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Archivio per Letture

Introduzione di Jung contenuta negli I Ching – estratto


Il passo sottostante è preso dall’introduzione di Carl Gustav Jung agli I Ching, il libro cinese dei Mutamenti, un modo di praticare la divinazione con un procedimento che sfrutta la matematica booleana, avendo come base 8 bit e portando le proiezioni del possibile a 64 bit – gli attuale sistemi operativi dei computer operano proprio con 64 bit.
A parte ciò, mi pare interessante notare, dalle righe sottostanti, l’invito di Jung ad abbandonare il metodo galileiano, che ha portato a risultanze valide in laboratorio ma che nella vita comune, essendo depurate da ogni sfumatura del reale, tendono a diventare ideali. Intendiamoci, Galileo ha sviluppato tali metodologie in momenti in cui un potere temporale orribile come quello della Chiesa di Roma operava una vera e propria censura totale, oggi lo chiameremmo un regime totalitario; in questo Galileo è riuscito a togliere i fondamenti alle assurdità dottrinali cristiane, ma ha costruito involontariamente un’altra chiesa in cui i dati statistici assurgono a verità assolute, ovvero le nuove verità assolute. Su questa base, i moderni sistemi totalitaristici del Liberismo operano sistematicamente, credendo ciecamente nei modelli imperfetti da laboratorio o stocastici e opprimendo l’umanità con regole inumane, che possono benissimo essere i riflessi di qualcosa presente ben oltre le nostre dimensioni.

Leggete attentamente le righe sottostanti, e non meravigliatevi quando gli I Ching si apriranno ineffabilmente la strada nella vostra consapevolezza.

Io non conosco il cinese e non sono mai stato in Cina. Posso assicurare il lettore che davvero non è molto facile trovare il giusto accesso a questo monumento del pensiero cinese, così infinitamente diverso dai nostri modi di pensare. Per capire in generale di che cosa tratti un simile libro è imperativo buttare a mare certi pregiudizi della mentalità occidentale. È curioso che un popolo dotato e intelligente come i Cinesi non abbia mai prodotto ciò che noi chiamiamo “scienza”. La nostra scienza, però, si basa sul principio di causalità, e la causalità è considerata verità assiomatica. Ma un grande cambiamento è ormai avviato. Ciò che la Critica della ragion pura di Kant non ha potuto fare, lo sta facendo la Fisica moderna. Gli assiomi della causalità sono scossi nelle loro fondamenta: ora sappiamo che quelle che noi chiamiamo leggi di natura non sono altro che verità statistiche, costrette perciò ad ammettere delle eccezioni. Non abbiamo tenuto abbastanza conto del fatto che, per dimostrare la validità invariabile delle leggi di natura, abbiamo bisogno del laboratorio con le sue incisive restrizioni. Se lasciamo che la natura faccia da sé, vediamo un quadro ben differente: ogni processo subisce interferenze parziali o totali a opera del caso, e in misura tale che in circostanze naturali un corso di eventi che si conformi in tutto e per tutto a leggi specifiche, rappresenta quasi un’eccezione.
La mentalità cinese, quale io la vedo all’opera nell’I Ching, sembra preoccuparsi esclusivamente dell’aspetto accidentale degli eventi. Ciò che noi chiamiamo coincidenza sembra essere la cosa della quale questa peculiare mentalità s’interessa principalmente, mentre ciò che noi adoriamo come causalità passa quasi inosservato. Dobbiamo ammettere che qualche cosa si possa dire in favore dell’immensa importanza del caso. Una quantità incalcolabile di sforzi umani è rivolta a combattere e limitare i danni o i rischi rappresentati dal caso. Spesso le considerazioni teoriche su causa ed effetto appaiono pallide e polverose a paragone degli effetti pratici del caso. Va benissimo dire che il cristallo di quarzo è un prisma esagonale; è proprio vero – fintanto che si immagina un cristallo ideale. Ma in natura non si trovano due cristalli esattamente uguali, benché tutti siano palesemente esagonali. La forma reale, tuttavia, sembra sollecitare il saggio cinese ben più di quella ideale. La confusa congerie di leggi naturali che costituisce la realtà empirica contiene per lui un significato ben più importante che non una spiegazione causale degli eventi, che poi di regola devono essere separati l’uno dall’altro prima che si possa discuterne in maniera appropriata.

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Una Tomba per gli alieni: Uduvicio Atanagi – Bianchissima – Io sono 143


La stanza era nera, così nera che non riusciva a percepirne i confini, eppure sapeva che era una stanza, era la sua funzione. Dentro alla stanza c’era Rut con delle cuffie gialle. Sembrava fluttuare perché il pavimento non si distingueva dal soffitto e dai muri. Rut Ripeteva delle sequenze numeriche, dalla bocca le uscivano dei filamenti bianchi, un ectoplasma pallido che saliva simile a un’alga smossa dalla corrente del mare. In certi momenti Rut aveva la voce di sua mamma, in altri dello zio, poi un suono elettrico, una frequenza, e ancora una voce gutturale, che sembrava la voce di un mostro.
Poi c’era la santa. Bianchissima la vedeva coperta da un telo come quelli che coprono i morti, percepiva i suoi tratti, l’incavo delle orbite, il buco della bocca che succhiava il tessuto. La santa gemeva, Bianchissima si avvicinava, perché vedeva muoversi sotto il telo. Io sono 143, diceva Rut. Quando Bianchissima toglieva il velo ci trovava sotto una specie di bozzolo, la crisalide di una falena che si sta schiudendo, dentro c’erano una luce fortissima bianca, accecante e una luce fortissima nera, accecante, e poi altre luci più piccole, come i fari delle navi lontane che vedi al mare di notte, come delle lucciole strane.
Un altro piccolo, grande capolavoro di Uduvicio Atanagi. Dal suo blog.

Algernon Blackwood – Lock Your Door (1949) | BFI National Archive


Un documento di per sé eccezionale: Algernon Blackwood che recita – non legge – una dei suoi meravigliosi racconti. Nessuno, come lui, era capace di spaventare fino nell’intimo della nostra anima.

SESSIONE SPECIALE | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista è possibile leggere un racconto di Lukha B. Kremo, Sessione speciale. Ecco l’incipit, buona lettura!

Voglio condividere questa cosa con voi, una cosa che è più di una storia erotica.
Dico “condividere” perché è una parola abusata, e l’abuso ha sempre un suo fascino.
Condivido con voi il desiderio irrefrenabile di sperimentare, soprattutto misurare i limiti fisici. E andare a vedere là dove il corpo non può più, è esausto, esanime, vinto, questa è sempre una curiosità intrigante.
Quando ho scoperto quello che mi scaturiva il desiderio più insolente, non mi ero nemmeno accorto di che natura fosse. Nasceva in me come un demonietto assetato, ma l’avevo scambiato per uno sfizio, un gusto particolare, una botta di fantasia. Non sapevo nemmeno avesse un nome.
Con il tempo, mi sono accorto che la mia vita stava cambiando, che le mie giornate erano dettate da quella che si chiama ossessione. Nelle pause m’informavo su internet, la sera cercavo i luoghi, di notte la praticavo.
Ossessione sì, ma io non avevo ancora capito che si trattasse di qualcosa di più oscuro, enigmatico, e soprattutto che rientrasse nella sfera sessuale.

Se vi racconto che da piccolo mi piaceva giocare al dottore vi viene da ridere perché probabilmente piaceva a tutti. Avere la scusa per toccare un po’ qua e là il corpo di un’altra o un altro, o meglio, sdraiarsi e farsi toccare a piacimento. Ecco, è questo il punto, distendersi e lasciare il proprio corpo in balia del tocco. Una cosa che piace a tutti, ma poi quando si diventa grandi si scopre qualcosa di meglio, si va dritti al punto, si trovano posizioni strane, vestiti bizzarri, materiali stuzzicanti e situazioni imbarazzanti.
Oppure si continua, come me. Si cerca un ragazzo o una ragazza che faccia il dottore e ci si lascia curare. Io ho trovato questa dottoressa che fa degli interventi eccezionali. Insomma, anch’io non sono più un bambino, e non mi basta più “giocare al dottore”. Siamo grandi e facciamo le cose sul serio.

Strani giorni: Una poesia di Eugenio Montale


Sul blog di Ettore Fobo, una poesia di Eugenio Montale. Ho riportato i versi perché mi è apparsa netta la piccolezza dell’umano, pur proiettato in una dimensione elegiaca da creazione. La poesia come misura della nostra limitatezza, ed è evidente che urga un senso di superamento di questi limiti, e di queste bellissime poesie.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come su uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

***

Da “Ossi di seppia” – Eugenio Montale – edizione per il Corriere della sera – giugno 2019

Holmes & Watson (2018) Citazione scacchistica | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine un dialogo tra Sherlock Holmes e il dr. Watson sugli scacchi e sull’uso della logica ferrea che il gioco pretende. Meraviglioso.

Holmes: «Scacco matto!»
Watson: «Cosa? Non è neppure iniziata.»
Holmes: «Avreste aperto con il gambetto di Donna.»
Watson: «Be’, forse è una prima mossa affidabile.»
Holmes: «Vi avrei neutralizzato con la difesa slava.»
Watson: «Oh, una mossa audace, davvero imprevedibile.»
Holmes: «Sareste nel panico, con la Regina sotto assedio.»
Watson: «No, non la mia Regina!»
Holmes: «Vedere la Regina così esposta vi avrebbe costretto a difenderla.»
Watson: «Per forza, è il mio dovere, negli scacchi e nella vita.»
Holmes: «Ignorando così la mia Torre.»
Watson: «Ah!»
Holmes: «Scacco matto.»
Watson: «Proviamo un altro gioco? Magari morra cinese?»
Holmes: «Pietra, pietra, forbice, forbice, carta, carta, carta, pietra, forbice, forbice.»
Watson: «Al diavolo!»

Una Tomba per gli alieni: Qualcosa come soffocare per sempre.


Nell’ultima macelleria della galassia ci sono esposte delle mucche di razza chianina, i loro corpi sono appesi a delle strutture metalliche, i loro corpi sono immensi, sproporzionati. Alcune sono vacche adulte altri sono giganteschi vitelli, gli occhi gonfi, scurissimi, che gli escono dalle orbite.
Rimango a fissarne una, deve avere pochissimi giorni, sul muso ha un’espressione di orrore e paura, una disperazione profonda, qualcosa di feroce, qualcosa come una fuga impossibile, qualcosa come soffocare per sempre.

Così scrive Uduvicio Atanagi. E pensateci la prossima volta che addentate un boccone di carne – o pesce – pensate alle immani sofferenze di un essere che era vivo. La paura di essere mangiati, è il terrore più grande per un essere vivente…

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