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Immagini del Retrofuturismo | ilcantooscuro


Il bravo Alessio “Galessio” Brugnoli ha redatto un post in cui traccia le differenze tra i vari sottogeneri del Fantastico e soprattutto SF in cui compare il suffisso punk; eccovi questo Bignami della nuova Fantascienza del Duemila e passa: mirabile…

Nel Sandalpunk, che può essere fracassone come un peplum o colto e misurato, rivive, nelle sue contraddizioni, il mito atemporale della classicità e della centralità dell’Uomo, intriso di eroismo etico e di equilibrio tra Natura e Cultura.

Nel Clockpunk, invece, la chiave di lettura dominante è lo stupore dinanzi alle infinite possibilità della tecnica.

Nello Steampunk dominano le contraddizioni del positivismo, con la lotta tra uomo e teknè alienante, che tende a ridurre ogni individuo in alienato meccanismo.

Nel Nouveaupunk – così mi piace definire con un pizzico di civetteria la mia narrativa – vige invece la malinconia di un’epoca che muore nella sensazione della tragedia imminente e ineluttabile contro cui gli uomini, senza speranza di riuscire, sono certi della sconfitta. In cui il sogno del Bello nasconde malamente la consapevolezza di una realtà industriale sempre più aliena dall’umano.

Il Dieselpunk, invece, è la realizzazione delle riflessione di Heidegger e di Severino sulla tecnica, viste come nascondimento e rifiuto dell’Essere, dato che il Reale si identifica in ciò che può essere dominato e utilizzato. E questo vale anche per l’Individuo, non più soggetto, ma oggetto del controllo dello stato totalitario.

E questa disperazione, che però dà sicurezza, è un’ancora in cui aggrapparsi nelle tempeste del Reale e si muta in malinconia, quando tutto è perduto: quando non rimangono che rovine e sogni, aperture al mistero dell’essere, siamo nell’Atompunk, in cui rinasce lo stupore dinanzi alle opere dell’Uomo, lo stesso che nasce osservando quel che rimane del Buran.

Aggiungo: in tutto ciò, il punk delimita l’approccio proprio del Cyberpunk e del Punk con un anarchismo di fondo, in cui la caoticità urbana e la sporcizia sociale danno derive da suburbi.

Eymerich | In libreria ad aprile


In uscita, a breve, il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, che torna a scrivere dell’inquisitore Eymerich. Dal suo sito:

Torna uno degli antieroi più amati dai lettori, l’inquisitore catalano Nicolas Eymerich, crudele e asociale quanto colto e intelligente.

È il 1374. Eymerich è incaricato dal papa Gregorio XI di indagare su un consigliere del re d’Aragona, sospettato di eresia e di arti magiche. Il domenicano intraprende, sulle tracce del dignitario, una spedizione che lo conduce dalla Provenza alle Alpi piemontesi, zone in cui prospera l’esecrata chiesa valdese. Il cammino, di castello in castello, di abbazia in abbazia, di villaggio in villaggio, è segnato da prodigi, strane apparizioni, misteriosi fenomeni celesti. Eymerich Inizia a sospettare che dietro le stregonerie si celi una delle più minacciose cospirazioni mai ordite contro il cattolicesimo.

Su un altro piano temporale, lo scienziato Marcus Frullifer è rapito e condotto in un osservatorio dal nome inquietante, retto dall’ordine dei Gesuiti. I religiosi hanno scopi ambiziosi, che coinvolgono il futuro dell’umanità. Frullifer, grazie a una formula matematica che scardina le fondamenta della fisica moderna, pare aiutarli nell’intento.

Tutto ciò è scandito da un libro scritto in un lontanissimo futuro, il Vangelo della Luna. In esso un oscuro Magister, sul satellite terrestre, espone alla figlia e ai discepoli il dogma cristiano della “resurrezione dei corpi”. E dimostra, con argomentazioni curiosamente analoghe a quelle di Frullifer, come il tempo sia reversibile e la morte sia accidente transitorio.

Erano romani i Neanderthal più antichi d’Europa – Terra & Poli – ANSA.it


L’antichità estrema dell’antropizzazione a Roma, e mi rivengono in mente le sensazioni di quei luoghi che inconsapevolmente ho vissuto, come un ritornare, come emancipare e rendere più vere le mistiche cerimonie arcaiche; affondando negli sciamani di allora, percependo la complessità emozionale di una vita lontana dalla nostra, contemplando i luoghi e le paure di una vita breve che si confronta con la morte facile e veloce… Dal sito ANSA:

Viveva a Roma la più antica comunità di Neanderthal di cui sia mai stata trovata traccia in Europa: lo dimostra la datazione di ossa umane e animali ritrovate lungo la valle dell’Aniene e risalenti ad almeno 250.000 anni fa. Li hanno analizzati i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), in collaborazione con i paleontologi delle Università della Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre. I risultati, pubblicati sulla rivista Plos One, aprono nuovi scenari sulle tappe dell’evoluzione dell’uomo e sui flussi migratori attraverso il Vecchio Continente.

Lo studio conferma la datazione che era stata fatta del sito di Saccopastore dove negli anni ’30 erano stati ritrovati due crani di Homo neanderthalensis. Studiando la correlazione tra cicli sedimentari e variazioni globali del livello del mare, si era capito che i terreni erano più antichi di quanto ipotizzato: 250.000 anni contro gli 80.000-125.000 delle stime precedenti. La conferma è venuta ora dal riesame dei resti fossili di daini appartenenti alla sottospecie Dama dama tiberina, raccolti insieme ai resti umani e conservati presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma.

La seconda novità dello studio riguarda alcuni frammenti di ossa umane rinvenuti insieme a resti faunistici e numerosi strumenti in selce in quattro località vicine: Ponte Mammolo, Sedia del Diavolo, Casal de’ Pazzi e Monte delle Gioie. I ricercatori sono riusciti a stabilire l’età dei terreni in cui furono ritrovati, datandoli tra i 295.000 e i 245.000 anni fa.

”I resti della Valle dell’Aniene costituiscono la più antica evidenza diretta della presenza dell’uomo di Neanderthal sul continente europeo”, precisa Marra. ”Gli uomini di Neanderthal potrebbero essere stati pertanto i protagonisti di una nuova antropizzazione dell’Europa avvenuta più di 250.000 anni fa: anche allora passando attraverso un’Italia ospitale, almeno dal punto di vista climatico, dove proprio nella sua capitale avrebbero stabilito una delle prime comunità”.

Luigi Pirandello: l’eccezionale video di una delle pochissime interviste mai filmate | KippleBlog


Su KippleBlog un bel post di Roberto Bommarito che segnala una delle poche interviste giunte fino a noi, in video, di Luigi Pirandello, rilasciata in occasione del suo Premio Nobel del ’34. Un autore per me da approfondire totalmente…

Lankenauta | Devadasi. Serva del dio al servizio degli uomini


Stralci di un mondo alternativo in un’epoca lontana, in un luogo remoto: India, primi secoli Dopo Cristo. Su Lankenauta.

Crediamo che anche un lettore poco informato sulle culture orientali potrà apprezzare il piccolo libro dell’indianista Daniela Bevilacqua: la capacità di sintesi e la comprensibilità – dobbiamo riconoscerlo – non sono qualità molto frequenti in opere che hanno un’origine accademica. Requisiti che però sono assolutamente necessari per poter  divulgare al grande pubblico un argomento come quello delle devadasi, le “serve del dio”: ovvero gli strumenti utili per circoscrivere, in poco più di cento pagine, vicende particolarmente complesse e contraddittorie. Più precisamente la storia di riti e di uno status sociale che mostra come, nel continente indiano e a partire dai secoli più remoti, siano stati interpretati e vissuti alcuni particolarissimi legami tra sesso e religione.

Volendo essere più precisi possiamo dire che la devadasi era definita “nityasumangali”, la donna sempre propizia: “sposate a un dio hanno uno status particolare poiché contraendo matrimonio con un immortale, non posso mai diventare vedove” (pp.27). Un elemento quindi indispensabile, nel tempio innanzitutto, per il benessere, la soddisfazione della divinità come per la longevità del sovrano. Anche l’etimologia della parola ci ricorda la particolare funzione che fu assegnata a queste donne,  forse anche a partire da un’età pre- vedica (3000 a. C. circa): “letteralmente ‘serva (dasi) del dio (deva)’ e indica quella bambine che vengono dedicate al culto e al servizio di una divinità o di un tempio per il resto della vita.

Daniela Bevilacqua ripercorre quindi i vari sviluppi storici e regionali della religione induista, sempre molteplici, che nelle, varie regioni del subcontinente indiano, hanno concretamente  interpretato la millenaria tradizione della devadasi; non prima di averci fornito un quadro storico generale quale, ad esempio, la diversa considerazione del tempio: “nei primi secoli d. C. il culto iniziò ad essere eseguito in templi pubblici a cui potevano accedere le genti del villaggio” (pp.35). E poi l’ulteriore evoluzione per cui il culto divenne più personale, tanto da includere “rituali volti a servire il dio come se fosse un sovrano o un nobile” (pp.37).

In altri termini, sempre citando alcune pagine del libro di Daniela Bevilacqua, possiamo dire che “le devadasi non erano solo delle ritualiste-artiste indispensabili alla buona riuscita dei samskara, ma anche simboli terreni della presenza divina. La funzione di nityasumangali e l’attività di benefattrici determinarono l’alta considerazione che la popolazione aveva di loro” (pp.80). Questo lo possiamo scrivere in merito alle devadasi che svolgevano la loro funzione secoli fa. Poi il colonialismo e anche le tradizioni millenarie sono cambiate. Leggiamo che “vari provvedimenti legislativi hanno portato al cambiamento di status e a una rivisitazione del loro ruolo”; tanto che oggi “la tradizione persiste soprattutto nelle regioni più povere come forma di prostituzione e in aree dove la dedicazione è frutto di ignoranza e superstizione”. Avvenimenti di cui, a torto o a ragione, abbiamo colto la paradossalità: ovvero come una cultura vittoriana, profondamente bigotta e moralista, abbia poi dato il via libera a un vero e proprio incentivo al “peccato”, sfruttamento della donna compreso.

Da chi salviamo la lingua? | L’indiscreto


Si può studiare in maniera scientifica l’evoluzione di una lingua che al tempo stesso vogliamo preservare, controllare e dirigere? Ma poi, da chi deve essere salvato l’italiano?

Questo è l’incipit di un articolo su L’indiscreto che interroga cosa rende viva una Lingua, portando come esempio la nascita della lingua volgare italiana, che prendeva le mosse dal latino del basso Medioevo e che rendeva la fonetica – non lo scritto – del latino parlato allora. Assai stimolante, tutto ciò…

Capua, marzo 960. Nel palazzo dei principi longobardi di Capua e Benevento il giudice Arechisi si prepara a quello che probabilmente ricorderà, negli anni a venire, come un giorno di lavoro fra tanti. Conosce bene il personaggio che si presenta a lui quella mattina, avendolo incontrato molte altre volte: si tratta del venerabile abate Aligerno, che regge da dodici anni l’abbazia di Montecassino. Conosce bene anche l’intenso lavoro svolto da Aligerno per ridare prestigio all’abbazia, riportandola nella storica sede che era stata distrutta dai saraceni nell’883 e recuperando tutte le proprietà e i terreni che nel frattempo sono stati usurpati dai privati. Non si sorprende quindi quando insieme ad Aligerno si presenta anche un certo Rodelgrimo con in mano una “scrittura”. Sa benissimo che Rodelgrimo contesterà all’abbazia la proprietà di certi terreni i cui confini sono accuratamente descritti nella carta che ha portato, ma anche che si tratta di una recita, il cui scopo è solo quello di ottenere una certificazione scritta e firmata da un giudice, cioè lo stesso Arechisi, che attesti invece i diritti dell’abbazia. Rodelgrimo, infatti, ammette subito di non poter produrre nessuna prova né testimone che confermi le sue pretese, al contrario dell’abate, il quale ha già pronti tre testimoni. Si conviene dunque di procedere secondo il rituale più volte collaudato: i testimoni, reggendo in mano la scrittura di Rodelgrimo, dovranno affermare che le terre contestate sono appartenute, nel corso degli ultimi trent’anni, all’abbazia dell’ordine di san Benedetto (secondo la norma risalente al diritto romano per cui dopo trent’anni di possesso ininterrotto si presume la legittima proprietà). Svoltasi questa cerimonia, e dopo che il giudice ha preso la sua decisione confermando le terre all’abbazia, si affida a Pietro, il notaio di palazzo, il compito di stendere su una pergamena – che sarà poi firmata dal giudice e dai notai – il resoconto di quanto appena avvenuto. A questo punto accade qualcosa di strano; quando Pietro deve riportare in discorso diretto quanto affermato dai testimoni, prende una decisione inedita, ispirato forse da un principio di assoluta obiettività: ovvero scrive esattamente quel che ha sentito, riporta in scrittura non il senso delle testimonianze ma il loro suono. Ed ecco che il latino medievale del documento, con la sua grammatica e il suo lessico, viene improvvisamente solcato  da suoni praticamente privi di senso perché mai prima canonizzati, da quello che al momento non è altro che puro rumore: “sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti benedicti”.

La storia della lingua italiana, che in questa fase dobbiamo ancora chiamare “volgare”, comincia da questo episodio, che qui abbiamo un po’ romanzato. il cosiddetto “placito capuano”, conservato nella biblioteca dell’abbazia di Montecassino, è infatti la prima attestazione scritta di quella che potremmo considerare un’antenata della nostra lingua. Non lo possiamo chiamare ancora italiano perché non esiste ancora una norma culturale sulla quale misurare la correttezza di quelle espressioni che dovremmo quindi considerare  appartenenti in tutto e per tutto al mondo della natura, estranee a quello della cultura e quasi al livello dei versi animaleschi.

La trafila cognitiva


La trafila si profilava oltre le Montagne della Follia, a cercare i rimandi tra i territori delle Terre di Mezzo e gli abissi siderali dello SpazioTempo sconosciuto: tutto si unisce, attraverso gli sciamani.

Chiara Prezzavento

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… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

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