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Epica, Etica, Etnica, Sanitas | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un estratto da Epica, Etica, Etnica, Sanitas, di Lukha B. Kremo, proposta distopica uscita nelle scorse settimana per i tipi DelosDigital; vi incollo alcuni passi dell’estratto, credo davvero esplicativi…

La quasi totalità del genere umano vive nelle cubocliniche: alveari tecnologici in cui i corpi vengono accuditi da macchine mentre la mente vaga nel metaverso. Un luogo in cui si può essere ciò che si vuole, in cui non esiste dolore, sofferenza o malattia. Saremo davvero felici quando vivremo tutti nelle cubocicliche?

Il dottor Moroni rizza bene la schiena. Lo fa sempre prima di cominciare a lavorare. Lo aiuta a raccogliere la concentrazione, a sentirsi all’altezza del compito, gli dà un’indefinibile sensazione di autorevolezza. Regola le lenti a contatto poggiando il polpastrello sulla tempia e attiva il purificatore d’aria a carboni, nonostante gli anni non si è mai abituato all’odore. Accende le luci del primo loculo e osserva il corpo, nudo per praticità, come tutti i pazienti della clinica.
Un dolicocefalo dal fisico rachitico con deformazione articolare, è collegato alla macchina che lo tiene in vita. Moroni monitora i suoi dati. A parte la stitichezza, è un soggetto che ha ancora una lunga prospettiva di vita, grazie alla macchina. Viene nutrito e regolarmente ripulito dalle deiezioni, liquidi e umori. Il suo livello di soddisfazione è sufficiente.
Moroni esce dal loculo, passa dalla doccia disinfettante ed entra in quello successivo.
Un soggetto affetto da obesità estrema, una montagna di carne flaccida distesa sul lettino. Il respiro è affannoso anche a orecchio. La macchina conferma che i livelli di colesterolo e glicemia sono stabili e il rischio di collasso cardiocircolatorio non è aumentato. Comunque il livello di soddisfazione è alto. Moroni può solo constatare l’incremento della quantità di deiezioni, che non corrisponde ai livelli di nutrimento. Fa eseguire un ulteriore esame alla macchina per capire se ciò può rappresentare un pericolo.
Altra doccia asetticizzante. Altro loculo.
Un mesomorfo in apparente salute, privo della gamba destra, amputata in seguito a cancrena. Ottimi livelli circolatori e linfatici. Lunga prospettiva di vita. Ma scarsa soddisfazione. Moroni conosce il soggetto, sono mesi che vorrebbe risvegliarsi. Ma ciò comporterebbe uno svantaggio per lui, per la sua condizione fisica, e per la collettività, come peso sociale. Moroni imposta un ultimo programma speciale, se dovesse fallire anche questo, il soggetto dovrà essere risvegliato.
Moroni sa che tutti e tre i soggetti hanno peggiorato le loro condizioni ⎼ rachitismo, obesità, cancrena ⎼ a causa della lunga permanenza nella cuboclinica, ma sa anche che le loro condizioni psichiche sarebbero state peggiori nella realtà. Almeno, la macchina ne è certa.
Altra doccia.
Nel nuovo loculo c’è un corpo sano, normodotato, con la pelle chiara, un soggetto che Moroni monitora da mesi. La macchina riferisce nuovamente che la volontà del paziente è quella di risvegliarsi, lo dice ogni volta, ma è un soggetto socialmente molto pericoloso, violento e che tende al suicidio. Moroni è molto in pensiero per lui. L’etica non ha dubbi in merito: la società gli concede di vivere felice nel metaverso, dove può permettersi di uccidere e uccidersi più volte, senza conseguenze. Ma lui vuole uscire e stare male, vuole creare danni a sé e agli altri. Nessuno approverebbe il suo risveglio. Salvato più volte in extremis, è stato condannato al ricovero qui, insieme agli altri, dal Tribunale.

Il Mago | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un racconto di Egisto Roggero, scrittore italiano di circa cento anni fa, che con uno stile un po’ weird un po’ positivista, descriveva così la sua visione del futuro. Molto intrigante: Il mago.

La festa da ballo era al colmo della sua ebbrezza. Tra i cespi di fiori che trasformavano le splendide sale in altrettante serre luminose, correva una vampa ardente di febbre e di voluttà, sotto il fulgore delle lampade elettriche…
Il mio amico mi sussurrò:
— È quello là, vedi, il dottor Bernus!
E me lo indicò.
Era un bell’uomo, ancor giovane, irreprensibile, dalla nera barba a punta. Appoggiato ad un pilastrino di marmo, sormontato da una meravigliosa dracena grandifoglie, egli teneva distratto lo sguardo nella sala rifulgente di belle dame, di luci e di profumi.
— Egli è il mago moderno – mi andava continuando all’orecchio il mio amico mentr’io, inesplicabilmente attratto, tenevo fisso su di lui lo sguardo – egli è il mago moderno. Nel seicento egli sarebbe stato arso vivo! Ora tiene un meraviglioso gabinetto che molti principi visitano commossi e dal quale escono turbati, per le cose straordinarie che hanno veduto. Poiché non è dato a tutti penetrarvi. Ma se tu lo vorrai io potrò condurviti…
Alcuni istanti più tardi – era finita allora allora una danza figurata – lo scorsi nuovamente, il celebre dottor Bernus.
Egli parlava con una dama – una bella signora bruna e piccina e nervosa – e a me pareva vedere il domatore che scherza con l’elegante felino, al quale con il solo voltar degli occhi fa eseguire tutto ciò che vuole.
Egli teneva fissi sulla graziosa creatura i suoi due sguardi grigi, freddi, formidabili: e la poveretta tremava sotto quell’enorme potenza magnetica, si agitava, fremeva, pareva chieder pietà.
— Egli è un vero mago – ripeté ancora al mio orecchio il solito amico – ed è padrone assoluto di tutti noi, qua dentro, quanti siamo, uomini e donne. S’egli volesse con un gesto solo della sua mano e della sua volontà potrebbe farci saltellare tutti come automi, o irrigidirci come tante statue di sale, o farci cader catalettici, o divincolar ne’ gemiti spasmodici delle più tremende convulsioni… Egli è potente! egli è terribile! Egli può ciò che vuole. Egli è un vero mago!…
— Non lo credi? – esclamò ad un mio atto di sorpresa e di dubbio. – Ebbene lo vedrai. Lo proverai con i tuoi occhi, non solo, ma con tutti i tuoi sensi. Io, che te ne parlo, gli è perché appunto l’ho provato con tutto il mio corpo… E ti confesso che, in fondo, io ho quasi paura, di lui.
(continua qui).

Strani giorni: Jean Baudrillard


“Il lavoro (anche sotto forma di tempo libero) invade tutta la vita come repressione fondamentale, come controllo, come occupazione permanente in luoghi e in tempi regolati; secondo un codice onnipresente. Bisogna sistemare la gente dappertutto, a scuola, in fabbrica, sulla spiaggia o davanti al televisore nel riciclaggio: mobilitazione generale permanente. Ma questo lavoro non è più produttivo nel senso originario. Non è più lo specchio della società, il suo immaginario,  il suo principio fantastico di realtà. Pulsione di morte, forse.”

Il post di Ettore Fobo si regge da solo, è stato estrapolato da Lo scambio simbolico e la morte, di Jean Baudrillard; continuiamo a correre verso il nulla, continuiamo…

L’incipit de “L’impero restaurato”


Le righe che seguono sono l’incipit del romanzo L’impero restaurato con cui vinsi il Premio Urania 2014, riedito in ebooks per i tipi DelosDigital (3,99€) nella neocollana L’orlo dell’Impero, in cui prenderanno posto le personali produzioni imperiali postPremioUrania. La cover di quest’edizione del romanzo è di Ksenja Laginja.

Nuvole livide si addensavano sull’orizzonte, attaccandosi allo sguardo come colla. Lembi di nubi restavano avvinghiati ai crinali e si avvitavano al suolo in spire di foschia. La potenza del cielo aveva iniziato a scaricarsi sulla terra lungo il fronte in avvicinamento di una tempesta.
— È il momento giusto — disse lo sciamano, rivolto alla piccola folla che attendeva la sua prima mossa. Benché avesse oltrepassato la condizione umana dei suoi avi, indossava paramenti rituali che risalivano all’antichità.
Si diresse verso il recinto e prelevò una pecora scalciante. La sgozzò con sicurezza e indifferenza, mentre il turbine che spazzava la terra si gonfiava e si abbatteva sugli edifici, infrangendosi sulle pareti rinforzate da lastre di metavetro. Il sangue lasciato sul terreno dalla bestia e il suo lugubre lamento, uniti alla tempesta in arrivo, provocarono in lui un moto sinistro.
Il postumano attese gli ultimi spasmi dell’animale, sotto lo sguardo immobile dei presenti, pietrificati dall’orrore del sacrificio. I belati si fecero sempre più tenui. Quando cessarono, lo sciamano incise la carne della vittima immolata, affondando il coltello intarsiato da scene rituali nel fianco ancora caldo.
Dallo squarcio sotto le costole fu estratto il fegato, con cura e mosse sapienti, attente a non danneggiarlo. Le mani imbrattate di sangue lo depositarono su un tavolo di marmo. Un taglio longitudinale lo divise in due parti uguali.
Uno dei presenti si allontanò dal cerchio intorno all’officiante e vomitò. Il vento si stava abbassando, ora che la tempesta si era spostata altrove, verso la campagna, sempre più lontano dal centro abitato.
— Ora possiamo presagire il futuro — disse l’aruspice con voce rituale, lasciando che il silenzio che gravava tra loro li avvolgesse nella solenne colonna sonora del momento. Il catapano dell’Impero Connettivo Claudius, che era prossimo al tavolo, si lasciò andare alla mistica del momento e gli sembrò che ombre melliflue, viscose come ectoplasmi, si stringessero attorno a lui, comunicandogli qualcosa di urgente che non riuscì a interpretare.
— Vedete queste linee, queste cavità? — le parole stentoree dello sciamano si sovrapposero al calare del vento. — Sono precisi segni dell’oltremondo, indicano le volontà delle forze imperscrutabili riguardo al vostro progetto.
Così dicendo fissò Claudius, ancora assorto dalle simbologie arcane che vedeva concretizzarsi, scaturire dalle pozze di sangue sul terreno, quasi fredde. Si scosse dall’impasse e guardò fermo l’aruspice, ritrovando la loquela e scacciando il nugolo d’impressioni occulte che lo stordivano…

I cinesi al liceo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un racconto particolare di Valerio Evangelisti, che rievoca i suoi giorni liceali a Bologna e fa capire molto del suo orientamento politico da adulto; un estratto:

Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna.
Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in prevalenza ricchi o ricchissimi, con cui faticavo a legare. Inoltre vi era una larga prevalenza di fascisti, forse più negli atteggiamenti che nell’ideologia (appresi poi che lo stesso istituto annoverava tra i propri allievi Gianfranco Fini, però io non lo ricordo).
La composizione sociale del Minghetti era molto diversa. Vi predominava la piccola borghesia. La politicizzazione era scarsa, però nel ’68 uno studente dell’ultimo anno, soprannominato Bifo, aveva promosso uno sciopero e un sit-in nell’atrio della presidenza, a cui avevo partecipato. Si erano tenute assemblee, sebbene su temi marginali (il cattivo stato dei gabinetti, l’esigenza di un distributore di bibite, ecc.).
Bene, quel giorno dell’ottobre 1969, arrivato al liceo, mi attendeva una sorpresa. Davanti all’ingresso era schierata una fila di giovani, disposta con ordine quasi militare. Ognuno di essi aveva al collo un fazzoletto rosso con l’effigie di Mao, e ognuno reggeva una bandiera recante una falce e martello con gli angoli smussati, sovrastante la scritta Servire il popolo. Altri distribuivano volantini e il giornale La guardia rossa.
Io non aspettavo altro. A dire la verità, fino all’estate non ero stato per nulla maoista. L’anno precedente, con altri due ragazzi, avevo costituito nel mio liceo il Circolo Anarchico Bandiera Nera. Avevamo distribuito un volantino in sei copie, fatto con la carta carbone, e appeso a una finestra una bandiera per l’appunto nera, ricavata dal grembiule (che allora per le ragazze era obbligatorio) di una compagna di classe. Nient’altro. Poi, durante le vacanze, avevo letto le Citazioni dal pensiero di Mao Tse-Tung edite da Feltrinelli. Non che mi avessero convertito, però parevano mobilitare masse di giovani in tutto il mondo. Io avevo bisogno di menare le mani, e Bakunin sembrava insufficiente (Umanità Nova era un vero strazio). La clamorosa apparizione dei maoisti davanti al Minghetti fu la manna dal cielo.

Quello stesso pomeriggio io e alcuni compagni di classe – ricordo Massimo Stagni, Cesare Vianello – ci recammo all’indirizzo indicato dal volantino. L’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti aveva sede in una sfarzosa palazzina di Viale Dante, messa a disposizione, seppi poi, da un notaio che collaborava ai Quaderni Piacentini. Quando suonammo alla porta venne ad aprirci una ragazza bellissima, che alzò il pugno. «Cosa volete, compagni?»
L’atrio era un profluvio di bandiere rosse, e un grammofono suonava le note de L’oriente è rosso e di altri inni cinesi. Fummo fatti entrare in una sala che già accoglieva altri studenti del Minghetti: Libero Fontana, Pietro Poggi, Francesco Cifiello, più una ragazza ancor più incantevole di quella che ci aveva aperto, dai lunghi capelli rossi (il nome non me lo ricordo). Un dirigente dell’Unione, tale Briganti, stava illustrando un opuscolo di Aldo Brandirali, leader supremo del gruppo. Alle pareti, minacciosi cartelli esortavano a curare i baffi e a non portare barba, a fumare con moderazione, ecc.
Uscimmo di lì tutti iscritti all’Unione, e carichi di giornali da vendere. La guardia rossa conteneva un racconto esemplare su una lavatrice di condominio, che aveva sottratto gli inquilini alla servitù degli elettrodomestici privati. Le pagine centrali erano occupate dal testo della futura Costituzione della Repubblica Italiana. Giuridicamente era un po’ rozza – “I preti potranno dire messa, ma non riceveranno quattrini dallo Stato” – e prevedeva un sacco di fucilazioni; però pensai che, prima della rivoluzione, sarebbe stata senz’altro migliorata.
Pochi giorni dopo ero davanti al Minghetti, con il mio fazzoletto rosso al collo e la bandiera che sventolava. Passò la professoressa di italiano del ginnasio e mi disse: «Vedi che avevo ragione a chiamarti Mao-Mao?» In effetti aveva battezzato così me e una compagna di classe, Luciana Emiliani, dopo che in un tema avevamo preso posizione a favore del maggio francese. Le risposi con un grugnito.

Leggi il seguito di questo post »

Il terzo estratto da “Radici dell’orrore” | Innsmouth@ DelosDigital


Pubblico più sotto un terzo estratto dalla mia novelette Radici dell’orrore, edito nella collana InnsMouth di Delos Digital a cura di Luigi Pachì; questa è la quarta:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

—ESTRATTO—

— Buonasera dottoressa.
Mi sono alzato in piedi, ma nel mentre sono rimasto a bocca aperta guardando il volto della Piceni. Lei, di rimando, mi guarda sorpresa, o forse severa. La scruto perché mi ricorda la donna mora di Fidene, e lei mi osserva come se le fossi in qualche modo familiare.
— Buonasera signor Rol — risponde melliflua, fuori dal suo sguardo vedo formarsi ombre olografiche di un fascino perverso, mutaforma che assumono pose lascive, corpi oscuri dotati di sessualità conturbante: la mia coscienza prende il sopravvento e disegna forme di realtà inusuali.
Siamo noi — mi sussurra la Piceni mentre mi stringe la mano e ammicca a quelle forme. Però no, non mi ha parlato, eppure l’ho sentita, ho percepito la sua voce…
In quelle forme, ci siamo noi? — rimando discretamente alla sua coscienza, ho usato l’istinto e anch’io so parlare all’interlocutore senza che altri possano accorgersene. Il portiere è nel frattempo tornato dietro al bancone, la Piceni attende un mio cenno e così la invito a sedersi laggiù nella hall, lontano da orecchie e occhi indiscreti. Andiamo però oltre la hall. Siamo seduti nella piana intorno a Fidene e lei mi chiede conto delle mie azioni. È terribilmente determinata, non capisco se è davvero la Piceni a parlare o se è la mia antica fiamma fidenate. Oppure se sono entrambe la stessa persona, mentre io mi sento orrendamente in colpa…
— Gli schiavi stanno portando qui da mangiare, ne vuoi?
Mi guarda ipnotica, tutt’intorno il frinire delle cicale mi sfinisce; sull’aia il grano tagliato è stato battuto e il caldo secco opprimente mi pervade insieme agli odori secchi e alla polvere che mi secca la gola; la luce solare è oltre il picco del giorno e infuoca il pomeriggio.
— Vorrei del vino — rispondo serafico — con del miele.
Accanto a me un uomo dall’odore forte, l’aroma della sua pelle scura mi avvisa della sua etnia, mi serve in un bicchiere di terracotta dell’odoroso vino rosso; chiazze di miele si agitano sulla superficie. Ringrazio, mi volto di nuovo verso la Piceni.
— Qual è il tuo nome? — domando impegnato mentre sorseggio il primo succhio ambrato. Intorno, la fattoria è in continua trasformazione e le ombre affaccendate nella operosità agricole mi scorrono nella coscienza lievi, quasi lontane. Sono negli occhi della mia interlocutrice, sono nel suo stesso flusso di pensieri. Mi accorgo di quanto io sia sensibile quando odo alcune parole latine risuonare nella mia coscienza, un risveglio lontano che sa di brividi e mostruosità spiacevoli come la morte che si avvicina. “Mio fratello era a Teutoburgo”, mi dice lei.
Quella parola, quel luogo, mi evoca un altro flusso, terribile e osceno; puzzo di massacro, l’odore acre della paura, le avvisaglie dell’apocalisse, il dolore lancinante, la bestialità di una morte prossima o peggio, la consapevolezza di non esser morti al momento giusto.
La guardo in profondità. “Io sono fuggito da lì, giusto in tempo. Congedato prima della catastrofe”. I miei pensieri vanno dritti nella sua coscienza. Sento tutta l’affilata crudeltà di un popolo barbaro che non ha altro senso che quello della primordiale ferocia. Che non ha il senso del Diritto. Neppure una forma evoluta di coscienza.
Su quell’onda emotiva e intima il me stesso moderno ricorda il rapporto di allora con lei. Fu quella confessione privata a legarci per un tempo che non so più stimare, forse un anno, forse di più; ci siamo amati in quel soggettivamente lungo periodo, quando lei mi avvinghiava a sé il calore dei campi ci toglieva il respiro, e i brividi ci sorprendevano quando la pioggia oscurava l’orizzonte o quando il freddo ci aggrediva al mattino presto e il giorno era troppo lontano dal realizzarsi. Vivevamo di Natura, ed essa ci ricompensava di immortalità.
“Poi sei fuggito”. Lei torna a rinfacciarmi il mio peccato, la mia colpa suprema.

Secondo estratto da “Radici dell’orrore” @InnsMouth, Delos Digital


Ecco un altro estratto dal mio romanzo breve Radici dell’orrore, recentemente uscito per i tipi DelosDigital nella collana InnsMouth, diretta da Luigi Pachì; buona lettura!

—–

Sono subissato dal verde. È ovunque, noto con un sussulto di sorpresa e meraviglia mentre precipito in me stesso, attirato da connessioni con qualcosa che non conosco, ma che percepisco; i brividi mi sommergono, è come aver freddo stando nelle campagne arse dal sole agostano.
I riverberi sono anch’essi verdi.
Le foglie sono verdi, e spandono al loro volta la vibrazione nel continuum in cui sono.
Il tavolo di fronte a me è invaso da una tovaglia verde.
Le vibrazioni di questo reale sono verdi.
I suoi occhi erano verdi.
Ricordo improvviso della donna mora di Fidene. Ma non voglio farmi fuorviare, perché ora ho una visione lancinante di Hitler che conduce i suoi ospiti nella Cancelleria di Berlino, proprio come uno scorpione porterebbe le sue prede nella tana; il Fuhrer gioca amabilmente e sorride gelido come uno squalo, è pronto a dilaniare le carni dei suoi ospiti. O a pungerle, avvelenandole.
Scosto il verde dai miei occhi e osservo ciò che ho intorno con lucida obiettività: vedo nitidamente che l’inumano è dietro ogni logica mercantile dell’iperliberismo globale; le strategie commerciali hanno una forma prossima al militare e a un concetto trascendente di Male, qualcosa che danneggia l’umanità e ipoteca la sua discendenza postumana. Ho la sensazione che l’aura nera di romanticismo decadente, che ha aleggiato nella Germania del periodo che va dal ’30 al ’45 del XX secolo, si sia evoluta in una vomitevole plastica scintillante e consumistica: tutto ora è diventato furbo, le intuizioni distopiche di Huxley si sono rivelate esatte e così ogni appello o messaggio importante è rivolto solo ai consumi, al Mercato, all’accrescimento del potere immateriale di chi o cosa è dietro al Capitalismo di questo scorcio temporale; solo che il nero orrendo e mefitico spirituale che si respira oggi, in ogni accadimento sociale, è assai prossimo a quello tedesco del Terzo Reich.
Quale ruolo rivesto, allora, in tutto ciò? In un continuum alternativo, ma non per questo meno reale, La RACHE imperversa ovunque, e l’Euroforce indossa i panni del progresso; ma sono due facce della stessa medaglia, entrambe figliocce di quel nazismo che ben abbiamo conosciuto nel passato e che è rimasto vivo sotto mentite spoglie, vitale e vibrante sotto una maschera di allegra festa del consumo: Cthulhu agita i suoi tentacoli e l’orrendo romanticismo nero vissuto in Germania, che si è allungato fin quasi alla metà del ‘900, nasconde i fetori di una logica inumana che è nemica e incompatibile, immensamente più grande, delle razionalità e bisogni antropomorfi. Intravedo in questo presente, scostando la tendina verde intorno a me che racconta brandelli di occultismo, la dittatura del profitto, dei numeri vuoti: è lo stesso tipo di tirannia agitato dalle forze occulte dietro al nazismo, oscurità che avevano spesso visitato gli incubi di Hitler e dei suoi accoliti dando vita a un nero delirio sfociato poi nella Seconda Guerra Mondiale, nell’ordine nefasto che ancora si trascina, con protervia, tramite i meandri oscuri dell’Iperliberismo…
Mi volto e mi vedo ancora a Carnuntum; il verde è sempre ovunque, è accanto a me e ricopre ogni mia percezione.
Io so cosa significa il colore verde. Conosco le regole dell’occulto, le ho introiettate in me durante i miei viaggi astrali.
— Signor Rol, ancora un po’ del nostro liquore nazionale?

L’incipit delle “Radici dell’orrore” @InnsMouth, Delos Digital


In esclusiva, ecco l’incipit del mio racconto lungo Radici dell’orrore, pubblicato pochi giorni fa nella collana weird “InnsMouth, per i tipi di Delos Digital; buona lettura!

Era comparso all’improvviso, come se svoltando l’angolo ci si ritrovasse davanti il suo viso affilato, il respiro del male come una zaffata di alitosi. Ma non c’erano angoli visibili, , non c’era nessuno spigolo di un qualche fabbricato o d’incroci stradali. Davanti a me c’era la via aperta, dritta, il giorno era pieno e nessuno mi era intorno; eppure lui era improvvisamente sbucato dal nulla, guardando aquilino alla mia sinistra: nemmeno mi aveva visto, né sembrava interessato a me.
I suoi baffetti erano inequivocabili, ma il suo vestiario e il cappello verde militare erano sobri e borghesi, come quello indossato dalla gente comune negli anni ’30; il colorito del volto era terreo e nemmeno il suo sorriso più solare avrebbe reso lieve il momento. Hitler era spuntato fisicamente da una sacca del reale che non potevo definire in nessun altro modo che quantica, e si dirigeva verso il centro del paese sopra Trento, dove mi trovavo per lavoro. Lui doveva essere morto da cent’anni almeno, calcolai, ma il viso che vedevo era quello di un uomo che si approssima alla mezz’età; la vertigine del reale mi toglieva il respiro, però la falcata della sua camminata era caratteristica e altrettanto reale: cosa stava succedendo?
— Ehi! — gridai. I passanti dell’altro marciapiede si voltarono bruschi verso di me, chiedendosi cosa volessi. — No, guardate, non dicevo a voi… — proferii a mo’ di scusa — è che…
“È che cosa?” mi dissi, prima di finire la frase. Cosa potevo dir loro, che “Dal nulla è sbucato fuori Adolf Hitler”?

L’ebook è acquistabile qui a 1.99€, mentre la quarta suona così:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

 

 

AndromacA – Cielo Cadmio


CieloCadmio è un magnifico esperimento di Stefano Bertoli e Ksenja Laginja, presentato al Festival Internazionale della Poesia di Genova dell’11 giugno scorso; questa è la magnifica performance del duo AndromacA, da incastonare…

FRB:: Fast Radio Burst – GeNeTiC SinapSyS v3.1


Sul blog di Oblio, un post cybergoth che colpisce sempre, perché le frequenze di uscita dei contributi sono estremamente rarefatte quanto intense.

I prodigi della città di N durarono meno di un minuto. Quando i morti sollevarono lo sguardo al cielo bruciato da vapori solfurei, sorrisero senza espressione.
L’umanità dei vivi giunse al tracollo e nessuna Cabala o misfatto sessuale riuscì a placare il Demiurgo. L’ancestrale SemiDivinità scaturita del Pozzo Dimensionale anelava da tempo. Nel tempo Irradiato.
Era un costrutto prettamente digitale regolato da meccanismi probabilistici scevri dal fattore Evento.

Singolarmente, tutto doveva morire. L’estirpare si collocava come principale direttiva di lavoro.
Non v’era odio o qualsivoglia tipo d’emozione superficialmente visibile tale era la forza d’attrazione.
[Assiomi non dimostrabili]
In realtà, subconsciamente, tutto era odio e rabbia. Nucleare, bruciante, distruttiva.
Dal centro verso l’esterno, trattenuta, la spinta di Coriolis anelava liberazione. Il pulsante cuore nero batteva rapido in un overclock perpetuo.

[mente] come complesso delle possibilità e dei contenuti intellettuali
[mente] come 3° persona singolare dell’indicativo presente verbo mentire

Trasporta la menzogna ed instilla sinapsi corrotte nel presente immutabile incrociando i miasmi del passato a deliranti visioni future. La città di N si spense lentamente ed i suoi prodigi inghiottiti.

Distruggi, carbonizza, rigetta e allontana.
E piangi serrando le mascelle nello stridore di denti perché ogni contatto ti è proibito dalla tua stessa natura.

THE PRODIGY OF IDEAS

This blog is a part of my inner world. Be careful to walk inside it.

Gerarchia di un’ombra

La Poesia è tutto ciò che ti muore dentro e che tu, non sai dove seppellire. ( Isabel De Santis)

A Journey to the Stars

Time to write a new Story

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

Fantastici Stonati

Ci vuole molta fantasia per essere all'altezza della realtà

Decades

by Jo & Ju.

The Paltry Sum

Detroit Richards

chandrasekhar

Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

AUACOLLAGE

Augusta Bariona: Blog Collages...Colori.

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The daily addict

The daily life of an addict in recovery

Tiny Life

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SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

Labor Limae

- Scritture artigianali -

Federico Cinti

Momenti di poesia

Racconti Ondivaghi

che alla fine parlano sempre d'Amore

The Nefilim

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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