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Eymerich | LE LIVRE DE POCHE pubblica il 19 aprile il secondo tomo di Tutto Eymerich. La recensione di TELERAMA


Il castello di Eymerich

Un intervento tutto francese per spiegare le origini del personaggio letterario dell’inquisitore Eymerich, nato dalla penna di Valerio Evangelisti la cui nuova avventura è di prossima uscita. Su Eymerich.com.

 

1. Perché Valerio Evangelisti ha rilanciato il romanzo popolare italiano.

Nicolas Eymerich è esistito. Fu inquisitore del regno d’Aragona per più di cinquant’anni, nel XIV secolo, e scrisse un celebre Manuale degli inquisitori. Ed è come personaggio storico che Valerio Evangelisti ha inizialmente incontrato questo feroce difensore della cristianità. Nato nel 1952, il futuro romanziere, ancora studente, si dà allo studio della storia e pubblica numerosi saggi sul Partito socialista rivoluzionario e la lotta di classe in Emilia Romagna.
Quando decide di dedicarsi alla narrativa, vede nel Medioevo l’epoca che permette di dischiudere un immaginario rutilante, e si imbatte nel personaggio di Eymerich. Nicolas Eymerich, inquisitore, il primo volume che pubblica nel 1994, ottiene il Premio Urania, il più noto dei premi popolari italiani. Il successo commerciale è immediato. Con 50 mila copie in media, il ciclo (dieci romanzi in tutto) fa rinascere con sé la fantascienza italiana e conquista un largo pubblico, ben al di là degli appassionati del genere. Capofila generoso, Valerio Evangelisti associa al suo successo tutta una nouvelle vague di autori, lieti di essere trascinati da una tale locomotiva.

2. Perché il matrimonio tra fantasy e storia vi è particolarmente fecondo.

Storico e uomo di cultura, Valerio Evangelisti si rituffa con la sua serie nelle delizie di gioventù: il romanzo horror alla Frankenstein e tutto un lembo del cinema italiano, quello di Mario Bava e di Riccardo Freda. Nascondigli bui, paure, oscurantismo, violenza: la sua grande riuscita è fare vivere un Medioevo in cui i dettagli storici sono veri e in cui tutto un mondo sotterraneo di spiriti, di fantasmi, di terrori prende vita senza cadere nei clichés della heroic fantasy. Ogni libro è costruito su tre racconti differenti, che si svolgono in epoche diverse: passato, presente e futuro.
Eymerich non si contenta di seminare il terrore nel suo tempo, scorrazza anche in quelli altrui, e questo va e vieni permette all’autore di allargare le sua finalità a una denuncia di tutte le dittature: la Romania di Ceausescu è la Spagna di Franco si uniscono ai fuochi del XIV secolo: “Il meccanismo inquisitoriale è antico: possedere il cervello più che il corpo. C’è una permanenza dell’orrore dell’Inquisizione nelle dittature attuali. Ma io non prendo partito: mi interessa di più cogliere un meccanismo che attaccare un individuo”, dichiara l’autore.
Da cui, senz’altro, la sottigliezza del personaggio e la sua evoluzione tranquilla di romanzo in romanzo. Mai Eymerich è una caricatura dispotica, ma sempre un essere umano che l’accanimento a compiere il proprio dovere non mette al riparo dai dubbi, né dal soccombere a umanissime tentazioni. Nicolas Eymerich, inquisitore riesce persino a suggerire una perturbante e astuta idea dell’origine delle divinità. Il grande quotidiano italiano La Repubblica ha pubblicato, nelle sue colonne, il quarto romanzo della serie – un assaggio, giustificato allo stesso tempo dall’arte del racconto, dalla qualità della scrittura e dalla grande audacia di Valerio Evangelisti nel giocare con i generi.

Sangue e Impero, due romanzi per il premio Urania 2014 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com un bell’articolo di Carmine Treanni (grazie infinite) che tratteggia assai bene trama e suggestioni del mio romanzo, covincitore del penultimo Premio Urania, L’impero restaurato. Ecco ciò che mi riguarda:

Il volume si apre con il romanzo di Battisti, la cui storia parte da quella con la S maiuscola dell’Impero Bizantino per approdare a quella di un ipotetico impero postumano.

L’imperatore bizantino Giustiniano I tenta di riaccendere i fasti dell’Impero Romano, ritenendo di essere l’erede diretto dei Cesari che hanno governato Roma. L’Impero di Bisanzio, grazie anche alle campagne militari del suo generale Belisario, sta riconquistando alcuni dei territori che appartenevano all’impero romano, come parte dell’Africa. Ma Giustiniano I deve anche scontrarsi con l’autorità del Papà a Roma che non ritiene l’imperatore degno di governare su un dominio che ha nella religione cristiana una delle sue fondamenta. Giustiniano I è anche un osservato speciale dal futuro, dove l’imperatore alieno Totka_II ed il suo plenipotenziario Sillax tentano di modificare il continuum spazio-temporale ed espandere L’Impero Connettivo, costituito da postumani. Totka_II, in particolare, intreccia una relazione sessuale a “distanza” con Teodora, moglie di Giustiniano e imperatrice di Bisanzio, sottomettendola anche dal punto di vista mentale.

Sillax e Totka_II, attraverso un tool dimensionale, possono osservare e influenzare il continuum spazio-temporale, interagendo anche con coloro che vivono nel passato. Totka_II appartiene ad una razza di alieni che ha sempre agito sulla vita e la storia dell’umanità, fin dal più remoto passato e adesso l’imperatore vuole espandere il suo potere anche dal punto di vista dimensionale, su tutte le varie realtà. C’è un rischio, però, che le varie dimensioni possano collassare. È per questo che l’imperatore Totka_II e Sillax inviano un loro emissario per interpellare un aruspice, ossia un sacerdote che attraverso le interiora di un animale è in grado di prevedere il futuro. Nella previsione sugli obiettivi di espansione dell’Impero Connettivo il responso è ambiguo. L’imperatore può dare seguito alle sue mire espansionistiche, ma non è chiaro se avrà successo.

Totka_II intuisce che c’è una nuova forza in campo, un altro impero che cerca di conquistare a sua volta l’impero connettivo in una guerra psichica che si combatte nel continuum spazio-temporale.

Nel momento in cui Totka_II decide di dare il via alla conquista di altre dimensioni del suo impero, i suoi soldati e i postumani cadono vittima di uno strano virus che si rivela essere la peste. L’impero connettivo sembra subire le stesse sorti dell’impero di Bisanzio. Il progetto di conquista, alla fine, riesce e l’impero connettivo si espande grazie anche al sacrificio di Teodora che si immola per permettere a Totka_II di rientrare in possesso delle conoscenze che la sua razza ha donato nel corso della storia all’umanità, consentendo a quest’ultima di evolversi.

Romanzo originale che gioca su più piani temporali, in cui Battisti crea un intrigo che va dalla storia reale dell’impero di Bisanzio a quella parallela e inventata dell’impero Connettivo del futuro. Interessante il parallelo che l’autore fa tra il tentativo di Giustiniano, imperatore di Bisanzio, di ripristinare il territorio che una volta era dell’Impero Romano, riconquistando i territori che erano nelle mani dei barbari, e l’espansione del territorio che l’imperatore Totka_II, a capo dell’Impero Connettivo, verso altre dimensioni spazio-temporali, di cui l’Impero di Bisanzio ne rappresenta una.

Il romanzo è ben scritto, con una prosa ricercata, che però non appesantiscono la lettura.

Immagini del Retrofuturismo | ilcantooscuro


Il bravo Alessio “Galessio” Brugnoli ha redatto un post in cui traccia le differenze tra i vari sottogeneri del Fantastico e soprattutto SF in cui compare il suffisso punk; eccovi questo Bignami della nuova Fantascienza del Duemila e passa: mirabile…

Nel Sandalpunk, che può essere fracassone come un peplum o colto e misurato, rivive, nelle sue contraddizioni, il mito atemporale della classicità e della centralità dell’Uomo, intriso di eroismo etico e di equilibrio tra Natura e Cultura.

Nel Clockpunk, invece, la chiave di lettura dominante è lo stupore dinanzi alle infinite possibilità della tecnica.

Nello Steampunk dominano le contraddizioni del positivismo, con la lotta tra uomo e teknè alienante, che tende a ridurre ogni individuo in alienato meccanismo.

Nel Nouveaupunk – così mi piace definire con un pizzico di civetteria la mia narrativa – vige invece la malinconia di un’epoca che muore nella sensazione della tragedia imminente e ineluttabile contro cui gli uomini, senza speranza di riuscire, sono certi della sconfitta. In cui il sogno del Bello nasconde malamente la consapevolezza di una realtà industriale sempre più aliena dall’umano.

Il Dieselpunk, invece, è la realizzazione delle riflessione di Heidegger e di Severino sulla tecnica, viste come nascondimento e rifiuto dell’Essere, dato che il Reale si identifica in ciò che può essere dominato e utilizzato. E questo vale anche per l’Individuo, non più soggetto, ma oggetto del controllo dello stato totalitario.

E questa disperazione, che però dà sicurezza, è un’ancora in cui aggrapparsi nelle tempeste del Reale e si muta in malinconia, quando tutto è perduto: quando non rimangono che rovine e sogni, aperture al mistero dell’essere, siamo nell’Atompunk, in cui rinasce lo stupore dinanzi alle opere dell’Uomo, lo stesso che nasce osservando quel che rimane del Buran.

Aggiungo: in tutto ciò, il punk delimita l’approccio proprio del Cyberpunk e del Punk con un anarchismo di fondo, in cui la caoticità urbana e la sporcizia sociale danno derive da suburbi.

Eymerich | In libreria ad aprile


In uscita, a breve, il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, che torna a scrivere dell’inquisitore Eymerich. Dal suo sito:

Torna uno degli antieroi più amati dai lettori, l’inquisitore catalano Nicolas Eymerich, crudele e asociale quanto colto e intelligente.

È il 1374. Eymerich è incaricato dal papa Gregorio XI di indagare su un consigliere del re d’Aragona, sospettato di eresia e di arti magiche. Il domenicano intraprende, sulle tracce del dignitario, una spedizione che lo conduce dalla Provenza alle Alpi piemontesi, zone in cui prospera l’esecrata chiesa valdese. Il cammino, di castello in castello, di abbazia in abbazia, di villaggio in villaggio, è segnato da prodigi, strane apparizioni, misteriosi fenomeni celesti. Eymerich Inizia a sospettare che dietro le stregonerie si celi una delle più minacciose cospirazioni mai ordite contro il cattolicesimo.

Su un altro piano temporale, lo scienziato Marcus Frullifer è rapito e condotto in un osservatorio dal nome inquietante, retto dall’ordine dei Gesuiti. I religiosi hanno scopi ambiziosi, che coinvolgono il futuro dell’umanità. Frullifer, grazie a una formula matematica che scardina le fondamenta della fisica moderna, pare aiutarli nell’intento.

Tutto ciò è scandito da un libro scritto in un lontanissimo futuro, il Vangelo della Luna. In esso un oscuro Magister, sul satellite terrestre, espone alla figlia e ai discepoli il dogma cristiano della “resurrezione dei corpi”. E dimostra, con argomentazioni curiosamente analoghe a quelle di Frullifer, come il tempo sia reversibile e la morte sia accidente transitorio.

Erano romani i Neanderthal più antichi d’Europa – Terra & Poli – ANSA.it


L’antichità estrema dell’antropizzazione a Roma, e mi rivengono in mente le sensazioni di quei luoghi che inconsapevolmente ho vissuto, come un ritornare, come emancipare e rendere più vere le mistiche cerimonie arcaiche; affondando negli sciamani di allora, percependo la complessità emozionale di una vita lontana dalla nostra, contemplando i luoghi e le paure di una vita breve che si confronta con la morte facile e veloce… Dal sito ANSA:

Viveva a Roma la più antica comunità di Neanderthal di cui sia mai stata trovata traccia in Europa: lo dimostra la datazione di ossa umane e animali ritrovate lungo la valle dell’Aniene e risalenti ad almeno 250.000 anni fa. Li hanno analizzati i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), in collaborazione con i paleontologi delle Università della Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre. I risultati, pubblicati sulla rivista Plos One, aprono nuovi scenari sulle tappe dell’evoluzione dell’uomo e sui flussi migratori attraverso il Vecchio Continente.

Lo studio conferma la datazione che era stata fatta del sito di Saccopastore dove negli anni ’30 erano stati ritrovati due crani di Homo neanderthalensis. Studiando la correlazione tra cicli sedimentari e variazioni globali del livello del mare, si era capito che i terreni erano più antichi di quanto ipotizzato: 250.000 anni contro gli 80.000-125.000 delle stime precedenti. La conferma è venuta ora dal riesame dei resti fossili di daini appartenenti alla sottospecie Dama dama tiberina, raccolti insieme ai resti umani e conservati presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.

La seconda novità dello studio riguarda alcuni frammenti di ossa umane rinvenuti insieme a resti faunistici e numerosi strumenti in selce in quattro località vicine: Ponte Mammolo, Sedia del Diavolo, Casal de’ Pazzi e Monte delle Gioie. I ricercatori sono riusciti a stabilire l’età dei terreni in cui furono ritrovati, datandoli tra i 295.000 e i 245.000 anni fa.

”I resti della Valle dell’Aniene costituiscono la più antica evidenza diretta della presenza dell’uomo di Neanderthal sul continente europeo”, precisa Marra. ”Gli uomini di Neanderthal potrebbero essere stati pertanto i protagonisti di una nuova antropizzazione dell’Europa avvenuta più di 250.000 anni fa: anche allora passando attraverso un’Italia ospitale, almeno dal punto di vista climatico, dove proprio nella sua capitale avrebbero stabilito una delle prime comunità”.

Luigi Pirandello: l’eccezionale video di una delle pochissime interviste mai filmate | KippleBlog


Su KippleBlog un bel post di Roberto Bommarito che segnala una delle poche interviste giunte fino a noi, in video, di Luigi Pirandello, rilasciata in occasione del suo Premio Nobel del ’34. Un autore per me da approfondire totalmente…

Lankenauta | Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini


Stralci di un mondo alternativo in un’epoca lontana, in un luogo remoto: India, primi secoli Dopo Cristo. Su Lankenauta.

Crediamo che anche un lettore poco informato sulle culture orientali potrà apprezzare il piccolo libro dell’indianista Daniela Bevilacqua: la capacità di sintesi e la comprensibilità – dobbiamo riconoscerlo – non sono qualità molto frequenti in opere che hanno un’origine accademica. Requisiti che però sono assolutamente necessari per poter  divulgare al grande pubblico un argomento come quello delle devadasi, le “serve del dio”: ovvero gli strumenti utili per circoscrivere, in poco più di cento pagine, vicende particolarmente complesse e contraddittorie. Più precisamente la storia di riti e di uno status sociale che mostra come, nel continente indiano e a partire dai secoli più remoti, siano stati interpretati e vissuti alcuni particolarissimi legami tra sesso e religione.

Volendo essere più precisi possiamo dire che la devadasi era definita “nityasumangali”, la donna sempre propizia: “sposate a un dio hanno uno status particolare poiché contraendo matrimonio con un immortale, non posso mai diventare vedove” (pp.27). Un elemento quindi indispensabile, nel tempio innanzitutto, per il benessere, la soddisfazione della divinità come per la longevità del sovrano. Anche l’etimologia della parola ci ricorda la particolare funzione che fu assegnata a queste donne,  forse anche a partire da un’età pre- vedica (3000 a. C. circa): “letteralmente ‘serva (dasi) del dio (deva)’ e indica quella bambine che vengono dedicate al culto e al servizio di una divinità o di un tempio per il resto della vita.

Daniela Bevilacqua ripercorre quindi i vari sviluppi storici e regionali della religione induista, sempre molteplici, che nelle, varie regioni del subcontinente indiano, hanno concretamente  interpretato la millenaria tradizione della devadasi; non prima di averci fornito un quadro storico generale quale, ad esempio, la diversa considerazione del tempio: “nei primi secoli d. C. il culto iniziò ad essere eseguito in templi pubblici a cui potevano accedere le genti del villaggio” (pp.35). E poi l’ulteriore evoluzione per cui il culto divenne più personale, tanto da includere “rituali volti a servire il dio come se fosse un sovrano o un nobile” (pp.37).

In altri termini, sempre citando alcune pagine del libro di Daniela Bevilacqua, possiamo dire che “le devadasi non erano solo delle ritualiste-artiste indispensabili alla buona riuscita dei samskara, ma anche simboli terreni della presenza divina. La funzione di nityasumangali e l’attività di benefattrici determinarono l’alta considerazione che la popolazione aveva di loro” (pp.80). Questo lo possiamo scrivere in merito alle devadasi che svolgevano la loro funzione secoli fa. Poi il colonialismo e anche le tradizioni millenarie sono cambiate. Leggiamo che “vari provvedimenti legislativi hanno portato al cambiamento di status e a una rivisitazione del loro ruolo”; tanto che oggi “la tradizione persiste soprattutto nelle regioni più povere come forma di prostituzione e in aree dove la dedicazione è frutto di ignoranza e superstizione”. Avvenimenti di cui, a torto o a ragione, abbiamo colto la paradossalità: ovvero come una cultura vittoriana, profondamente bigotta e moralista, abbia poi dato il via libera a un vero e proprio incentivo al “peccato”, sfruttamento della donna compreso.

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