stilato pure un’intelligente e dissacrante scaletta musicale che potrete ascoltare, insieme all’intervista, dal minuto 13 semplicemente cliccando qui – o qui scaricando l’mp3.

L’importanza di perdere il controllo sulla propria vita | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto intervista di Francesco D’Isa a Jules Evan, sul tema dell’estatico:

Nel suo interessante studio sui metodi per raggiungere l’illuminazione (o la trascendenza, l’assoluto, il divino… la definizione varia in base alla tradizione di riferimento), l’autore concorda con Huxley nel sostenere che nella cultura occidentale il misticismo è stato emarginato e patologizzato più o meno dagli anni della Riforma. A partire da questo assunto, l’autore ci guida attraverso un percorso approfondito che esplora l’estasi sia dal punto di vista teorico che pratico, attraverso l’arte, la musica, la psichedelia, la meditazione, il sesso, la guerra, la natura e la tecnologia – indicando sempre sia i rischi che i benefici.

Ecco un brano dell’intervista:

FD: I seguaci della “Filosofia Perenne” come Huxley sostengono che i grandi mistici di tutto il mondo sono d’accordo su tutti i punti fondamentali, ma come scrivi tu stesso, Huxley ha esagerato parecchio la misura dell’accordo dei mistici provenienti da tradizioni diverse. In realtà, l’esperienza della morte dell’ego può essere sia traumatica che positiva, a seconda del punto di vista. Nella cornice di un capitalismo materialista, che considera l’ego la cosa più importante che abbiamo, è senza dubbio orribile, mentre in una cornice buddista, dove ego e desiderio sono le radici del dolore, perderli è la cosa migliore che possa capitarci. Una EE, esperienza estatica (così come le “conversioni” di cui parla William James) può cambiare, invertire o lasciare intatto il nostro punto di vista, probabilmente in ogni direzione. Pensi che ci sia qualcosa di intrinseco in una EE?

JE: No. Ma la maggior parte delle EE condividono almeno una caratteristica, ovvero mostrano che l’ego della realtà quotidiana non è tutto quel che abbiamo. Sono esperienze che aprono uno spazio per il cambiamento rispetto all’abituale storia dell’io. Ti danno un assaggio di una realtà meno ego-centrica.  Queste sono tutte potenzialità positive di una EE, ma spetta all’individuo e alla comunità a cui appartiene svilupparle in modo positivo e sano.

FD: Nel libro sottolinei il pericolo di una sorta di edonismo estatico, sotto forma di attaccamento all’EE o della vanità che deriva dall’idea di “essere speciali”. Questi, insieme alla “notte oscura dell’anima” (i lati oscuri dell’EE), sono dei rischi verso cui ci mettono in guardia molte antiche tradizioni mistiche, orientali come occidentali. Il capitalismo contemporaneo è uno dei peggiori scenari dove vivere un’EE? Quand’è che dovremmo lavorare sul nostro ambiente culturale e psicologico: prima, attraverso o dopo una EE?

JE: Non so se è uno dei peggiori scenari di sempre. Da un lato, la mia cultura (quella della Gran Bretagna) è estremamente secolarizzata, dunque per certi versi è piuttosto ostile a tutte le forme di autotrascendenza, ad eccezione dell’intossicazione da alcol. D’altra parte però, dove tutto è possibile, tutto è disponibile. Si può viaggiare ovunque e fare bungee jumping, per così dire, in culture e universi completamente diversi. Si può volare da Londra a Iquitos, e immergersi improvvisamente nello sciamanesimo indigeno ayahuasca. Si può volare in India, e trovarsi all’improvviso al Kumbh Mela. Nessuno più di noi ha accesso alle informazioni sulle pratiche spirituali ed estatiche del mondo. Questo è un aspetto positivo. Inoltre un numero crescente di persone segue una qualche forma di pratica spirituale come lo yoga, la meditazione o la psichedelia, che rendono più probabile un’esperienza estatica. Il problema è che ci mancano le istituzioni per dare profondità a queste esperienze, e per aiutarle a trasformare la nostra società. Inoltre ci mancano dei modelli spirituali che permettono a queste esperienze di trasformare completamente la nostra vita. Alcuni comunque esistono. Non pensare quindi se è il momento migliore o peggiore: è il momento in cui sei vivo. Di conseguenza è il momento migliore e l’unico in cui puoi lavorare.

FD: Le illuminazioni non sono tutte uguali. Come scrivi, la tradizione buddista elenca nove livelli (Jhanas) di stati di coscienza precedenti alla “vera” illuminazione, e per chi medita non è considerata una buona cosa scambiarli per il Nirvana. Raggiungere un’EE può essere difficile, ma non equivale a diventare dei santi. Alcune strade (come la psichedelia o esperienze di quasi morte) danno un accesso più rapido alle EE rispetto ad altre (come la meditazione o la contemplazione), ma sospetto che più che una meta un’EE sia una fase che si può porre quasi ovunque lungo il cammino. In che modo la tecnologia estatica influenza l’esperienza che ne deriva?

JE: Si dice che sentieri diversi conducano tutti sulla stessa montagna e alla stessa vetta. Ma forse percorsi diversi portano a vette diverse. La tecnologia dell’ayahuasca, per esempio, sembra portare le persone in un luogo diverso, per esempio, della ketamina. La meditazione devozionale porta in un luogo diverso dalla meditazione intellettuale introspettiva. Non credo che l’esperienza estatica sia la meta, certamente non lo è per me. È qualcosa che può accadere lungo il cammino, in forme e intensità diverse. Per certi versi, il rischio di parlare di “esperienze estatiche” è che le inserisce in questa classe di esperienze “speciali”.

Questo ci spinge immediatamente a desiderarle. Ho sentito il bisogno di parlarne in qualche modo, perché la mia cultura è contraria fino alla fobia nei loro confronti. Ma è altrettanto pericoloso affezionarvisi. Ogni esperienza può essere spirituale, a seconda della qualità dell’attenzione che le diamo. L’esperienza più noiosa può essere una porta d’accesso a una realtà più profonda, se la ascoltiamo e ci apriamo a essa. Il compositore John Cage ha detto: “Se qualcosa è noioso dopo due minuti, provatelo per quattro. Se ancora noioso, allora per otto. Poi sedici. Poi trentadue. Alla fine scoprirete che non è affatto noioso”. Yuval Noah Harari ha detto: “Il pericolo è che la gente vuole solo una nuova esperienza speciale. La vera chiave invece consiste nel capire le esperienze normali e quotidiane, non quelle che capitano una volta nella vita”. La sfida è quella di avere un obiettivo e un percorso per raggiungerlo, e la disciplina e la fede per percorrere questo percorso un po’ di più ogni giorno.

Se la meta non è un’esperienza estatica, che cos’è? A mio avviso, è diventare un essere più gentile, più consapevole, meno egocentrico, meno ossessionato, meno illuso. È aiutare tutti gli esseri a svegliarsi. Le esperienze estatiche sono certamente parte di questo viaggio, ma gestite in modo errato effettivamente possono essere degli ostacoli. Gestite correttamente invece possono aiutarci a trovare il percorso. Ma le cose basilari restano sempre le stesse: esercitarsi a essere più gentili con se stessi e con gli altri, e farlo con maggiore consapevolezza.

Sei volte Pompei, il sito archeologico nascosto sotto Porta di Roma – L’Unico


Su L’unico un interessante, illuminante articolo che argomenta quale potere abbiano da un bel po’ ormai alcune lobbies in Italia, luogo dove si potrebbe vivere e prosperare del passato storico e archeologico sepolto sotto i nostri piedi e dove, invece, siamo costretti ad arrancare, annaspare e affogare sotto un regime sociopoliticoeconomico che si rifà al vomitevole Liberismo e alle sue consorterie. Pensateci, quando credete di vivere nel miglior mondo possibile.

Il sito in questione si trova a Roma, nei pressi dell’antica Fidene. Leggetevi bene l’articolo e boicottate il mercato esasperante di quest’insulsa febbre commerciale, apritevi alla Cultura, alla Storia, a ciò che rende una vita interessante da vivere e da trascendere.

“Sotto Porta di Roma c’è un sito archeologico che si estende su un’area grande sei volte Pompei.”
D: Me lo dice così? Lei che ordina, un primo o un secondo?… Ripartiamo un attimo dall’inizio. Quando ci siamo incontrati la prima volta, in quel container uso ufficio a Porta di Roma (la galleria commerciale era ancora un’idea) lei era entusiasta di quel progetto. Possiamo fare il suo nome?
R: Preferirei di no. Non è opportuno.
D: D’accordo. Però lei ha collaborato come ingegnere alla costruzione di quella che fino a poco fa è stata la più grande galleria commerciale d’Europa con i suoi duecento venti negozi e 115 mila metri quadrati tra Fidene e Bufalotta. Questo dobbiamo dirlo. Per chi lavorava?
R: Porta di Roma nasce come progetto dei costruttori Toti e Parnasi, ma poi si costituì un consorzio con dentro tutti i più grandi imprenditori edili. Da Caltagirone a Mezzaroma. Da Lamaro a grandi gruppi della distribuzione come Auchan che oggi occupa circa la metà della galleria.
D: Lei sostiene che sotto il centro commerciale ci sia una città romana grande come Pompei.
R: Non ho detto Pompei. Ho detto un’area grande come sei volte Pompei.
D: E’ consapevole di quello che dice?
R: Non è una mia supposizione. Ci sono i sondaggi fatti dagli incaricati della soprintendenza che lo testimoniano. L’accordo di programma prevedeva non a caso un Parco archeologico.
D: Nel famoso Parco delle Sabine.
R: Esatto in quello che doveva essere un centro urbanistico evoluto, sul modello olandese, con siti archeologici, residenze e addirittura una metropolitana, il prolungamento della linea B che doveva arrivare da Conca d’Oro.
D: Oggi non c’è né la metro né il parco archeologico. Perché?
R: È stato tutto insabbiato. Letteralmente. Una parte della antica Fidenae di cui parla lo storico romano Tito Livio, città di origine etrusca e poi divenuta colonia romana, è stata seppellita per sempre dai 7 mila posti auto di Porta di Roma.
D: La soprintendenza romana ai beni archeologici ha parlato ufficialmente di siti di limitata importanza, impossibili da valorizzare. Troppo costosi da dissotterrare.
R: Certo, valorizzare siti archeologici distribuiti su un’area di circa due chilometri quadrati richiede sforzi notevoli. Guardi la storia della manutenzione di Pompei. Che è solo un sesto di quello che c’è sotto Porta di Roma.
D: Aspetti. Facciamo due conti perché lei non la racconta giusta. Ma se Porta di Roma, intendo la galleria, è di 115 mila metri quadrati, come può starci sotto una città grande come sei Pompei che fa poco più di 400 mila mq? Non sta in piedi.
R: Intanto l’area commerciale copre 150.000 mq, ma con albergo, uffici e parcheggi arriviamo ad una superficie di 250.000. I sondaggi dimostrarono che tutta la zona è interessata da reperti. Si tratta per lo più di ville e ritrovamenti che confermavano la presenza di un esteso insediamento urbano. Il mosaico che è stato conservato al primo piano del centro commerciale, buttato lì senza nemmeno una scheda storica, è solo la punta dell’iceberg.
D: Cosa ci dice?
R: Un mosaico di quel genere, secondo gli esperti poteva appartenere solo a ville inserite in contesti agglomerati. Romolo conquistò l’antica Fidenae nel 748 a.C. ma al di là di ogni considerazione storico-urbanistica ci sono le mappature dei tecnici della Soprintendenza che fanno testo e che io ho visto con i miei occhi. Mi creda, nel Parco delle Sabine, e in gran parte sotto il centro commerciale Porta di Roma è sotterrato e nascosto uno dei più grandi siti archeologici italiani.
D: Lei è un ingegnere dell’Ordine di Roma. Perché non parlò della cosa ai tempi della cantierizzazione.
R: Pensavo spettasse alla Soprintendenza far emergere quel patrimonio culturale.
D: Perché non l’avrebbero fatto secondo lei?
R: Perché la conseguenza sarebbe stato il blocco del progetto edile. Sia della galleria che dell’area residenziale. Vada a visitare oggi via Carmelo Bene. Cosa le sembra?
D: Cos’è ora le fa lei le domande?
R: Le piace quel quartiere?
D: Gli esperti di urbanistica ne parlano come un dormitorio.
R: Giusto. E credo lei sia intelligente quanto basta per capire che un archeologo non ha il potere di competere contro un cartello che detiene il novanta per cento del mercato edile della Capitale.
D: Lei sta accusando la Soprintendenza di non aver fatto bene il suo lavoro?
R: Io dico che c’erano delle mappe. Io le vidi al tempo dei sondaggi. Ho assistito a tutta la fase degli scavi. Faccia un accesso e se le vada a consultare.
D: L’archeologo Roberto Egidi della Soprintendenza, a cui va il merito della conservazione del mosaico a Porta di Roma e delle Giare nel parcheggio Ikea ad Anagnina sostenne che è impossibile conservare tutto di queste rovine.
R: Guardi è solo economicamente sconveniente, ma solo per una società come la nostra.
D: Che intende?
R: Che Porta di Roma ospita ogni anno 19 milioni di clienti. Più del doppio rispetto ai visitatori del Colosseo, degli Uffizi, delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, di Pompei e Castel Sant’Angelo messi insieme. A San Pietro arrivano appena 11 milioni di visitatori l’anno, appena la metà delle persone che si recano a Porta di Roma. Credo che sia un problema di cultura. È più giusto parlare di ignoranza che di disinteresse. L’ignoranza di non capire che un parco archeologico in una società evoluta può fare PIL più che un tempio che vende stracci e mobilio nordico di qualità orientale.

 

Febbraio 2019: il mese del doppio | nonquelmarlowe


Omaggio con intervista a Jorges Luis Borges da parte di Lucius Etruscus. Sublime, mirabile esempio di letteratura e inventiva surreale che indaga il non umano usando l’umano, usando mainstream in odor di Fantastico in avvitamento esponenziale.

«Presi la penna assicurata alla scrivania, la bagnai nel calamaio di bronzo, e quando la inclinai sul libro aperto accadde la prima delle molte sorprese che mi avrebbe offerto quella notte. Il mio nome, Jorge Luis Borges, era già stato scritto, e l’inchiostro era ancora fresco. Il padrone mi disse: — Credevo che lei fosse già salito.
Poi mi guardò bene e si corresse: — Mi scusi, signore. L’altro le assomiglia molto, ma lei e più giovane.»

Con queste parole, nel 1977 Borges chiude in un racconto un sogno in cui l’altro da sé, un Borges più anziano e più disincantato, gli anticipa la data in cui morirà, la quale dà il titolo al racconto stesso: 25 agosto 1983. Visto che il poeta è morto il 14 giugno 1986, diciamo che l’Altro non è stato onesto: quando mai i nostri doppi lo sono?

Borges più e più volte fece apparire Altri da sé nella sua opera, e nel 1964 intitolò L’Altro, lo stesso (El otro, el mismo) una delle sue raccolte poetiche preferite, in cui c’è Junín (1966):

«Sono io ma anche l’altro, sono il morto,
L’altro ch’è del mio sangue ed ha il mio nome»

La Sindrome del Colibrì

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