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Carmen e Amleto | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli una riflessione postmoderna sulle rimappature cognitive proprie del Postmoderno. Tema dibattuto: Carmen e Amleto.

La mia piccola riflessione sulla Carmen, ha, in maniera inaspettata, scatenato un piccolo dibattito, con diversi interventi interessanti: il primo è di Lanfranco Fabriani, uno dei pezzi da novanta della fantascienza italiana. Tra l’altro, Lungo i vicoli del tempo è uno dei primi Urania che ho comprato..

Lanfranco affronta un tema molto importante, nel postmoderno, il rapporto tra originale e citazione.

Infatti, ci sono voluti quasi duecento anni per avere di nuovo uno Shakespeare fedele all’originale. Io vengo dall’epoca della filologia, in cui ci si danna per restituire l’esatto significato di ogni parola di un testo. Si può giocare con i testi, il postmoderno ce lo ha insegnato, lo faccio anche io, ma il gioco deve essere assolutamente riconoscibile e non coinvolgere l’originale.

Ragionando per assurdo, uno che non abbia mai visto la Carmen, e non ne conosca la storia (ed è possibilissimo che ciò accada, visto che si tratta di un’opera lirica) e l’avesse vista per la prima volta in quella circostanza, considererebbe ciò che ha visto come la vera vicenda illustrata dal testo di Meilhac e Halevy e musicata da Bizet?

E poi, proprio un appassionato di fantascienza che ha scoperto che per anni ha letto classici tagliati, parzialmente riscritti, a volte “migliorati” con traduzioni infiorettate e svolazzanti, tanto da non essere certo della paternità di quello che ha letto, dovrebbe condonare certe operazioni?

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Il monoteismo solare dell’Imperatore Flavio Claudio Giuliano – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo post per indagare il pensiero dell’imperatore Giuliano, l’ultimo baluardo del tardo paganesimo che si frappose al dilagante cristianesimo, anche filosoficametne. Ecco un estratto:

Alla pari del Macedone, dichiaratosi figlio di Ammone, Giuliano si dichiarò ufficialmente figlio di Helios, nonché secondo Eracle-Mithra «destinato dagli dèi a restaurare l’ordine religioso e politico, nel mondo romano». In questo senso l’Imperatore diventa una sorta di salvatore del mondo abitato e la sua missione contro la Persia, lungi dall’essere un’operazione volta al mero profitto commerciale, «appare assimilata, attraverso la figura di Giuliano stesso, alla missione di purificare tutta la terra e il mare che Dio affidò a Eracle e Dioniso». L’avanzata verso Oriente di Giuliano, restauratore del monoteismo solare, è dunque da interpretare come un’avanzata incontro al Sole. Così come per Alessandro, questa avanzata deve necessariamente compiersi lungo le direttrici dell’ampiezza e dell’esaltazione.

Il rigetto del cristianesimo da parte di Giuliano si caratterizza in primo luogo come rifiuto dell’idea del Paradiso perduto che colloca il Soggetto non nel Centro, nel Polo celeste, ma al di fuori di esso. Tale Soggetto, concepito come Soggetto-esule, soffre della colpa del peccato originale. L’idea imperiale e politica di Giuliano afferma invece il carattere divino del Soggetto che ha sede nel Centro del cosmo. Questo Soggetto è assolutamente inseparabile da Dio (esaltazione) ed attraverso l’estensione orizzontale del suo potere (ampiezza) purifica lo spazio trasformandolo nuovamente in Paradiso. Al contrario, il Dio giudaico e cristiano, secondo le parole dello stesso Giuliano, sarebbe maligno, geloso e invidioso (cosa inconcepibile per una divinità) del fatto che l’uomo, «partecipando della vita, divenga immortale». E per evitare ciò ne impedisce la conoscenza del bene e del male.

Alessandro si inoltrò nella Terra delle Tenebre alla ricerca della Fonte di Vita che lo avrebbe reso immortale. Tuttavia, la sua missione non ebbe successo e solo il suo compagno Andreas (al-Khidr nella versione islamica della leggenda) riuscì a bere dalla Fonte raggiungendo l’immortalità. Questa “Fonte” non può che trovarsi nel Polo paradisiaco (il Paradiso Terrestre) che rappresenta il centro stesso del mondo. «Questo Polo è ancora effettivamente una parte del cosmo, ma la cui posizione è comunque virtualmente sopra-cosmica: così si spiega il fatto che di qui si possa raggiungere il frutto dell’Albero della Vita, il che equivale a dire che l’Essere pervenuto al centro del nostro mondo ha già conquistato l’immortalità». Ed è questo il Polo verso il quale tendeva Giuliano per ricongiungere l’uomo alla sua essenza spirituale primordiale perduta a causa dell’allontanamento dal Centro del bene.

La Dea Madre – Paveseggiando


Sul blog Paveseggiando un interessante e vasto intervento di Marija Gimbutas relativo al concetto, mito e culto della Dea Madre. Un passo significativo, tanto per darvene un assaggio e ingolosirvi.

Come avvenne il passaggio da un pantheon di Dee ad uno di Dei?
Secondo le Professoresse Marija Gimbutas e Riane Eisler questo passaggio fu un lento cambiamento. L’ arrivo degli Indo-europei in Europa creò un’ibridazione tra le due culture, dove però le dee furono, mano a mano, relegate al ruolo di mogli, amanti e figlie di questi nuovi dei, non più legati ai fenomeni ciclici della vita e della natura, bensì a corpi celesti o fenomeni atmosferici.
Non solo il pantheon fu rivoluzionato, ma anche i simboli della Dea, come ad esempio il toro, prima rappresentante della rigenerazione, dalla morte alla vita, simbolo della forza creatrice della Dea, diviene, nella chiave di lettura indo-europea, una delle metamorfosi usate da Zeus per poter rapire e violentare Europa. I nuovi dei non sono più portatori di vita e di prosperità, ma divinità guerriere, dal forte simbolismo bellico, tanto che molte delle antiche Dee europee furono militarizzate ed inserite nel nuovo pantheon indo-europeo.
Atena, Hera, Artemide, Ecate e Demetra trovarono spazio all’interno del pantheon maschile olimpico, ma queste dee di natura partenogenetica ed antichissime, divennero spose, moglie e figlie dei nuovi dei indo-europei, spesso senza esiti felici, come il matrimonio tra Hera e Zeus, avvenuto con l’ inganno per poter rigenerare la terra bisognosa di rinascere da un lungo sonno. Molte delle Dee furono vittime delle nuove divinità, come ad esempio il racconto di Poseidone che violentò Demetra mentre questa era alla ricerca della figlia Persefone, che è stata rapita e, a sua volta, violentata da Ade, il quale la trascina nel regno dei Morti, dove sarà costretta a vivere sei mesi l’ anno.

La Comune di Roma – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione de La Repubblica Romana, di Roberto Carocci, excursus storico sui momenti repubblicani di Roma attorno alla metà dell’800. Eccone un tratto estratto dall’articolo:

La società romana prerivoluzionaria era caratterizzata da un’economia stagnante e antiquata, con pochi centri produttivi, alti indici di disoccupazione e pauperismo. L’attività capitalistica era confinata nelle commesse pubbliche e la borghesia era stata costretta a riversarsi in alcune attività professionali emarginate dalla casta clericale saldamente arroccata a presidio della pubblica amministrazione. Le classi subalterne sopravvivevano con redditi insufficienti, la criminalità era diffusa e le controversie si risolvevano comunemente con lo “zaccagno”, il coltello da tasca. Delazioni e torture erano all’ordine del giorno e farsi crescere la barba poteva bastare per finire nelle liste nere della repressione papalina.

Eletto al soglio pontificio nel 1846 Giovanni Maria Mastai Ferretti inaugurò alcune timide riforme liberali che, lungi dal risolvere i problemi di fondo della formazione economico-sociale romana, consentirono il dispiegarsi di una soggettività popolare e plebea basata sull’alleanza tra artigiani e i ceti professionali. Nel giro di qualche anno, mentre in Europa dilagavano i moti rivoluzionari del 1848, i cortei e le manifestazioni passarono dai plausi alle riforme a rivendicazioni sempre più pressanti, fino a trasformarsi in assalti alle proprietà dei ricchi e in cortei armati cui partecipavano gli stessi che li avrebbero dovuti reprimere, cioè i carabinieri.
Dopo il punto di non ritorno costituito dall’allocuzione con la quale il papa rinunciava alla causa dell’unità italiana, gli eventi precipitarono: il 16 novembre 1848 a piazza del Popolo manifestanti e soldati fraternizzarono riunendosi poi in assemblea a piazza della Cancelleria, dove si approvò un programma di riforme democratiche e il proseguimento della lotta per l’unità nazionale. Il papa, protetto dalle guardie svizzere, dichiarò di non volersi piegare alla forza. Di notte si mise in testa un cappello tondo da semplice prete e sul naso un paio di occhiali verdi. Camuffato in questo modo fuggì a Gaeta da dove scomunicò gli insorti e chiese aiuto alle potenze straniere.
A Roma si svolsero elezioni a suffragio “universale” maschile, fu eletta un’assemblea costituente e dichiarata la repubblica con a capo un triumvirato esecutivo. Ne erano membri Giuseppe Mazzini, il repubblicano Aurelio Saffi e il più moderato Carlo Armellini. Nell’Urbe dilagò la fes, il carnevale repubblicano fu più allegro e colorato del solito, anche se gli aristocratici evitarono di farsi vedere. A sostegno della tesi della correlazione tra l’emergere della soggettività di classe e di genere, la giornalista statunitense Margaret Full notò invece “Parecchie donne piacenti, vestite tutte di bianco, che portavano irriverenti il berretto rosso della libertà”.

Cesare il conquistatore | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione alla seconda puntata della saga di Franco Forte incentrata su Giulio Cesare, Cesare il conquistatore.

Dopo Cesare l’immortale, Mondadori 2016, ecco il seguito. L’eroe romano non è morto nella congiura delle Idi di marzo. Insieme a Bruto ha messo in scena il finto assassinio e, a capo di un manipolo di soldati ottimamente addestrati, la Legio Caesaris, si è portato nella mitica isola di Thule per combattere contro le creature che conoscono il segreto della vita eterna e strapparglielo. Ma è stato sconfitto insieme a Cicerone, Bruto, Spartaco e gli altri soldati.

Da qui ha inizio il secondo volume. Per conquistare la vita eterna occorre un’altra terribile impresa: la discesa nell’Averno per poi gettarsi nelle acque del fiume Stige che rendono immortali. Ma lo Stige non è altro che il nome antico del Nilo. Dunque il prossimo traguardo, una spedizione con l’aiuto della regina Cleopatra per risalire lungo il grande fiume fino alla sorgente e raggiungere il luogo segreto in cui è custodita la barca Mesektet di Cheope, partendo da Alessandria d’Egitto nel 30 a.C. Spedizione oltremodo dura e difficile, anche per l’età del dittatore ormai settantenne insieme agli altri compagni di viaggio segnati anch’essi dal Tempo. Vedi, per esempio, lo stesso Cicerone attaccato alla bottiglia e che fatica ad orinare, mentre Cleopatra mantiene ancora  intatto il suo sorprendente fascino e la sua sorprendente sensualità.

La forza di una linea narrativa del genere, abbinata al Fantastico, rende la strada italiana alla ricerca di una nuova linfa vitale espressiva come davvero unica, nessun altro al mondo può farlo se non gli autori italiani, non con questa capacità descrittiva che deriva da un contatto quotidiano con l’antico.. Complimenti a Franco!

Reminiscenze


I confronti sono esternati sulle linee canoniche del Cardo e del Decumano, lì dove i ricordi affondano nella mitologia e nella dominazione.

“Flavio Belisario” di Alberto Magnani: la sua lunga carriera dentro e fuori dalle braccia dell’imperatore | OUBLIETTE MAGAZINE


Per me, che ho scritto l’Impero Restaurato, trattare dei Bizantini, di Giustiniano I e del suo tempo è sempre un’emozione. Segnalo quindi questa pubblicazione, Flavio Belisario, che parla diffusamente del generale di Giustiniano che conquistò buona parte dell’Italia e della parte occidentale di quello che una volta era l’ecumene romano. Da OublietteMagazine.

La parte occidentale dell’impero, dopo la caduta di Roma, era stata occupata da popolazioni di origine barbarica che, a più riprese, si erano appropriate di porzioni di territorio fino a diventarne i proprietari assoluti.

È proprio in questo spirito di rivincita e rivalsa che nasce Flavio Belisario (Flavius Balisarius), che fu uno degli ultimi grandi generali della romanità tutta.

Il generale nacque nella città di Germania nel 500 a.C. circa e morì a Costantinopoli nel 565, anno in cui morì anche l’imperatore a cui aveva dedicato la sua vita: Giustiniano.

I primi anni alla corte di Costantinopoli, Belisario li passò dedicandosi al suo addestramento, entrando prima nel corpo dei “protectores” e arrivando, infine, a ricoprire, lungo i suoi anni di servizio, numerose altre cariche militari e politiche affidategli dallo stesso Giustiniano.

La figura di Belisario, le sue azioni e la sua vita ci vengono narrate dallo scrittore Procopio di Cesarea che, al fianco del generale, svolgeva il compito di consigliere o segretario. All’inizio i rapporti tra i due erano idilliaci ma, ad un certo punto, si incrinarono fino a raggiungere, quasi, la derisione e il biasimo nelle “Carte Segrete”.

Il suo “biografo” non è l’unico con cui Belisario si trova ad avere dei dissapori. Durante la sua lunga carriera, tra successi e cadute in disgrazia, il generale si scontrò con altri suoi colleghi, alcuni usati come pungolo nei suoi confronti proprio dallo stesso imperatore.

Magnani, in questo suo scritto, ci illustra la figura, mostrandoci il suo essere soldato ma anche il suo essere uomo. Dai rapporti burrascosi con la moglie Antonina, che gli era infedele, alle sue difficoltà a comprendere per quale ragione l’imperatore lo caldeggiasse offrendogli il comando ma, al contempo, lo sminuisse inviando altre figure, come quella di Narsete, che erano pronte ad ostacolarlo.

Il quadro che ne risulta è quello di un generale che ha consacrato la sua esistenza all’unico compito di servire Costantinopoli – Roma e il suo imperatore Giustiniano ma anche quello dell’uomo che, spesso, si è sentito tradito e messo in ombra proprio da colui che così fedelmente serviva.

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Blogger e studente di Comunicazione e ricerca sociale. Scrivo di geopolitica, diritto e tematiche ambientali, attraverso un'ottica globale sulla società europea ed internazionale.

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