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Origines | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un’approfondita analisi sulla genesi di Roma e sulle fonti antiche che, in qualche modo, hanno gettato sia luce che mitologia su quei lontanissimi tempi. Da bersi fino in fondo.

È possibile che la politica nella fase iniziale della vita dell’Urbe, sia stato condizionata dal rapporti, a volte collaborativi, a volte conflittuali, tra due gruppi gentilizi: il primo, che la tradizione considera di
origine sabina, a cui sono associate le figure semi mitologiche di Numa Pompilio e Anco Marzio, la cosiddetta gens Hostilia, con le figure di Osto e Tullio Ostilio; in particolare la storicità di quest’ultimo potrebbe essere confermata dalla oinochoe con l’iscrizione mi hustileia rinvenuta a Vulci, databile a questa età, e da riferire forse a scambi di doni tra i ricchi signori di Vulci e di Roma. Proprio al regno di Tullio, datato dalla tradizione al 672-640 a. C. è attribuita la ricostruzione il muro alle pendici del Palatino e la fondazione del primo pavimento del Foro, che comincia così il suo processo di monumentalizzazione.

 

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Vola nel fantastico deviato dal passato.

Essere partigiani, ieri e oggi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bel post che prende lo spunto da un libro di Valerio Monteventi, Tosti e giusti, che indaga a fondo il significato di cosa significhi essere ancora, al giorno d’oggi, partigiani; su cosa significhi lottare contro ogni tipo di fascismo, ideologia strisciante che tende all’oppressione, e al dimenticatoio dei propri diritti. Un estratto:

Quando gli anni passano (come nel mio caso) è facile farsi prendere la mano nel raccontare le storie dei tempi che furono. Ma se, nel richiamo alla memoria, ci si imbatte in episodi di grande dignità esistenziale o in significative battaglie per il riscatto sociale diventa una doverosa incombenza tentare di trasmetterne il valore ai più giovani.

Oggi che il virus del fascismo è di nuovo in libera uscita, che sulla scena si riaffacciano gruppi ispirati al Ventennio e al nazismo, la memoria corta è un lusso che non possiamo permetterci.

Quando, facendo leva sulle peggiori pulsioni della popolazione, prendono spazio retoriche populiste fondate sulla xenofobia, sull’antisemitismo, sulla discriminazione delle minoranze etniche, religiose e sessuali, sulla guerra alla società multiculturale, sull’identità di razza e sul nazionalismo estremo, dobbiamo ricordare cosa furono le leggi razziali volute da Mussolini.

E ci sono anche altre cose impossibili da sopportare: quei processi di rimozione che mandano in frantumi la memoria e la storia. È da un po’ di anni che, periodicamente, rispuntano letture revisionistiche del passato tese a descrivere la guerra di Liberazione come un sanguinoso ma normale conflitto tra due fazioni politiche opposte (i partigiani e i “ragazzi di Salò”), con un numero imprecisato di vittime da entrambe le parti.

Hanno provato a inzupparci come biscotti nella cosiddetta “pacificazione”, come se la grande rivolta popolare che nel ’45 sconfisse gli invasori tedeschi e i loro reggicoda in camicia nera fosse stata una battaglia tra soldatini di piombo. L’hanno chiamata “memoria condivisa”, anche se nessuno ci ha spiegato chi è che dovrebbe condividerla.

Ci vorrebbero abituare all’idea della storia come una specie di dermatite – sì, un’infiammazione della pelle – conseguenza di un’irritazione o di un’allergia. Le sue cause possono essere svariate e può colpire tutti: chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi è stato attivo e chi indifferente. ci vorrebbero convincere che la storia è fatalità e dalla fatalità tutto e tutti possono rimanere tra volti… per cui vale la pena rimuovere.

Ma gli esercizi di rimozione della storia rinsecchiscono la nostra materia grigia e, di conseguenza, la nostra visione del futuro. Quindi, è bene scansarli.

Nel periodo politico e culturale che stiamo vivendo, l’immaginario collettivo viene soffocato da molteplici sentimenti di paura: è un immaginario poco libero, colonizzato, etero-costruito, arroccato nei confronti del diverso e dell’altro. La politica è precipitata in una parodia mediatica che lascia ben poco spazio a movimenti duraturi, a conquiste so- lide, a interventi che non siano solo di facciata. Perfino i sogni e i desideri vengono manipolati.

Dobbiamo fare i conti con tutto questo e uno dei modi per farlo, soprattutto per chi ha la mia età, è quello di lasciare piccole tracce di memoria storica. Può essere un’operazione impegnativa, ma questo “peso della storia” non ci dovrebbe spaventare e non andrebbe aggirato appiattendoci illusoriamente sul presente.

Marco Aurelio interpreta Platone


Inumano, come i costrutti filosofici di abissi di tempo e pensieri elucubrati, fin dalla Classicità più rigogliosa.

Un intelletto veramente grande e capace di abbracciare col pensiero tutto il tempo e tutta la sostanza, tu credi proprio che consideri granché la vita umana? (Marco Aurelio, citando Platone – Il mantello di Porpora).

Frammenti di uno sciamanesimo dimenticato: le Masche piemontesi – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un post molto particolareggiato sul legame tra sciamanesimo e stregoneria, del Piemonte peculiarmente, dove la masche – streghe – operavano.

Esistono al mondo ben poche aree geografiche interessate dal “fenomeno” della Stregoneria quanto l’Italia: dai processi inquisitori nel Settentrione, dalla Liguria al Trentino, ai culti estatico-agrari del Friuli analizzati da Carlo Ginzburg, dalle Janare del Meridione alle omonime Janas sarde, dalla Stregheria toscana studiata da Charles Godfrey Leland in Aradia, il Vangelo delle Streghe (1899) alle più antiche tradizioni in merito alle Sibille appenniniche e cumane, la penisola italica sembra aver conosciuto una diffusione a macchia d’olio delle pratiche cultuali in esame, diffusione che nemmeno l’avvento del cristianesimo ha saputo attenuare, se non dopo molti secoli e al prezzo di molteplici vite umane.

Persino i più antichi numi delle popolazioni italiche, d’altronde, erano detti essere divinità “selvagge”, proprie di un mondo pastorale e non ancora stanziale, come i latini Silvano e Fauno e l’etrusca Feronia: tradizione che ci fa pensare a un’epoca arcaica, probabilmente il Neolitico, in cui doveva essere diffuso nell’intera penisola un sistema cultuale di tipo sciamanico, che noi abbiamo già in altra sede proposto essere il substrato reale del revival (sempre se di revival poi devesi parlare, e non piuttosto di un fenomeno continuativo) del “fenomeno stregonesco”.

In questa sede vogliamo limitarci ad analizzare la tradizione piemontese, nel cui ambito culturale le adepte al culto stregonesco vengono denominate con l’appellativo di “masche”, termine derivante dal longobardo che compare per la prima volta in un testo scritto nell’Editto di Rotari (643 d.C.) col significato di “strega”: «Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit»Ma il suo significato va ben oltre, come vedremo, alla semplice accezione utilizzata nell’Editto, assumendo all’occorrenza anche il significato di “spirito di un morto” e “demone maligno”.

Tuttavia, sebbene le testimonianze dell’era cristiana insistano particolarmente nel mettere in risalto i lati “sinistri” e “demoniaci” delle masche, nondimeno la tradizione popolare non le reputa del tutto malvagie: così come potevano maledire e avvelenare le loro vittime, esse erano anche in grado di guarirle, sia grazie alla conoscenza della scienza erboristica sia mediante pratiche “magiche”, o noi diremo piuttosto “para-sciamaniche”; così come scatenavano tempeste e guastavano i raccolti potevano anche allontanarle e favorire la fertilità dei terreni e l’abbondanza dei raccolti con operazioni rituali.

Palermo, la provocazione di Wu Ming: foto degli orrori del fascismo nelle vie intitolate ai gerarchi – Repubblica.it


Per non dimenticare l’abisso in cui certe persone e ideologie ci hanno cacciati e da cui non riusciamo a risollevarci. Da Repubblica, la provocazione dei WuMing: in ogni strada intitolata ai gerarchi del fascio, le foto e le descrizioni degli orrori di cui quel personaggio si macchiò.

Perché i fascismi ci sono sempre, e sono orribili, rigurgitano come le fogne ovunque, ogni giorno.

Estratto dall’intro di Il mantello di porpora, di Luigi De Pascalis


Dall’introduzione di Luigi De Pascalis al suo romanzo Il mantello di porpora, incentrato sulla figura dell’imperatore romano Giuliano l’apostata.

Il mantello di porpora dà voce agli sconfitti e ai dimenticati dalla Storia, primo fra tutti Giuliano con il suo progetto di restaurare i culti pagani. Impossibile non vedere una forte analogia con il periodo che stiamo vivendo. I mercanti hanno quasi scacciato il Dio cristiano dal suo tempio e ora ci sono templi dedicati al nuovo dio, il Mercato. Un dio capace di ridurre alla fame e alla disperazione interi popoli semplicemente sfiorando i tasti di un computer. Un dio spietato, i cui eserciti sono le Borse e la Finanza. Perché l’abisso che abbiamo ora davanti non è meno profondo e oscuro di quello che si prospettava all’Impero romano alla vigilia della sua caduta.

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