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Archivio per Letture

Una Tomba per gli alieni: Gli animali


Dal blog di Uduvicio “LeoBulero” Attanagi. Pure perle emozionali…

Il mondo è pieno di dolore, gli animali lasciano le loro case e si incamminano verso le montagne. Ci sono gatti, cani, criceti, uccellini, serpenti, topini, ci sono bestie di ogni tipo, alcuni hanno dei collarini scintillanti altri cappottini, cose per proteggerli.

I padroni si svegliano nella notte, trovano le cucce, i divani, le sedie, i cuscini, le coperte, i tappeti, le poltrone, le amache, le mensole, i tavoli vuoti, ci sono tracce di calore, forme, piccoli sprofondamenti sulla superficie, ci sono segni delle creature che amavano.

Escono fuori e trovano altri padroni, sono usciti anche loro, si guardano, non dicono niente, ci sono centinaia di persone in pigiama, tremano dal freddo, hanno paura, guardano verso le montagne, il cielo sta diventando blu scuro, dentro di loro sentono crescere una strana nostalgia, un senso di fallimento e di cose perdute, una gigantesca disperazione.

H.P. Lovecraft: L’immagine nella Casa, l’audioracconto | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

H.P. Lovecraft è ritenuto oggi uno dei più grandi autori horror nella storia della letteratura occidentale. I suoi racconti continuano ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, ad affascinare e terrorizzare i lettori. L’immagine nella casa (The Picture in The House), ultimato nel 1920 e pubblicato per la prima volta da “The National Amateur”, è un ottimo esempio di come Lovecraft riuscisse a creare delle atmosfere capaci di catturare il lettore e non lasciarlo andare fino all’ultima parola. Sul canale YouTube “Ménéstrandise Audiolibri” è possibile ascoltare l’intero racconto, narrato fra l’altro in modo egregio.

Anima Persa | scheggetaglienti


Ieri avevo segnalato un breve racconto cross-over di Alessandra Daniele tra Eymerich e Star Trek, e ora ne segnalo un altro forse anche più bello, sempre tra Eymerich – l’inquisitore uscito dalla Storia e dalla penna di Valerio Evangelisti – e Lost, il serial TV che dieci anni fa fece impazzire tre quarti di mondo per i splendidi enigmi. Eccolo qui:

– Vi auguro di non avermi mentito – disse Eymerich in tono minaccioso, scendendo da cavallo. Il pingue frate benedettino gli corse incontro trafelato.
– Magister, ve lo giuro, è comparso dal nulla parlando una lingua infernale!
– Almeno tre o quattro lingue infernali – aggiunse un confratello.
– Comparso dove? – Chiese Eymerich.
– Nella radura dietro il convento, sembrava piovuto dal cielo – disse il primo frate.
– Dall’inferno! – Lo corresse il confratello.
– Basta, portatemi da lui. – tagliò corto l’inquisitore. Quei benedettini lo innervosivano. Sembravano davvero convinti d’aver catturato una creatura infernale, cosa che a guardarli gli sembrava altamente improbabile. Lo condussero a una cella. Incatenato in un angolo giaceva quello che a prima vista sembrava solo un fagotto di stracci.
– Volete interrogarlo Magister? – Chiese il primo frate.
– M’avete detto che parla in demoniese – rispose Eymerich, sarcastico.
– No, parla anche un po’ di catalano – rispose il secondo – anche per questo abbiamo chiamato voi.
– Un po’ di catalano? Me lo farò bastare.
L’inquisitore entrò nella cella. I benedettini si dileguarono. L’uomo rannicchiato nell’angolo sollevò la testa. Eymerich notò i suoi occhi chiarissimi nonostante la penombra. L’uomo lo fissò.
– Padre, vi prego, aiutatemi – disse in catalano, con un filo di voce – questi frati sono pazzi. M’ hanno incatenato qui dicendo che gli servivo per voi.
– Per me?
– Sì, li ho sentiti parlare d’un inquisitore che volevano attirare qui dicendogli d’aver catturato – scosse la testa, e la chinò – un demone – la sua voce si spense in un sussurro incredulo.
Eymerich avvicinò la torcia al prigioniero. L’uomo trasalì, appiattendosi contro il muro. L’inquisitore vide ch’era ferito al braccio destro.
– Chi o che cosa sei? Bada di non mentirmi. Io sono Nicolas Eymerich. Questo non è ancora un interrogatorio formale, ma può diventarlo, e credimi, qualsiasi cosa tu abbia subito finora non sarà niente al confronto di ciò che posso farti infliggere io.
Il prigioniero deglutì.
– Mi chiamo Enrique Gallus, e vengo dalla Catalogna. Sono un pellegrino. Ho chiesto riparo per la notte a questi frati, e loro m’hanno imprigionato, dicendo che sarei stato perfetto come esca. Che sareste venuto qui, e m’avreste preso davvero per un demone.
Alla luce della torcia i suoi occhi sgranati scintillavano di bagliori rossastri.
– A quale scopo?
Il prigioniero allungò lentamente il braccio sinistro per quanto glielo consentiva la catena, e indicò la porta.
– Imprigionare anche voi.
Eymerich si voltò. La porta era chiusa e priva di maniglia.

* * *

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Il Potere della Parola | scheggetaglienti


Uno scritto – datato – di Alessandra Daniele, che tenta di coniugare – assai bene, secondo me – il mondo di Star Trek con quello dell’inquisitore Eymerich, il personaggio che identifica maggiormente l’attività di Valerio Evangelisti. Qui sotto, da leggere tutto d’un fiato:

Deanna finì di sistemarsi il lungo abito di foggia trecentesca.
– Su cosa è basato questo tuo nuovo programma olografico, William? Si direbbe una saga medievale.
Riker accennò un sorriso sornione.
– È molto di più. Una serie di romanzi scritti fra il XX° e il XXI° secolo in Italia da Valerio Evangelisti.
– C’era ancora l’Italia nel XXI° secolo?
– Solo nei primi anni, prima di sparire sotto il livello del mare per lo scioglimento dei ghiacciai.
– Sono pronta – annunciò Deanna sorridendo. Riker le offrì il braccio, e insieme entrarono sul ponte ologrammi. Deanna si mostrò subito ammirata per la precisione dei dettagli.
– È una tipica caratteristica dei romanzi che ho voluto trasporre fedelmente nel programma – disse Riker, con una punta d’orgoglio – Il protagonista è ispirato a un personaggio storico realmente esistito,  d’origine ispanica come gli antenati conquistadores del capitano. Ti sorprenderà – aggiunse ammiccando.
– Non vedo l’ora – sorrise Deanna.
Una freccia trapassò la gola di Riker.
Il primo ufficiale emise un rantolo soffocato, poi crollò di schianto.
Deanna urlò, e si chinò su di lui, sconvolta.
– Emergenza sul ponte ologrammi! – Gridò – Computer! Blocca il programma!
Fu inutile.

*  *  *

Eymerich era furibondo.
– Magister, era l’unico modo per fermarlo – disse il balestriere – l’abbiamo visto apparire dal nulla, e lo sapevamo capace di sparire in un attimo. Era un demone!
– I demoni sono spiriti incorporei, questo invece è un cadavere che non può rivelarci più nulla – scandì Eymerich – E vi siete anche fatti scappare la femmina!
– Sì Magister – ammise il balestriere, visibilmente spaventato dalla furia dell’inquisitore – però stavolta non è riuscita a dissolversi, s’è solo confusa tra la folla.
– Perché ho scoperto le loro formule, e so come invertirle. Non sono demoni, solo negromanti – si rivolse al resto delle guardie – è il momento di agire.

*  *  *

– Uno dei personaggi ha preso il controllo del ponte ologrammi? Di nuovo? – Picard si girò verso Data.
– Dev’essere diventato senziente, com’era accaduto a Moriarty – rispose l’androide.
– Come stanno Deanna e William?
– Entrambi i loro segnali vitali sono cessati – rispose Beverly, pallida – ma potrebbe essere perché l’ologramma è riuscito a schermare il ponte, interrompendo ogni comunicazione
– Ma com’è possibile che il computer gli obbedisca così? – Protestò Worf – Conoscere i codici d’accesso non basta…
Le porte s’aprirono. Eymerich marciò deciso in plancia.
Picard s’alzò e lo fissò.
– Adesso capisco – disse – William t’ha dato il mio aspetto. Una sorta di omaggio, probabilmente – aggiunse malinconico – anche per questo il computer ti riconosce come un’autorità legittima.
– Io sono l’unica autorità legittima – disse l’inquisitore, sprezzante – E sei tu che stai imitando il mio aspetto. Ma non ingannerai più nessuno.
– Suppongo che tu sia riuscito anche ad accedere ai protocolli del Dottore Olografico per riuscire a materializzarti al di fuori del ponte ologrammi.
– Ti riferisci al fatto che posso spostarmi dove voglio? Posso anche trasferire ciò che voglio. Computer, sicurezza! – Ordinò. Un paio di balestrieri si materializzarono al suo fianco, tenendo sotto tiro il resto della plancia.
– Sei stato abile – commentò Picard.
Eymerich accennò un sogghigno.
– In realtà non è stato difficile. Tutto il vostro potere non è che una ragnatela di parole. Ogni volta che uno di voi si manifestava, io ne annotavo o facevo annotare ogni frase, specialmente quelle che suonavano prive di senso. Così ho scoperto tutte le vostre formule, e come usarle contro di voi.
Picard scosse la testa.
– Credi di sapere tutto? Non hai idea di quello che non sai. Non hai idea di dove ti trovi né del danno che potresti fare se prendessi davvero il controllo di questa… unità.
– Non preoccuparti di quello che non so – rispose l’inquisitore – perché lo scoprirò. Computer! – Ordinò – Programma Quaestio Eymerich Uno. Eseguire!

Una Tomba per gli alieni: Il castello, estratto


Dal blog di Udivicio “Leo Bulero” Atanagi, un’altra sua perla compositiva: adoro questa scrittura…

Le cose non andavano bene in casa De Mita, è così che ho iniziato a uscire dal corpo.
Di solito succede la notte ma negli ultimi tempi dormo così tanto che succede praticamente sempre. Ho imparato a dormire più del dovuto e in qualsiasi condizione. Ho imparato a isolare le orecchie dalle urla, ho imparato a isolarmi da tutto.
All’inizio però capitava solo nelle ore dove normalmente avrei dormito, o quando sfinito divorato dal dolore e dalle lacrime mi buttavo sul letto e mi coprivo la testa con le coperte. Chiudevo gli occhi e iniziavo a vedere delle distese sconfinate. Una forte luce bluastra che bagnava come una lingua i contorni crudeli dei monti, e poi campi infiniti di cui non si vedeva la fine. Poi ho iniziato a sentire il vento, un vento che ti sferza la pelle, un vento che è freddo e caldo e che mi accarezzava ai primi segni di stanchezza, come un richiamo.
Sono cominciati così i miei pellegrinaggi notturni, poi è diventato normale, anzi mi è sempre sembrato normale, entravo nel letto e uscivo dal mio corpo.

Solo quell’infinito, quel nulla che mi circondava mi dava finalmente la pace. Sono stato immobile per giorni, seduto su una pietra a guardare l’evoluzione degli astri nel cielo. Le strane luminosità, la forma oscura e disabitata delle cose.

Una Tomba per gli alieni: La vecchia, il corpo, la luna


Dal blog  di Filippo “Uduvicio Atanagi  – Leo Bulero” Carignani Battaglia… copio e incollo, che è superbo così:

La vecchia si è voltata verso la porta della casa, poi è schizzata via in uno scatto ancora più impetuoso. Si è udito un grido, la sua vestaglia bianca ha danzato bianca, mossa da un vento tiepido che soffiava nella sera. Il mondo era rossastro, poi è diventato blu, poi nero. Davanti alla prima luce lunare la vecchia sembrava uno spettro, sotto la vestaglia era nuda, e nel movimento lungo della gamba la sua veste si è scostata e ha lasciato il suo sesso peloso e nudo mostrarsi nudo alla luce della luna, dietro di lei c’erano altre tre figure umane. Correvano, gridavano, si esibivano in movimenti nervosi tentando di accerchiarla. Per un istante davanti  alla collina, si è intravista un’auto nera, dentro c’era un bambino cadavere, un bambino giallo e morto che viaggiava su un carro da morto in direzione della casa.

La vecchia ha lanciato un urlo spaventoso, un brivido gelido ha percorso la schiena delle tre creature umane, di colpo si sono fermate, esitando, scambiandosi sguardi di terrore. Poi si sono rimesse all’inseguimento.

L’auto nera è scomparsa dietro alla collina nera.

ROCK CRIMINAL #19: THE COASTERS | VERDE RIVISTA


A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.

Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.

Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.

Questo è l’incipit del racconto noir di Sergio Gilles Lacavalla apparso su VerdeRivista. Già questo vale tutto il pezzo successivo, impregnato com’è di decadenza liberista: i miei complimenti!

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