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FRANCO FORTE, GUIDO ANSELMI E… ROMOLO – IL PRIMO RE « La zona morta


Su LaZonaMorta una bella intervista a Franco Forte e Guido Anselmi per il loro romanzo Romolo, il primo Re. Interessanti, molto, anche le valutazioni che i due autori fanno su Romolo stesso, sulla sua figura storica e aggregatrice, sulla sua ombra dal sapore già globalista in un’epoca che di certo, non aveva la minima idea di cosa sarebbe stato il nostro mondo connesso.

ANZITUTTO PERCHE’ UN ROMANZO SU ROMOLO? COSA VI PROPONEVATE CON GUIDO ANSELMI? NE SONO STATI SCRITTI ALTRI SUL FONDATORE DI ROMA?

Che io sappia questo è il primo romanzo storico su Romolo e sulla fondazione di Roma. Quello che ci proponevamo, io e Guido Anselmi, era di dare vita a un personaggio, e a una storia, che riuscissero a slegarsi in qualche modo dalla leggenda, per dare corpo a una vicenda entusiasmante, che ha dato vita non solo a una delle civiltà più straordinarie della Storia, quella dell’antica Roma, ma anche a tutta la società attuale. Si tratta della prima pietra (anzi, del primo solco) di tutto ciò che è seguito nei quasi tremila anni che sono trascorsi, e non poteva restare tutto legato a semplici leggende, a storie mitologiche senza costrutto. Così abbiamo provato a discriminare, a razionalizzare, a cercare i riferimenti concreti che possono avere dato vita alla leggenda di Romolo e Remo, e crediamo di essere riusciti a raccontare una storia credibile e plausibile con i lasciti storici. Una storia, a nostro avviso, persino più avvincente della leggenda stessa.

COSA RAPPRESENTA QUESTO PERSONAGGIO PER LA NOSTRA STORIA?

Romolo era un visionario, un ragazzo e poi un uomo che aveva capito che il solo modo per sopravvivere e prosperare fosse riunire il popolo intorno a un ideale comune, per dare forza a un concetto di comunità molto all’avanguardia, per i tempi di cui parliamo. Per inseguire questo sogno ha dovuto affrontare prove terribili, fra cui anche l’opposizione con il fratello Remo, terminata nel sangue versato da Romolo in nome di un futuro che non poteva essere mortificato dal desiderio personale di rivalsa che animava Remo. Roma nasce dal sangue, non solo di un popolo che ha lottato strenuamente per imporsi su un mondo primitivo e selvaggio, ma anche della persona più cara al fondatore di Roma.

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Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito (2019) – NUOVA EDIZIONE


Luca Bellincioni, appassionato esploratore del territorio laziale che spesso mi ha incantato nei suoi angoli misconosciuti, ha pubblicato assieme a Daniele Cortiglia una nuova edizione dell’opera Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito, volume I. Sul suo blog ne dettaglia il contenuto, che incollo qui sotto.

Il Lazio è regione dai mille paesaggi e dall’antichissima presenza umana, ricca di storia, arte e natura. E’ una terra dalle emozioni al contempo profonde e “sottili”, estremamente eterogenea e in larga parte ancora sconosciuta ai più: lontana, nel complesso, dai facili e banali stereotipi del turismo moderno. Esiste poi un Lazio affascinante e inesplorato, spesso ignorato dai tour operator e dalle riviste patinate, che non mancherà di sorprendere il viaggiatore curioso e avventuroso. Isole galleggianti e laghi fantasma, paesaggi fantastici e romantici, impronte di santi, demoni e miscredenti, simboli e chiese templari. Poi ancora, presenze spettrali e avvistamenti UFO, castelli perduti e città morte, voragini impressionanti e grotte arcane, acropoli ciclopiche, dimore filosofali e percorsi iniziatici scolpiti nella roccia, bunker antiatomici e basi militari segrete. Queste sono solo alcune delle suggestioni del Lazio “misterioso e insolito”, che in questa guida – completamente riscritta rispetto alla prima edizione – sveleremo al lettore

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Imperdibili romanzi per gli amanti del giallo storico | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione dei romanzi di Ben Pastor, ovvero di Maria Verbena Volpi. Dalla sua penna escono romanzi storici di due epoche lontanissime, eppure accomunate da alcuni tratti: uno tratta di Martin Bora, ispirato al personaggio realmente esistito di Claus von Stauffenberg, famoso per il suo ruolo di primo piano nell’esecuzione del fallito attentato contro Adolf Hitler il 20 luglio 1944; l’altro di Elio Sparziano, autore di un’ampia e complessa raccolta di biografie imperiali che copre il periodo storico che va dal 117 al 284 d.C. ed è nota sotto il nome di Historia Augusta. Un estratto del post:

Il successo di Lumen spinge Ben Pastor a scrivere nuovi romanzi con Martin Bora come protagonista, seguendolo nel corso della sua carriera militare. Bora è innanzitutto un soldato integro e di solidi valori. Cattolico e discendente da una famiglia aristocratica, studia Filosofia presso l’Università di Lipsia, distinguendosi per i suoi ottimi risultati in ambito accademico. Tuttavia, dopo la laurea preferisce la carriera militare alla vita dello studioso. Anche qui le sue particolari doti personali e la sua intraprendenza lo conducono sulla strada del successo e di una rapida carriera all’interno dell’esercito tedesco.

Ben Pastor si dedica anche a una seconda serie di gialli storici, incentrata sul personaggio di Elio Sparziano. Anche in questo caso l’autrice prende ispirazione da una figura storica, vissuta forse nella tarda antichità romana, ma sulla cui reale esistenza molti studiosi nutrono diversi dubbi. Elio Sparziano sarebbe stato l’autore di un’ampia e complessa raccolta di biografie imperiali che copre il periodo storico che va dal 117 al 284 d.C. ed è nota sotto il nome di Historia Augusta. A differenza del personaggio storico, l’Elio Sparziano creato da Ben Pastor non è soltanto uno scrittore, ma anche un soldato e un uomo di corte, dove le sue doti intellettuali vengono alquanto apprezzate. Spesso si ritrova costretto a indagare su casi di omicidi, ritrovandosi coinvolto quasi sempre per caso in qualche nuovo mistero.

Mario Gazzola su RadioPopolare per FantaRock


Ieri, su RadioPopolare, Mario Gazzola è stato intervistato sull’opera Fantarock, poderoso tomo da lui scritto assieme a Ernesto Assante e a una pletora di collaboratori – tra cui anch’io ho. Mario ha stilato pure un’intelligente e dissacrante scaletta musicale che potrete ascoltare, insieme all’intervista, dal minuto 13 semplicemente cliccando qui – o qui scaricando l’mp3.

La sofferenza estrema e il suo linguaggio – Carmilla on line


Durante la Seconda Guerra è cosa nota che ci furono uno sterminato di internati in campi di concentramento, a opera delle forze naziste; campi di sterminio, si può facilmente aggiungere, in cui ogni giorno veniva operata una feroce selezione e c’è chi, come Rocco Marzulli, si è preso la briga di comprendere quali meccanismi orali – non scritti – operassero tra prigionieri di lingue, etnie e tradizioni diverse, che dovevano interfacciarsi con gli aguzzini nazisti, prevalentemente tedeschi. Una babele di linguaggi che facilmente non si comprendevano tra loro, con tragici esiti.

Valerio Evangelisti presenta quindi su CarmillaOnLine Italiani nei lager, e lo fa con bellissime parole e argomentazioni, di cui vi incollo un breve passo.

Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

Lupercalia « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitas uno studio approfondito, antropologico nonché religioso e archeologico, sui Lupercalia, festa che si celebrava proprio oggi nell’antica Roma, legata alla fecondità ma anche al concetto di stagione e quindi, alle cose passate, morte. Un estratto:

Una volta all’anno, per un giorno, si spezzava l’equilibrio fra il mondo regolato, esplorato, suddiviso, e il mondo selvaggio: Fauno occupava tutto. Ciò accadeva il 15 febbraio, nella seconda parte del mese, durante la quale (ai Feralia del 21) si stabiliva anche un vincolo necessario e inquietante fra altri due mondi, quello dei vivi e quello dei morti: fine dell’inverno, approssimarsi della primavera e dell’«anno nuovo» secondo l’antica ripartizione in dieci mesi: quei giorni rimettevano in questione ritualmente gli schemi stessi dell’organizzazione sociale e cosmica. Riti di eliminazione e riti di preparazione vi si intrecciavano, attingendo alla loro fonte comune: ciò che si trova al di là dell’esperienza quotidiana.

Al mattino del 15 una confraternita di singolari celebranti prendeva possesso delle falde del Palatino. Erano chiamati Luperci. Questo nome contiene sicuramente il nome del lupo: la sua formazione resta però oscura: forse si tratta di un derivato espressivo del tipo di nou-er-ca (secondo Mommsen, Jordan, Otto)[1], più che di un composto di lupus e di arcere (Preller, Wissowa, Deubner), poiché nulla, nei riti, è rivolto contro i lupi. I Luperci formavano due gruppi, che la leggenda ricollegava a Romolo e a Remo, e che portavano i nomi di due gentes, Luperci Quinctiales e Luperci Fabiani; sembra tuttavia che essi fossero diretti da un unico magister e associati nella loro unica esibizione annuale[2].

Vestiti unicamente di una pelle di capra sulle anche, essi rappresentavano gli spiriti della natura di cui Fauno, dio della festa, era il capofila. Cicerone (Pro Caelio, 26) li definisce come «la sodalità selvaggia, in tutto pastorale e agreste, dei fratelli Luperci, il cui gruppo silvestre fu istituito prima della civiltà umana e delle leggi». Queste parole indubbiamente traducono in termini di storia una struttura concettuale: il giorno dei Lupercalia, l’humanitas e le leges della città svanivano dinanzi al siluestre e all’agreste.

Strettamente legata alla collina palatina, la festa certo era nota già ai più antichi Romani.Un nome ritorna spesso nelle notizie un po’ confuse: quello stesso da cui deriva la denominazione del mese februarius; februum, che Varrone (De lingua Latina, 6, 13) traduce «purgamentum», e il verbo februare «purificare» (Giovanni Lido, De mensibus, 4, 20, in base ai libri pontificali) avevano un uso più vasto dei riti del 15 febbraio, i quali ne costituivano però la maggiore applicazione. Secondo Servio, gli antichi chiamavano in particolare februum la pelle di capro (Eneide, VIII 343), e Varrone (De lingua Latina, 6, 34) spiega Februarius a die februato (cfr. Plutarco, Vita di Romolo, 21, 3; Ovidio, Fasti, II 31-32), «poiché è in quel periodo che il popolo februatur, cioè che l’antico monte Palatino, con grande affluenza di popolo, è purificato, lustratur, dai Luperci nudi». Alcuni riti erano purificatori, altri fecondatori, senza che sia sempre possibile distinguere i due scopi.

Questione foibe : il mito e la storia


Da un vecchio articolo di ChicoMalo, incollo passi salienti di una puntualizzazione sulle Foibe istriane, dalmate e del Friuli. Necessaria, visto che talune forme di pensiero revisionista e reazionarie vogliono dare pari dignità – almeno – ai morti per vendetta e a quelli per delitto.

Le foibe sono cavità naturali, voragini della catena rocciosa del Carso, che si estende in Italia nella regione del Friuli Venezia-Giulia, continuando in Croazia nelle regioni dell’Istria e della Dalmazia. Durante la seconda guerra mondiale le foibe sono state usate in svariati modi per occultare cadaveri o per disfarsene per motivi igienici per evitare il diffondersi di epidemie.

Si presume che siano state usate: dai fascisti italiani e dai nazisti per gettare cadaveri di oppositori politici; dai partigiani per gettarvi cadaveri di criminali di guerra; per regolamenti di conti in genere; per gettare corpi di soldati e partigiani morti nelle battaglie. Addirittura animali morti, munizioni e rottami bellici.

Questi usi però sono stati sporadici, episodici, non è stato riscontrato un unico fenomeno di uso delle foibe, ma una serie di fenomeni del tutto distinti tra di loro che hanno come elemento accomunante semplicemente il fatto che si sono svolti nel corso o in conseguenza della seconda guerra mondiale. Nell’immaginario collettivo però, quando si parla di foibe ci si riferisce unicamente al presunto “genocidio” che l’esercito Jugoslavo di Liberazione avrebbe compiuto verso gli italiani nel liberare le zone carsiche  dall’occupazione nazifascista.

Viene raccontato che i partigiani jugoslavi avrebbero gettato migliaia se non addirittura decine di migliaia di italiani nelle foibe, per il solo motivo di essere italiani, e quindi solo per motivi etnici. Inoltre negli anni seguenti li avrebbero spinti ad un esodo epocale dalle loro terre. Niente di più falso e mistificatore. La verità è che ci sono state molte persone,  italiane e non, che sono state processate e successivamente condannate a morte dai partigiani Jugoslavi  in quanto riconosciuti come criminali fascisti. Tra questi figurano uomini della Repubblica di Salò, della Guardia di Finanza, della Polizia Civica, alcuni civili collusi col nazifascismo, qualche “partigiano” dell’ambiguo CLN Triestino (che all’arrivo dei partigiani Jugoslavi a Trieste,  ordinò di sparargli contro in quanto comunisti).

Questi criminali giudicati e condannati da regolari tribunali jugoslavi, furono internati nei campi di prigionia o condannati a morte. Nessuna esecuzione sommaria, nessuna uccisione di massa di italiani “solo perché italiani”. Tant’è vero che i partigiani di Tito hanno lottato spalla a spalla con molti italiani che si sono arruolati nelle loro fila. Nella politica titina c’era l’intenzione di garantire ogni minoranza nei propri territori (infatti dopo la morte di Tito sono scoppiate le guerre etniche in Jugoslavia).

Certamente, come detto, vi furono condanne mirate verso coloro che si erano macchiati di crimini e avevano collaborato con il nazifascismo. Le liste dei condannati ci sono, alcuni poi risultano tornati vivi in Italia, di altri non se ne conosce la sorte in quanto sarebbero morti nei campi di prigionia o condannati a morte.

La data del 10 febbraio è stata dichiarata dallo Stato italiano “La giornata del ricordo delle vittime delle foibe”, con riconoscimenti e medaglie ai parenti dei  presunti “infoibati”. Tra il 2006 e il 2008 ad esempio, sono state consegnate 118 medaglie, vediamo a chi: 63 appartengono  a formazioni militari, di Polizia o della Guardia di Finanza; 55 a civili.

Entriamo nei particolari: 11 Finanzieri, 2 Carabinieri, 9 poliziotti, 2 Polizia economica (istituita dai nazisti come forza antipartigiana), 1 dell’aviazione, 4 dell’esercito, 3 della Repubblica Sociale Italiana, 1 guardia civica (Forza istituita dai nazisti per i rastrellamenti), 3 camicie nere, 1 brigatista nero ex squadrista, 6 della Guardia Nazionale Repubblicana, 20 della milizia di difesa nazionale (formazione collaborazionista nel territorio della RSI), 22 delle milizie per conto dei nazisti, 1 squadrista della prima ora….

Il 73% dei riconoscimenti è andato a formazioni collaborazioniste, militari e non… Questi dati non hanno bisogno di commenti.

L’unico genocidio che conosciamo è quelli fatto dai nazifascisti contro gli ebrei, gli slavi, i rom, gli omosessuali; gli eccidi che conosciamo sono quelli di  Sant’ Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto ecc.. fatte dai fascisti. Le deportazioni e le uccisioni su base etnico razziale rimangono pratica nazifascista. Come del resto la devastazione dei villaggi, l’uccisione di innocenti, lo stupro delle donne, le torture.

Questi sedicenti storici tendono a delegittimare la Resistenza e a parificare i repubblichini ai partigiani, i carnefici e i perseguitati. Dimenticano che una pacificazione c’è già stata con l’amnistia di Togliatti che intendeva chiudere con le questioni del passato.

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