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TEMPIO DI ERCOLE SULL’APPIA ANTICA | RomanoImpero


Su RomanoImpero un piccolo trattato archeologico riguardante una delle migliaia di rovine e meraviglie che circondano Roma, reperti lasciati all’aria aperta, senza protezioni, senza che ci sia una valorizzazione che all’estero, per esempio, riguarda sassi e oggetti senza valore passati per mirabilie senza paragoni.
Sull’Appia Antica, nei pressi di Ciampino è possibile ammirare un tempio di Ercole le cui rovine intrigano e lasciano trasparire vibrazioni; un estratto dall’articolo dove si riportano passi dell’archeologo Marco Bellitto:

Nello studio riguardo alcuni monumenti della via Appia nel nostro territorio dei Colli Albani, ricordo che uno dei rompicapo era stato quello di essermi imbattuto nel racconto del rinvenimento delle gambe dell’Ercole Farnese nei pressi di Frattocchie nel 1560, come ricordava il Condivi nelle note alla “Vita di Michelangelo”. Non riuscivo a collegare questa storia con tutto quello che riguardava Frattocchie e la sua storia legata alle vicende dell’antica Bovillae. Un suggerimento insperato mi venne da una confidenza del mio amico Armando che mi ricordò come Marziale nei suoi Epigrammi, descrivesse la statua dell’imperatore Domiziano nelle vesti di Ercole e di un tempio presso I’VIII miglio della via Appia dedicato allo stesso imperatore:
“Herculis in magni vultus descendere Caesar dignatus Latiae dat nova templa viae: qua triviae nemorosa petit dum regna viator, octavum domina marmor ab urbe legit”, trad. “Cesare degnatosi di abbassarsi all’aspetto del grande Ercole, dona nuovi templi alla via del Lazio (Appia) ove il viaggiatore mentre si incammina verso i regni boscosi della dea Diana legge l’ottava pietra miliare dalla città sovrana” (Marziale Epigramm Libro ‘X, epig_ LXV).

II fatto poi che nel secolo scorso sia la tenuta sia la stazione di Frattocchie coincidessero con l’attuale territorio di Ciampino nei pressi dell’aeroporto, rendeva ancor più concreta la mia ricerca. Fu cosi che un sabato mattina con un gruppo di amici decidemmo di cercare qualche indizio visto che anche alcuni recenti studi e articoli, riguardo al tempio di Ercole all’Vlll miglio, smentivano l’attestazione di tale sito sino allora considerato come dimostrano le foto Alinari o gli studi e le mappe topografiche realizzati a riguardo in passato, proponendolo invece come un sorta di grande mercato nei pressi del monumento conosciuto come ‘Berretta del prete”.
Ripercorrendo a piedi la via Appia dal miglio attestato presso la Stazione di Santa Maria delle Mole in direzione verso Roma, nel ricalcolare le distanze con l’ausilio di un apparato GPS, notavamo che l’VIII miglio poteva ricadere prima dell’incrocio con via dl Fioranello e avevamo tutti la percezione che fossimo sulla strada giusta per una scoperta che si sarebbe rivelata straordinaria.

La zona conosciuta in passato come Tenuta del Palombaro o Tenuta Maruffi e ora in parte di proprietà del principe Boncompagni-Ludovisi, già resa famosa nei secoli passati dal rinvenimento dl numerose statue che oggi si trovano nei musei più famosi al mondo, si presentava come un luogo selvaggio e abbandonato; con la tomba di Gallieno circondata dai ponteggi di restauro e una Pineta mal frequentata. Nelle stesse vicinanze un’antica cava abbandonata meta di scalatori appassionati del moderno climbing: una cava di basalto originatosi circa 290 000 anni fa dall’ultima colata del Vulcano Laziale, detta di “capo di Bove” dal fatto che il flusso del magma si era arrestato nei pressi del Mausoleo di Cecilia Metella, prendendo cosi il nome dai “bucrani”, ossia quelle teste dl crani del buoi scolpite nei fregi dello stesso mausoleo.
La scoperta più Importante avvenne proprio all’ingresso di un viale che conduce a una nota azienda, la Riserva della Cascina, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare che produce dei vini eccellenti, rispettando le tradizioni di quei contadini che per la qualità dei prodotti hanno fatto la storia del nostro territorio.
A ridosso delle macerie che costeggiano l’antico tracciato della più famosa via romana, in quel tratto ci trovammo di fronte a delle enormi cornici scolpite nel marmo lunense di tali dimensioni e dalle modanature cosi decorate da non lasciar alcun dubbio sul Sito ritrovato, quello del tempio di Ercole edificato da Domiziano all’Vlll miglio della Regina Viarum che potrebbe riservarci molte belle sorprese e forse ancora restituirci il braccio e la mano sinistra originaria mancante alla statua di Domiziano, oggi Ercole Farnese, che possiamo ammirare nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Remoria, la gemella mai nata di Roma – TRIBUNUS


Su Tribunus un post che indaga i riferimenti storici di Remoria, la città che Remo avrebbe fondato se gli auspici augurali fossero stati a suo favore e non, come invece è stato, a Romolo. Un estratto corposo:

“Agro Remurino: nome specifico dato a un certo terreno che era stato posseduto da Remo, e la dimora di Remo venne chiamata Remoria. Ma è anche chiamato Remoria una porzione sulla cima dell’Aventino, dove Remo aveva tratto gli auspici per la fondazione di Roma”.
[Festo, De verborum significatu, XVI]

Tutti conoscono la storia di Romolo e Remo, il disaccordo tra i due fratelli relativo a chi avrebbe fondato la nuova città, e dove, e il drammatico epilogo della vicenda. Romolo finirà con l’uccidere il fratello, fonderà Roma e ne diverrà il primo re, consacrandosi alla Storia, mentre per Remo vi saranno solo la morte e l’oblio.
Leggendo però diverse fonti storiche relative alla leggenda, si colgono alcuni accenni al fatto che Remo non si era limitato a entrare in disaccordo col fratello, ma aveva di fatto già identificato un punto dove edificare la “sua” città.

“Non concordarono sul medesimo luogo per la fondazione della città, poiché Romolo propose di insediarsi sul Colle Palatino, tra le tante ragioni per i buoni auspici legati al luogo, dove erano stati accolti e cresciuti, mentre Remo favoriva il luogo che prese da lui il suo nome, che oggi è chiamato Remoria.
E invero quel luogo è molto adatto per una città, trattandosi di una collina non lontana dal Tevere e a circa trenta stadi [5,55 km] da Roma”.
[Dionigi d’Alicarnasso, Antichità di Roma, I, 85, 6]

Il luogo scelto da Remo dunque non è affatto peregrino, anzi: Dionigi contrappone alla spinta emotiva e sacrale di Romolo una scelta pratica da parte del fratello, che avrebbe favorito un luogo “molto adatto per una città”.
Secondo Plutarco, i due fratelli si sarebbero operati per tracciare i confini ognuno della sua città prima di decidere di dirimere il loro disaccordo tramite gli auspici, e mentre Romolo tracciava il perimetro della Roma Quadrata sul Palatino:
“…Remo costruì un robusto recinto in un luogo del Colle Aventino, che da lui prese il nome di Remonium”.
[Plutarco, Vita di Romolo, 9, 4]

A chiusura del cerchio, Il sito di Remoria, o Remonia, la città mai nata di Remo, finisce per diventare necropoli, una città dei morti che fungerà da specchio tellurico e lunare della Roma celeste e solare dei vivi:
Romolo, che aveva ottenuto una vittoria assai triste attraverso la morte del fratello e per l’uccisione reciproca di cittadini, seppellì Remo a Remoria…”.
[Dionigi d’Alicarnasso, Antichità di Roma, I, 87, 3]

Arturo Reghini: “Il mito di Saturno nella Tradizione Occidentale” – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi alcune – corpose – note sul mito di Saturno nell’epoca antica, nell’area laziale, e le sue interazioni con la mitologia e sacralità del resto del mondo di allora, prese dal saggio di quasi un secolo fa di Arturo Reghini: Sulla Tradizione Occidentale. L’incipit:

Tutti conoscono la tradizione greco-latina delle quattro età; in ordine cronologico l’età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro. La più antica, l’età aurea, era stata la più bella, l’età beata, rimpianta e cantata dai poeti, ed il mondo era andato dopo d’allora peggiorando continuamente. La tradizione latina identificava quel tempo felice con i «Saturnia regna» (Virgilio, Aen., IV, 6; VI, 41; I XI, 252) perché la tradizione raccontava che Saturno, spodestato da Giove ed espulso dal cielo (Ovidio, Fast., I, 292), era approdato in Italia rifugiandosi e nascondendosi nel Lazio, dove Giano, re d’Italia, lo ricevette e regnò con lui durante l’età dell’oro. Egli dette il nome all’Italia, detta appunto Saturnia Tellus (Virgilio, Aen., VIII, 329; I, 569; Geo., II, 173; Ovidio, Fast., I, 232; Macrobio, I, 7; Festo, ed. Teubner, p. 430); e Dionigi di Alicarnasso (Antiq. Rom., I, 34) dice che «tutta l’Italia era sacra a questo nume e dagli abitanti (incolis) veniva chiamata Saturnia come si trova dichiarato nei carmi sibillini e anche in altri oracoli resi dagli dèi».
Gli Antichi dicevano che anche il Lazio era così chiamato perché Saturno vi si era nascosto (latere, Virgilio, Aen., VII, 322; Ovidio, Fast., I, 232). L’etimologia corretta è probabilmente da latum, ampio, lato; ma le etimologie errate degli Antichi hanno pur sempre grande importanza, perché non sono arbitrarie ma son volte a confermare eventi e fatti connessi alla cosa. Su di essa ritorneremo. Tornando a Saturno, egli si stabili ai piedi del Campidoglio, detto per questo motivo (Festo, p. 430) Saturnius mons; ivi sorgeva difatti il suo tempio, uno dei più antichi di Roma. Il primo modesto santuario gli era stato ivi dedicato da Tullo Ostilio, nell’occasione dell’istituzione dei «Saturnalia»; Tarquinio concepì il progetto di sostituirlo con un tempio, e la repubblica due o quattro anni dopo la caduta del tiranno lo costruì in effetti nel posto prescelto dedicandolo a Saturno. Fu restaurato ai tempi di Augusto e ne rimangono tuttora otto imponenti colonne ioniche. La leggenda diceva che tale ara sul colle capitolino gli era stata dedicata prima della guerra troiana (Festo, p. 430); e che sulla collina sabina del Campidoglio si elevava una città di Saturno (Dionigi di Alic., I, 34; VI, I, 4).

Agli abitanti del Lazio, Saturno insegnò l’agricoltura e l’arte della navigazione; la leggenda raccontava che alla fine egli era subitamente svanito dalla terra (Macrobio, Sat., I, 7). Si parlava anche, in Roma, di un’antica popolazione saturnia che avrebbe abitato la campagna e la città; e di coloro i quali, rimasti fedeli agli antichi costumi, vivevano della coltura dei campi, si diceva che erano rimasti i soli della razza del re Saturno (Varrone, R. R. 3, 5). Questi, in breve, i caratteri salienti della leggenda, dell’arrivo, del rifugio, del regno, dell’apoteosi e dell’insegnamento di Saturno in Italia.

Questa leggenda latina di Saturno si connette alla dottrina tradizionale dei «cicli» e soltanto con l’esistenza di una dottrina tradizionale originaria si può plausibilmente spiegare la concordanza evidente tra le quattro età della tradizione classica ed i quattro Yuga della tradizione indù. La leggenda, collegando l’aureo (Virgilio, Eg., II, 538) Saturno all’età aurea, fa risalire allo stesso tempo arcaico il suo insegnamento, e ci dice che Saturno col suo insegnamento si nascose nel Lazio. L’insegnamento di Saturno si collega dunque alla «tradizione primordiale»; trovato un rifugio nel Lazio, viene quivi occultamente trasmesso. La morale della favola dal nostro punto di vista è questa: la tradizione della Sapienza romana deriva da quella primordiale dell’età aurea, ed esiste occultamente nel Lazio.

 

La scuola di Bad Harzburg: management, nazismo e capitalismo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante articolo che parte dal testo di Johann Chapoutot, Nazismo e management. Liberi di obbedire, e traccia paralleli tra nazismo e management inteso come moderne metodologie di conduzione aziendale e, alla fine, sociale. Vi lascio ad alcuni corposi estratti, necessari a comprendere come molte delle metodologie naziste siano ancora vigenti, camuffate, rimodellate, rimodulate, ma sostanzialmente vive:

Johann Chapoutot, docente di storia contemporanea all’Università della Sorbonne Nouvelle – Paris III, studioso di storia tedesca della prima metà del Novecento, specialista della Germania di Weimar e del nazismo in particolare, è noto in Italia soprattutto per lavori quali Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa (1918-1945), del 2013 e La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti, del 2015, entrambi tradotti in italiano e pubblicati, rispettivamente nel 2015 e nel 2016, da Einaudi, così come il suo ultimo libro, Nazismo e management. Liberi di obbedire, uscito per Gallimard nel 2020.

In questo interessante volume, Chapoutot va alla ricerca delle eredità e delle persistenze del nazionalsocialismo che, in maniera più o meno sotterranea, hanno impresso un segno distintivo chiaro e riconoscibile sulla Germania postbellica e trova un caso di specie nella Akademie für Führungskräfte di Bad Harzburg, una scuola di management, fondata e diretta nel 1956 dal giurista Reinhard Höhn, che dopo una brillante carriera all’interno del regime – prima colonnello, nel 1939 e poi generale, nel 1944, delle SS – e superato un periodo di difficoltà immediatamente successivo alla fine del conflitto, beneficiò, come altri circa 800.000 suoi “ex camerati”, della grande amnistia del 1949 e si ritrovò nella condizioni di poter continuare il proprio lavoro di intellettuale e di esperto di diritto pubblico.
La scuola ebbe così tanto successo da riuscire a mettere a punto un vero e proprio modello di gestione della forza lavoro e di organizzazione aziendale, che va sotto il nome di metodo di Bad Harzburg e nel quale, per lo storico francese, è facile rinvenire una forte matrice nazista.

Nei dodici anni del Terzo Reich, il nazionalsocialismo sviluppò una cospicua riflessione su nuove forme di Menschenführung (termine tedesco corrispondente all’inglese management), che poi mise in pratica dietro la spinta delle esigenze e delle urgenze create dalla guerra e che, lasciate in eredità alla Repubblica federale e all’Occidente in generale, contribuirono all’elaborazione di modelli di management che si sono rivelati vincenti nella gestione aziendale della seconda metà del secolo scorso. La ricerca di Chapoutot, pertanto, segue l’indirizzo aperto da lavori quali quelli di Bauman, che rifletteva sulle relazioni tra la modernità e la Shoah, cogliendo nelle procedure e nelle logiche del funzionamento burocratico dello Stato moderno il motore dello sterminio; di Agamben, che pensa il lager come luogo paradigmatico del controllo sociale e della reificazione che contrassegnano la modernità; o più recentemente di Götz Aly, che legge l’Azione T4 come traduzione pratica di progetti manageriali di criminale gestione biopolitica della società.

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SPK – In Flagrante Delicto


Momenti di dedizione mistica in odor di politica totalitaria.

La resurrezione di Nicolas Eymerich | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del nuovo Urania, che ristampa l’ultimo romanzo della saga di Eymerich, inquisitore nato dalla penna di Valerio Evangelisti.

Anno Domini 1374. Un’oscura congiura proietta la propria ombra sulla Cristianità.
Papa Gregorio XI incarica padre Nicolas Eymerich di indagare su un sospetto stregone: il consigliere di re Pietro IV d’Aragona, Francesc Roma, il quale farebbe uso di arti magiche per comparire in più luoghi allo stesso tempo e per lasciare dietro di sé una scia di fuoco, mistero e distruzione.

La spedizione porta Eymerich e padre Jacinto Corona a caccia di eretici dalla Provenza ad Avignone e fino alle gelidi pendici alpine del Piemonte, tra prodigi, misteriosi fenomeni celesti e strane apparizioni. Intanto, nel futuro prossimo, nel bel mezzo di un nuovo conflitto mondiale, l’ordine dei Gesuiti rapisce lo scienziato Marcus Frullifer e lo trascina in un osservatorio astronomico allo scopo di cercare di rivoluzionare il futuro dell’umanità. E nell’anno 3105, tra i frammenti del Vangelo della Luna, Lilith è alle prese con un misterioso Magister…

I Romani e il culto di Iside


Su Tribunus una trattazione sul culto di Iside e sulla sua diffusione nel mondo antico – e infine, perché no, anche moderno. Un estratto:

Il culto di Iside venne assimilato dal mondo greco ed ellenistico dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno, nel 332 a.C.
Ciò è ben dimostrato dalle innumerevoli nozioni teologiche, che i Greci ci hanno lasciato riguardo questa divinità, nonché dalle raffinate produzioni artistiche, come quelle visibili nel Serapeum (tempio di Iside e Serapide) ad Alessandria d’Egitto. In età ellenistica, la Iside venne assimilata a varie divinità del pantheon greco, diffondendosi poi in tutto il Mediterraneo, fino a Roma, dove il Senato tuttavia ne osteggiò il culto già a partire dal 59 a.C., ben prima della conquista dell’Egitto da parte di Augusto.

Dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, tracce di culti isiaci si riscontrano anche nelle regioni estreme dell’Occidente romano (Gallia, Germania, Britannia).
Particolare rilevanza hanno i culti misterici legati a Iside, praticati soprattutto dalle donne. A Roma, nel 38 d.C., l’imperatore Caligola fece erigere un tempio alla dea – al contrario di Augusto, che tentò invece di abbattere le porte di un altro tempio isiaco a colpi d’ascia.

La particolarità di Iside sta nel fatto di incarnare in sé varie caratteristiche, che nella mentalità greco-romana ne permettevano anche l’associazione con altre divinità femminili già esistenti, in particolare Diana, Artemide, e Venere. Un’iscrizione, del resto, ricorda Iside come la “dea dai molti nomi” (myrionymos).

Iside ricordava la dea Diana/Artemide, come ben testimoniato da opere di pregio dell’arte greca e romana, come le rappresentazioni dell’“Artemide di Efeso” (uno degli esemplari più belli è conservato presso Villa Albani a Roma). La divinità è raffigurata con molti seni, avente in capo un faro e a volte una falce di Luna crescente, attorniata da vari animali tra cui gatti, capre, e leoni. In queste sculture si nota il sincretismo e l’utilizzo di più simboli associati sia all’una che all’altra dea.

Così Apuleio:

“Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d’argento e perfino d’oro, traevano un acuto tintinnio.
Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d’oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande.
Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti ‘soccorsi’, a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l’equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d’oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d’oro colmo di rametti anch’essi d’oro e un altro un’anfora.”

A tavola con i Romani d’Oriente | Tribunus


Su Tribunus l’evoluzione dei costumi alimentari all’interno dell’Impero Romano d’Oriente, dal Tardo antico al Medioevo. L’intero articolo:

La cucina costantinopolitana tra tarda antichità e medioevo si inserisce nella tradizione greco-romana, senza esserne tuttavia una sua mera imitazione. Il pane era sicuramente l’alimento fondamentale, con un consumo pro capite giornaliero di 325/600 grammi.

La farina, a partire dal VII secolo, si ricavava dal tricinum durum (il grano duro), più facile da trebbiare rispetto al triticum aestivum (grano tenero) d’età precedente. Al pane poteva esser accompagnata una sorta di zuppa di cereali con farro, frumento, ed orzo.

Il riso era già noto da tempo, ma non era coltivato. Ciononostante ebbe un grande diffusione, specie sotto forma di base per i dolci.
Sappiamo, per esempio, che l’imperatore Costantino VII era goloso di budino di riso.

La frutta cotta con miele e spezie accompagnava i piatti a base di carne, ma era anche molto apprezzata la frutta secca.

Nell’alimentazione costantinopolitana non mancavano legumi come lenticchie, piselli e fave. Era consumato inoltre un gran numero di verdure. Latte e latticini erano molto apprezzati. Dalle province settentrionali provenivano il burro e la panna.
Era noto anche lo yogurt, che proveniva dalle steppe euro-asiatiche.

La carne più diffusa era di sicuro quella di pollo. Altri volatili, come fagiani e pavoni, erano riservati ai nobili. Della gallina si mangiavano anche le uova, che a volte potevano servire per preparare una specie di omelette, detta sponghata. Altre carni erano quelle di suino, ovino, e bovino, ma queste erano consumate in quantità minori. Molto diffuso era il consumo di pesce, fresco o in salamoia.

Il mare intorno a Costantinopoli costituiva una grande risorsa ittica, e spesso il pesce sostituiva la carne nei piatti, particolarmente di quelli dei ceti più bassi. Anche il vino era un alimento importantissimo, ed era addirittura previsto nelle razioni destinate agli schiavi. A colazione e cena (due dei tre pasti della giornata) si beveva vino allungato con acqua.

Su PULP LIBRI Walter Catalano recensisce GLI ANNI DEL COLTELLO – Eymerich.com


Recensione di Walter Catalano a Gli Anni del coltello, nuovo romanzo storico di Valerio Evangelisti. Su PulpLibri e segnalato da Eymerich.com.
Un estratto:

Se si consulta la bibliografia di Valerio Evangelisti alla voce a suo nome su Wikiwand ci si rende conto, vedendo raggruppati per cicli i numerosi volumi della sua produzione narrativa, di quanto vari e diversificati siano gli ambiti in cui lo scrittore bolognese ha esercitato il suo talento. Il ciclo di Eymerich, concluso nel 2018, probabilmente quello che lo ha reso più famoso; la trilogia di Magus; quella di Pantera; la trilogia americana; il ciclo messicano; la trilogia dei pirati; il ciclo de Il sole dell’avvenire, in cui ancor più approfonditamente vengono affrontate problematiche politiche e sociali. In fondo, isolato, come fosse un episodio a sé stante, e definito Fuori serie, il suo penultimo romanzo, del 2019: 1849. I guerrieri della libertàCon l’attuale uscita de Gli anni del coltello, ecco invece che anche questo testo acquisisce un seguito ponendo in atto un nuovo ciclo – assai stimolante da molteplici punti di vista – che potremmo definire “risorgimentale” o piuttosto antirisorgimentale (termine da intendersi non certo come contro-risorgimentale ma – lo spiegherò più avanti – specchio di un Risorgimento alternativo, estraneo alle celebrazioni istituzionali e a ogni vulgata edulcorante).

Il punto di vista prevalente, in uno scenario sostanzialmente corale, era quello del fornaio ravennate Folco Verardi, capostipite della stessa famiglia Verardi protagonista della trilogia de Il sole dell’avvenire, così che molti recensori avevano parlato, a proposito del romanzo, di un vero e proprio prequel di quel ciclo narrativo. In questo secondo episodio invece si affrontano gli anni difficili della repressione pontificia e asburgica posteriore alla rotta delle forze repubblicane tra il 1849 e il 1854, alla crisi del mazzinianesimo – anchilosato in una visione martiriologica e irrealistica del moto insurrezionale – e all’avallo da parte dell’Apostolo di una strategia terroristica basata sull’azione diretta e sull’attentato individuale contro gli alfieri della reazione (fase regolarmente insabbiata nelle ricostruzioni dei libri di storia correnti e “dimenticata” nelle agiografie idealizzanti sul Padre della Patria Giuseppe Mazzini): gli anni del coltello, per l’appunto, anni disperati, in cui si passa di sconfitta in sconfitta, mentre il Partito d’Azione si trasforma in Compagnia della Morte nell’impraticabilità di tattiche più efficaci e meno canagliesche di lotta politica.

Di ritorno alla guerra civile italiana – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Partigiani contro. La resistenza oltre la narrazione istituzionale, di Matteo Minelli, manuale ideologico per non perdere la bussola ideologica in questi tempi così confusi e ingannevoli. Un estratto:

Quella di raccontare una storia di parte, di ricostruire una radice comune tanto storica che culturale di un universo di lotte e resistenze è un compito importante quanto fondamentale, tanto più in una fase come quella attuale di sbandamento e confusione generale; un’opera prettamente divulgativa ma con non secondarie ricadute politiche. La centralità del politico nella narrazione storica emerge in maniera netta e chiara nell’ultimo volume del collettivo: una rassegna di cinquanta storie esemplari di partigiani e partigiane, spesso stranieri ed internazionalisti, altre volte teppisti autodisciplinati, altre ancora militanti di lungo corso o perfetti tipi di cittadino piccolo borghese convertiti alla lotta partigiana.

Quando si parla di resistenza e partigiani, si sa, si opera su di un terreno di continua battaglia, attaccato da destra nell’opera di condanna delle forze di liberazione e di riabilitazione dei lasciti del ventennio mussoliniano; da sinistra nell’agitare il partigianato come una bandiera sbiadita, depotenziata fino all’inutilità, per rivendicare una immacolata superiorità morale che basti a coprire la desolante assenza di programma reale.

Ora, in una fase in cui il reflusso dell’ondata di populismo nazionalista, che solo tre anni fa sembrava il cavallo vincente destinato a gestire le leve del potere, ha lasciato spazio ad una stabilizzazione compatta del blocco liberale, la figura del partigiano torna a essere mobilitata come custode e garante simbolico della democrazia liberale e, fondamentalmente, apolitica, ovvero priva di soggetto attivo e divisioni sociali. È tornata in primo piano l’immagine del partigiano lindo e pinto, vestito di bianco e senza mitraglia che sconfigge le forze del male per costruire il regno della democrazia. È quel partigiano pacifista che ieri ha convinto l’invasore teutonico a lasciare in pace il popolo italiano, che oggi invita alla prudenza, alla responsabilità e all’amor di patria.
E invece i partigiani erano gente dura, perché duri erano i tempi, che a militi tedeschi e gerarchi fascisti gli tirava le bombe a mano nei bar e li ammazzava nelle imboscate di montagna e negli agguati cittadini. Gente molto spesso abituata al lavoro di fatica dei campi e delle officine che nelle camice nere, prima di vederci un’abiezione morale della storia, ci vedeva le mani avide del podestà e dell’agrario, della miseria imposta dall’economia di guerra, degli amici sindacalisti ammazzati come cani e dei figli e parenti mandati al macello in terra russa o africana.

Nella resistenza al nazifascismo son confluite etica politica, volontà di riscatto, fuga, senso di insopportabilità, desiderio di vendetta. Sono tante, sfaccettate e contraddittorie le istanze messe in gioco, così come le soggettività che le hanno portate avanti; e se l’egemonia, oggi messa in ombra, è dei combattenti comunisti, non di meno sono operativi socialisti, democratici, monarchici, cattolici. Ed ecco il significato della battaglia della memoria: sottrarre una tradizione di lotta all’egemonia del discorso liberale; perché il partigianato è stato anzitutto rottura violenta con l’esistente e non superiorità morale e bacchettona; partigiano è colui che ha rischiato la propria e altrui vita per uscire da un mondo di barbarie, non un santo laico che a tavolino ha deciso di donare ai posteri una costituzione democratica e intoccabile.

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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Avevo un sogno e l'ho realizzato.

- GIORNALE POP -

Per informarsi su fumetti, film, serie tv, cartoni, musica e tutto ciò che è pop

Inchiostro e Sanguenero

È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

Stregherie

“Quando siamo calmi e pieni di saggezza, ci accorgiamo che solo le cose nobili e grandi hanno un’esistenza assoluta e duratura, mentre le piccole paure e i piccoli pensieri sono solo l’ombra della realtà.” (H. D. Thoreau)

La Sindrome del Colibrì

The more you know, the less you fear (Chris Hadfield)

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