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La notte della svastica, distopia nazista d’anteguerra | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di La notte della svastica, romanzo distopico – o ucronico? – del 1937 scritto da Katherine Burdekin. La quarta, che è notevole, e che centra perfettamente molte delle caratteristiche magicosacrali del Nazismo e del culto che tuttora sopravvive ovunque:

Prima del Racconto dell’ancella di Margaret Atwood, prima di Philip K. Dick, c’era La notte della svastica. Pubblicato nel 1937 racconta una storia che era ancora tutta da scrivere proiettandoci in un mondo in cui i nazisti hanno vinto e creato un impero, la donna è ridotta a una macchina finalizzata a procreare soldati, memoria e identità personali demoni da distruggere.

Il Nazismo ha trionfato. Settecento anni dopo il pianeta si trova diviso in due soli potenti domini: l’impero tedesco e l’impero giapponese. E nella parte tedesca si trova aggiogato a un’assurda religione, imposta dall’abolizione della memoria e nata dall’oblio di ogni scienza e tecnologia, arte, letteratura e filosofia. Il nuovo Credo ha deificato Hitler, trasformato in un dio mitologico, «non nato da grembo di donna, ma esploso dalla testa del padre suo, Dio del Tuono». Un mondo brutalizzato e brutale, ritornato a una specie di feudalesimo mistico, di cui le prime vittime, che non si possono del tutto eliminare, sono le donne. Eppure qualcuno, nella lunga notte dei secoli, è riuscito a custodire un barlume della memoria (un libro, una fotografia), estremo antidoto, ultimo riparo contro l’annichilimento dell’umano.La notte della svastica fu scritto, incredibilmente, nel 1937, cioè prima della Seconda guerra mondiale e prima dell’alleanza bellica tra il Giappone e la Germania. Immagina e prevede l’una e l’altra. E comprende del Nazismo un carattere che verrà rilevato decenni dopo: il legame strutturale tra il totalitarismo e il misticismo irrazionale. Ma è forse il tema del rapporto tra biologia e potere, tra violenza e sessualità, quello che emerge in modo più inquietante dalle pagine di questa scrittrice: la riduzione della donna ad una macchina finalizzata a procreare soldati, il disprezzo misogino, la distruzione di memoria e identità personali anticipano e piantano le radici della futura fantascienza femminista (alla Atwood, per esempio). Dietro le sue spalle ci sono Wells, Huxley e le altre ucronie e distopie. E prima del 1984 di George Orwell (che uscirà nel 1948) inscena gli effetti di una società in cui la Storia è stata abolita.

Pubblicato da Sellerio, il libro sarà presentato questo questo venerdì alle 18 da Franco Ricciardiello e dal curatore Domenico Gallo al Museo Leone, a Vercelli.

Il generale di Diocleziano | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di Il generale di Diocleziano, romanzo storico di Guido Cervo. Un estratto dalla quarta:

286 d.C., Gallia settentrionale. Valerio Metronio Stabiano è un romano d’antico stampo. È sempre stato un soldato, che i tumultuosi eventi del suo tempo hanno portato ai più alti gradi nelle legioni. Uomo d’ordine, da sempre dedito a Roma e ai suoi valori, è stato emarginato dall’imperatore Marco Aurelio Carino poco prima della guerra civile contro Diocleziano. Condannato all’inazione mentre il suo mondo è in pericolo, si è ritirato nella sua villa di campagna, forzandosi a vivere come un comune aristocratico. Una vita lontana dai campi di battaglia che gli ha permesso, se non altro, di godere dell’affetto dei suoi familiari. Ma i tempi sono cupi. Rivolte contadine e massicce incursioni di barbari minacciano l’unità e la stessa esistenza dell’Impero. Le orde dei ribelli bagaudi, dedite a sanguinari riti celtici, dilagano nelle province galliche, e la stessa famiglia Metronia è in pericolo. Diocleziano, divenuto imperatore, è risoluto a porre fine al caos. Toccherà a Valerio Metronio, richiamato al servizio di Roma, portare a termine una missione ad alto rischio, per stroncare la ribellione. Tra le poche forze al suo comando, una coorte di soldati umiliati e oggetto di disprezzo, superstiti di una legione d’Oriente, in prevalenza costituita da cristiani, punita con la decimazione per aver rifiutato di rendere il sacrificio d’uso agli dei. Sarà sotto la sua guida che questi uomini, attraverso un succedersi di battaglie, troveranno il loro riscatto.

Guido Cervo torna all’Impero Romano con un romanzo epico e di grande forza narrativa. Una storia attualissima che porta in luce la complessità di un mondo scosso da potenti rivolgimenti, che chiamano ciascuno a scelte decisive e al sacrificio personale in difesa del bene comune.

Ecco il secondo Odissea Argento, In un altro paese di Robert Silverberg | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione per Delos Odissea Argento numero 2, In un altro paese di Robert Silverberg, un’opera che non conosco ma che ha subito catturato la mia attenzione. Ecco la quarta:

“L’estate la trascorsero a Capri, nella villa di Augusto, nel cuore della stagione più fulgida dell’imperatore all’apice del suo regno, mentre in autunno ci fu il pellegrinaggio alla dorata Canterbury. Dopo sarebbero andati a Roma per Natale, per vedere l’incoronazione di Carlo Magno. Ma adesso era primavera nel loro meraviglioso viaggio, era quel glorioso mese di maggio verso la fine del Ventesimo Secolo, destinato a finire con un improvviso ruggito di morte e un cielo rosso fumante.”

Così inizia In Another Country, il magnifico romanzo breve (finora inedito in Italia) che Robert Silverberg scrisse per la collana della Tor che riuniva in un unico volume un classico della fantascienza (in questo caso lo splendido Vintage Season del duo C.L.Moore/H.Kuttner) e un seguito composto da un autore contemporaneo.

Come dice lo stesso Silverberg nell’introduzione, lui preferì riscrivere la stessa storia da un altro punto di vista piuttosto che un seguito, ma cercò (a nostro modesto parere con grande successo) di riproporre lo stile lirico della Moore, riuscendo a ricreare un’atmosfera di pathos che ha pochi eguali nella sua immensa produzione.

“I Sette Re di Roma” tra mito e realtà – Associazione World SF Italia


Su WorldSFItalia la segnalazione completa della saga di Franco Forte dedicata ai sette re di Roma. Ecco il dettaglio:

Stiamo parlando de “I Sette Re di Roma“, serie ideata dall’infaticabile scrittore e giornalista Franco Forte, composta da sette romanzi che, a partire dal prossimo novembre, sarà in libreria nella prestigiosa collana “Mondadori Oscar Bestseller Historica”.
Si comincerà con la riedizione di “Romolo – Il Primo Re” volume che ha destato grande interesse tra i lettori e che ha dato l’input all’intero progetto editoriale, pubblicato da Franco Forte e Guido Anselmi e dedicato al leggendario creatore dell’Urbe.
Si procederà quindi durante tutto il 2021 e gli inizi del 2022 con gli ulteriori sei romanzi intitolati ognuno agli altri mitici sei sovrani ossia: Numa Pompilio, che sarà pubblicato nel febbraio 2021, realizzato dallo stesso Forte affiancato da Imperi e Roncari.
La terza uscita, prevista sempre per febbraio 2021, riguarderà Tullio Ostilio (scritto da Forte, Alfieri, Bonfiglioli). Quindi per giugno 2021 toccherà ad Anco Marzio (Forte, Di Gialleonardo, Gospodinoff). Tarquinio Prisco sarà in libreria a settembre 2021 (Forte, Fontana, Tortoreto). Servio Tullio a novembre 2021 (Forte, De Boni, Grella).
A chiudere la serie sarà il settimo testo, relativo a Tarquinio il Superbo, disponibile a gennaio 2022 (Forte, Leonelli, Voudì).
In conclusione, un’avventura editoriale originale nella quale quattordici ottimi scrittori italiani danno corpo, in una mescolanza di vicende entusiasmanti, epiche e con riferimenti concreti, a sette avvincenti romanzi sulle vicende che hanno visto Roma, da piccolo villaggio, divenire la capitale di un potente Impero e di una delle più grandi civiltà espresse dall’uomo.

Quando Roma era una città spopolata | NationalGeographic


Sul NationalGeographic un bell’articolo per ricordare la decadenza di Roma, dopo il periodo imperiale, prima dell’ascesa del potere temporale della Chiesa cattolica. Un estratto:

Roma ha due celebri facce, quella classica imperiale e quella sgargiante dei papi. Ma fra lo splendore dei due periodi si nasconde quasi un millennio in cui era moribonda. All’apogeo dell’impero, verso il II secolo d.C., la città ospitava più di un milione di abitanti. Tuttavia, verso la fine del VI secolo erano rimasti solo 20mila sopravvissuti a una moltitudine di guerre, carestie e pestilenze. Se n’erano andati i mercanti, i marinai, le prostitute, i lavoratori e la plebe, mentre la nobiltà era salpata per Costantinopoli. Roma non era più caput mundi. Anzi, era governata come una provincia dell’impero bizantino.

La Roma di Gregorio Magno

È così che la trovò Gregorio Magno nel 590 d.C., l’anno della sua elezione al trono di Pietro: una città in bilico fra un glorioso e intimidatorio passato e un presente di abbandono. Tanto che lo stesso Gregorio ne parlava usando i simboli dell’impero caduto: «Roma è diventata calva come un’aquila che ha perduto le piume».

Vista dall’alto delle colline, la città aveva ancora l’affascinante skyline del suo glorioso passato: svettavano le statue mastodontiche, le piazze ricoperte di marmo, le colonne decorate, i tetti di bronzo sgargianti, le ville patrizie e le insule, i condomini della plebe. Eppure, era una città fantasma: le vie erano ricoperte di muschio e i palazzi avvolti dall’edera, abitati da volpi e gufi. Il Tevere era straripato molte volte e l’assenza di manutenzione aveva fatto sì che uno strato di fango indurito rivestisse le strade.

La via Sacra parte ai piedi del Colosseo e arriva fino all’altro cuore monumentale di Roma, il Campo Marzio: si stagliavano all’epoca le imponenti basiliche – dove un tempo si riunivano i commercianti –, gli enormi teatri di Pompeo e di Marcello e le lussuose terme di Agrippa.
La lista della magnificenza è lunga, ma la sparuta popolazione non sapeva più che farsene di tanto clamore architettonico. I pochi abitanti, abituatisi all’abbandono, non si curavano delle erbacce o del fango che, sedimentatosi, aveva alzato il livello della strada, e si ingegnavano aprendo sentieri che si incuneavano nella boscaglia attecchita fra i templi. Sulle strade erano cresciuti degli alberelli che, con il tempo, sarebbero diventati querce secolari, ben visibili da Carlo Magno quando, nell’800, farà il suo ingresso da nord per la via Lata, l’odierna via del Corso.

 

L’impero Romano morì nel 1453


Gli avamposti imperiali segnavano la continuità con il precedente Stato. Ma poi, quello che successe dopo, ne è stata la naturale conseguenza.

Maxentius Invictus. E se Massenzio avesse vinto a Ponte Milvio? – TRIBUNUS


Su Tribunus un interessante esperimento di ucronia imperiale romana: cosa sarebbe successo se a Ponte Milvio avesse vinto Massenzio e non Costantino?

La sconfitta e morte di Costantino a Ponte Milvio avrebbero potuto avere due conseguenze immediate e chiaramente riconoscibili. La prima e più ovvia: la città di Costantinopoli non sarebbe mai stata fondata, con tutte le conseguenze che ciò comporta.

È vero che l’Oriente Romano non avrebbe avuto il suo baluardo, che gli consentì di sopravvivere per più di mille anni, ma altrettanto è vero che lo spostamento dell’asse politico da Occidente verso Oriente innescato da Diocleziano sarebbe stato con molta probabilità bruscamente invertito. Roma sarebbe tornata ad essere non solo la capitale simbolica, ma politica, dell’Impero, almeno nella sua pars Occidentis. Il richiamo simbolico e morale di Roma, il suo primato di Città Fondatrice dell’Impero, avrebbe determinato una predominanza di fatto degli Imperatori d’Occidente, ivi risiedenti, su quelli d’Oriente.

La rivoluzione avviata da Massenzio a Roma avrebbe potuto finalmente compiersi: il Senato restituito alle sue prerogative politiche e militari; il ripristino di una imponente guarnigione di stanza a Roma e in Italia, composta di pretoriani, equites singulares, urbaniciani, come era al tempo dei Severi; il ritorno a piani urbanistici monumentali, che sottolineassero il privilegio dell’Urbe rispetto a tutte le altre città dell’impero; il ripristinato accento posto una mitologia pubblica tradizionale, fondata sul mito delle origini, della fondazione romulea, delle divinità ancestrali e dei leggendari antenati e capostipiti come Enea, Ercole, Evandro.

Il Cristianesimo: una religione come le altre

Massenzio non fu mai un persecutore dei cristiani. Egli ripristinò la libertà di culto, restituì le proprietà confiscate alla comunità cristiana durante la persecuzione del 304 d.C., pose fine alle diatribe fra le varie fazioni ed esiliò i vescovi facinorosi, imponendone altri di sua nomina. Mostrò per la prima volta il segno della croce, seppur timidamente, sul conio pubblico, e costruì la prima Basilica cristiana della storia, oggi nota come San Sebastiano Fuori le Mura. Questo ci dà una misura di ciò che sarebbe stata la storia del Cristianesimo in un impero romano massenziano: le varie sette avrebbero continuato a esistere, senza che fosse forzata da parte dello Stato l’imposizione di un credo su tutti gli altri, dichiarati eretici e perseguitati.
Il cristianesimo sarebbe stato inserito nella pax deorum, quindi condividendo tutti i diritti di religio licita delle altre religioni dell’impero, ma al contempo senza godere di alcun privilegio, in contrasto radicale con quelle che saranno invece le politiche dei costantinidi.

L’uomo artificiale – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un saggio di Antonio Caronia, che ricordiamo sempre con affetto e nostalgia per le larghe e acute vedute che ha sempre avuto; in questo caso Caronia fa il punto sulle definizioni di robot, replicanti e vie di mezzo che quasi s’identificano con lo status umano. Un estratto:

Lautoma moderno, in Hoffmann come in Villiers de lIsle-Adam, in Jean Paul come in Mary Shelley, in Goethe come in Jarry fino alla fantascienza degli anni 30, 40 e 50, affonda la sua ragione dessere in quellinterrogativo e nelle inquietudini che esso suscita. È un dubbio squisitamente moderno”, nel senso che è inconcepibile senza la nascita della scienza moderna, senza il drastico taglio tra razionalità e irrazionalità, senza la separazione delluomo dal suo ambiente e la nascita della nostalgia per la Natura. E tuttavia sbaglieremmo se iscrivessimo le figure dellautoma e del robot, dellandroide e del cyborg (esseri a volte molto diversi, ma che per comodità di esposizione sono stati qui accomunati in una sola categoria) nei ruoli della modernità, come se fossero nati nel secolo dei lumi o, al massimo, alla fine del Medioevo. Moderna è la sensibilità con cui luomo si è rapportato con queste figure dellimmaginario: ma esse già esistevano, e anche la loro storia nelletà moderna e nella contemporaneità sarebbe incomprensibile se non ne cogliessimo i tratti che le connotavano nelle società antiche.
In condizioni così mutate, esse conservano qualche caratteristica arcaica, profonda e sedimentata nelle origini dellimmaginario collettivo: del tutto laicizzate, secolarizzate come la società che le ospita, recano ancora i segni del sacro che in altri tempi le attraversava. Ancora una volta la straordinaria sensibilità di Poe ci offre una traccia: il protagonista di un suo racconto umoristico sullalchimia si chiama proprio come il costruttore dellautoma Giocatore di scacchi (e lautore stesso suggerisce che si tratti della stessa persona).

Può sembrare a prima vista azzardato ricondurre alla categoria del sacro, a un atteggiamento religioso, per esempio la colomba di Archita (per citare il primo automa storico” di cui si abbia notizia nella Grecia classica) o le elaborate macchine semoventi, a corda o a vapore, di Erone alessandrino, che tanto interesse dovevano destare nel Rinascimento italiano. Ma una serie di altri dati attenuano il dubbio. Labilità dellartigiano, la sua capacità di costruire ordigni e macchine prodigiosi, è celebrata in quasi tutti i miti, simbolizzata nella figura di un fabbro celeste. Il più vicino a noi è il dio del fuoco e della fucinatura della mitologia greca, Efesto (Vulcano a Roma).
Efesto, figlio deforme di Zeus ed Era (Giove e Giunone), è un artigiano robusto e abilissimo. Fabbrica vergini semoventi e tripodi animati, doro, per i banchetti degli dei (come si legge nellIliade), è il costruttore della prima donna, Pandora, anchessa un essere artificiale (ne parla uno degli autori più misogini della Grecia classica, Esiodo). Spesso disprezzato dagli altri dei, persino da sua madre che se ne vergogna, (è questo un sintomo della scarsa considerazione in cui la cultura greca tiene le attività tecniche), Efesto mette le sue arti al servizio di una raffinata vendetta, come quando manda in dono a Era un trono semovente che incatena la madre e la porta in giro a suo capriccio, o quando immobilizza la moglie adultera Afrodite e il suo amante Ares (Venere e Marte) con sottilissime corde doro. In alcune pitture vascolari greche Efesto è indicato come Dedalo, labilissimo ingegnere umano costruttore del labirinto cretese e della vacca di legno nella quale si nasconde la regina Pasifae per congiungersi col toro: da questa unione nascerà il Minotauro. Dedalo fuggirà poi a volo dallisola col figlio Icaro, con le note tragiche conseguenze.

La donna romana in epoca bizantina (VII-XII sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un post che indaga la condizione della donna nel mondo cosiddetto bizantino, ovvero dell’Impero Romano d’Oriente.

La donna occupava un gradino inferiore nella società rispetto all’uomo. Di conseguenza, poteva essere vittima di discriminazioni legali.
La legislazione tutelava la donna in alcuni casi specifici: per quanto concerne la successione o lasciti ereditari, figli maschi e figlie femmine avevano pari diritti. Inoltre, le fanciulle avevano il pieno possesso della dote offerta dalla propria famiglia allo sposo. La donna doveva inoltre subire una discriminazione a livello scolastico e di educazione. Infine, era estremamente limitata nei movimenti.
Il ruolo primario della donna, nella mentalità del periodo medievale dell’impero, era solo quello di madre. Come tale, è elogiata come educatrice affettuosa ed amorevole, che aveva a cuore non solo il bene fisico della prole, ma anche la loro crescita spirituale, attraverso l’insegnamento dei Salmi, delle Sacre Scritture, e dell’agiografia dei santi. Nei romanzi bizantini, invece, la bellezza femminile era apprezzata e valutata positivamente solo in relazioni amorose altrettanto positive. Altrimenti, la donna veniva vista con sospetto, come elemento di tentazione peccaminosa e sessuale.
Inoltre, durante il mestruo erano considerate impure, e durante i quaranta giorni successivi al parto come deboli ed inaffidabili.

Costantino, l’imperatore cristiano – HistoriaRegni


Su HistoriaRegni un articolo dedicato alla figura di Costantino, l’imperatore romano che diede l’ultima salutare scossa al vecchio impero e che predispose un lungo futuro, durato più di un millennio, abbracciando l’unica folata di rinnovamento – non necessariamente in senso positivo – che percorreva la società in quel momento storico: il cristianesimo.

Il suo regno durò dal 306 al 337, uno dei più lunghi della storia romana, innovativo, di rottura. In pochi anni una nuova religione superò la prova difficilissima delle persecuzioni e si affermò come fede privilegiata. Costantino fu l’artefice di uno dei più profondi cambiamenti dell’Impero Romano e ancora oggi per la Chiesa ortodossa l’imperatore è un santo oggetto di una venerazione calorosa. Ma questa propensione rivoluzionaria si manifestò anche in altre decisioni clamorose, prima fra tutte la fondazione di Costantinopoli che, di fatti, surclassò la vecchia capitale e pose le basi del futuro bizantino.

Eppure Costantino fu uno dei personaggi più discussi del suo tempo. Gli scrittori pagani lo accusarono di aver rovinato l’impero e ne denunciarono le colpe, l’aver vilipeso gli antichi dei, l’aver umiliato le tradizioni degli antenati, l’aver deturpato i templi dei padri e perseguitato i sacerdoti. L’opera dei barbari sarebbe stato il castigo divino per tanti misfatti. Ma i suoi detrattori evidenziarono anche il fatto che Costantino aveva sguarnito le frontiere e affamato i sudditi con una soffocante pressione fiscale. Visione opposta dell’imperatore la davano ovviamente i cristiani. Consacrando Roma a Cristo, Costantino aveva garantito una rinnovata vitalità all’impero, creato una insperata armonia tra gli uomini e Dio, procurato un lungo periodo di pace e, con la fondazione di Costantinopoli, aveva assicurato la salvezza della parte orientale dell’impero assaltato dai barbari.

L’atteggiamento dell’imperatore fu sempre cauto, governava del resto un impero ancora pagano e non poteva cambiare tutto da un giorno all’altro. Si mosse con prudenza, propiziando la lenta ma capillare penetrazione del cristianesimo nella società del suo tempo. Fu proprio l’imperatore a preoccuparsi anche dell’unità dei cristiani. A tal fine promosse il primo concilio universale della storia della Chiesa, il concilio di Nicea, del 325. Qui si condannò l’arianesimo e fu proclamato il credo, il cosiddetto “simbolo niceno”, ancora oggi conservato dalla Chiesa cattolica.

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