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Il legame tra guerra e Speed – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che indaga il ruolo che le anfetamine hanno avuto dalla Seconda guerra mondiale in poi, con i nazisti investiti pesantemente dall’uso smodato di quegli stimolanti (un po’ come la cocaina nel mondo iperliberista) e che hanno segnato alla fine il destino di quella guerra e dei loro protagonisti, animati da una furia disumana di cui le anfetamine penso siano state concause. Un estratto:

L’ideologia nazista fu integralista nelle sue posizioni contro la droga. L’uso sociale di stupefacenti era considerato tanto un segno di debolezza personale quanto un simbolo del declino morale del paese sulla scia della traumatica e umiliante sconfitta nella Prima guerra mondiale. Il consumo diffuso di droghe nella Germania di Weimar era visto come un’abitudine decadente, edonistica e abietta, che minacciava di avvelenare la “razza superiore” ariana. I tossicodipendenti non solo erano stigmatizzati e internati, ma potevano affrontare punizioni severe, tra cui la sterilizzazione forzata e la deportazione nei campi di concentramento. Nella propaganda nazista, gli ebrei erano raffigurati come dediti all’abuso e allo spaccio di stupefacenti, e dunque come una minaccia alla purezza della nazione.
Le metamfetamine rappresentavano però l’eccezione preferita. Se altre sostanze erano proibite o sconsigliate, le metamfetamine furono pubblicizzate come prodotto miracoloso non appena apparvero sul mercato alla fine degli anni Trenta. In effetti, la pillolina era la droga perfetta per i seguaci di Hitler: “Germania, svegliati!”, avevano ordinato i nazisti. Energetico capace di stimolare la fiducia in se stessi, la metamfetamina faceva il gioco dell’ossessione del Terzo Reich per la superiorità fisica e mentale. In netto contrasto con droghe come l’eroina o l’alcol, le metamfetamine non avevano a che fare con il piacere e l’evasione. Piuttosto, venivano assunte per massimizzare attenzione e vigilanza. Gli ariani, nell’ideologia nazista incarnazione della perfezione umana, ora potevano persino aspirare a diventare superuomini, e in quanto superuomini potevano trasformarsi in supersoldati. “Non abbiamo bisogno dei deboli”, dichiarò Hitler, “vogliamo solo i forti!”. Le persone deboli prendevano droghe come l’oppio per evadere; le persone forti prendevano metamfetamine per sentirsi ancora più forti.

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Cosa ci insegna la crisi climatica del 1300? – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un interessante articolo di Amedeo Feniello che parla di variazioni climatiche e le mette in corrispondenza col nostro presente. L’incipit (pensiero personale correlato, non esplicitato nell’articolo: attenti al business verde):

Alla fine del Duecento, l’optimum climatico medievale chiude la sua corsa. Era durato più di tre secoli ma, ora, adesso, si fa cattivo. I fenomeni di shock climatico si accumulano e l’eccezionalità si trasforma ben presto in consuetudine, che fa virare il termometro verso il basso. I segni che l’optimum fosse giunto al termine si moltiplicano. Le cause? Tante. Variabili. I fattori si mescolano in una trama di cui è difficile seguire tutti i capi. Però, a differenza di oggi, la forza dell’azione dell’uomo su queste variabili fu irrilevante. Le oscillazioni naturali discontinue e capricciose. I vulcani tornano a ruggire, con un’eruzione tra le più violente dell’intero scorso millennio, quella del 1257 del vulcano Samalas, nell’isola di Lombok in Indonesia; ma altre ve ne furono nel 1269, ’76, ’86: fenomeni che impattano violentemente sull’ambiente e innescano effetti imprevisti sia di riscaldamento nelle acque del Pacifico centromeridionale e orientale, con enormi inondazioni in Perù, sia di rilascio negli strati più alti dell’atmosfera di una pellicola sottilissima di solfati di aerosol che scherma i raggi solari, impedendo loro di entrare nell’atmosfera.
Poi c’è il Sole. Una stella capricciosa e poco costante. Il ciclo delle macchie solari è solo una delle sue tante bizzarrie. Proprio alla fine del Duecento il sole si ammala un po’. È il cosiddetto Wolf Solar Minimum, cioè l’energia emessa dalla pila solare rallenta: uno dei tre minima che marcano il periodo che va dal Trecento al Seicento. E succede qualcosa di inarrestabile: «lentamente ma ineluttabilmente le temperature globali e dell’emisfero settentrionale hanno iniziato a tendere nuovamente verso il basso e, così facendo, i modelli di circolazione globale cominciano ad allontanarsi dai livelli raggiunti nel 1240 e 1250».
Non bastano però questi aspetti per spiegare il mutamento. Entrano in gioco due movimenti fondamentali nella circolazione climatica del nostro Pianeta. Sono El Niño e La Niña. Strani nomi. Essi nascono da una pura e semplice osservazione, registrata la prima volta dai pescatori peruviani, i quali notarono che i pesci d’acqua calda tendevano a soppiantare quelli d’acqua fredda al largo della costa del Perù intorno a Natale, da cui il soprannome El Niño, il Cristo bambino. Naturalmente, per indicare il fenomeno parallelo, si usò il corrispettivo femminile: La Niña. Cosa sono? Giganteschi fenomeni di teleconnessione atmosferica in cui l’azione degli oceani si coniuga con quella dell’atmosfera. In genere, El Niño provoca un forte riscaldamento delle acque dell’oceano Pacifico centro-meridionale e orientale nei mesi di dicembre e gennaio, in media ogni cinque anni. Con conseguenze “glocali”, mi si passi il termine, se si pensa che, se nelle aree direttamente interessate provoca inondazioni, in quelle più lontane la sua azione produce vaste perturbazioni, tra cui l’aumento della siccità. La Niña no. Ha l’effetto inverso. Raffredda invece di riscaldare, sempre nelle stesse acque. Entrambi, El Niño e La Niña, innescano una strana danza, fatta di accoppiamenti, riequilibri reciproci, scambi. Con risultati che si riflettono sulla pressione atmosferica del Pacifico: quando c’è El Niño essa è alta; quando La Niña, bassa. Cosa succede alla fine del Duecento? Che una volta che l’emisfero Nord inizia a raffreddarsi comincia ad avere delle ricadute sui cicli del Niño e della Niña con conseguenze letali sul clima del Pianeta e sull’azione dei monsoni, perché l’oceano Indiano e quello Atlantico erano – e sono – legati da connessioni basilari e di lunga distanza. Con mille conseguenze che coinvolgono, ancor di più, natura e uomo in una stessa catena di pericoli, difficoltà, adattamenti, riconversioni. Uno scenario climatico che muta in rapidi decenni. Una delle testimonianze più affidabili? La larghezza media degli anelli degli alberi di tutta la fascia del Pianeta, dall’Asia all’Europa, che si riduce drammaticamente, un segno sicuro che le condizioni ambientali stanno cambiando e in peggio. Un fenomeno evidente dappertutto: in Siberia, in Mongolia, in Tibet, in Cambogia, in Europa.

Death Economy, Altieri contro il sistema | Fantascienza.com


Fantascienza.com dà l’annuncio di pubblicazione di Death Economy, un saggio di Sergio Altieri, uscito un po’ di anni fa su Carmilla On Line, che ora apre la nuova collana di Delos Digital intitolata non-aligned objects, contenitore da me diretto e che pubblicherà saggi e narrazioni fuori e contro gli schemi. La quarta:
 
Una collana che si propone come contenitore atipico, una scatola non allineata al pensare comune, alla sensibilità corrente, al modo e all’estetica che in questo scorcio temporale domina il mondo con orrende ombre politicoeconomiche che si allungano su esso. E che si apre con la riedizione di un saggio di Alan D. Altieri di dieci anni fa, ideologico, lucido, tagliente, che è senza mezzi termini di parte, ma che per questo è in grado di sciogliere le illusioni di un mondo iperliberista che fa del profitto, del guadagno infinito, dello sfruttamento delle risorse vegetali, minerali, antropiche e animali l’unica sua vera bandiera, che sventola all’impossibile vento della crescita infinita.
 
La postfazione è di Alessio Lazzati, che ringrazio infinitamente per il suo determinante aiuto, e un grande grazie va anche a Silvio Sosio per aver subito creduto in questa collana.
Il libro è disponibile in ebook cliccando qui.

I Pretoriani – nascita, ascesa e caduta di una guardia imperiale. – TRIBUNUS


Su Tribunus un interessante articolo sui pretoriani, il corpo d’élite degli imperatori romani fino al IV secolo, tracciati qui nella loro parabola d’onore. Un estratto:

Con il termine praetorium si indica la tenda del comandante in campo, il quartier generale del castrum romano.
Per estensione, esso va a rappresentare quindi anche il generale e i suoi più stretti collaboratori, il suo staff e, non ultime, le sue guardie personali – le cohortes praetoriae.
Fino alla morte di Cesare, questo tipo di unità d’élite era abbastanza raro fra i generali e i consoli di Roma.
L’inizio delle guerre civili che seguirono la morte di questo grande personaggio rappresentò l’inizio di un nuovo percorso per le Coorti Pretoriane, che da quel momento divennero un elemento standard e caratteristico degli eserciti romani.
Le fonti ci dicono che Marco Antonio avesse arruolato una guardia personale di 6000 uomini, garantendo a tutti il rango e la paga di centurione, mentre Augusto avrebbe avuto dalla sua addirittura 10.000 uomini come truppe personali.
Dopo la battaglia di Azio e il trionfo finale di Augusto, il nuovo signore di Roma stabilì delle nuove regole per l’arruolamento della sua guardia personale.
Fino a quel momento, il pretorio era stato costituito dai veterani e dai migliori combattenti che avevano dato prova di valore sui campi di battaglia del mondo allora conosciuto. Con Augusto si stabilì la consuetudine di arruolare la maggior parte dei pretoriani fra le migliori e nobili famiglie italiche, soprattutto di Umbria, Toscana e Lazio.

In questo modo, militare all’interno della guardia pretoriana, divenne uno status symbol.
Bisognava essere di nobile nascita, avere le conoscenze giuste, ed essere alti, molto alti. Mediamente 6 piedi romani per la precisione, vale a dire circa 1,77 cm.
Anche il principio del veterano con molti anni di servizio alle spalle venne accantonato, privilegiando arruolamenti in giovane età, dai 17 ai 20 anni. In questo modo si voleva abituare sin da giovani le reclute alla fedeltà assoluta ed esclusiva alla famiglia imperiale.
Si restava in servizio per un tempo minimo di 16 anni, ma era comunque un lasso di tempo privilegiato rispetto ai 20 anni del servizio da legionario – che spesso diventavano 25 o più. Anche la paga era decisamente privilegiata: un pretoriano prendeva uno stipendio doppio rispetto a un semplice legionario, mentre un sottufficiale veniva pagato tre volte lo stipendio di un collega di pari grado nell’esercito. Doppia rispetto alla legione era anche la somma donata ai pretoriani congedati una volta terminato il periodo di servizio.
Mentre le reclute dovevano essere giovani e nobili rampolli delle migliori famiglie italiche, i tribuni erano veterani di comprovato valore ed esperienza.
Essi erano, nella maggior parte dei casi, stati in precedenza primus pilus, vale a dire il più alto rango raggiungibile da un centurione nell’esercito.
Uomini del genere potevano forgiare soldati di particolare valore anche dalla recluta più deludente. Dione Cassio ci narra che l’imperatore Tiberio un giorno invitò i senatori ad assistere a uno degli addestramenti della guardia pretoriana all’interno dei castra praetoria. In questo modo, egli voleva incutere timore e rispetto, mostrando al Senato la forza e la valenza dei soldati a sua personale disposizione.

Watson Edizioni presenta “Cesare Lombroso. Per tutta la vita” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Cesare Lombroso. Per tutta la vita, racconto di Maico Morellini in uscita per Watson Edizioni che va ad arricchire la collana “Ritratti” dedicata alla vita di personaggi storici raccontata da un punto di vista alternativo, bizzarro o inquietante. La quarta:

Un giovane Cesare Lombroso, per dimenticare le pene d’amore, fugge a Vienna dove conosce il barone Karl Von Rokitansky, anatomopatologo dai talenti eccezionali e dal grande carisma. Ben presto Lombroso diventa il pupillo del barone e una mattina Rokitansky chiede a Cesare e a i suoi due compagni di corso, Philippe e Marcus, di accompagnarlo per una misteriosa escursione. Durante il viaggio in carrozza verso le miniere di Hinterbrül, Rokitansky rivela che durante gli scavi i minatori hanno portato alla luce un complesso sotterraneo di tunnel. Si tratta di una serie di gallerie molto antiche, scavate artificialmente, che sembrano precedenti la storia secolare di Hinterbrül. L’obiettivo dell’escursione è quello di esplorare una parte dei cunicoli che, dice il barone, nascondono ritrovamenti interessanti.

Il sabba del villaggio | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un’operazione davvero originale, Il sabba del villaggio, una rilettura dell’opera di Giacomo Leopardi da parte del curatore Alessandro Iascy, con racconti di Fabio Andruccioli, Laura Scaramozzino, Francesco Corigliano e Giacomo Ferraiuolo; vi lascio alla quarta:

Se siamo abituati a leggere storie gotiche ambientate nell’Ottocento inglese, come non potremmo immaginare che un personaggio complesso come Giacomo Leopardi diventi protagonista di vicende, seppur di finzione, dense di ombre e oscuri presagi?
Gli ingredienti per una storia “vittoriana” non mancano affatto, del resto. Abbiamo una madre fredda e impenetrabile, un padre severo e distante e un destino di morte che incombe sull’intera famiglia Leopardi. Lutti, malattie e misteri la fanno da padrone, dunque. Ed è in questa prospettiva conflittuale, e densa di fatalismo, che nasce la raccolta che state per leggere. Giacomo Leopardi diventa protagonista di vicende legate al sovrannaturale, all’occulto e a un orrore tipicamente ottocentesco, sebbene sia qui riconfigurato in chiave del tutto originale.

La psicosi totalitarista – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo di Franco “Bifo” Berardi ed Enrico Monacelli che parte da un saggio di Bifo di circa trent’anni fa in cui tracciava le traiettorie di quello che poi sarebbe diventato il movimento populista e identitario che percorre il pianeta ma, soprattutto, i Paesi più in vista dell’Europa, con le sue origini storiche radicate sempre nella stessa fetida malattia religiosa ma che, inaspettatamente per qualcuno, vanno a finire fino al nazismo attraverso il cancro del capitalismo. Un estratto:

Con l’espulsione dei mori e degli ebrei dalla Spagna ricristianizzata, nel 1492, la persecuzione razziale diviene un elemento integrante e fondativo dello Stato moderno. La società spagnola del Secolo d’Oro è tutta modellata sull’ossessione della purezza, dell’integrità razziale. Il sentimento barocco nasce dalla proliferazione delle prospettive di senso. In questa proliferazione si avverte il diffondersi di una locura, di una follia, di una perdita inarrestabile del senso. La reazione aggressiva, autoritaria, razzista, persecutoria che si scatena nella Spagna della Riconquista manifesta un aggrappamento disperato a una fonte di identità, che l’accelerazione comunicativa ed esperienziale dell’epoca aveva fatto esplodere. Il Seicento comincia a percepire la dimensione sociale della psicopatologia, e la collega immediatamente all’inflazione del senso. José A. Maravall collega la percezione di una locura del mondo con il diffondersi dell’inflazione, nella Spagna seicentesca.
Tutto è una confusione in cui non si può essere certi di nulla. Ma da dove viene questa confusione? Tutto è valutato a prezzi eccessivi: l’inflazione, è qui il fantasma. Grave in tutta Europa, ma soprattutto in Spagna, si trattava di un fenomeno che era già conosciuto ma non aveva mai avuto quella estensione.

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Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Contesto e radici – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division, saggio di Alfonso Amendola e Linda Barone che analizza la breve stagione dei Joy Division raffrontandola col maelstrom sociale che in UK si respirava in quegli anni, grazie all’omicida neoliberismo thatcheriano. Un estratto dalla rece:

Se il punk può essere visto come una sorta di risposta rabbiosa e nichilista all’incertezza sociale e politica del periodo in cui esplode espressa dai rimasugli di comunità in disarmo soprattutto in ambito londinese, il post-punk si presenta come un fenomeno proprio di alcune città del Nord dell’Inghilterra caratterizzate dalla cupezza urbanistico-architettonica ereditata dagli anni Sessanta.
Città industriali in declino come Manchester, Liverpool e Sheffield che hanno conosciuto la violenza della rivoluzione industriale sembrano ormai capaci di offrire ai figli della working class e della piccola borghesia soltanto il senso di alienazione e di inquietudine della grigia periferia lontana dal punk della Capitale presto trasformatosi in patinato fenomeno di consumo. Nelle città industriali del Nord nasce dunque una “generazione post-punk che al nichilismo dell’annientamento del futuro e al fascino della moda irriverente [del punk londinese] rispondevano con l’inquietudine e l’incertezza del presente e con il racconto dell’apatia della periferia. Allo stesso modo dei Fall, anche i Joy Division, seppur con diversi riferimenti dichiarati, dipingevano attraverso la musica e la lirica un paesaggio industriale periferico che portava con sé solo immagini di fallimento, gelo, perdita del controllo, smarrimento (p. 32)”.

Se già il punk, operando una sorta di opera di bricolage, aveva saputo attingere da diversi stili e sottoculture britanniche del dopoguerra, il post-punk, sostengono Amendola e Troianiello, ha ulteriormente ampliato i confini allargandosi all’ambito europeo attingendo, ad esempio, dai suoni metallici dei tedeschi Kraftwerk e da esperienze alle prese con sonorità sintetizzate. In una contesto urbano sempre più caratterizzato dal frantumarsi delle comunità sono spesso i mass media a proporre/costruire nuovi ambiti identitari.

“In questo modo è possibile intendere l’immagine delle culture giovanili figlie della working class protagoniste del movimento sottoculturale del post-punk (così com’è stato per la corrente punk) come l’immagine coesa di una cultura della resistenza. Pertanto se il dolore, l’introspezione, il disagio post-industriale e l’assenza di bellezza così come la sua ricerca, l’uso di droghe, la disoccupazione e l’inesorabile declino di una nazione potente diventavano le colonne portanti del discorso sottoculturale del post-punk, l’estetica, i luoghi di consumo della musica e i luoghi di creazione di nuovi network dove esercitare pratiche condivise di ascolto e condivisione secondo rituali consolidati, rappresentavano il linguaggio necessario, coerente e coeso di un movimento che, partendo da un desiderio di costruzione alternativa al rock classico, ha finito per dar vita a una nuova ondata di produzioni mainstream degli anni Ottanta (p. 30)”.

La scena discografica post-punk di Manchester si contraddistingue anche per un’eleganza e pulizia formale – sconosciute all’ambiente musicale londinese dell’epoca – che richiama palesemente le estetiche di alcune avanguardie europee primonovecentesche. Se a Manchester, al passaggio tra gli anni Settanta e gli Ottanta, gruppi come Joy Division, A Certain Ratio, Durutti Column, The Fall, cresciuti attorno alla Factory Records, si mostrano più inclini a sonorità cupe, a Liverpool, altra città in declino alle prese con la disoccupazione, band che gravitano attorno all’Eric’s Club, come Echo and the Bunnymen, ricavano dall’angoscia, dalla solitudine e dal dolore atmosfere decisamente meno fosche.
Un caso un po’ diverso è rappresentato da Sheffield, uno dei centri nevralgici della rivoluzione industriale: nonostante nell’immediato gli effetti del thatcherismo si rivelino meno devastanti dal punto di vista occupazionale rispetto alle alte città del Nord, anche questa realtà non manca di pagare il suo tributo in termini culturali. Se nel cuore della lavorazione dell’acciaio e dell’orgoglio operaio il punk rimane un fenomeno sostanzialmente di superficie tra i figli della working class, maggior interesse viene invece da questi riservato all’universo delle sonorità sintetizzate. Il fenomeno post-punk di Sheffield ha nell’esperienza del laboratorio creativo Meatwhistle, da cui provengono gruppi come Music Vomit, un riferimento importante sebbene non l’unico, visto che anche per altre vie nascono band destinate alla notorietà (es. Cabaret Voltaire).

“Dal racconto della periferia post-industriale al centro della cultura globale condivisa dai grandi pubblici, dai focal places, luoghi di costruzione di relazioni e rapporti, il post-punk nella sua veste eversiva eppure reificata perché inserita nei processi produttivi e distributivi, è un forte esempio di identità culturale che si muove continuamente dai bordi del racconto sovversivo verso il centro del consenso comune, creando nuove metafore, racconti e atmosfere (pp. 35-36)”.

Ridare la voce alle comunità a cui è stata tagliata la lingua – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Donne delinquenti. Storie di streghe, eretiche, ribelli, bandite, tarantolate, saggio storico di Michela Zucca che indaga le influenze del politically correct sui fatti storici inerenti a oppressioni di popoli e gruppi di persone identificate da un denominatore comune, come il sesso, l’etnia o le inclinazioni sessuali o religiose. Un estratto:

La nuova edizione rivista del testo di Michela Zucca, edito originariamente nel 2004 da altro editore rispetto all’attuale, può costituire un ottimo punto di partenza per chiunque voglia iniziare un percorso di studio della Storia rimossa dell’Occidente. In un tempo in cui il pensiero unico dominante del politically correct tende a ridurre il problema dell’oppressione di classe, razza e genere ad una questione di pura rimozione della realtà storica, riducendo ogni conflitto ad un problema di diritti e “coscienze” individuali, con conseguenti atti di contrizione formale ipocriti quanto inutili, diventa urgente sottolineare come anche noi, occidentali ed europei, siamo stati costretti a diventare “bianchi” ovvero portatori di idee e comportamenti culturali, religiosi, politici ed economici che sono stati instillati con la forza e la violenza nei nostri antenati, distruggendone le comunità e le culture cui appartenevano.

Michela Zucca (1964), storica e antropologa, è specializzata in cultura popolare, storia delle donne, analisi dell’immaginario. Ha svolto lavoro sul campo tra gli sciamani della foresta amazzonica, in Perù e Colombia, e fra i Lapponi in Finlandia e ha insegnato Storia del territorio in varie università italiane e svizzere. Ha, inoltre, fondato la «Rete delle donne della montagna» e collaborato con il «Centro di ecologia alpina», mentre attualmente organizza e coordina le attività di Arkeotrekking con l’Associazione Sherwood1. In tale contesto di studi ha prodotto numerosi testi e curato l’opera, in 5 volumi, Matriarcato e montagna (1995-2005). Come afferma l’autrice nel primo capitolo del testo, destinato ad illustrarne l’impostazione metodologica:

“Nelle civiltà arcaiche e “premoderne” la massa della popolazione vive “fuori dalla società”, lontana dal “centro” in cui si esplica il potere politico, religioso, economico, ideologico dell’establishment. Soltanto in modo occasionale e frammentario i vari contesti locali si rapportano con quello centrale, mentre prevalgono la dispersione territoriale e la varietà locale. La scarsa possibilità di coordinamento sociale, la carenza di controllo da parte delle autorità, l’economia di sussistenza e non di mercato, sono fattori di ulteriore riduzione o restrizione del centro.
Con la cultura “moderna”, lo sviluppo del mercato e il rafforzamento amministrativo e tecnologico dell’autorità, l’urbanizzazione e la scolarizzazione su vasta scala, la diffusione capillare delle comunicazioni di massa, si determina un coinvolgimento generale della società, un’accentuazione e un’imposizione del sistema di valori centrale in misura sconosciuta negli altri periodi della storia. Sulle montagne però, le condizioni di vita premoderne continuano a esistere per lunghi, lunghissimi, secoli: quasi fino a ieri2.

Questa trasformazione sociale viene comunemente associata al progresso e come tale rivendicata dai cantori della modernità, tra cui non bisogna esitare ad inserire gran parte del pensiero di sinistra e marxista3, che dimenticano, sottovalutano oppure nascondono ciò che la nostra autrice non manca invece di sottolineare con forza, ovvero che «il “progresso” è fondato sullo sterminio»4. Stermino di popoli, culture e comunità, di qua e di là degli oceani.

“Al riparo delle foreste, tornate dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, trova rifugio una popolazione di fuorilegge, di cui i cittadini hanno paura, ma che vengono lasciati vivere fino a quando gli interessi urbani non si espandono, e anche loro devono essere ridotti alla ragione, letteralmente “razionalizzati”. La caccia alle streghe non è l’unico mezzo di eliminazione di una cultura arcaica. La “soluzione finale” passa anche attraverso la distruzione del substrato ambientale che permise per secoli alle varie “tribù delle Alpi” di mantenersi indipendenti: la foresta meravigliosa che proteggeva genti e spiriti.
Il Concilio di Trento è il momento di rottura violento che sancisce il cambiamento culturale, tanto è vero che viene ricordato nella memoria orale in maniera vivissima ancora oggi5.

Il Concilio trentino (1545-1563) può infatti essere considerato non soltanto come un momento di “rinnovamento” della chiesa cattolica in reazione allo sviluppo e alla diffusione del protestantesimo, ma anche come un momento centrale della fondazione legislativa dello Stato moderno, che proprio tra il XV e il XVI secolo vedrà crescere i propri attributi, compiti, forza militare e repressiva e potere, proprietario e amministrativo, sui territori definiti sia scala imperiale che nazionale6.

“Isis in Paris”: note sul simbolismo ermetico della Cattedrale di Notre-Dame – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un corposo articolo sulla Cattedrale di Notre Dame di Parigi. Una storia che comincia in epoca pagana, col tempio dedicato a Giove riconvertito in chiesa e poi cattedrale della fede cristiana a partire dal IV secolo d.C., arricchendosi via via di simboli che Fulcanelli, nel suo celebre tomo sulle cattedrali gotiche, ha indagato dal punto di vista alchemico ed esoterico. Un estratto della trattazione:

Victor Hugo definì Notre-Dame di Parigi, «un geroglifico completo, la sintesi più soddisfacente della scienza ermetica». Quest’opera divina più che umana, espressione dell’architettura gotica fu costruita per custodire i segreti cristiani che non possono essere compresi da tutti costituendo una vera e propria enciclopedia completa, depositaria di misteri e punto di congiunzione tra il mondo della manifestazione e quello della trascendenza.

La facciata occidentale, affiancata dalle torri campanarie gemelle mostra l’immagine della lettera H corrispondenti alla eta greca (Η, η), iniziale del dio solare Helios e all’ebraica hêt (ח) del nome di Elia. Il simbolo della luce è comune e allude al collegamento tra terra e cielo tralasciando appositamente la numerologia del 4 e dell’8 cui è riferito.
Il portale di centro della facciata occidentale, dopo numerosi restauri e ricostruzioni, è depauperato di gran parte dei simboli, ma sul pilastro centrale erano presenti le allegorie delle scienze medioevali, tra cui l’Alchimia, che si staglia frontale al sagrato su un posto d’onore. Raffigurata come una donna assisa in trono con la fronte rivolta verso il cielo, sfiora le nuvole e reca uno scettro nella mano sinistra (sovranità) e due libri nella destra, uno chiuso (esoterismo), l’altro aperto (essoterismo). Stringe tra le ginocchia una scala di nove gradini, scala philosophorum, simbolo ascensionale mistico che innalza l’uomo attraverso la trasformazione verso il Divino e la comprensione dell’arte.

Osservando la porta centrale, fuori delle strombature, emergono quattro bassorilievi; il sacrificio di Isacco da parte di Abramo, Giobbe sul letamaio, San Cristoforo che attraversa un torrente e infine un uomo su una torre, intento a scagliare frecce verso il Sole. Quest’ultima figura per molti è Nimrod, costruttore della Torre di Babele, che dopo aver combattuto l’umanità è raffigurato nell’atto di sfidare Dio. Per gli ermetisti queste figurazioni bibliche incarnano la ricerca della Pietra Filosofale, laddove Abramo è emblema dell’obbedienza, Giobbe del dolore, San Cristoforo della carità e Nimrod del desiderio di potenza, ostile avversario dei praticanti l’Arte.
Ai lati del portale, una serie di dodici bassorilievi mostrano, sotto forma di simboli racchiusi in medaglioni e sorretti da altrettanti personaggi, le fasi evolutive della Grande Opera alchemica. Nella fila superiore emerge il Corvo di colore nero che rappresenta la “Putrefazione” ovvero la fase di nigredo. Conclude la serie l’emblema del Pentagono, riferimento allegorico all’Athanor, e alla figurazione della Pietra Filosofale.

Il portale d’accesso principale, in posizione centrale, è detto “Portale del Giudizio Universale”, in riferimento al tema dei bassorilievi della parte superiore. Nell’architrave, in particolare si evidenzia la raffigurazione della resurrezione dei morti dalle tombe, annunciata alle due estremità da angeli che suonano la tromba. Nella fascia immediatamente sovrastante, San Michele Arcangelo e Satana collaborano amichevolmente alla pesa delle anime, che vengono suddivise tra beati a sinistra e dannati a destra mentre il diavolo ambiguamente cerca di spostare il peso della sua parte.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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Una finestra per un altro mondo. Un mondo che vi farà sognare, oppure...

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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Alessandro Rolfini

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L'edera

e le altre poesie in ordine sparso by MerMer

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percorsi ombreggiati, riflessioni esauste, alcooliche, liberatorie

Giacomo Ferraiuolo

Avevo un sogno e l'ho realizzato.

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