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L’arte della guerra di Sunzi: dal 18 settembre di nuovo in libreria con L’Ippocampo Edizioni | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di una riedizione eccezionale, una pubblicazione antica ma sempre attuale. No, no, non è la Bibbia, è molto meglio: L’arte della guerra, di Sun Tzu.

L’arte della guerra è il più antico trattato di strategia militare in circolazione attribuito al generale Sunzi, vissuto in Cina fra il VI e il V secolo a.C. Ognuno dei capitoli di cui è composta l’opera è dedicato a un aspetto della guerra. L’impatto di questo piccolo libro sulla cultura strategica militare ha superato di gran lunga i confini della Cina fino a raggiungere luoghi lontanissimi già in età antica: dalle corti europee, alla Casa Bianca, alle università di tutto il mondo.
Questo compendio di acuta saggezza rivive in forma illustrata nella forma di un dialogo tra maestro e allievo dove le tematiche più diverse vengono affrontate e comparate con della realtà militaresca.

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La bolscevizzazione e la fine della rivoluzione russa – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante articolo storico che analizza i dettagli sociali e politici di ciò che successe in Russia dall’inizio del ‘900 fino alla Rivoluzione d’Ottobre; il materiale è preso da Antonio Senta (a cura di), Gli anarchici e la Rivoluzione russa (1917-1922). Cose da tenere sempre a mente.

I dieci saggi che compongono il testo curato da Antonio Senta sul rapporto intercorso tra anarchici e Rivoluzione russa esplorano un tema già più volte affrontato dalla storiografia, non solo anarchica.
In tale opera, però, i contributi scritti da Alexander Shubin, Marcello Flores, Giuseppe Aiello, Mikhail Tsovma, Selva Varengo, Pietro Adamo, Roberto Carocci, Lorenzo Pezzica, Davide Bernardini, Massimo Ortalli e dallo stesso curatore, rivisitano la questione da tutte le angolazioni possibili offrendo così una ricca panoramica del punto di vista anarchico sui vari aspetti della Rivoluzione dal 1917 agli anni immediatamente successivi.

I testi costituiscono gli atti elaborati in occasione di un seminario promosso dalla Biblioteca Panizzi e dall’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa, tenutosi l’1 e il 2 dicembre del 2017 presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e ci è sembrata particolarmente efficace la sintesi degli stessi elaborata dal curatore nella sua Introduzione, di cui riportiamo qui di seguito alcune parti.

Essenziale nell’intendimento di questo lavoro è la distinzione tra rivoluzione russa e rivoluzione bolscevica. Purtroppo è ancora assai diffusa l’opinione che la rivoluzione russa coincida con quella bolscevica, o d’ottobre. Tale identificazione porta con sé il giudizio secondo cui Lenin sarebbe stato il protagonista massimo di tutto il processo rivoluzionario culminato con l’insurrezione dell’autunno del 1917 e con l’instaurazione del governo sovietico.
La rivoluzione russa è in realtà qualcosa di ben più lungo e complesso: iniziata nel 1905 con la “domenica di sangue” divampa fino al 1907, per placarsi fino al febbraio 1917, quando scoppia di nuovo, tuonando fino alla metà del 1921. Il periodo preso in esame da questo testo è quello che va dall’inizio del 1917 al 1921-1922, con alcuni accenni ed excursus ad anni precedenti e successivi. All’interno di tale periodo si succedono più fasi: la rivoluzione, insieme sociale e politica,liberale e plebea, del 1905-1907, quella di fatto spontanea del febbraio 1917, cui segue lo sviluppo del movimento rivoluzionario sotto il governo provvisorio, l’insurrezione di ottobre – che segna il trionfo della politica quale atto di volontà di una minoranza che riesce a mutare il corso della storia -, la guerra civile del 1918-1920, i tentativi di dare vita a una terza rivoluzione, sociale e sovietista, schiacciati nel sangue dal Partito bolscevico fattosi Stato.

IL MARCHESE CASATI STAMPA DAVA LA MOGLIE A TUTTI


Su GiornalePop il resoconto – anche parecchio piccante – di una storia di mezzo secolo fa relativa al marchese Casati e alla sua signora, tragicamente conclusasi a Roma alla fine dell’estate del ’70. Cose da ricchi, sì, ma anche perversioni nate probabilmente da problemi fisici. Il morboso è sempre dietro l’angolo… Un estratto:

Camillo Casati Stampa incontra per la prima volta Anna Fallarino nel 1958 a Cannes, sulla Costa Azzurra, in una situazione piuttosto movimentata. Durante una serata mondana, un noto playboy, dopo aver a lungo corteggiato Anna Fallarino, le posa una mano sulla spalla nuda. Il marito Giuseppe Drommi lo diffida dal continuare con quell’atteggiamento troppo confidenziale e poi, vedendosi ignorato, gli sferra un pugno. Quando il playboy lo colpisce a sua volta, il marchese Casati Stampa si scaglia verso il molestatore tempestandolo di pugni. Da lì si scatena un’immensa rissa che coinvolge tutti i presenti. Rapito dalla bellezza della donna che ha difeso dall’arrogante playboy, il marchese ne diventa subito l’amante. Siccome il divorzio non è ancora previsto dalla legge italiana, sborsa volentieri un miliardo di lire per ottenere l’annullamento del matrimonio con Letizia Izzo dalla Sacra Rota vaticana. La Izzo non si godraà i cospicui alimenti ottenuti dall’ex marito, perché morirà poco dopo di cancro.

Da parte sua, Anna ottiene facilmente l’annullamento del matrimonio con Drommi, sempre dalla Sacra Rota, perché i due non hanno figli.
Camillo Casati Stampa e Anna Fallarino si sposano appena possibile, nel 1959. Solo durante il viaggio di nozze il marchese spiega alla moglie di avere gusti molto particolari. Anna dapprima lo guarda sbigottita. Poi, con un sorriso, gli fa intendere che non le dispiace l’idea: se il marito ama guardare, lei adora esibire il corpo. La prima notte viene consumata in tre sotto la doccia della camera di un lussuoso albergo. Il terzo è un cameriere, che per la sua prestazione ottiene una lauta mancia.

Passano gli anni e il marchese continua a scegliere dei bei giovani che paga per avere rapporti con la moglie, mentre lui si limita a scattare qualche foto ricordo. Un gioco tra adulti consenzienti. I due partecipano a un’intensa vita mondana, non si perdono una prima alla Scala di Milano, ma è sempre la trasgressione ad appagarli maggiormente. “Al mare con Anna ho inventato un nuovo gioco”, scrive nel diario il marchese Casati, “l’ho fatta rotolare sulla sabbia, poi ho chiamato due avieri per farle togliere i granelli con la lingua”. “Mi piace quando lei è a letto con un altro”, scrive in un’altra pagina, “sento di amarla ancora di più”. Queste poche frasi sono il massimo che possiamo pubblicare del diario fin troppo particolareggiato del marchese, dove viene descritta la moglie mentre ha rapporti con giovani pagati fino a trentamila lire. Anche se lo farebbero sicuramente gratis, con una donna così bella.

Lankenauta | Chi è fascista


Su Lankenauta una recensione a Chi è fascista, saggio storico e sociale di Emilio Gentile che prova a fare un po’ di luce sul pericolo di un ritorno al fascismo che molti, in Italia come nel resto del mondo, paventano possibile. In realtà, il fascismo non se ne è mai andato, anali su cui sono perfettamente d’accordo.

Il cosiddetto “fascistometro” pare sia stato concepito dalla scrittrice Michela Murgia, certamente con spirito provocatorio e con la speranza di apparire sarcastica, pure con l’intenzione di rivelare delle inequivocabili verità troppo a lungo negate: il fascismo vive ancora tra noi, in noi, e soltanto un rinnovato impegno antifascista potrà debellarlo. Nemmeno fosse un virus o una forma di ipercolesterolemia. In realtà chiunque abbia un minimo di memoria e di conoscenza storica sa bene che del pericolo fascista si è sempre parlato, fin dal momento del crollo del regime mussoliniano; additando come fascisti via via i democristiani, i socialisti, i comunisti eretici, i liberali, i reazionari, i conservatori, nonché i veri e propri nostalgici. Se poi vogliamo mettere nel mazzo pure i “fascisti rossi”, praticamente tutti i partiti e tutti i militanti di partito prima o poi hanno ricevuto il loro insulto di “fascista” (anche nelle versioni di “fascista oggettivo” e “fascista camuffato”). In un periodo in cui, complici i social che tutto amplificano e tutto semplificano, l’allarme per il “pericolo fascista” è tornato più che mai in auge, il libro di Emilio Gentile potrà forse chiarire che se i sistemi democratici sono sempre a rischio, sempre più precari nonché condizionati da una crescente voglia di autoritarismo, la causa di tutto questo non necessariamente si chiama “fascismo”.

In un’immaginaria intervista il nostro storico ha infatti inteso raccontare cosa sia stato realmente il fascismo italiano e perché, a suo avviso, non ha senso parlare di un ritorno del neofascismo, pur in presenza di gruppi e gruppuscoli che si richiamano all’esperienza mussoliniana. Non fosse altro che sarebbe una sorta di “eterno ritorno” tale da negare l’effettiva vittoria dell’antifascismo nella seconda guerra mondiale. Secondo Gentile questo allarme quindi è privo di senso storico, produce disinformazione, un’indiscriminata “inflazione semantica”, e una sorta di “astoriologia, ovvero una mescolanza di “fatti, invenzioni, miti, superstizioni, profezie, paure e illusioni”, un modo di adattare il passato storico ai desideri, alle speranze e alle paure attuali. In ogni caso una visione distorta della realtà che impedisce di comprendere un presente che pure è funestato da personaggi politici inverecondi e pericolosi.

LA CUCINA BIZANTINA | La Infinita Storia


Per molti di noi, per il nostro immaginario storico, il mondo romano ha molteplici punti sconosciuti, consuetudini di un tempo che ci risultano spesso sconosciute; figurarsi se poi parliamo dell’universo bizantino, che della romanità ha solo una discendenza mista ad altre, come la cristianità e la grecità. Un interessante post – anche se datato – su LaInfinitaStoria racconta un po’ qualcosa d’intrigante: cosa e come mangiavano i bizantini; un estratto:

La posizione dell’Impero Bizantino e della sua capitale, favorivano il consumo di pesce, tra cui molluschi e crostacei, mangiato fresco oppure in salamoia e pescato nei fiumi, nei laghi, nel mare ed anche nelle paludi mentre il pane era largamente mangiato, se ne assumeva una grande quantità circa mezzo chilo di pane al giorno a persona, a questo alimento si aggiungeva anche orzo e un tipo di polenta di nome Puls, cucinata usando il farro.
Il pesce veniva usato per la produzione di un prodotto famoso, di nome Garum.
Il pane veniva cucinato con il grano duro, più facile da conservare e da trebbiare invece che del grano tenero.
Il riso era coltivato in Asia Minore e i romani non fecero in tempo a mangiarlo perché lo conobbero tardi, i Bizantini riuscirono a mangiarlo e all’Imperatore Costantino VII piaceva molto il budino di riso.
Un episodio accaduto da ricordare, è il riuscito passaggio durante l’assedio ottomano del 1453 quando delle navi cariche di grano eludendo il controllo della flotta Ottomana, portarono della speranza nella capitale Bizantina, con il grano per gli assediati, facendo infuriare il Sultano Maometto II; purtroppo questo non bastò a salvare la città dall’assedio.
La verdura di cui si conosceva l’esistenza e di cui ci si nutriva, ricordando che i pomodori, le patate, il cacao ed altre tipi di alimenti, furono scoperti più tardi con la scoperta dell’America, erano i porri, la lattuga, i cavoli, le cipolle, le carote, l’aglio e le zucche.
A questi alimenti si aggiungevano i piselli, l’avena, i ceci, i legumi, le lenticchie e le fave mentre la frutta come la verdura, esistevano diversi tipi che venivano consumati come le ciliegie, i limoni, i meloni, le albicocche, le pesche, le pere, il melograno, il fico, il cedro, le more.
La frutta secca era utilizzata per i dolci e le noci, le mandorle, castagne, datteri e i pistacchi erano quelle conosciute ed usate, come il miele era molto impiegato per addolcire alcuni alimenti come la frutta cotta che veniva assunta insieme alla carne.
Il miele era utilizzato molto, perché nell’Impero Bizantino l’apicoltura, in tutto il suo territorio era impiegata e il suo livello di sviluppo era alto.

Guardia Variaga in Puglia | ilcantooscuro


Ancora una volta, Alessio Brugnoli ci regala una delle sue tante perle di cultura, parlando dei Variaghi nelle Puglie. Cosa sono i Variaghi? Era, da un certo momento storico in poi, la guardia pretoriana degli imperatori bizantini, uomini assai prestanti, Vichinghi all’inizio e poi Inglesi, fino ai Russi del periodo finale, che garantivano oltre ogni lecita misura l’incolumità dei basilischi. Un estratto del piccolo trattato storico di Alessio.

Questo corpo militare ha una storia affascinante: nel 988, l’imperatore bizantino Basilio II richiese un gran numero di soldati variaghi a Valdamarr Sveinaldsson, che i russi chiameranno Vladimir di Kiev, come aiuto per difendere il suo trono. Costretto dal trattato che il padre aveva stipulato dopo l’assedio di Dorostolon, il principe russo di origine vichinga inviò 6.000 uomini al basileus, che in cambio gli diede in sposa sua sorella Anna Porfirogenita. Vladimir I si convertì al cristianesimo ortodosso e obbligò il suo popolo a mazzate in capo a seguirlo in questa decisione. Nel 989, questi soldati, guidati dallo stesso Basilio, si recarono a Crisopoli per sconfiggere il generale ribelle Barda Foca, che morì in battaglia. Il suo esercito fu messo in fuga e inseguito con grande ferocia dai variaghi, che si distinsero poi anche nelle successive campagne in Georgia e in Armenia.

Basilio II ne fu talmente impressionato, da trasformare questi mercenari nella sua guardia pretoriana: fu un ottima scelta. I vichinghi, saputo che a Miklagard, nome norreno di Costantinopoli, vi fosse la possibilità di avere uno stipendio regolare e assai più consistente di quanto pagato dai loro jarl, sciamarono in massa verso sud; inoltre, pur essendo estremamente sindacalizzati, spesso entrarono in sciopero per sollecitare l’aumento del soldo, erano alieni dal farsi coinvolgere nello sport preferito della corte bizantina, intrigare e pugnalare alle spalle il basileus, il che li rendeva assai più affidabili rispetto alle altre truppe.

Gli storici bizantini parlano con un misto di sgomento e ammirazione di questi giganti capaci di bere incredibili quantità di vino, inarrestabili in battaglia, provenienti da “Thule”, una terra situata genericamente a Nord del mondo conosciuto. Anna Comnena, la grande storica e principessa, parla di “pelekyphoroi barbaroi”, Barbari portatori di ascia. Anna conosceva bene i Variaghi: per ben due volte, salvarono la vita del fratello Giovanni II Comneno dai sicari che lei aveva inviato ad assassinarlo. Alla morte dell’Imperatore che avevano servito, le sue Guardie avevano il privilegio di prelevare dal tesoro del sovrano tutti i beni che fossero riusciti a trasportare.

Uno dei variaghi più famosi fu Harald Hardrada, fratellastro del re di Norvegia Olaf il Santo; Harald, ancora molto giovane si ritrovò a combattere per l’indipendenza del proprio paese nella battaglia di Stiklestad 1030. Olaf morì e Hardrada fuggì a Kiev, dove combatte al servizio del principe Jaroslav I di Kiev contro i nomadi delle steppe, fino a ottenere il rango di capitano.

Nel 1034, al comando di 500 uomini, si trasferì a Costantinopoli, dove combatté contro gli arabi sulle rive dell’Eufrate, fece da guardia del corpo agli ambasciatori diretti al Cairo, svolse il ruolo di braccio destro del Maniace nel tentativo bizantino di riconquistare la Sicilia, occasione in cui conobbe il capostipite degli Altavilla.

Il Primo Re: La nascita dell’impero più grande del mondo – L’occhio del cineasta


Su L’occhio del cineasta una recensione, che condivido, a Il primo Re, di Matteo Rovere, film che racconta da un punto di vista inusuale la vicenda di Romolo e Remo, e della fondazione di Roma. Un estratto:

Il primo Re è un lungometraggio violento, crudo e con una forte vena realistica, nei termine in cui si può parlare di realismo essendo un mito. Il film grazie a un andamento lento, a dei dialoghi in latino (o meglio in un protolatino ricostruito appositamente per l’opera di Rovere), ai costumi e al trucco riesce a restituire perfetta un mondo, un’umanità, un tempo e uno spazio storico ormai del tutto persi, facendo immergere completamente lo spettatore in questa atmosfera.

Un film difficilissimo da realizzare: per ricostruire l’ambientazione, i costumi e la lingua, Matteo Rovere ha consultato degli esperti di archeologia e di latino; un set che ha richiesto grandi attrezzature, trucchi, effetti, un luogo incontaminato dove girare che ha richiesto un lavoro di ricerca di mesi e mesi; e un grandissimo sforzo fisico agli attori che hanno dovuto
recitare sotto la pioggia, al freddo, mezzi nudi e coperti di fango, e che hanno dovuto prepararsi anche fisicamente per realizzare i vari combattimenti. Risultato? Un lavoro eccellente.

La storia riesce a narrare in maniera chiara ed esplicita un dramma in maniera spirituale mostrando la vita e la fragilità dell’uomo, ponendo domande che da sempre lo hanno
accompagnato, sulle paure e sulle speranze, un film sul passato ma che è da questo punto di vista anche contemporaneo: ancora oggi (e forse oggi più che mai) viviamo i loro stessi dubbi le loro stesse fragilità, siamo come tanti Remo disillusi e cinici.

Ogni mito ha il proprio insegnamento e quello che possiamo trarre da questo capolavoro ce lo offre l’esempio di Romolo: infatti è lui quello fragile, ingenuo, debole, credente ma che alla fine ha la forza di uccidere il fratello (le paure e i dubbi) e fondare Roma.

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