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Strani giorni: Nuovi destini, nuove grida, vecchie risate


Ettore Fobo disegna in modo mirabile, chirurgico, cinicamente profondo, lo stato attuale dell’economia mondiale e di ciò che rimane del Sociale. Qui.

In fondo oggi c’è un’unica legge, un unico despota: il Mercato, di cui, come degli aruspici o degli indovini, bisogna interpretare, e poi assecondare, il volere. Qui, in questo regno della magia nera economica, il profitto è regolatore del destino dell’individuo. Finché non si scopre che non c’è più l’individuo, è una merce anche lui. Bisognerebbe superare questa logica ma manca l’utopia o anche lei è una merce. In questo contesto senza speranza, bisogna elevare, comunque, se non un canto, un grido, di speranza. Speranza nella bellezza e giustezza di un cosmo che, comunque, per dirla brutalmente, ci ha votato alla morte, ci ha consegnato in suo potere. Ridere di questo e, pur contraddicendo ogni trascendenza, scoprire, nella meraviglia bambina e nel gioco assurdo del caso, la propria beatitudine. “Bisogna immaginare Sisifo felice”,  come scriveva Albert Camus. O affidarsi alla risata di Zarathustra. Dove ci porterà quel folle giullare?

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Il buco nero traghetta verso il mainstream


Di ieri la notizia – anzi la foto – del buco nero divenuto, per la prima volta, un oggetto tangibile. gli avvenimenti che si svolgono su quella corona lucente di spaziotempo collassato sotto l’enorme compressione gravitazionale, cosa saranno? Su OggiScienza una prima risposta, significa che nell’abisso del tempo, misura arbitraria di energia, qualcosa è ancora vivo e giunge a noi nel collasso della stessa misura metrica. Da perdere la testa… E infatti anche Giovanni De Matteo, consapevole di ciò, dà il suo contributo con il racconto Orizzonte egli eventi, incluso nella seconda raccolta connettivista Frammenti di una rosa quantica, ripubblicandolo in sette puntate partendo proprio da oggi.

Si trovavano ad attraversare la zona di fetch, dove si generano le onde gravitazionali in prossimità di una concentrazione significativa di massa e in presenza di venti di particelle intensi; una regione in cui la superficie dello spazio anti-de Sitter che descrive l’universo come una superficie iperbolica appare confusa e i processi che vi si svolgono sono soggetti a un andamento disordinato, con forti oscillazioni indotte nella schiuma quantistica del vuoto dalle continue transizioni energetiche che alimentano le cosiddette onde di swell o di «cosmo morto», che allontanandosi lungo le direttrici tangenti alla superficie della singolarità crescono e si regolarizzano; e loro erano proprio lì, nella zona critica, quando dal reticolo dello spazio anti-de Sitter emersero configurazioni mutanti contro un orizzonte sempre più vasto. Il segnale di generazione dell’onda affiorò dalla superficie a massima entropia con il suono di un corno da postiglione. La configurazione ribollente dello spazio liberò dal Gorgo un treno di onde di mare morto.

Rende, tutto ciò, la vertigine dimensionale e singolare degli abissi gravitazionali?

Perché non esiste più il tempo libero | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un estratto da Cronofagia, uno dei testi più intriganti che voglio leggere al più presto, scritto da Davide Mazzocco ed edito da D Editore. Un estratto – ovvero, di come il Liberismo divora anche il tempo.

Perché un ipercapitalismo che vuole mercificare ogni ambito della vita pubblica e privata, che aspira a ridurre al minimo le ore di sonno e che ci trasforma in impiegati amministrativi nostro malgrado dovrebbe lasciarci il tempo per la noia e per la contemplazione? Quanta noia e quanta contemplazione ci sono nelle nostre vite? I pochi interstizi di libertà che in passato sarebbero stati tempi morti vengono oggi occupati da strumenti digitali che espellono la noia dalle nostre vite e ci rendono reperibili e potenzialmente attivi 24/7. Sulla metropolitana, sul treno o in coda all’ufficio postale lo sguardo è perso negli schermi. Non c’è interstizio del nostro tempo che non possa essere colmato. La nostra società è liquida anche in questo, nel riempimento dei tempi morti.

Nella prima parte de Lo straniero di Albert Camus ci sono alcune pagine che, molto probabilmente, oggi, in un’epoca di dittatura della trama, verrebbero cassate dalla maggior parte degli editor. È domenica. Il protagonista, Meursault, è da solo. Maria, la sua compagna, è uscita e lui trascorre il giorno di festa fumando e osservando la vita che scorre sotto i suoi occhi. Sono cinque pagine di letteratura straordinaria in cui non accade assolutamente nulla, ma che hanno un loro peso nella costruzione di un personaggio che sembra osservare tutto, anche la propria esistenza, con uno sguardo indolente e distaccato. Quindi anche se raccontano la noia e una domenica fatta di tempi morti, sono pagine senza le quali Lo straniero non sarebbe lo stesso romanzo.

Chi volesse raccontare la domenica solitaria di Meursault oggi gli metterebbe in mano uno smartphone, lo farebbe sedere davanti a un pc o su un divano, magari evitando le sigarette che, nel frattempo, sono diventate politicamente scorrette. Mi vengono in mente sequenze del cinema neorealista, momenti di capolavori come Umberto D, in cui la progressione della trama si ferma e la macchina da presa si mette a registrare la vita così com’è. La servetta Maria, unica amica dello squattrinato Umberto, ingaggia una breve battaglia con le formiche che hanno invaso la cucina della casa in cui vive l’anziano. Nell’economia del racconto è una scena superflua, ma in realtà sono queste scene apparentemente “innocue” ad agire sullo spettatore e a rinsaldare il patto narrativo. In una società ossessionata dalla produttività non c’è spazio per i tempi morti che vengono ridotti quando non del tutto cancellati.

All’inizio del 2018, ha tenuto banco per diverse settimane la polemica riguardante un bracciale utilizzato da Amazon per velocizzare la produttività dei propri dipendenti. Questo bracciale – pensato per rendere più veloce la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini del colosso dello shopping online – riceve un messaggio con le coordinate del prodotto da inscatolare ogni volta che viene effettuato un ordine online. Come hanno fatto notare molti commentatori, questa innovazione di Amazon non fa altro che robotizzare i lavoratori in una fase storica in cui l’hi tech tenta di rendere sempre più umani i robot. Inutile aggiungere come il bracciale pensato per migliorare la produttività sia anche uno strumento di controllo panottico: i movimenti e le pause per andare in bagno di chi lo indossa possono essere tracciati durante tutto l’orario di lavoro. L’azienda è stata ripetutamente contestata per l’impegno richiesto ai propri dipendenti: secondo quanto pubblicato da Elena Tebano sul Corriere, gli addetti all’inventario devono registrare con la pistola laser trecento prodotti l’ora, vale a dire cinque al minuto, mentre i magazzinieri percorrono fino a venti chilometri al giorno fra gli scaffali dello stabilimento di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza. Alla luce di storie, come queste sembra evidente come le conquiste ottenute nelle battaglie per la quantità delle ore di lavoro vengano annullate dai ritmi parossistici richiesti agli operai con l’utilizzo di strumenti digitali atti a monitorarne l’efficienza. Il bracciale di Amazon altro non è che la concretizzazione di un controllo che l’ipercapitalismo è riuscito a introiettare nei singoli individui con decenni di costruzione dell’immaginario.

Strani giorni: Millennium bang


Sul blog di Ettore Fobo un post fluente per raccontare il presente e le sue malattie ferali, il mal di vivere intriso di nausea, le metropoli intasate di nulla che porta verso il nulla, verso l’abisso cognitivo di nulla, verso la vita che sa di nulla. Un estratto:

III

Dove trovare un nesso fra giungla, deserto e metropoli? Mettiamola così, un deserto metropolitano popolato di miraggi mi annienta. E qui è trovata l’unione, il punto x dove convergono tutte le ferite del vivere, dal primo respiro fino al rantolo finale.
Questo è dunque anche Il punto di sutura fra la parola detta e quella immaginata, fra un testo scritto e la sua ombra, l’eco di tutte le voci intangibili, che vanno dal silenzio al grido. L’autore, ego scriptor, decapita ombre, deforesta intere foreste di ombre, è lui stesso un’ombra decapitata.
Dunque sì, oggi nella giungla metropolitana ho incontrato un deserto. Forse ero io, allo specchio.

IV

Ecco mi figuro una burrasca più insidiosa e magari un naufragio meno dolce ma ugualmente collinare: la musica dei Pink Floyd illuminò quel paesaggio toscano, ricordi? Boschi di un verde leggero, cielo azzurro con nuvole che parevano draghi addormentati. Rivelazione per noi che veniamo dalla terra senza cielo, da un mondo senza stelle. E non vedemmo mai la luna se non in qualche pubblicità hollywoodiana di un profumo. O forse era di un’auto? O forse era solo una macchia bianca sul parabrezza? O forse era Dio, ma non l’abbiamo riconosciuto?

Le notti bianche della materia | POCHI AMICI * MOLTO AMORE :: Il blog di Carmine Mangone


Dal blog di Carmine Mangone un estratto dal suo lavoro Vieni: tumulto, carezza. Ne incollo alcuni tratti, poesie molto particolari, per certi versi vicine alla mia ispirazione da sesso quantico che ho riversato in Sensorium. Devo dire che fa un po’ meno solitudine vedere e sentire in giro peculiarità affini, sperimentazioni di un mondo completamente umano visto da parapetti inumani.

L’evidenza dei corpi viene posseduta e mediata da un nome, da un’identità che li governa, da una determinazione sociale che li massifica.
Nella diuturna ricombinazione dell’esistente, i corpi sono le notti bianche della materia, la misura di un ordine che nega ogni ordinamento e che si pone come ottuso rilancio delle proprie forme, della propria sostanza.

Sentirti dormire. Cullare con gli occhi la tua espressione di pace. Nutrire la mia notte accarezzando dolcemente le tue cosce nude.
Tutto quello che potrei mai volere dal fatto di vivere, è qui, ritengo che sia qui, ne sono certo, e niente potrà separarmi da quest’evidenza.
In un attimo di sovrana concordanza, vengo colmato da qualcosa che il corso della vita non potrà disfare.

* * *

Il tuo culo è la maggiore contraddizione del mondo fenomenico. Attraverso la sua epifania, le cose della carne si rivelano al mondo per ciò che sono – una frattura nel cuore della presenza – e il mondo non può più tenerle distanti e distinte da sé, ma deve prenderle senza possederle o deve possederle senza mai riuscire a ridurle dentro uno schema conoscitivo, dentro una ragione.

Oggi tira vento. Gli ulivi ondeggiano come un mare in burrasca. Mi manchi, ho una gran voglia, ma mi vengono in mente solo dei luoghi comuni del cazzo.
Inutile far poesia, quando vorrei solo sborrarti sulle tette.

Poi arriva la tenerezza, quasi in punta di piedi, e relega in un angolo della mente il sesso che urge, che mi scalmana.
Una tenerezza fatta di foglie che resistono alla tramontana, di gatti che ronfano e di mani che si cercano anche al buio, soprattutto al buio.

Limitless | scheggetaglienti


Sublime ennesima puntata da una magniloquente “Epopea del Cazzaro”. Dal blog di Alessandra Daniele.

L’uomo gli mostra la pasticca, tenendola fra il pollice e l’indice.
– Eccola, come ti avevo promesso. Questa ti consentirà di superare tutti i limiti fisiologici del tuo cervello.
– Diventerò super-intelligente? – Chiede il candidato premier.
– No. Diventerai un supercazzaro.
– In che senso?…
– Non ci saranno più limiti alle cazzate che saprai inventarti per guadagnare consenso e rastrellare voti. Prometterai a tutti praticamente tutto quello che vogliono, anche prima che sappiano di volerlo, e lo farai in modo così convincente che nessuno riuscirà a sbugiardarti. Sarai eletto con una percentuale da plebiscito, diventerai premier d’un monocolore senza opposizione, e sarai acclamato da tutti i media, che ti proclameranno l’incarnazione della leadership del terzo millennio.
Il candidato fissa la pillola con occhi sognanti. Poi chiede.
– Effetti collaterali?…
– Nessuno, a parte un po’ di pancia gonfia – l’uomo sorride – ma le donne adorano la pancetta negli uomini di potere.
Il candidato afferra la pasticca.
– La prendo.
– Non t’ho ancora detto il prezzo.
– La prendo comunque – si ficca la pillola in bocca, e l’inghiotte.
Qualche secondo dopo tossisce con violenza. Si piega in avanti. S’accorge di sputare sangue.
– Cosa m’hai dato? – Chiede rauco.
– Una tossina. Mortale.
– Ma mi avevi detto…
L’uomo sorride.
– Ho mentito.

Il Museo delle Navi di Nemi: cattedrale dell’assenza – Nemora


Da Nemora segnalo quest’articolo che per qualche motivo mi era sfuggito ed è in relazione con la visita che ho fatto quest’estate al Museo della Navi Romane, quelle di Caligola affondate sul Lago di Nemi. Quello che si dice nell’articolo corrisponde a realtà, io stesso ho avuto le stesse impressioni e sensazioni.

Una parte di noi arriva inevitabilmente a chiedersi “Non sarebbe stato meglio lasciarle nel fondo del lago?”. Indubbiamente ora sarebbero ancora intatte, sicuramente sarebbero state preservate.
Ma camminando fra le strade di Nemi, lungo la riva del lago, nei pressi di questo tempio marcescente, tutto desta un senso che nel suo generarsi assume fattezze ancora più grandi di quelle che avrebbero avuto i due scafi sani e salvi davanti ai nostri occhi: il senso della tragedia e la brama del perduto. La glorificazione del bello non avviene non con il suo manifestarsi, ma si verifica con la sua rovinosa caduta. Ed è in queste ferite che si innesta la memoria più ostinata, alla quale si accostano l’esaltazione e l’innalzamento di un elemento non presente.

Che passeggiata di notte con la tua assenza al mio fianco:
mi sta accanto il sentire che non vieni con me.

Così recitava Pedro Salinas ne La Voce a Te Dovuta ed è in questa ottica che mi piace intendere la visita di questo luogo: il Museo delle Navi Romane è un omaggio a un’assenza che accompagna.

Oltrepassi la mano in bronzo, sposti il pesante portone. Uscire all’esterno è come riemergere in superficie, dopo una lunga apnea subacquea.
Questo è il tempio dell’evocazione, uno scrigno di vuoti. Un luogo che custodisce e incripta le presenze.
Tornando, in un gioco di specchi e rottura delle barriere fisiche, ci si sorprende nell’incontrare se stessi persi ancora sul fondale quieto, nell’ombra proiettata dallo spettro di un relitto.

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