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BUIO PESTO@TODO MODO #9: SOTTO L’INFLUENZA DEL NUVOLARI DI DALLA | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista un racconto di Pierluca D’Antuono che esplora un bellissimo lato Fantastico delle corse automobilistiche. Parliamo di Sotto l’influenza del Nuvolari di Dalla. Creatività a piene mani… leggete già dall’incipit:

Il 13 maggio 1941 si corse il primo e ultimo Gran Premio di Formula 1 nazista della storia di Francia, ordinato dal Maresciallo Petain su iniziativa dell’ammiraglio Paul August Le Vaguerese, ministro dell’aviazione del Governo Darlan e fondatore dei Distruzionisti.
Per ragioni facilmente intuibili ma note al solo comando militare di Vichy, la gara si svolse di notte, nel buio pesto della prima e unica eclissi di luna totale nazista della storia di Francia.
Il Gran Premio, mai giunto a conclusione, è ancora in corso.

Sulla griglia di partenza di Parigi sfilarono i piloti provenienti dai cinque paesi che nel 1940 avevano stretto gli Accordi Automobilistici Fascisti di Roma. L’Italia era rappresentata dalla Alfa Romeo C8 rosso fiammante del veterano Fosco Menotti Brivio, detto Fascio di tuono. Il Generale Franco si affidò al giovane Jimenez Ruiz Lagonegro, scegliendo personalmente per lui una vecchia Hispano Suiza J12 del 1932. L’impero giapponese obbligò Nakano Seigo a bordo di una Nova Kuro H41, mai collaudata prima. Il tedesco Rudolf Schwarzpfeil, campione del mondo dal 1933 al 1940, fu l’unico a tagliare il traguardo: la sua Mercedes Benz W154 modificata impiegò soltanto tre ore per raggiungere Vichy, una in meno di Fascio di tuono. La monoposto di Lagonegro prese fuoco alla partenza, alcuni resti di Seigo furono ritrovati un mese dopo a Marsiglia.

L’ammiraglio Paul August Le Vaguerese, al volante di una Bugatti EF41 costruita per l’occasione, scomparve nel buio lungo il percorso. L’intera milizia distruzionista e almeno cinquecento uomini dell’esercito collaborazionista francese furono impiegati nelle ricerche per più di sei mesi. La decisione di non dichiarare concluso il GP segnò le sorti del Maresciallo Petain, che nel 1942 venne destituito dai tedeschi.

La Bugatti EF41 fu avvistata più volte nel corso degli anni. Il 7 dicembre 1941 alle isole Hawaii i suoi 16 cilindri vibrarono nell’aria; il 24 marzo 1944 il suo rombo squarciò il cielo di Roma; l’8 gennaio 1957 si schiantò su Algeri e il 12 dicembre 1969 rovesciò su Milano un bordone di fuoco; echi del suo passaggio risuonarono a Parigi il 5 ottobre 1972, a Beirut il 18 settembre 1982 e a Bologna il 2 agosto 1980.
Tre anni più tardi l’ombra della monoposto si incise sui muri di Viale Dante Virgili a San Severo. Venne scambiata per la Madonna e lì rimase per sempre.

Quella notte, al terzo piano del civico 88, Elisa Floriani seguiva con lo sguardo i cumuli di polvere rotolare sulle mattonelle sbrecciate del pavimento della sua stanza: una immagine simile, pensava nuda sul letto, doveva avere annunciato la caduta dell’Impero romano.
Quel ricordo le tornò in mente ventinove anni dopo, la notte del 30 aprile 2012, uscita illesa da un incidente sulla Pontina. A quel tempo il primo e unico Gran Premio di Formula 1 nazista della storia di Francia non era ancora concluso.

È STATO IL VENTO | VERDE RIVISTA


Bel racconto su RivistaVerde, È stato il vento di Simone Bachechi, che con leggerezza pone l’accento sui diversi stati quantici dell’essere, sul trapassare come un soffio senza che ci si accorga di averlo fatto, sull’immensa poesia triste dell’esser altrove, per sempre.

Avanzi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine l’articolo del lunedì di Alessandra Daniele. Estraggo questo passo, non dico altro:

Dopo aver sistematicamente strappato a milioni di persone diritti, speranze e dignità, ficcandogli in testa con ogni media necessario che l’unico modo per sopravvivere sia sbranarsi a vicenda; dopo aver ridicolizzato e criminalizzato ogni forma di idealismo e di solidarietà, ogni desiderio di giustizia e di uguaglianza; dopo aver ridotto interi stati a distese di macerie in fiamme costringendone le popolazioni a vendersi in schiavitù, usandole come esercito industriale di riserva per tagliare i salari, e capro espiatorio su cui scaricare le tensioni sociali mettendo gli sfruttati l’uno contro l’altro; dopo aver umiliato e portato alla rovina intere generazioni, derubando gli anziani del frutto d’una vita di lavoro e i giovani d’ogni speranza per il futuro, adesso le élites hanno la faccia da culo di fingere persino d’indignarsi che le classi sfruttate si rivolgano nella direzione sbagliata dopo che tutte le altre gli sono state intenzionalmente precluse.
La colpa storica, politica, e sociale della deriva fascista in atto ricade innanzitutto sulle lerce coscienze di coloro che adesso la denunciano dall’alto dei privilegi che hanno estorto e dei miliardi che hanno saccheggiato.
Le classi dirigenti e i loro Cazzari, che sono da sempre la prima causa del fascismo, e che come sempre si preparano ad approfittarne ancora una volta.
Perché se è vero che preferiscono una falsa democrazia a una dittatura esplicita, è anche vero che a una democrazia autentica preferiscono il fascismo.

Estate sereni – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la tagliente prosa di Alessandra Daniele, che fa sfoggio della sua ottima cultura SF applicata alle rovine iperliberiste del reale, altra faccia di una realtà che non esiste ma che affonda nella melma delle oscurità occulte.

Il re di Francia è stato chiaro, per i cosiddetti migranti economici, gli italiani non avranno alcun aiuto: se la sbrighino fra loro pezzenti.
Chissà se Renzi ha ancora voglia di chiamarlo “l’amico Macron”, o è troppo impegnato a disegnare grafici a torta, anche se il grafico che illustrerebbe meglio la situazione nella quale si trova il PD è un grafico a merda.
Pur essendosi scelti a vicenda come arcinemesi, Renzi e Grillo stanno dimostrando la stessa attitudine alla negazione dell’evidenza.
Entrambi hanno strenuamente negato la disfatta elettorale alle comunali con imbarazzanti sofismi da Prima Repubblica, e appelli alla compattezza delle truppe vagamente intimidatori.
Il Cazzaro ha cercato contemporaneamente di minimizzarla e di darne la colpa agli scissionisti, nella sua rassegna stampa online che conduce in maniche di camicia blaterando e sudando come un cartomante da Tv locale.
Grillo l’ha definita una vittoria lenta.
Su un migliaio di comuni, il Movimento 5 Stelle ha eletto solo otto sindaci.
Ha preso l’otto per mille.
A questo ritmo avrà la maggioranza dei sindaci italiani nel 2274.
Dieci anni dopo la prima missione quinquennale dell’Enterprise.

I capi carismatici hanno sempre bisogno di negare la sconfitta, perché una sconfitta richiede un cambiamento di linea politica. E la linea s’identifica con loro.
Ormai però persino i suoi sponsor nel partito lo ammettono: Meteorenzi per il PD è stato un Extinction Level Event. 
Della linea politica del PD non si salva niente.
Anche le pochissime iniziative non intrinsecamente reazionarie sono state portate avanti a cazzo di cane, in modo elitario ed ottuso.
S’è cercato d’insediare pullman di profughi in paesini di montagna di 200 abitanti tutti sopra i settant’anni, requisendo l’unico albergo della zona.
S’è “concesso” alle persone LGBT un contratto atipico matrimoniale, un matrimonio che non può dire il suo nome, mentre coll’abolizione dell’articolo 18 si dava via libera a qualsiasi licenziamento discriminatorio.
S’è suggerita la possibilità di affittare un utero all’estero a chi non aveva nemmeno di che affittare un monolocale in periferia.
Il PD è riuscito a far sembrare i diritti civili roba da ricchi.
Roba da Angelina Jolie che adotta i bambini africani all’ingrosso, e gli dà i ragni da mangiare per “rispettare la loro cultura”.

La linea politica del Movimento 5 Stelle è stata per anni sospesa in un fronte d’onda, col Grillo di Schrödinger che cercava di sembrare sia di destra che di sinistra che di centro, a seconda dell’osservatore.
Adesso però sta precipitando in atto.
Nel pozzo gravitazionale del Sole delle Alpi.
Secondo i sondaggi, con l’attuale legge elettorale, cioè i due moncherini sopravvissuti alla Consulta, un’eventuale maggioranza Grilloverde sarebbe ancora l’unica ad avere i numeri per governare.
La deriva xenofobo-leghista del M5S è quindi in realtà figlia della stessa svolta governista che ha prodotto i recenti convegni Confindustriosi. Infatti sono entrambe incarnate da Luigi Di Maio, l’azzimato premier in pectore, anzi, in doppiopectore.
Mentre Grillo e Renzi sono impegnati a sminuire la sconfitta alle comunali, Berlusconi si preoccupa di sminuire la vittoria, perché è la vittoria di Salvini, e l’ex cavaliere lo detesta.
Alla fine però, nella speranza di tornare al governo, cercherà di accordarsi anche con lui come con Bossi nel 1994, cambiando la legge elettorale alla bisogna per sottrarlo all’alleanza Grilloverde.
Il potere è il Vinavil più forte del mondo.

IL DOLCE VOLO | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista un bel racconto di Vinicio Motta (Chi? Ah, sì, Vinicio) che, con il suo consueto disincanto, delinea forme nuove di delirio interiore. Percezioni lisergiche…

Di Sergio [Il Superstite 335] | | CorriereAl


Un ricordo intenso di Sergio Altieri, da parte di un altro grande del Fantastico italiano: Danilo Arona. Tutti, tutti quanti a ricordare Sergio nello stesso modo, tutti quanti abbiamo un ricordo netto e preciso della sua persona, del suo essere, della sua bellissima anima: ci sarà un motivo, no?

Nell’estate del ’98 conobbi Sergio Altieri di persona. Come autore lo conoscevo sin dagli anni ’80 quando un libro dal titolo Città oscura mi conquistò, perfetto equivalente letterario del noir metropolitano, screziato di fantastico e horror, del miglior Carpenter, quello di 1997 Fuga da New York e Distretto 13 le brigate della morte. Da quel momento non mi feci mancare nulla di Sergio e i successivi Alla fine della notte, L’occhio sotterraneo, Corridore nella pioggia, Scarecrow mi confermarono che quello scrittore stava diventando un mito personale perché dava corpo con una prosa secca e paradossalmente musicale ad alcuni tormentoni del mio immaginario che con evidenza erano tali anche per lui.
Nel ’98 si era alla seconda edizione del festival letterario Chiaroscuro, ricca di ospiti internazionali che arrivavano ad Asti un po’ da tutto il mondo: personaggi come Jerome Charyn, Daniel Chavarria, Luis Sepulveda, Paco Ignacio Taibo II, Donald E. Westlake, e tra gli italiani, Bruno Arpaia, Marco Buticchi, Enrico Deaglio, Ivan Della Mea, Gianni Minà e Laura Grimaldi. E appunto Sergio, presentato nel cartellone con il suo nome “da scrittore”: Alan D.
Mi aggiravo appunto un pomeriggio in attesa di un evento nella via antistante la biblioteca consortile quando, accompagnato da Laura Grimaldi, mi si avvicinò un uomo alto e ben piantato, folti baffi, che con voce baritonale mi fece un affondo indimenticabile: Ciao, sono Sergio Altieri, vorrei conoscerti, ammiro molto il tuo lavoro.
Adesso una pausa e una precisazione: è impossibile per me raccontare di Sergio senza divenire autoreferenziale. Lo è per me come per molti altri che lo hanno conosciuto. Quindi corro il rischio e respingo al mittente le accuse – non dette, ma in silenzio formulate – di mettere il proprio io al centro di un “coccodrillo”. Non è proprio il mio caso perché l’improvvisa morte di Sergio, avvenuta nella notte tra il 15 e il 16 giugno scorso mi ha travolto come un TIR. Sono figlio unico e il pomeriggio del 16 ho capito che significa perdere un fratello.
E, tornando al ’98, dato che mi stava parlando uno dei miei “autori-mito”, non è che il mio lavoro in quel momento fosse chissà che cosa. Più che altro saggistica, per capirci, ma di romanzi cartacei solo uno, uscito in sordina. Anzi, proprio di nascosto. Per dire che come autore ero proprio di nicchia, se non di loculo – ed ero già piuttosto vecchio, vicino al mezzo secolo.
Insomma, non potevo che rispondergli così: Come sarebbe a dire che tu ammiri il mio lavoro? Tu sei l’uomo di Città oscura e ho detto tutto!
Ci stringemmo la mano (la mia scomparve quasi nella sua) e diventammo grandi amici, veri. Proprio per simpatia, per gusti personali molto affini (non tutti, su Tarantino e Lynch la pensavamo in modo diametralmente opposto) e per condivisa filosofia della vita. E so bene che questa storia la possono raccontare in tantissimi perché quello che vi ho descritto era il normale approccio di Sergio. Lui, importante per davvero, faceva sentire importante il prossimo.
Anche perché in lui viveva l’anima di un genuino talent scout, sempre alla ricerca di talenti “sodali” e a lui simili non tanto da poter lanciare nel mondo dell’editoria quanto per “fare delle cose assieme”.
Ma qui non voglio occuparmi della storia pubblica. I ricordi più belli appartengono al periodo “di Bassavilla”. Per colpa mia Alessandria la chiamava con il nome d’arte e io ero “il Palero di Bassavilla”. Veniva spesso a trovarmi – anzi a trovarci, con Marenzana, Bona, Claudia Salvatori, Edo Rosati, Fabiana e altri – e io qualche volta lo ricambiavo a Milano. Letteratura, libri, editoria occupavano una piccola percentuale dei discorsi intrattenuti a tavola. Si parlava – io tentavo di farlo sempre in modo scherzoso perché nulla era più appagante della sua risata – del mondo che deragliava sempre più, nutrendo così la sua straordinaria letteratura e le nostre più modeste, sempre comunque declinate all’ombra dell’Orologio dell’Apocalisse.
Ci sono cose che restano nella memoria a proposito di un amico che se ne va per sempre. Che se ne va, come lui, all’improvviso, quasi a tradimento (per capirci). La sua risata, come ho già accennato, e la sua voce. Sergio era dotato di una voce meravigliosa. Avrebbe potuto fare nella vita l’attore, il doppiatore, con quella voce che si ritrovava. E poi, scendendo nell’ovvio che sanno tutti quelli che l’hanno conosciuto: la bontà, l’altruismo, la sua concezione di “consorteria letteraria”, il metterci la faccia sempre.
Da quel giorno ad Asti ho di sicuro avuto un motivo in più per non perdermi un libro di Sergio. Quelli degli ultimi anni sono tutti autografati. L’ultimo, Magellan, mi è giunto una decina di giorni prima della sua morte con dedica e firma. E al momento mi fa molto male aprire quelle pagine.
L’ho sentito al telefono una settimana prima del 16 giugno. «Ehi, man, ci vediamo a Bassavilla!».

ROCK CRIMINAL #24: TERRY KNIGHT | VERDE RIVISTA


Su VerdeRivista un bel racconto di Sergio Lacavalla, che esplora le paranoie mitopoietiche legate spesso alla morte di artisti o stelle del pop mondiale; in questo particolare scorcio, si specula gustosamente sulla nota presunta morte di Paul McCartney, che sarebbe avvenuta nel ’69. Da leggere tutto d’un fiato…

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