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Archivio per Letture

Giovanni Agnoloni, Muscoli – Poesia Ultracontemporanea


Giovanni “Kosmos” Agnoloni segnala il blog di Sonia Caporossi, dove è stata pubblicata una sua poesia inedita dal titolo Muscoli. La riporto qui sotto insieme alle note che l’accompagnano, è una felice intuizione dell’epifania connettiva, quando il Velo di Maya diviene esso stesso un significato occulto.

Si tratta di un testo dalle suggestioni connettiviste, frutto di un tentativo di ricezione del mistero intuitivo racchiuso in un attimo di contemplazione urbana.

La transizione
di una luce
riflessa sul filo
della tranvia
procede
in un dissolversi elettrico.

Dentro i vagoni
spuntano teste scure,
simili a rondini che covano
in nidi vecchi.

I miei passi
macinano strada,
le scarpe rimbalzano
sulla cassa armonica
dell’asfalto
come muscoli cardiaci
in allontanamento.

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Una Tomba per gli alieni: Milena, Albedo, Palude


Ancora un arrivabile brano per Uduvicio “LeoBulero” Atanagi. Dal suo blog, tutto d’un fiato.

L’acqua scivolò sul corpo nudo di Milena, le gocce fredde correndo nelle loro scie, disegnarono forme e geometrie sulla sua pelle bianchissima.

Si guardò i seni, si guardò l’ombelico, l’acqua della doccia che curvava seguiva morbida i lineamenti della pancia, scendeva sul sesso, fino a sgocciolare tra le gambe, sopra i piedi.

L’acqua toccava e schizzava anche sopra quelle piccole protuberanze, le rivestiva di una pellicola trasparente, quei piccoli tentacoli che adesso si muovevano agitati tendendo verso l’alto come piante, crollando poi verso il basso, ondeggiati come le alghe sul fondo del mare.

Era il suo segreto, era la sua nuova forma che era uscita fuori da dentro di lei, che le aveva dato le sue vere fattezze o un accenno alla sua essenza, la sua mutazione verso forse quella bianchezza a cui anche Milena, con le sue cellule ambiva. I tentacoli erano sbucati lentamente, prima in accenni, piccole bolle che poi avevano preso lineamenti precisi, avevano iniziato a muoversi dentro a un prurito. Era stato prima o dopo Teresio?

Sebastian Barsoldi di sicuro li aveva già visti, li aveva succhiati e ci aveva messo le dita, anche in quelle fessure che si formavano, anche dentro dove le dava piacere.

Quando li toccava lei, di solito provava uno strano bruciore, un bruciore bello, senza vergogna, diverso da quando si masturbava, lo definiva un senso fresco e luminoso, era una cosa sua e bella e anche se lo nascondeva, anche se non capiva la faceva sentire speciale e più forte.

Quel giorno però i piccoli filamenti di carne si muovevano veloci, si agitavano violenti in delle specie di spasmi, poi diventavano duri e delle volte frustavano sulla carne come faceva la frusta di Sebastian Barsoldi. Quando li sfiorava, poi, si avvinghiavano alle dita e bucavano, facevano male e lei si chiedeva se fossero loro a sentire qualcosa oppure se quel movimento, quella tensione non nascesse forse da un suo turbamento.

Guardò in alto verso la doccia e vide una miriade di buchini e poi dei fili bagnati e poi infinite gocce e infinite creature che si muovevano fetali dentro alle gocce, poi si toccò la gola e si rese conto di avere un’ansia fortissima, aprì la bocca, il freddo le scivolò sulle labbra, le entrò dove era più caldo, lei gonfiò la pancia, l’acqua ci scivolò sopra veloce, le gocce si persero disordinate sul pube, soffiò.

Cosa succede? Domandò allora, e la sua voce risuonò sola nella doccia vuota, nello scrosciare argentato, costante, in quella luce biancastra che filtrava dall’alto di una fessura che adesso le accarezzava la carne, i capelli, il sedere rotondo, la parte più bianca, più lattea, delimitata dal segno del costume da bagno.

Le due ninfe – La finestra di Hopper


Un bellissimo racconto inedito di Francesca Fichera; sul suo blog, da leggere tutto d’un fiato, in leggerezza poetica e introspezione emozionale.

Lei era di fronte a me, i riccioli neri sparsi sulle spalle in un ordine elettrico che non riconoscevo. Il suo sguardo azzurro e torvo mi penetrava. Aveva le braccia distese lungo il corpo e pugni stretti e tremanti alla fine, lambiti appena dai ciuffi bianchi delle onde.

Era venuta fuori con me, in me, quando credevo non fosse esistita mai. Nella mia storia eterna di ninfa marina il pensiero che non fossi unica non aveva attraversato una sola volta i miei pensieri. Giorni, anni, secoli, erano trascorsi nella bonaccia dell’assenza di dubbi. Ma è impossibile, mi dico, nutrire incertezza dell’inesistente.

A tradire la quiete era arrivato lui: il vento, il mio vento. Con gli occhi azzurri come i miei, che nascondevano una mente diversa e un cuore simile. Arrancava sulla spiaggia ogni mattina e pomeriggio, prima e dopo la scuola, con i capelli lucidi che diventavano arruffati col passare delle ore. Sedeva sulla sabbia tendendo i suoi calzoni buoni sulle cosce e mi – o dovrei dire ci – guardava. E io, spumeggiando, guardavo lui. Quelle rare volte in cui sfilava scarpe, calzini e arrotolava i pantaloni fin sopra le caviglie per raggiungermi, mi divertivo a solleticargli i piedi con dita fresche e bagnate. Tante creature avevano immerso i loro corpi nell’acqua su cui vegliavo ma nessuna di esse assomigliava a lui, per quanto al tempo di questa sensazione non riuscissi ancora ad afferrare il vero significato. Intuivo solo fosse un segno, una di quelle cose che solamente l’eternità capisce ma a cui il presente rivela d’essere sempre troppo cieco.

Eppure l’istinto mi diceva di non passarci sopra, come facevo con le impronte sulla battigia; voleva aprire i miei occhi invisibilmente blu, che guardavano davvero solo quando c’era lui, così bello e concreto come nessun corpo umano prima d’allora mi era apparso.

Continua qui.

Una Tomba per gli alieni: Il sogno


Un’altra perla di Uduvicio “LeoBulero” Atanagi. Dal suo blog:

Poi nello spazio ci trovammo un sogno, oppure quella cosa che poi definimmo sogno.

Era in una zona nascosta vicino alle Pleiadi, per entrarci dovevi passare da una membrana carnosa che aveva il colore del buio e del vuoto. Ti si attaccava addosso, proprio su tutta la tuta e te vedevi questi tentacoli che ti sbattevano sul vetro del casco e ti sembrava di soffocare, ti sembrava che ti toccassero dentro, che ti entrassero nella gola e nel naso, ti davano un prurito strano nel pene come se te lo attraversassero, poi nell’ano e poi a un certo punto eri dentro.

Quello che posso dire del sogno è che tutti parlano delle cose che si vedono bene nel sogno. Dovrebbero provare invece a guardare negli angoli, a girarsi velocissimo e guardare quei punti dove non c’è quella cosa che copre il sogno, oppure quelle aree che non si sono ancora formate, che sono vuote e poi brulicano.

Durante l’esplorazione del sogno perdemmo tre scienziati, alcuni di quelli perduti poi li rivedemmo dentro, erano diventati parte del sogno, però non sapevamo se erano loro davvero oppure se era come un’ombra, una cosa che era rimasta lì che però un po’ erano loro.

Poi prelevammo dei campioni, ricordo che quando lo tagliavamo col bisturi il sogno gemeva, gli facevamo male. Ricordo delle cose che erano vive, che quando le mettevi nei barattoli si continuavano a muovere e a fischiare e picchiettavano contro al vetro tutta la notte e non smettevano mai e un giorno le liberammo per fare una gara a quel’era più veloce, come si faceva delle volte con gli scarafaggi.

Quando tornammo sulla terra ci dissero di non parlarne con nessuno, ci dissero anche che si era mosso un reparto intero dell’NSA per scoprire di chi era quel sogno e per capire quanti altri sogni ci fossero nello spazio e se questo fosse o meno un pericolo per la sicurezza nazionale.

Quello che però mi chiedo certe volte, magari certe notti che non riesco a dormire e che mi sembra di sentire ancora quella cosa che picchietta contro al vetro o contro al cervello. Quello che mi chiedo è se siamo mai davvero tornati oppure se forse siamo ancora nello spazio dentro al sogno, oppure ci siamo sempre stati, non ci siamo mai mossi di lì, e lo spazio magari non era neanche lo spazio.

Lente trasformazioni | readerforblind


Dal buon Emmanuele “Peja” Pilia apprendo della nascita di Reader For Blind, un portale dedicato al mondo del racconto e della narrativa breve, diretto da Valerio Valentini ed edito da D Editore: benvenuto è chiunque voglia segnalare uscite o che abbia desiderio di scrivere qualcosa (recensioni, approfondimento, racconti…). In questo contesto, è bello segnalare che Giovanni “Kosmos” Agnoloni ha regalato un suo racconto inedito, leggibile qui: Lente trasformazioni.

Una Tomba per gli alieni: La Toscana negli occhi, Palude, in revisione.


Nuovo esempio di capacità letteraria per Udivicio “Leo Bulero” Atanagi, preso pari pari dal suo blog; copi e incollo, cosicché ve ne possiate render conto…

Erano finiti così in in mondo di roulotte e strade sterrate, un mondo marginale dove il loro tetto era stato il cielo stellato, filtrato da quella patina di polvere sporca che si accumulava incessante sul parabrezza dall’auto.

Avevano vissuto in movimento, rimanendo solo per periodi limitati nei luoghi più oscuri ed esotici della regione. Paesini dimenticati da Dio, depressioni nella terra popolate da poche decine di anime che sembravano spettri, o ricordi di un tempo passato.

A Teresio era rimasto impresso il giallo. La Toscana non è verde, è gialla, è il giallo ardente dei campi di grano dove il sole sembra vomitare una luce accecante e cupa che poi tende a tonalità più scure. Colori per cui non sono ancora nati occhi adatti a vederli, desolazioni che si possono percepire solo con il cuore o con lo stomaco, con sensi nuovi e abissali che si annidano nelle profondità della carne. Poi avevano visto le ville, le società che ammiccavano a rituali antichi o scimmiottavano antichi misteri, avevano visto i colletti degradarsi, riempirsi di vermi, un senso di sporco nascosto da una lucentezza apparente. I corpi degli omicidi rituali dei mostri, ancora lì, carie, fantasmi, spiriti inquieti che vagavano per i boschi, l’inferno accecante di Fiesole, l’esoterismo storpio di certe aree suburbane o profondamente urbane fatte di arcate e forme, e architetture ecclesiastiche che parevano ambire a qualcosa d’altro, come se guardando un rosone il rosone potesse cominciare a girare e con lui a girare anche lo spirito, come quei mostri messi fuori dalle chiese, a spaventare, a dissuadere, non entrate oppure entrate, guardate l’orrore negli occhi, scopritene la polpa più morbida, la nudità segreta.

The High Castle – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il post del lunedì di Alessandra Daniele: lo CopioIncollo integralmente, come renderne altrimenti lo splendore?

Ce lo siamo chiesti tutti: se ci fossimo trovati nell’Italia fascista, nella Germania nazista, e avessimo scoperto che il nostro paese si stava rendendo responsabile d’uno sterminio di massa, che cosa avremmo fatto?
La domanda non è più ipotetica.
L’Italia è direttamente responsabile dei campi di concentramento libici nei quali finiscono massacrati i migranti a cui viene impedito di raggiungere le nostre coste.
Campi di concentramento non è una definizione generica, è documentata: fame, sete, torture, stupri, le condizioni di prigionia sono concepite apposta per falciare i più deboli, e trasformare i superstiti in schiavi. Il governo italiano paga le milizie libiche per questo compito, che definisce “fermare gli sbarchi”.
Questa è la Soluzione Finale che il nostro governo ha scelto per la cosiddetta emergenza immigrazione, cioè qualche migliaio di disperati che approdavano in un paese di 60 milioni di abitanti, e che l’establishment ha efficacemente adoperato come capro espiatorio verso cui deflettere la rabbia popolare, esattamente come fecero i nazifascisti cogli ebrei.
Il discrimine è essenzialmente razziale. Non tutti i prigionieri in Libia sono musulmani, anzi molti, come per esempio gli eritrei, sono cristiani. Qualcuno dovrebbe avvertire Papa Francesco che l’Italia partecipa attivamente alla persecuzione dei cristiani.
Col governo Gentiloni.

La domanda non è più accademica.
Qual è la nostra risposta?
Che cosa stiamo facendo?
Come risponderemo ai sopravvissuti che ce lo chiederanno?
Cosa abbiamo fatto mentre il nostro governo s’offriva come volenteroso carnefice della Fortezza Europa?
Non possiamo sperare di cavarcela con la balla del “Non sapevamo”, non nell’era del web, degli smartphone, e dei canali All News.
Forse speriamo che nessuno ce lo chieda mai.
Che non ci siano sopravvissuti.
Che le guerre, le carestie, le pandemie, gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato nel Terzo Mondo ci diano una mano a svuotarlo.
Che stavolta i nazifascisti vincano la guerra, e riscrivano la Storia.
Ma il deserto continuerà ad avanzare.
La guerra continuerà ad allargarsi.
La Fortezza Europa solleverà definitivamente il ponte levatoio, e ci lascerà fuori.
E allora toccherà a noi.

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