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Delos Digital presenta “L’armadio” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova pubblicazione della collana InnsMouth, contenitore weird di DelosDigital che, questa volta, presenta L’armadio, di Andrea Nani. La quarta:

Nel modesto e buio appartamento di un piccolo e oscuro paese contadino circondato da smart city del terzo millennio, si compie un misterioso passaggio di consegne. Storie e vite lontane di una civiltà scomparsa affiorano sul terreno di un’altra civiltà – fatta di smartphone e online – il cui disgelo-dissolvimento, è già iniziato.

Gordiano III, un principe troppo giovane – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis una ricerca sulle condizioni socioeconomiche del III secolo d.C. nell’Impero Romano, tra la fine del principato di Massimino il Trace e l’avvento dei Gordiani. Un estratto:

La crisi economica del III secolo non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali e in particolar modo le aree di confine, più esposte agli attacchi dei razziatori alamanni, franchi e burgundi. Spesso i coloni abbandonavano le proprie terre per trovare rifugio in città o all’interno delle fortezze e, di conseguenza, diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di manodopera anche fra i prigionieri di guerra, vastissimi territori e non solo nelle zone di frontiera furono definitivamente abbandonati. Questo stato di cose non tardò a far sentire forti ripercussioni, con esiti ancor più drastici, anche nei comparti dell’artigianato e del commercio. Se, infatti, i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino divenne sempre più difficile. Nelle Galliae e nelle regioni lungo i grandi fiumi di confine a poco a poco scomparvero le secolari tradizioni artigianali e pare che i commerci abbiano subito un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a percorrere grandi distanze se non in ambito strettamente locale.
La situazione si fece tanto seria che i funzionari imperiali per sopperire agli equipaggiamenti militari dovettero improvvisare dal nulla fabricae tessili e d’armi, obbligando talvolta con la forza gli artigiani locali a collaborare. Diversamente, le province orientali e quelle africane, meno esposte agli attacchi delle popolazioni esterne, riuscirono a conservare ancora per un po’ un certo grado di prosperità. Ciononostante, nel 237, il terzo anno di principato di Massimino il Trace, proprio in Africa proconsularis si verificò un’importante sollevazione. Il procurator fisci inviato in quella provincia, un uomo rapace e di pochi scrupoli, conscio del fatto che il sistema delle confische avrebbe rimpinguato enormemente le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia locale, privandoli di gran parte del loro patrimonio. Il provvedimento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione concessi dal funzionario, i fautori della rivolta misero in piedi un piccolo esercito di servi e contadini, armati di scuri e bastoni, e, approfittando di un’udienza ufficiale, gli insorti eliminarono fisicamente il procuratore e occuparono Thysdrus (od. El-Jem), considerata la «capitale dell’olio» nel commercio mediterraneo (SHA Max. 14, 1).

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Massimino, il “barbaro” che difese l’Impero – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un bell’articolo che spiega abbastanza approfonditamente lo stato d’incertezza politica ed economica dell’Impero Romano del III secolo d.C., mettendo al centro la figura stupefacente dell’imperatore Massimino il Trace, una sorta di uomo barbaro nuovo capace di esprimere una potenza militare spropositata e, in definitiva, eccessiva, tanto da ritorcersi contro di lui. L’incipit dell’articolo:

La dinastia severiana, nonostante le sue contraddizioni, aveva rappresentato nel complesso un periodo di stabilità politica e di ripristino di favorevoli condizioni economiche per l’Impero. Il periodo di anarchia politica che le succedette ebbe effetti devastanti sulla compagine stessa dell’Impero, innescando un processo di regressione economica, fatto non nuovo nel mondo romano, ma acuito dalle continue invasioni barbariche. Le fonti storiche e letterarie relative a questo periodo sono confuse e frammentarie, tanto che risulta assai difficile per gli storici ricostruirne con esattezza le convulse vicende; nel complesso, emerge un quadro di estrema incertezza per il futuro, di una profonda inquietudine che scuoteva la granitica certezza dell’invincibilità di Roma.
La critica storica moderna tende a ridimensionare il quadro negativo offerto dalle fonti, e soprattutto l’idea di una crisi totale e dagli effetti disastrosi: se è vero che l’incertezza politica regnava sovrana e i confini erano perennemente in tensione, tuttavia la crisi non colpì allo stesso modo tutte le parti dell’Impero. Sicuramente le più svantaggiate furono le province occidentali, dove più si faceva sentire il peso delle invasioni, mentre nelle province orientali e soprattutto in quelle africane la vita continuò a prosperare sino a tutto il IV secolo. Ma, al di là di queste differenze regionali, è comunque certo che i decenni centrali del III secolo misero in serio pericolo la sopravvivenza dell’Impero come organismo unitario, sia dal punto di vista politico sia da quello socio-economico.
La crisi finanziaria fu allo stesso tempo causa ed effetto dell’indebolimento politico: lo Stato sosteneva enormi spese, soprattutto per il mantenimento delle truppe e la promozione di campagne militari. L’imposizione fiscale straordinaria rappresentava spesso una misura necessaria per far fronte alla mancanza di liquidità. I contadini da una parte, i ceti mercantili provinciali dall’altra vennero a poco a poco spogliati, attraverso requisizioni in natura e imposte straordinarie. Nelle province le ribellioni si moltiplicarono. L’autorità imperiale, per esercitare la sua oppressione, doveva appoggiarsi ai soldati, favorendone in tal modo le richieste e l’indisciplina. L’esercito acquistava forza e l’amministrazione militare iniziava a immischiarsi pericolosamente nella gestione stessa dello Stato: l’Impero stesso era diventato una monarchia militare.

“Io sono quella cosa lì”: Un’intervista a Valerio Evangelisti su Wonderland – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine viene proposta una bella intervista a Valerio Evangelisti realizzata nel 2012 da Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer per Wonderland, la trasmissione televisiva più aggiornata e interessante su tutto quanto riguarda la narrativa e il cinema di genere e la cultura popolare dei fumetti e dei videogiochi, in onda da dieci anni su Rai 4. Un estratto, per nulla esaustivo perché Valerio aveva toccato moltissimi temi, tra questi il ruolo politico nella letteratura di genere e la levatura intellettuale e ossimori di alcuni autori di genere.

Io scrivo quello che mi sento, so benissimo di non avere uno stile particolare, ma cerco lo stile più efficace in quel momento. A volte, la frase può risultare estremamente poetica ma non è che io cerchi la frase poetica, butto giù. Adesso ho delle difficoltà a scrivere per problemi tutti miei di salute. Però quando mi metto a scrivere sono come invasato, mi getto e vivo quelle storie lì, le vivo fino in fondo. Se poi non vengono capite, ritenute grezze o cose del genere va beh, a me basta già che ci siano tanti lettori che mi seguono e che mi vogliono bene. Mi scrivono ogni giorno, io ricevo due o trecento mail di gente che mi è veramente affezionata, affezionata ai miei personaggi e al mio mondo. Cosa voglio di più? Io sono quella cosa lì.

Le cohortes vigilum: la piaga degli incendi nell’antica Roma – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un approfondimento sugli scenari urbani nell’antica Roma, edilizia popolare che facilmente poteva trasformarsi in trappola per la popolazione meno abbiente, mentre sullo sfondo si agitavano rapaci i costruttori edili; in tutto ciò, si muovevano le cohortes vigilum.

Gli incendi a Roma erano fenomeni assai frequenti e costituivano un serissimo problema. All’interno delle abitazioni il fuoco era utilizzato per moltissimi scopi: per cucinare, per riscaldare, per illuminare. Era perciò sufficiente anche una minima negligenza, una lieve distrazione, perché una delle tante fiamme libere investisse le strutture lignee dei tetti, dei solai e dei tramezzi, causando un principio d’incendio. A partire dai secoli finali del periodo repubblicano, la popolazione residente nell’Urbe era aumentata in modo impressionante ed esponenziale, e molti speculatori avevano approfittato della situazione, costruendo strutture precarie, spesso senza un distanziamento sufficiente tra un edificio e l’altro. Di conseguenza, le condizioni di sicurezza all’interno dei quartieri residenziali erano spesso pessime (Vitr. De arch. II 8, 20; 9, 16; Juv. III 197-222).
Nella costruzione degli stessi monumenti pubblici, le precauzioni anti-incendio si limitavano a evitare contatti troppo ravvicinati con i caseggiati circostanti. In età repubblicana la prevenzione e l’intervento contro questi disastri erano appannaggio dei tresviri nocturni (cfr. Liv. XXXIX 14, 10), in seguito affiancati a dei funzionari ausiliari, i quinqueviri cis Tiberim: gli uni e gli altri disponevano di squadre di servi pubblici; è noto anche che alcuni privati mettessero a disposizione della cittadinanza i propri schiavi, gratuitamente o a pagamento, come nel caso di Marco Egnazio Rufo, uno dei dissidenti di Augusto, che nel 26 a.C., durante la sua edilità, aveva riscosso non poca popolarità grazie alla tempestività con cui soccorse i concittadini colpiti da un incendio (Vell. II 91, 2; DCass. LIII 24, 4-6). Uno dei quartieri più popolosi di Roma, in cui gli speculatori spadroneggiavano, era certamente la Suburra: era altresì tristemente noto per la frequenza degli incendi. Così, nella realizzazione del suo Foro, Ottaviano Augusto fece innalzare un alto muro di peperino e pietra gabina allo scopo di schermare il nuovo complesso dal quartiere retrostante.

La competenza specifica dei vigiles (νυκτοφύλακες) era, dunque, la prevenzione e lo spegnimento degli incendi, ma è noto che si occupassero anche dei servizi notturni di ronda e svolgessero compiti di polizia. Ciascuna coorte era posta al controllo di due delle quattordici circoscrizioni in cui era suddivisa l’Urbe; i vigiles erano perciò dislocati in una caserma principale, detta statio o castra (CIL XIV 4381 = ILS 2155; CIL XIV 4387), posta in una regio, e in un distaccamento (excubitorium) in quella vicina (CIL VI 3010 = ILS 2174), in modo da garantire in tutta la città la massima tempestività di intervento. A testimonianza di ciò soccorrono anche le rovine delle caserme rinvenute sia in Roma sia a Ostia. Il loro comandante non era un magistrato, ma disponeva di notevoli poteri di coercitio, che nel corso del tempo si accrebbero: rientravano nelle sue prerogative la lotta contro gli incendi dolosi o appiccati per negligenza, i danneggiamenti, i furti e le questioni inerenti la proprietà privata e l’impiego delle acque (Dig. I 15, 3; Cassiod. Var. VII 7; VI 8).

Black Flag, speranza e distopia. Ricordando la meraviglia del primo incontro con Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un ricordo appassionato di Valerio Evangelisti e della sua pars politica, che poi è parte dell’intero olografico che lui ci ha raccontato in trent’anni di attivismo psichico e socioeconomico. Un estratto:

Quando il mio ricordo va a Valerio Evangelisti la prima immagine che mi viene in mente è quella di un grande narratore, di una persona capace di raccontare storie meravigliose. Storie che non avevano una conclusione definitiva, ma che potevano ricominciare sempre, continuare all’infinito perché avevano un carattere aperto e multilineare. Storie pensate per costituire una sorta di memoria collettiva degli oppressi e degli sfruttati e per consentire loro di riappropriarsi delle proprie passate gesta, cancellate dalla storia scritta dai vincitori. Insomma, nel mio ricordo Valerio più che apparire come uno scrittore in senso stretto assomiglia un po’ al narratore di cui ci parla Walter Benjamin.
Sono ben consapevole che questo paragone ha dei limiti. A cominciare dal fatto che raramente i suoi romanzi hanno per protagonista l’uomo giusto e semplice di cui ci parla il filosofo berlinese. È più frequente che il motore della narrazione proceda dal “lato cattivo della storia”. Basti pensare al suo personaggio più famoso, l’inquisitore Nicolas Eymerich. I suoi racconti, in questo modo, sono in grado di dissezionare i fondamenti antropologici, ideologici, psicologici del potere, mettendosi dalla parte del potere stesso. È poi ovvio che il suo mezzo espressivo principale era il racconto scritto e non quello orale, per quanto sia anche vero che, sentendolo parlare con il suo tono di voce basso e leggermente cantilenante, non si poteva non rimanere affascinati dalla sua capacità affabulatoria e dalla sua sottile ironia.
Rimane il fatto che Valerio non si accontentava di cristallizzare in forma letteraria l’insanabile scissione tra significato e vita, come accade al romanziere tipo benjaminiano. I suoi racconti, come quelli del narratore descritto dal filosofo berlinese, hanno un orientamento pratico anche se di natura peculiare. Hanno una finalità eminentemente politica, fanno cioè parte della sua battaglia per contendere palmo a palmo territori dell’immaginario alle potenze mitiche al soldo delle classi dominanti. Pur non avendo assolutamente nulla di didascalico, le sue storie hanno una morale. Si prenda come esempio la conclusione, tragica e al tempo stesso priva di rassegnazione, di Black Flag.

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Torna la Luna dei Dragoni | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese: Luna: Minaccia da Farside, antologia di Ian McDonald appartenente al “Ciclo della Luna”, storia di un futuro dove il nostro satellite è dominato da potenti famiglie definite Dragoni. La quarta:

Preparatevi a tornare nel mondo dei Dragoni, i signori della celeberrima trilogia Luna creata dalla penna di Ian McDonald.

A Regina Sud, città della famiglia Taiyang, la società è organizzata tramite “anelli”, ovvero famiglie poliamorose. E per Carid, figlia di un “matrimonio anulare”, l’arrivo di una nuova sorellastra in famiglia è una tragedia. Sidibe non è solo bella d’aspetto e altera di carattere, ma possiede delle rarissime ali con cui incanta tutti, compresi Jair e Kobe, i fratellastri di Carid. La ragazza ha solo venti giorni di tempo prima che venga sancito ufficialmente il nuovo legame della sua famiglia allargata. E di certo non ha intenzione di restarsene con le mani in mano.
Con la scusa di un originale regalo di nozze, trascina la nuova arrivata e i due fratellastri in un’avventura… alla ricerca della prima impronta umana sulla Luna, lasciata cento anni prima nel Mare della Tranquillità dallo stivale di Neil Armstrong. Cosa potrebbe andare storto? Conoscendo Ian McDonald, il George R.R. Martin dello spazio, tutto…

Oltre alla novella Luna: Minaccia da Farside (The Menace from Farside, 2019), nello stesso volume troverete due racconti spinoff della saga: Il Quinto Dragone (The Fifth Dragon, 2014) e Caduta (The Falls: A Luna Story, 2015).

L’età degli imperatori per adozione – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un lungo resoconto di quella che fu l’età d’oro dell’Impero Romano, il periodo che va da Nerva fino a Marco Aurelio compreso, quando il principato era assegnato per adozione – figli non biologici. Si va dal 96 d.C. al 180, e vale la pena leggere la storia minuta tratteggiata nel post; un estratto:

Il periodo che comincia con il principato di Nerva (96) e arriva fino alla morte di Commodo (192) è – se si eccettuano gli ultimi dodici anni, quelli, appunto, del principato di Commodo! – un secolo intero di stabilità, che non ha uguali (per durata e benefici effetti) in nessun altro periodo della storia romana. Se il primo secolo dell’Impero era stato caratterizzato da tensioni e conflitti di governo, il secondo è contraddistinto da una sostanziale uniformità di conduzione del potere. Ormai saldo nei suoi confini, consapevole della sua grandezza, capace di romanizzare intimamente le genti assoggettate nei secoli, l’Impero sembrava effettivamente tutto pervaso di iustitia e humanitas, quale nessun’altra espressione politica antica conobbe mai. Gli imperatori che si succedettero nell’arco di tempo considerato fecero sincera professione di mitezza e di generosità e alcuni di loro furono addirittura fini intellettuali, di cultura estremamente aristocratica.
Il Senato, di fatto ormai esautorato, ritrovò una sua parvenza di potere nei confronti dell’imperatore e finì per adattarsi a un ruolo limitato, o meglio subordinato, ma non più esposto a quelle aggressioni insultanti e violente che avevano segnato tanto negativamente il governo dei Caesares del I secolo.

Il problema della successione dei principi trovò, dunque, una soluzione soddisfacente nel sistema dell’adozione: e questo garantì, almeno fino a Marco Aurelio, una serie di imperatori dotati di alte qualità personali. La stabilità raggiunta dall’ordinamento governativo attenuò quello che era stato l’assillo continuo di congiure e ribellioni gestite dai grandi generali dell’esercito, pronti a servirsi della propria forza militare per realizzare personali ambizioni di potere; e consentì anche agli stessi principi di procedere a riforme istituzionali e sociali prima del tutto inattuabili. In varia misura, ma con costanza, i provinciali furono ammessi a cariche pubbliche di prim’ordine, il che mostra come l’Impero sapesse valersi assennatamente di tutti gli uomini abili e onesti. E perciò tutti sentivano in Roma la loro patria e dalle più lontane regioni guardavano a lei come alla μήτηρ καὶ πατρὶς κοινὴ πάντων («madre e patria comune di tutti») e pregavano, come nell’encomio Εἰς Ῥώμην (Or. 26) del retore asiatico Publio Elio Aristide, che essa durasse in eterno. Fu questo pure il periodo in cui procedette instancabile l’opera di trasformazione dei centri urbani, processo che giustamente è stato definito «urbanizzazione dell’Impero», ma fu anche l’epoca in cui strade, commerci e opere pubbliche raggiunsero il massimo sviluppo.

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“Regressus. I motivi economici della fine dell’impero romano d’occidente” di Pier Luigi D’Eredità – Letture.org


Su Letture.org un’intensa intervista al filosofo e storico economico Pier Luigi D’Eredità, che ha pubblicato Regressvs. I motivi economici della fine dell’Impero romano d’Occidente, uno studio che intreccia discipline e sensibilità fuori dal comune. Un estratto:

Lo storico tedesco Alexander Demandt ha individuato nella storiografia oltre 200 fattori potenzialmente responsabili della fine dell’impero romano d’occidente; come evidenzia il sottotitolo del libro, Lei ha invece inteso evitare ogni «determinismo storico» ricercando i “motivi”, piuttosto che le “cause”, del declino della pars Occidentis: quale processo condusse al tramonto di un dominio millenario?
Demandt ha stilato un elenco molto utile a rendersi conto dell’ampiezza del problema includendo fra i fattori, giustamente, anche atteggiamenti culturali e mentali. Proprio grazie alla quantità delle indicazioni di Demandt a mio parere si viene spinti a riflettere che la ricerca mono o oligocausale non ha un fondamento. È proprio il complesso di situazioni che hanno concorso allo sfaldamento della parte occidentale dell’impero che ci deve indurre a evitare di indugiare nel meccanismo causa-effetto, a vantaggio della spiegazione organica, dove ciascuna parte spinge (motus, motivo) in una direzione. Quando la spinta diventa consistente la possiamo assumere come elemento di spiegazione storica. Dal che la scelta di preferire l’espressione “motivi” a “cause”. Quanto al discorso sul “determinismo” a mio parere bisognerebbe semplicemente comprendere che ogni spinta ha un suo coefficiente di determinazione; tutto sta per uno storico (ed è il fascino di questo “mestiere”) nel sapere dosare l’incidenza e la portata delle spinte. Ogni ricerca storica deve ambire a cogliere spinte e fattori determinanti e non mi sento di dire, per questo motivo, che nel mio lavoro ho “inteso evitare ogni determinismo storico”, perché ne ho proposto semmai uno aperto e complesso.

Quale ruolo rivestivano la terra e l’agricoltura nel sistema economico e sociale romano?
Un ruolo assolutamente determinante. La potenza di Roma era strettamente legata a due fattori, la terra e l’esercito. Il ruolo sociale della funzione terriera era così profondo che dalle origini alla fine la proprietà terriera segnò profondamente la struttura dello Stato, in tutte le sue quattro forme (regno, repubblica, impero e dominato) e costituì la base anche della teoria del diritto che assegna non a caso alla proprietà il rango di diritto assoluto.

Quale ferrea logica presiedeva all’espansionismo militare romano?
La logica dell’utile. Con questo concetto però bisogna procedere con moltissima attenzione. Per “utile” non si deve intendere solo l’espressione di un vantaggio direttamente economico o addirittura finanziario ma la sintesi di una visione moto più ampia. Era “utile” difendere gli alleati quando il non farlo avrebbe indebolito il nomen romanum, la potenza di Roma. Una penetrazione militare nella Scozia più settentrionale e la costruzione lì di una piazzaforte non era “utile” perché ne derivassero seri vantaggi economici o gestionali ma metteva in chiaro che Roma non avrebbe consentito nel proprio territorio le consuete scorribande dei Caledoni o Pitti (diciamo gli antenati degli Scozzesi). “Utile” era dividere la figura del servo in diverse sotto-figure e consentire a non pochi di loro di lavorare, pagare le tasse e perfino riscattarsi. “Utile” era finanziarie spedizioni alle sorgenti del Nilo non per disegnare una nuova carta geografica del continente ma per capire se vi fossero fonti di reddito o addirittura miniere d’oro. E così via.

Quale debolezza caratterizzò sempre il sistema finanziario dell’impero romano?
La modesta conoscenza dei meccanismi che presiedono alla circolazione monetaria. Per secoli Roma praticò un’economia monetaria molto arcaica e quasi il baratto. Ancora oggi in italiano si adopera l’antico nome latino al posto della parola denaro o moneta e cioè pecunia, da pecus, pecora; oppure, al posto di “corrispettivo” o “stipendio” si dice ancora “salario”, dall’usanza romana di pagare con il sale un corrispettivo. Tutto ciò non “può” ma deve fare riflettere. Come deve fare riflettere la spaventosa disinvoltura con la quale nei secoli Roma, specie in occidente, variò il tenore della moneta togliendo sempre più oro o argento e sprofondando persino nella suberazione, cioè nel verniciare un a moneta di metallo bronzeo dandole un valore nominale simile a quello di un metallo nobile.

Ucronomicon, tutte le ucronie dal big bang al 2000 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di una Guida particolare, quella alle ucronie letterarie uscite man mano nel tempo – e già qui, il paradosso è dietro l’angolo.
Ucronòmicon: Ovunque e quandunque nel multiverso, a cura di Diego Gabutti; ecco la sinossi:

Nemmeno l’Onnipotente, secondo la Summa Theologiae, può modificare il passato. Allo stesso modo, secondo Benedetto Croce, la storia non si fa con i «se» e con i «ma». Ma la storia è storia anche degli eventi mancati, delle occasioni perdute, dei giganti mai abbattuti, delle catastrofi evitate. A differenza degli storicisti, che non ammettono note e punti interrogativi a margine degli annali e delle cronologie, anche gli storici oggi utilizzano il grimaldello della «controfattualità» per esplorare il lato in ombra degli accadimenti. Ma la primogenitura è degli artisti e degli scienziati, i primi in quanto autori di fantasie storiche, i secondi per aver postulato architetture della Creazione che prevedono una giostra vertiginosa d’universi senza fine. Scienza e fantascienza si confondono nella festa degli universi paralleli. Al pari della scienza, la letteratura fantastica, di cui le ucronie sono il sottogenere più radicale, punta a dare forma all’inimmaginabile. Viaggiatore incantato nelle terre fantasmagoriche delle culture «alte» e pop, Diego Gabutti ha preso appunti e scattato fotocolor nel corso delle sue avventure di lettore nel vasto catalogo della narrativa ucronica, dove la storia si fa esclusivamente con i «se» e con i «ma» e il passato – in barba all’Altissimo e al suo massimo anatema: la freccia del tempo – può essere cambiato. Ogni tappa del viaggio un’etichetta sulla valigia. Qui tutti i possibili sentieri si biforcano e si scopre che cosa sarebbe successo (e a chi) se Napoleone non avesse perso a Waterloo, se i Tedeschi fossero sbarcati sulle coste inglesi, se i Russi avessero vinto la guerra fredda. Ucronòmicon è il primo titolo d’una collana dedicata a questo particolarissimo genere letterario: l’ucronia. Seguiranno saggi, romanzi, raccolte di racconti. Luogo e tempo: ovunque e quandunque nel multiverso.

Decades

by Jo & Ju.

The Paltry Sum

Detroit Richards

chandrasekhar

Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

AUACOLLAGE

Augusta Bariona: Blog Collages...Colori.

PHOTO.RİP

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The daily addict

The daily life of an addict in recovery

Tiny Life

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SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

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Wiersze, poezja, ZagonBzu

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The Nefilim

Fields Of The Nephilim

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

Feels Like We Only Go Backwards

CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

ADESSO-DOPO

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Enjoyable Information. Focused or Not.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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