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Archivio per Letture

Strani giorni: Premio “La Scapigliatura – Milano bohemienne”


Ancora premi per Ettore Fobo. Vi riporto qui sotto il suo post dove dettaglia l’ennesimo e meritato riconoscimento: complimenti ancora una volta!

Sabato 6 ottobre in via Laghetto 2 a Milano, dalle 14 alle 18, presso l’associazione ChiamaMilano, c’è stata la premiazione del Premio “La Scapigliatura – Milano bohemienne”, dove mi sono classificato al secondo posto con questa poesia. Il premio è organizzato dalla Associazione Unica Milano.

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Ionica – La finestra di Hopper


Se abbiamo abbattuto le loro statue
se li abbiamo scacciati dai loro templi
non per questo gli dei sono morti. O terra
di Ionia, sei tu ch’essi amano ancora.
Quando il mattino d’agosto ti avvolge tutta
nella tua aria passa un vigore di quella loro
vita e una figura d’efebo, indecisa,
immateriale, a volte corre via veloce
sull’alto delle tue colline.

Constantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie
(Einaudi, 1968)

Grazie a Francesca Fichera, per quest’abisso di splendido paganesimo e poesia.

Strani giorni: Una poesia di Patrizia Cavalli


Una bella poesia di Patrizia Cavalli, segnalata da Ettore Fobo:

E chi potrà più dire
che non ho coraggio, che non vado
fra gli altri e che non mi appassiono?
Ho fatto una fila di quasi
mezz’ora oggi alla posta;
ho percorso tutta la fila passetto
per passetto, ho annusato
gli odori atroci di maschi
di vecchi e anche di donne, ho sentito
mani toccarmi il culo spingermi
il fianco. Ho riconosciuto
la nausea e l’ho lasciata là
dov’era, il mio corpo
si è riempito di sudore, ho sfiorato
una polmonite. Non d’amore di me
si tratta, ma di orrore degli altri
dove io mi riconosco.

Martina Campi, poesie da “Cotone” | Istanze & Fantasmi


Il primo tratto notevole della scrittura di Martina Campi è la mancanza di vocazione alla protesta. Sono esclusi dalla sua tavolozza i toni della rabbia e del lamento, anche nella forma attenuata dell’amarezza e del rimpianto. La sua voce è vibrante ma pacata. Il secondo tratto notevole è che mai o quasi mai usa il pronome io. A esso preferisce il noi e il tu. Non si tratta solo di una scelta stilistica -per quanto la poesia di Martina, come quella di Mandel’stam, come la pittura di Cezanne, sembri per scelta provenire dalle cose, come un canto degli oggetti, non egocentrico e non antropocentrico- ma della spia di una sensibilità autenticamente plurale, di un pudore autentico della soggettività. Delicate ma indistruttibili, sono davvero, queste, poesie di cotone. E sono poesie di silenzi.

William Kentridge ha realizzato, sul Lungotevere, un vasto murale non dipingendo sulle mura, ma pulendo lo sporco accumulato su di esse dal tempo. Ha lasciato “sporca” solo l’area delle sue figure. Ha lavorato, più che per sottrazione, per inversione, non realizzando le figure ma i vuoti. Martina Campi inverte in modo simile il rapporto fra canto e silenzio. Non è il silenzio una pausa nel canto, ma il canto una pausa nel silenzio. La sua poesia non è la più “tecnicamente” parca di parole, ma è una poesia silenziosa. Nel silenzio si ascolta. Martina lo sa come essere umano, che parla poco ma ascolta moltissimo. E lo sa come musicista sperimentale. Sa che in 4’33’’ di John Cage la musica altro non è che i suoni della sala da concerto, resi udibili dal silenzio del pianista.

S’incontrano molti sorrisi, avventurandosi in questa raccolta. Momenti d’ironia, di evasione fiabesca. Spunti surreali straniati dall’andamento discorsivo o notazioni quotidiane rese surreali dal verso breve. S’incontra una cura cristallina del suono dietro l’apparente ingenuità discorsiva. Ogni piccola gioia, in questa poesia, è medicina contro la più pura sofferenza.

Così, Giorgio Galli, definisce la poesia di Martina Campi. lo fa qui, citando poi esempi lirici della Campi. A me basta ciò per apprezzarne la scrittura.

Nelle conversazioni notturne, tenute per sogno,
le persone si attraversano annuendo,
corpi resti di lividi.

Le televisioni trasmettono immagini analogiche
dai contorni indefiniti, che possono essere corretti
con una semplice messa a fuoco dello sguardo.

Le poltrone poi, sono quelle conosciute,
accumulate nella memoria, con le tappezzerie e tutto il resto,
di qualche luogo appartenuto all’infanzia.

E ogni cosa è un messaggio (senza generalizzare,
né per la necessità di costruire coerenze),
regno d’altre sfuggevoli significanze.

Ogni scoperta fatta qui è piccola e raggelante,
segreto torbido, corpo che non ha materia
come quella donna, immobile sul pavimento.

Si vorrebbe fuggire, cercare i luoghi certi della pioggia
o fumare soltanto, in tumultuoso silenzio:
ma il fatto è che non ha veramente sanguinato.

Anche i cori, sono lontani
voci senza gola, anime appartenute ai viventi
alito d’ombre e tamburi.

Il gatto, con polmoni piccoli di gatto, infine
prende la sofferta decisione di fumarsi una sigaretta

e lo spazio, che trasporta distanze lunghe come lunghe
bugie, si mostra noncurante di ogni altrove.

l’estetica del dolore [28]


Dal blog di Morfea. Col dolore dentro.

la dolcezza di questa eternità
è come carne marcia che corre fino alla bocca
lo sfregare infinito di ossa e pelle
e la notte cala pesante
come palpebre umane
e poi mi chiedono dell’amore
una carneficina che spaventa
anche gli angeli

Il Tassativo | scheggetaglienti


Dal blog di Alessandra Daniele. Incollo, che è bello e istruttivo.

In qualsiasi talk show, chiunque stia parlando – un premier, un premio Nobel, il superstite d’una strage – qualunque sia l’argomento in discussione – una guerra, una crisi economica, una riforma costituzionale – c’è sempre un momento, di solito ogni dodici minuti, nel quale il conduttore o la conduttrice lo interrompe in modo categorico ed irrevocabile, dicendo “devo mandare la pubblicità”.
A volte la chiama addirittura “il tassativo”.
Di solito l’ospite non protesta, al massimo chiede che al rientro in studio gli venga consentito di finire il suo ragionamento, cosa che non succede quasi mai.
E parte la pubblicità.
Più o meno gli stessi spot su tutti i canali, più o meno con lo stesso messaggio implicito: siate belli, siate giovani, siate efficienti, sposatevi, fate bambini, tanti bambini.
Crescete e moltiplicatevi.
Comprate una macchina e una casa più grande.
Il familismo non è soltanto il principale strumento usato per vendere prodotti, il familismo è il principale prodotto che viene venduto, perché da esso deriva tutto il resto, è la pietra d’angolo di tutto il sistema. Per questo i ruoli di genere negli spot restano pietrificati. Gli uomini inventano ed esplorano, le donne smacchiano e dimagriscono.
E fanno bambini.
Nella pubblicità il familismo è legge divina. Le rare eccezioni durano poco, vengono subito rettificate. La tizia che aveva osato rifiutare al compagno un figlio come scusa per comprare una macchina nuova è stata messa incinta di due gemelli.
La gravidanza è l’unica pancia che risparmia alle donne l’inesorabile prova costume, mentre gli uomini “dominano la strada” sul loro nuovo SUV scolpito dal vento.
Negli spot, le automobili non vengono mai banalmente costruite. Sorgono da superfici di metallo liquido, si condensano da luccicanti vortici di frammenti, si materializzano magicamente al sollevarsi d’un vaporoso drappo da prestigiatore.
Nell’immaginario pubblicitario gli operai non esistono.
Gli unici lavoratori visibili negli spot sono realistici come gli elfi di Babbo Natale. Commessi che sgusciano di casa alle tre di notte per andare a riordinare gli scaffali, contadini che accarezzano i pomodori e limonano i limoni, cuochi che parlano con le galline, tappezzieri invaghiti dei divani.
L’ambientazione è sempre onirica, patinata e retrò.
Evidentemente nessuno di loro lavora per denaro. Lo fanno per passione.
Per amore.
Finito il break pubblicitario, si torna in studio a parlare di guerra, di crisi economica, di riforma costituzionale.
E tutto sembra solo rumore di fondo, chiacchiera da bar senza importanza.
Perché lo è.

C’è posta per lui – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il consueto lunedì di Alessandra Daniele, che insiste – a ragione, aggiungo io – sul concetto che chi controlla la percezione del reale controlla poi la realtà, adagio dickiano assai vero e perverso, ma la perversione è propria del sistema economico mondiale attuale, che ci piaccia o no.

“Ci fanno rivedere sempre lo stesso film” – Philip K. Dick

Dopo un decennio di proclami giustizialisti, la Banda degli Onesti grillini si ritrova socia d’un partito in bancarotta per truffa, che in pieno stile berlusconiano accusa la magistratura di trame golpiste.
Il loro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è indagato anche per sequestro di persona, un reato che prevede fino a 30 anni di galera. Come in un reality Mediaset, Salvini ha aperto in diretta la busta dell’avviso di garanzia, bevendoci su (product placement) e coinvolgendo in una chiamata di correo tutti i suoi elettori.
Nessuno però, neanche gli stessi magistrati, s’aspetta davvero che venga processato, né tantomeno condannato, perché tutti sanno che allo stato attuale delle cose, la sua condanna provocherebbe una crisi di sistema, un esplosivo conflitto istituzionale, e forse addirittura scontri di piazza.
Grazie alla sua popolarità, dovuta a una serie di promesse irrealizzabili, e di ferini appelli ai peggiori istinti fascio-razzisti del paese, oggi Salvini è di fatto al di sopra della legge.
L’Italia non è uno Stato di Diritto, né una Democrazia moderna, e non lo è mai stata.
È un’oligarchia tribale nella quale il Cazzaro che la spara più grossa, e diventa più popolare, acquisisce così totale impunità.
Finché è popolare.
Questo quindi non significa che Salvini non possa essere rimosso. Significa che prima di essere rimosso dev’essere disinnescato.
Che quegli stessi media che l’hanno reso popolare facendogli da megafono, dovranno smascherarlo. Se e quando i loro proprietari lo riterranno conveniente per i loro interessi. Berlusconi, Zuckerberg, Murdoch.
Finora il cosiddetto Governo del Cambiamento è di fatto in totale continuità col governo precedente. Sull’Ilva è passato l’accordo stipulato da Calenda, sull’immigrazione si prosegue la linea Minniti, sui vaccini resta in vigore il decreto Lorenzin.
Il Reddito di Cittadinanza s’annuncia come un semplice ampliamento del renziano Reddito d’Inclusione, la presunta Flat Tax sarà soltanto un’agevolazione fiscale per le imprese come quella del governo Gentiloni.
Tutti i grilloverdi ora promettono il rispetto d’ogni vincolo economico imposto dall’Unione Europea.
TAV e TAP restano confermati.
Le concessioni autostradali restano ai Benetton.
Nell’incontrare Salvini, Tony Blair aveva senz’altro di che sorridere.
La vulgata mediatica però rimane quella dei Nuovi Barbari distruttori del Vecchio Ordine, e secondo i sondaggi gli elettori continuano ad abboccare.
Il compito affidato a Salvini è quello di dirottare qualsiasi malumore  popolare su profughi, mendicanti, e sfrattati.
In Italia – e non solo – non esiste più la montesquiana separazione fra i poteri, perché c’è rimasto un solo vero potere, controllato dal denaro, ed è la Propaganda.
L’unica vera sovrana d’un paese rincoglionito che vede invasori alieni dappertutto, e continua ad acclamare un Cazzaro dopo l’altro.
La capacità di manipolare il prossimo dall’interno della sua stessa mente è l’essenza del potere.
È quello l’interno che conta amministrare.
“Chi controlla la percezione della realtà, controlla la realtà” – Philip K. Dick
Esattamente come Renzi, Salvini non ha in realtà nessun controllo sulla fonte della sua impunità, e del suo potere.
Quella che la magistratura gli punta alla testa per adesso è una pistola scarica. Saranno i media a decidere se e quando metterci le pallottole.
Chi controlla la percezione di Salvini, controlla Salvini.
E l’Italia.

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