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Archivio per Letture

Una Tomba per gli alieni: La vecchia, il corpo, la luna


Dal blog  di Filippo “Uduvicio Atanagi  – Leo Bulero” Carignani Battaglia… copio e incollo, che è superbo così:

La vecchia si è voltata verso la porta della casa, poi è schizzata via in uno scatto ancora più impetuoso. Si è udito un grido, la sua vestaglia bianca ha danzato bianca, mossa da un vento tiepido che soffiava nella sera. Il mondo era rossastro, poi è diventato blu, poi nero. Davanti alla prima luce lunare la vecchia sembrava uno spettro, sotto la vestaglia era nuda, e nel movimento lungo della gamba la sua veste si è scostata e ha lasciato il suo sesso peloso e nudo mostrarsi nudo alla luce della luna, dietro di lei c’erano altre tre figure umane. Correvano, gridavano, si esibivano in movimenti nervosi tentando di accerchiarla. Per un istante davanti  alla collina, si è intravista un’auto nera, dentro c’era un bambino cadavere, un bambino giallo e morto che viaggiava su un carro da morto in direzione della casa.

La vecchia ha lanciato un urlo spaventoso, un brivido gelido ha percorso la schiena delle tre creature umane, di colpo si sono fermate, esitando, scambiandosi sguardi di terrore. Poi si sono rimesse all’inseguimento.

L’auto nera è scomparsa dietro alla collina nera.

ROCK CRIMINAL #19: THE COASTERS | VERDE RIVISTA


A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.

Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.

Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

Questo è l’incipit del racconto noir di Sergio Gilles Lacavalla apparso su VerdeRivista. Già questo vale tutto il pezzo successivo, impregnato com’è di decadenza liberista: i miei complimenti!

Nacqui / Nací (Poesia da Tijuana, Messico) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine è segnalata una poetessa messicana, Cynthia Franco, che narra del suo Paese con una connotazione a metà tra la protesta e lo sciamanico, quando ricorda le lande psichiche del suo passato ancestrale dove il fungo rende il mondo come qualcosa di più aderente al punto di origine.

Nacqui con le ossa fragili dentro una sacca di piombo
non lo posso negare
mi hanno insegnato fin da piccola a divorare le ceneri dei miei avi
dei loro calpulli, potrei dare in prestito lacrime
mia madre fu intuita in orizzonti meridionali, avvolta nei sette mais
bevve il pianto dei huichioles, dandomi alla luce partorì uomini morti
gli divennero cenere gli occhi e all’interno dell’iride cercammo un secondo parto, non lo posso negare
il mestiere ereditato dai miei nonni fu migrare come fanno gli uccelli
meditare la rotta con un’ala sul petto e l’altra in direzione del vento
i miei fratelli impararono a collocare rametti funebri nei loro rizomi
papà nacque nella culla degli amputati
scelse di lasciare l’impiego ed essere vedente
non lo posso negare.

Nacqui a Tijuana
sono del nord, sacrificio della frontiera, ho vissuto spaccata tra casinò e gringos leccando puttane
punto di fuga che richiede transgenici per lascito
iniezioni per saziare la mancanza d’incroci, dal seno latte gringo per alimentare nuovi frutti
faccio domande in inglese, all’asilo imparai l’inglese, mangiai in inglese, aprii le gambe in inglese,
non lo posso negare.

Nacqui un 10 novembre e a novembre assassinarono 10.000 bambini
nel tempo che ci misi per cominciare a parlare
furono torturate madri con frutti in grembo, zitte zittite
durante i miei primi passi le visioni furono di santi rifugiati
esigevano amore con monete, nessuno da amore gratis
in incognito il loro lavoro è uccidere, uccidere per amore
nel mio quartiere adornavano le strade con narcomessaggi, la gente rideva nei bar
cantando narcocanzoni, non lo posso negare.

Lasciai il cristianesimo per celebrare le mie proprie messe, cantare le mie proprie lodi
credere nel mio intimo chiamato Dio, Dio nel Nord e nel Sud, Dio esiliato e messo da parte
aprii le porte in grande, i miei calvari, non lo posso negare.

Nacqui
vidi madri cullando ninnenanne in tzotzil
con i piedi aderenti alla terra, con unghie divorate dal fango e per metà dal freddo
capii cos’è la fede, cos’è il canto, la contemplazione del tempo, la rabbia
non lo posso negare.

Nacqui
e fui capace di rendermi conto
abitando quel tutto nel quale tutto si muove
al vedersi si negano l’uno all’altro, costruiscono maquilas e industrie per sabotare popoli
si sta creando una nuova frontiera nel linguaggio
si cuoce una pentola di fagioli che sarà il pane di ogni singolo giorno
mentre un nuovo presidente impara a disincarnare il proprio popolo.

Nacqui
e fu il vento sopra i bambù, lo scricchiolare del fiume divorando se stesso
nel frattempo finirono i funerali, si sincronizzano i momenti preziosi:
una nuova linea della mano si forma in milioni di uteri, un nuovo cuore
comincia a palpitare in milione di grembi, un altro canto sciamanico trapassa il ventre del sole
fui capace di rendermene conto
piccole cose succedono
alla luce colando tra le ciglia
mentre un altro suicida appare tra le notizie
senza che nessuno se lo aspetti, con tutto il diritto
un battesimo consegna il mio nome al mondo
molti nomi, molti cognomi si crivellano tra loro.
Dove nascono i morti?

NOI COME CITTADINI, NOI COME ANONIMA: IL CANYON DEI FAGIOLI | VERDE RIVISTA


Splendida cavalcata di Vinicio Motta su VerdeRivista, con una continuazione/stand_alone di sue tematiche assai particolari e intriganti, deliri connettivi in preda a orgasmi lisergici. Da non perdere.

Bud sta combattendo come un dio sotto steroidi.
Nonostante questo, però, il suo apporto alla causa, ancorché rilevante, finora non ha ribaltato l’andamento della guerra: l’Antipapa è sempre in vantaggio.
Ce la mette tutta, il nostro Bud. E anche di più. È una macchina, sì, ma ha un cuore di carne: sistematico e viscerale, mena pugni come se l’Antipapa fosse la causa di tutti i mali del mondo.
Il mio compito, in questa fase della battaglia, è fornirgli supporto strategico, localizzando in tempo reale gli obiettivi di volta in volta sensibili che sarà lui, poi, a decidere se e come attaccare.
Il nostro campione cyborg sta facendo l’impossibile per abbattere uno dei satelliti artificiali antipapalini che sono in transito orbitale sopra l’Australia…
«Hai bisogno dei gatti?», gli chiedo.
«No, lasciali pure dormire».

Seguo e facilito il nostro Bud standomene comodamente seduto davanti a un touch screen da 47 pollici installato nel bunker che ospita sia me sia gli altri membri del direttivo di Anonima. Me la sto spassando come un ragazzino sulle montagne russe al luna park.
«Mattia, c’è qualcosa di strano, qui…»
Bud è appena entrato nel satellite.
«Di che si tratta?»
Le comunicazioni si interrompono – schermo nero e auricolari muti.
Sono preoccupato, così afferro il mio smartphone e chiamo Elon…
Sento che è successo qualcosa di bruttissimo e irreversibile. «Alt! Frena, Mattia, ti prego… sii più fiducioso: Bud è più forte di quanto tu possa comprendere».
Elon non ha risposto. Metto via il telefono.
Il bunker trema, dopodiché l’unica porta della stanza in cui mi trovo, una porta antinucleare e anticarro, si spalanca: oltre l’uscio, Bud con in braccio Papa Bergoglio, che è vivo e cosciente.

Il pontefice viene dolcemente scaricato a terra dal suo cocchiere cyborg.
«Il vecchietto», mi dice Bud indicando con la testa Bergoglio, «afferma che è stato catturato perché il nostro nemico voleva estorcergli la posizione di un certo pendaglio». Punta quindi l’indice destro verso la colombina bianca di gomma che porto al collo.
«Idioti!», dice Elon irrompendo nella stanza.
Bud guarda verso il soffitto, poi, a velocità sovrumana, schizza via dal bunker.
A questo punto, una voce androgina si diffonde dagli altoparlanti…
«Il vostro eroe si è rivelato fin troppo fedele alla sua fama di gigante buono: pur di salvare il pontefice, ha messo a rischio la vostra missione». La sua coscienza è la sua più grande debolezza.
Elon mi strappa il pendaglio dal collo ed esce a gambe levate dalla stanza.
«Testa di cazzo!», gli dico.
«Analisi analisi analisi!»
«Come sembra difficile tante volte perdonare!», mi dice il santo padre. «Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici».
«Santità, per favore, non ci si metta anche lei… non sono in vena di prediche!»

NOI COME CITTADINI, NOI COME ANONIMA: I PUGNI NELLE MANI | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista la terza parte de Noi come cittadini, Noi come Anonima, il racconto a puntate di Vinicio Motta. Un estratto, assai significativo:

Mi sento fuori luogo.
A questo tavolo, infatti, nelle viscere di un bunker ipertecnologico, siedo accanto a filantropi che hanno fatto e che continuano a fare la differenza.
Alla mia destra: Elon Musk e Bart Jansen.
Musk è un businessman di successo, un ingegnere, e un inventore. Un genio puro.
Jansen, invece, quando non monta pannelli fotovoltaici sui tetti, converte cadaveri di animali in veicoli controllati a distanza. In una maniera tutta sua, un genio anche lui.
Alla mia sinistra, infine, a completamento del drappello: l’agente di Anonima sotto copertura Maria Antonietta.

«Addio Francia», dice Musk consultando il suo smartphone.
«Uno di questi giorni», interviene Jansen, «ci sveglieremo e non ci saranno più democrazie da salvare… Dobbiamo fare di più! Usiamo i miei GattoCotteri!»
«Assolutamente no, i tuoi veicoli sono ancora troppo sensibili ai puntatori laser, l’Antipapa vincerebbe facile».
«Elon ha ragione», dice Maria Antonietta.
Jansen abbassa il capo, sconsolato.

È più di un’ora che proponiamo soluzioni che poi, sistematicamente, bocciamo. Dove stiamo sbagliando? Il problema, forse, è nella tipologia di piano che stiamo cercando di elaborare. Ma certo! Ci stiamo preoccupando di essere stravaganti e nulla più. L’umanità, invece, necessita di piani soprattutto efficaci. Stiamo confondendo gli obiettivi…

«Conosco quell’espressione», mi dice Maria Antonietta. «Su, ragguagliaci».
Musk, Jansen, e Maria Antonietta mi guardano incuriositi.
Mi schiarisco la gola: «Benché in ognuna delle idee proposte finora ci sia qualcosa di buono, nessuna è davvero vincente. Giunti a questo stallo, ritengo che dovremmo utilizzare i punti di forza dei nostri progetti individuali per modellare un piano che ci convinca più della somma delle sue parti… Dovremmo amalgamare l’intelligenza militare di Maria Antonietta, le ossessioni di Bart e l’avvenirismo di Elon». Lavorare come un’unica mente.
«Cosa ne pensate?» chiede Maria Antonietta agli altri.
«Io e Bart», dice Elon, «siamo troppo diversi… la riflessione di Mattia è una chimera, non un progetto. E io vivo di progetti. Tutti credono il contrario. Ma non è così. Il nostro vero traguardo, il nostro sogno, non è la sconfitta dell’Antipapa, ma il processo che ci permetterà di ottenerla. E non è ragionando come un’intelligenza unica che vinceremo. Perché la nostra vera forza non è il gruppo, ma i nostri talenti individuali. Mi spiace, Mattia: io voto contro».
«Sii sincero Elon, tu odi i gatti. Abbi il coraggio di dirlo! E risparmiaci questa trafila di sovrastrutture pseudoingegneristiche!»

Le nubi barocche di Marte – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine uno splendido racconto – e poteva essere altrimenti? – di Vittorio Catani: Le nubi barocche di Marte. Sublime…

Ricordo bene, sulla Terra doveva essere il settembre 2045, su Marte chissà che stagione era e comunque era identica a un settembre. D’altronde Marte, freddo glabro e spoglio com’è, con quella luce giornaliera tra ombra e il color cenere, a noi astronauti è sempre apparso un eterno autunno, o un eterno tramonto. Un pianeta silente, immobile, forse inutile. Sì, ricordo bene quel pomeriggio. Tu, Liza, facevi parte della spedizione al Polo Nord e dovevi restare alla Base per altri tre mesi, ma era in arrivo dalla Terra la navetta delle turnazioni e io avevo deciso di ripartire. Non era indispensabile la mia sostituzione, pure mi ero incaponito a tornarmene.

Uscimmo dalla Base, formata da tante stanze semisferiche allineate. Sembravano igloo, collegati da piccole gallerie. Uscimmo per appartarci e salutarci, lasciando dentro Wachowski, Corbett, Nakamura e De Lillo.

Eravamo accampati lì perché studiavamo la calotta polare marziana, dove c’era pochissima acqua e soprattutto ghiaccio secco. Di giorno un po’ evaporava al debole calore del sole (un dischetto come una monetina, lontanissimo e freddo) o meglio sublimava, passando direttamente dallo stato solido al gassoso. Per questo motivo (ricordi, Liza?) si era creata sullo sfondo una sorta di nebbia o nuvolone, che incrociando i deboli raggi solari creava un effetto eccezionale. Una nuvolaglia grigia, con sfrangiature di un giallo accecante e zone d’un verdone cupo. Eppure era mozzafiato, ricordi?

Praticare la notte di Ksenja Laginja, recensione di Federico Cerminara


Bella recensione, significativa e intensa perché scava nelle parole, nei sensi, alla silloge di Ksenja Laginja, Praticare la notte. La trovate su VersanteRipido; un estratto:

Qualche giorno fa il mio vicino ha rischiato di investire un gatto mentre tornava dal lavoro. Il micio era messo male già di suo, pieno di graffi, tremava; Carlo lo ha preso con sé, lo ha fatto visitare da un veterinario, ora il gattino se ne sta accoccolato sotto una copertina, in una cesta rotonda sul terrazzo che vista dal mio balcone sembra un anfiteatro romano. Sta bene, ha soltanto bisogno di qualche giorno per leccarsi le ferite, avvolto nella piccola bolla a forma di Colosseo che gli hanno regalato.

Ho pensato molto al gatto del mio vicino mentre leggevo le poesie di Ksenja LaginjaPraticare la notte (Giulio Ladolfi Editore) nel suo raccontare la lotta quotidiana con i sentimenti, con il peso della distanza, con l’angoscia dei ricordi (Ho socchiuso la porta \ perché l’ultima traccia di te \ abbandonasse quelle stanze \ insieme alla caffettiera che \ comprammo a natale \ a tutte le cose \ lasciate cadere distrattamente \ agli angoli della cucina), ci descrive inermi, indifesi (il passato esce dall’ingresso principale \ ma le porte sono difettose). Impauriti come il micio che il mio vicino ha affidato alle cure della coperta perché potesse guarire. Come il gatto anche noi avremmo bisogno di una cesta in cui imparare a coltivare l’assenza (Ti confesso che non è stato semplice \ calcare il mondo senza radici), a lenire il dolore (non è servito a niente \ insultare la tua voce \ né scaraventare il tuo nome \ lontano). Avremmo bisogno di un cerchio degli affetti, un cerchio della fiducia, uno spazio abbastanza grande da avvolgerci assieme a un’altra persona, abbastanza piccolo da non farcene sentire la mancanza quando si è soli. I graffi del tempo devono fare meno male sotto una coperta di lana (Ricordi l’inverno passato? \ Venivi a coprirmi nella notte).

Praticare la notte è il disegno del cerchio, è il racconto della fortezza, dell’assedio e allo stesso tempo delle ferite; nei versi di Ksenja Laginja prendono vita i ricordi che vorremmo cancellare e di cui non possiamo fare a meno (ce l’hanno chiesto così spesso \ restiamo qui \ cogliamo l’attimo, la virgola, il punto). Praticare la notte è il racconto del tentativo, quotidiano, di fare pace con l’amore disseminato lungo la strada.

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