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Melian obsidian in NW Turkey – Neolithic Trade in the Aegean – Novo Scriptorium


Su NovoScriptorium un post che testimonia il commercio di ossidiana nel periodo preistorico, in particolare nel Neolitico, nel quadrante nordovest turco. Un estratto in inglese, per me significativo in questo momento perché cita l’ossidiana, che torna continuamente da alcune ore.

In this post we present selected parts of the very interesting paper titled “Melian obsidian in NW Turkey: Evidence for early Neolithic trade”, by Catherine Perlès, Turan Takaoğlu and Bernard Gratuze (2011).

“The Cycladic island of Melos was the main source of obsidian in the Aegean world. This raw material was exploited and distributed throughout the region from the Final Palaeolithic period until the Bronze Age (Carter 2009; Runnels 1983; Torrence 1986). (…) In the Early and Middle Neolithic of Greece (ca. 6600–5800 CAL B.C.), obsidian trade appears to have been in the hands of itinerant specialists who were both seafarers and skilled knappers; they were responsible for the exploitation of the Melian quarries and for the production and distribution of obsidian blades and bladelets (Perlès 1990a, 2004). (…) The presence of obsidian in the Final Palaeolithic and Mesolithic deposits at Franchthi Cave, four millennia earlier, shows, however, that knowledge of both navigation techniques and the island’s resources was established well before the onset of the Neolithic (Perlès 1987, 1990b). (…) Melian obsidian artifacts have been identified at numerous Early Neolithic sites (ca. 6800–6000 CAL B.C.) on the Greek mainland and on some Aegean islands (Perlès 2001; Torrence 1986). More recently, several Early Neolithic sites in western Turkey have yielded obsidian from Melos and demonstrate that its distribution extended to the eastern side of the Aegean Sea. (…) New archaeological excavations conducted at Early Neolithic sites dated to ca. 6500 CAL B.C., such as Yeşilova, Ege Gübre, Ulucak, Araptepe, and Dedecik-Heybelitepe in the Izmir region  shed new light on the Neolithization of west-central Turkey (Çilingiroğlu and Çilingiroğlu 2007; Derin 2007; Derin et al. 2009; Sağlamtimur 2007; Lichter 2002; Lichter and Meriç 2007). Several of these sites have yielded Melian obsidian, sometimes in large quantities (Lichter and Meriç 2007).

Rome’s Commerce with India – Travel between Italy and the Near East – Novo Scriptorium


Su NovoScriptorum un lungo post – in lingua inglese – in cui si dettagliano i movimenti commerciali del periodo d’oro dell’Impero Romano verso l’est asiatico, Cina e India in particolare, ma credo anche Giappone. Un estratto:

The first two centuries of the Roman Empire witnessed the establishment and development of a profitable commerce between two great regions of the earth, the Mediterranean countries and India. We need not wonder at this. In the first place, the century after Christ was an era of new discoveries and enterprises, for the western world, after ages of struggle, was united under the firm rule of Rome, and, in the enjoyment of lasting peace and prosperity, was ripe and ready for fresh developments in the intercourse of men; in the second place, the welding of the races of the West and of the near East into one well-governed whole brought into sharp relief the prominent geographical feature formed by Asia Minor, Palestine, Arabia, and the north-eastern corner of Africa. By using the near East as a base, merchants filled with the western characteristic of energetic discovery and the will and power to expand, backed by the governing power of Rome and the prestige of her great name, and helped by Roman capital, were readier to push eastwards by land and sea than they had been before. The moving force from first to last came from the West; the little-changing peoples of the East allowed the West to find them out. We have, then, on the one side India of the Orient, then, a disjointed aggregate of countries and, while open to commerce, content generally to remain within her borders and to engage in agriculture. On the other side we have Rome, also at first agricultural, but now risen after centuries of triumph to be mistress of a vast empire of peoples, with whom and through whom she conducted all her commerce. The peculiar attitude of Indians and Romans towards commerce caused them to meet each other rarely along any of the routes which linked them over long distances, and to conduct their affairs over unexplored seas and dangerous solitudes on land by means of intermediaries.

La colonizzazione del sapere: la storia nascosta dietro le piante medicinali – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un testo francese – La colonisation du savoir di Samir Boumediene, ancora non tradotto in Italia – che parla delle interazioni tra medicina e società, nel senso di colonizzazioni di nuovi territori, con loro erbe, medicine, tecniche mediche e quant’altro, e le conoscenze che i colonizzatori si portano appresso dal vecchio mondo. Penso sia chiaro che si sta parlando della brutalizzazione che il mondo europeo ha operato sui nativi americani a partire da Colombo, schiavizzandoli per un imperialismo che era – ed è – un lontano riflesso del pur brutale imperialismo romano. Qualche brandello di discorso e la chiosa:

Si allarga lo sguardo partendo dalla storia moderna delle piante medicinali del “Nuovo Mondo”, e lo fa in maniera intelligente, radicale, appassionante. Che molti prodotti oggi parte integrante delle abitudini di centinaia di milioni di persone in Europa siano originari dell’America (si pensi al tabacco, al cacao, al pomodoro) è un fatto risaputo; ma ridurre tutto a meri spostamenti di risorse attraverso l’Atlantico significherebbe non cogliere le implicazioni sociali, religiose, politiche, economiche. Ogni oggetto ha una storia incorporata inscindibile dalla materia tangibile. La colonisation du savoir prova a raccontarla prendendo le piante medicinali come indicatori dei rapporti di forza nella società e spiegando che, visto che la storia è incorporata negli oggetti, “tutti i giorni inghiottiamo dei morti”.

La prima cosa analizzata nel libro è il rapporto contraddittorio tra i popoli colonizzatori e il sapere dei popoli colonizzati. Quando gli europei giungono in America, si trovano al cospetto di un “nuovo mondo medicinale”, abitato da piante mai viste prima utilizzate da popoli mai visti prima in modi mai visti prima. L’atteggiamento dei coloni è dapprima di indifferenza per l’ignoto: se i coloni attraversano l’oceano è per trovare ciò che cercano (per esempio le spezie asiatiche), non scoprire cosa di nuovo esiste sul posto. Non appena si imbattono in qualcosa di vagamente familiare, usano i nomi delle piante e sostanze che cercano, quelle del Vecchio Mondo, eventualmente limitandosi a precisare la provenienza geografica. In realtà, spesso si tratta di piante molto diverse, simili solo per alcune delle loro proprietà. Spinti dalla volontà di trovare precisi prodotti gli europei esagerano le somiglianze e minimizzano le differenze. Per questo motivo, “le piante americane sono dei mosaici, ricomposizioni di cose conosciute” (p. 72). Questo gioco di specchi in cui gli oggetti europei sono la norma e tutto il resto del mondo non è che un loro riflesso continua ancora oggi, nascosto per esempio nel cripto-razzismo di chi definisce “etnica” qualunque cucina che non sia di origine europea.

Per certe piante americane gli europei provano non indifferenza ma repulsione ed è chiaro che l’origine di tale disgusto non è tanto da cercarsi nelle loro proprietà organolettiche quanto nel razzismo. Il cioccolato è descritto all’epoca come “brodaglia per porci più che per uomini”, il mate è considerato una bevanda diabolica che fa “vomitare come bestie”, la coca e il tabacco sono ripugnanti. Come descritto altrove, lo stesso vale per altre piante: secoli dopo l’importazione e l’acclimatazione di specie nutritive come la patata o il pomodoro, ancora naturalisti e medici europei mettevano in guardia dalle loro presunte “scarse proprietà nutritive”.

Certi elementi della farmacopea americana poterono attraversare l’oceano ed essere integrati alle pratiche e i saperi medici europei. L’integrazione non fu un semplice passaggio da una sponda all’altra: fu una continua metamorfosi.
Un esempio notevole è costituito dalla china, cui l’autore dedica una buona parte della ricerca. La china si presenta come una “corteccia rossastra e amara”, in grado di curare le “febbri intermittenti”, corrispondenti alla malattia oggi nota come malaria. Per i principi della scienza medica europea dell’epoca (teoria degli umori) l’efficacia della china contro le febbri intermittenti è “inspiegabile”, e in questo contesto nascono accesi dibattiti a suon di libelli, schedule e trattati (p. 209). Come risultato, il sapere medico è rimodellato e ridefinito e lo stesso accade alle visioni del mondo ad esso sottese, portando a profonde conseguenze sulla farmacia europea e sul rapporto medico-paziente nonché all’instaurazione delle prime politiche sanitarie moderne. Inoltre, le proprietà curative della china facilitano la colonizzazione di Africa e Asia e la crescente richiesta di china porta alla degradazione delle condizioni di lavoro e al disastro ecologico nei suoi luoghi d’origine. È chiaro che appropriandosi della china gli europei non si appropriano solo di una pianta, ma della capacità di gestire le sue proprietà (il suo potere).

Ecco, allora, cosa insegna questo libro: prima di tutto, che in questo mondo frammentato anche se iperconnesso, la storia continua a impregnare tutto e a vivere dietro ogni cosa. La resistenza non muore mai. In secondo luogo, che l’appropriazione delle forme del sapere (lingue, usi, conoscenze) non è un contorno della storia della colonizzazione, un effetto collaterale della conquista, bensì un suo punto fondamentale: addirittura una sua condizione, con conseguenze sul significato pratico di decolonizzazione e sulla riflessione politica in seno al movimento antirazzista e anticoloniale.
Ma soprattutto, punto oggi di estrema attualità, rivela ciò che di non scontato esiste dietro la cura e la medicina e come diversi modi di porsi rispetto alla salute, alla cura del corpo e della mente, alla responsabilità verso il prossimo possono essere, anzi certamente sono, dietro ogni gesto.

A letto con i Romani. Uno sguardo alla sessualità nell’antica Roma. – TRIBUNUS


Su Tribunus un post che indaga la sessualità nell’antica Roma; vi lascio ad alcuni interessanti stralci:

Da varie rappresentazioni (es. affreschi, lucerne, etc.) si possono riscontrare alcune delle preferenze dei Romani durante l’amplesso, sia per quanto riguarda le posizioni che per altri dettagli. Per esempio: la donna, solitamente, non scioglieva i capelli durante l’atto, ma era anzi considerato molto più sensuale che mostrasse la nuca e raccogliesse i capelli sopra la testa. Inoltre, le donne pare che spesso non togliessero il reggiseno (strophium): questo forse perché il seno non era considerato un “oggetto di desiderio”, oppure perché lo strophium potrebbe aver avuto lo stesso valore della nostra lingerie.
Le donne, infine, non son quasi mai del tutto nude: indossano spesso gioielli, bracciali, cavigliere. Tra le pratiche sessuali più particolari, inoltre, c’era quella di porre specchi per potersi vedere, mentre si faceva sesso. Ovviamente, essendo degli oggetti molto costosi, specie quelli in vetro, questa pratica era diffusa solo nei ceti più abbienti.
I Romani chiamavano la stanza con gli specchi “speculatum cubiculum“. Vi son molti famosi personaggi amanti di questa pratica, tra cui il poeta Orazio.

Anche l’osservazione dell’atto sessuale era spesso considerata eccitante. In latino, si indicava col termine “lascivus” colui che si eccitava nel guardare due persone intente nell’atto sessuale.
I luoghi più adattati per cimentarsi in questa pratica erano ovviamente i lupanari (ovvero, i bordelli), poiché le stanze di questi luoghi erano solo nascoste da delle tende, e le pareti avevano delle piccole aperture. Anche alle terme era possibile spiare corpi nudi maschili o femminili, ma giochi di più raffinato erotismo avvenivano nelle case private. I più ricchi, infatti, possedevano dozzine di schiavi, ed uno di questi era detto cubicularius. Questo fidatissimo schiavo dormiva per terra, davanti all’uscio della camera da letto dei padroni, e doveva assisterli in tutto, anche durante i rapporti sessuali (versando da bere, o portando una lucerna). Questo è visibile anche in molti affreschi pompeiani.

Visto il ruolo attivo e la valenza dell’atto sessuale per l’uomo, le donne dovevano spesso far i conti con l’irruenza degli uomini, e in qualche modo evitarli, senza dover dir sempre di “no!”.
La donna doveva farsi desiderare, per far crescere il desiderio nell’uomo, e creargli l’aspettativa di esser sul punto di riuscire a conquistarla, per poi rinviare questa certezza. Tra le numerose scuse usate tra il gentil sesso per rimandare anche all’ultimo momento un incontro amoroso, o una focosa notte di passione, ce n’è una intramontabile, in voga ancora oggi: il mal di testa!
Un’altra scusa molta usata era quella dei divieti e dei giorni di astinenza sessuale imposti dalla venerazione della Dea Iside, il cui culto era infatti molto seguito dal gentil sesso. Nessun uomo romano era a conoscenza con precisione di quali fossero queste giornate, e così erano facilmente tratti in inganno. Ma le donne romane sapevano che non bisognava negarsi troppo a un uomo, o questo avrebbe poi perso l’interesse nei loro confronti.
Lo stesso poeta Ovidio scriveva: “Negati molte notti, fingi un dolore di testa, un’altra volta Iside ti fornirà pretesti. Poi ricevilo, affinché non contragga l’abitudine di sopportare e non venga meno un amore troppo spesso rifiutato.”

Intervista a Giorgio Galli: esoterismo, cultura & politica – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista di pochi anni fa al recentemente scomparso Giorgio Galli, in cui vengono tracciate le rotte culturali, cultuali, sociopolitiche ed economiche di questi decenni, che ovviamente affondano nell’humus fantastico del passato, a volte anche remoto. Vi lascio ad alcuni piccoli stralci, ma ovviamente l’invito esplicito che vi faccio è quello di leggere attentamente tutta la chiacchierata, troverete delle belle sorprese.

Come interpreta il ritorno di interesse verso tematiche di tipo esoterico nel cuore dell’epoca post-illuminista e positivista?

Credo che una risposta non si possa dare che in termini di probabilità. Penso che ciò che definiamo esoterismo sia un deposito di antiche culture che hanno percepito, sia pure in modo confuso, un modo di rapportarsi con la realtà che aveva degli elementi di validità, che sono stati del tutto accantonati dalla rivoluzione scientifica ma che probabilmente sono insiti, per così dire, in un modo particolare della natura umana di approcciarsi con la realtà. Questo non vuol dire che non sia valida l’impostazione della rivoluzione scientifica, coi grandi risultati che ha dato. Ma probabilmente ci sono modi di interpretare la realtà irriducibili a quelli della scienza (basata sull’esperimento, sulla verifica e sulla ripetibilità dell’esperimento), altri paradigmi, insomma, rispetto a quello positivo. Basti pensare al ruolo dei miti e delle leggende e al peso che hanno avuto nell’evoluzione dell’uomo. La mia interpretazione è che questi modi siano talmente forti e radicati da riuscire a resistere alla prima ondata della scienza – quando questa cercava di spiegare tutto, sommergendo così gli approcci “esoterici”. Via via questa ondata è diminuita di intensità (basti pensare al venir meno, nella scienza odierna, dell’onnipotenza del positivismo, con l’effetto che gli stessi scienziati sono ben consapevoli dei loro limiti). Ebbene, dopo la crisi della fiducia seicentesca, culminata nell’Illuminismo del Settecento, questo modus operandi definito esoterico, componente fondamentale dell’essere umano – pure con la sua carica di ingenuità e di approssimazione, naturalmente – tende a riemergere. Io credo che questa sia una possibile spiegazione.

Qualcosa è andato perduto, insomma?

È venuto meno, appunto durante la prima ondata di ottimismo di una scienza che pretende di spiegare tutto in maniera esaustiva, un modo diverso di confrontarsi con la realtà, riemerso a seguito della crisi delle “sicurezze” scientifiche. Questa è un’ipotetica spiegazione – altrimenti si cadrebbe in contraddizione. Ad esempio, non si spiegherebbe perché il grande salto in avanti della fisica quantistica sia avvenuto nella Germania a cavallo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, in quella stessa Germania in cui ebbe particolare vivacità la rinascita astrologica e in cui si vide il fiorire di quegli approcci esoterici che si svilupperanno poi, peraltro, nel nazionalsocialismo. Molti degli scienziati che si occupavano di energia atomica – le cui ricerche portarono a supporre la Germania potesse disporre della bomba atomica persino prima degli Stati Uniti – credevano nella validità dell’astrologia. Ebbene, proprio in questo stesso periodo sembrerebbe contraddittorio assistere, da un lato, al grande sviluppo scientifico, dall’altro, al riemergere di queste altre culture. Se si pensa appunto a un’alchimia che prepara la chimica o ad una astrologia che annuncia l’astronomia, come spiegare questo ritorno di interesse? Sono impostazioni irriducibili ad un comune denominatore, entrambe molto forti, che periodicamente riemergono, spesso a seguito della crisi dell’altro paradigma.

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Lankenauta | Cartagine oltre il mito


Su Lankenauta una recensione a Cartagine oltre il mito: prima e dopo il 146 a.C., saggio storico e archeologico di Giovanni Di Stefano che indaga accuratamente i secoli di Storia in cui la città fenicia ha avuto rilievi d’importanza. Uno stralcio:

C’è una sorta di mitologia attorno alla città fenicia di Cartagine che nasce con la sua fondatrice, Elissa, in fuga da Tiro – siamo nel IX secolo a.C., chiamata Didone dalla popolazione della costa africana (dove infine la fuga termina) e continua con la costruzione della città nuova, Qrt Hdst secondo la toponomastica punica. I Fenici sono marinai-commercianti, alla perenne ricerca di oro e argento (così li descrivono Erodoto e Diodoro Siculo), seguaci di dèi sanguinari: ma forse qui il mito dei tophet – uno è visibile sull’isola di Mozia, di fronte a Marsala – cioè i cimiteri che conterrebbero i resti di infanti sacrificati – deve la sua origine più a una storiografia greca “partigiana”, e ai romanzi di Flaubert, che alla realtà storica.

Cartagine è la mitica città da cui muove Annibale, e nella quale si svolgono le guerre puniche, ma sarà anche la patria di Tertulliano, Agostino, Fulgenzio. Una “seconda Roma”, secondo lo stereotipo che continua a condizionare l’immaginario collettivo, come giustamente nota Massimo Cultraro nella prefazione. Un punto strategico, crocevia tra Occidente e Africa, luogo di scambi, di incontro tra culture, ma anche centro di interesse, nella scacchiera imperiale, per rafforzare l’autorità, o per giochi di forza (si veda la rivolta contro Massenzio).

Il periodo romano della Colonia Iulia Concordia Karthago dalla fase augustea a quella giulio-claudia è ben attestato innanzitutto da tre monumenti figurati: l’Ara Gentis Augustea, contemporanea alla romana Ara Pacis, rinvenuta alla Byrsa, anepigrafica ma riconducibile al liberto Publio Perelio Edulo, istoriata con i topoi  iconografici romani della fuga di Enea con Ascanio e Anchise, la dea Roma, Apollo e una scena di sacrificio; e due lastre d’altare provenienti dall’area situata tra le cisterne della Malga e l’anfiteatro, vicino all’ingresso principale della città: anche in queste lastre le raffigurazioni ripropongono iconografie romane, influenzate dalla committenza e dalla religiosità locale (culto di Demetra, richiami egizi al culto di Osiride, Marte Ultore, Venere e forse una solennizzazione del giovane Gaio Cesare, prematuramente scomparso, cui venne assegnata postuma la vittoria sui Parti). Sia l’ara che il tempio mostrano da un lato la continuità della nuova colonia da Roma, ma ostentano i risultati della pax augustea che assieme all’ubicazione dei  luoghi politici, religiosi e pubblici della città (foro, ingresso, anfiteatro, templi, terme), fanno di Cartagine davvero la “Roma africana”.

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È morto il politologo Giorgio Galli – la Repubblica


Su Repubblica la notizia della morte di Giorgio Galli, politologo e profondo conoscitore delle manovre occulte che si agitano nelle motivazioni sociopoliticoeconomiche mondiali – cito, una su tutte, il suo saggio Hitler e il nazismo magico. Estrapolo un passo assai illuminante dal necrologio del quotidiano, sapendo già a cosa sarebbe andato a parare il buon Giorgio; e voi, l’avete già capito?

Ha collaborato con riviste come Panorama e Linus e, studioso prolifico, ha firmato moltissime pubblicazioni spaziando dalla politica italiana del dopoguerra al nazismo, passando da Hitler a Giulio Andreotti, fino ai temi legati alla più stretta attualità. Fra i titoli dei suoi lavori “Storia dei partiti politici europei”, “Partiti politici italiani (1943-2004)”, “Mezzo secolo di Dc”, “Esoterismo e politica”. Era da poco uscito per Oaks editrice il suo saggio “Hitler e l’esoterismo”.

Aveva recentemente consegnato un intervento destinato al primo numero del 2021 della rivista legata all’istituto Civica sulle minacce alla democrazia rappresentativa. Sempre per la Kaos edizioni aveva pubblicato da poco anche “L’anticapitalismo imperfetto”. A dare la notizia della scomparsa di Galli è stato l’amico Mario Caligiuri con il quale il politologo aveva firmato proprio quest’anno “Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia”, pubblicato da Rubbettino. Nel libro gli autori analizzavano il ruolo delle multinazionali approfondendo i rapporti con i fondi sovrani e la criminalità, i paradisi fiscali e la politica energetica.

Il bosco sacro dei Parioli e il capodanno nella Roma antica – TRIBUNUS


Conoscere questi luoghi, quelle empatie, quei piccoli segni che lasciano filtrare il contatto trascendentale… Su Tribunus qualche nota sul bosco sacro dei Parioli.

A Roma, nell’area dove sorge l’attuale quartiere di Parioli, nell’antichità vi era un Bosco Sacro, che i Romani credevano fosse abitato dalle Ninfe. Quest’area verde era intoccabile, le distese di arbusti erano come templi, e tutto ruotava attorno a una sorgente naturale (Piazza Euclide, ndr). Intorno a quest’ultima era stata costruita un’enorme vasca, che raccoglieva l’acqua della polla: questa sacra sorgente era dedicata a una divinità molto antica: Anna Perenna, che presiedeva allo scorrere del tempo, e del suo continuo rinnovarsi.
Non a caso, uno degli auguri che i Romani si scambiavano era: “Annare Perreneque commode”, cioè “Trascorrere un ottimo anno da capo a coda”. Un buon auspicio, pronunciato soprattutto in occasione del Capodanno.
In epoca repubblicana, questa festa era celebrata attorno alle celebri Idi di Marzo (15 del mese), mentre in età alto imperiale vennero anticipate al primo di Gennaio.
In migliaia si radunavano attorno alla sacra fonte per banchettare, divertirsi, e cantare. Lunghi tavoli erano posti lungo la via Flaminia, e l’alcool scorreva abbondante.
Secondo il poeta Ovidio, la festa era molto giocosa e a chiaro sfondo erotico, poiché la celebrazione aveva un carattere iniziatico, e molto donne avrebbero perso la verginità in tale occasione. Nella fonte, inoltre, i Romani gettavano molte offerte, tra le quali uova (simbolo di fecondità e fertilità) o pigne (simbolo di fertilità, ma anche di castità).
La fonte di Anna Perenna continuerà a esser il fulcro del culto legato alla fertilità, al buon augurio, e alla festa per il nuovo anno almeno fino al III secolo d.C. Intorno al IV-V secolo sarà usata solo per pratiche oscure legate soprattutto alla superstizione popolare. L’imperatore Teodosio ne vorrà la definitiva chiusura, per via della proibizione dei culti pagani.

Suoni dal tempo | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un nuovo numero per la collana Innsmouth, di DelosDigital, dedicata al weird: Suoni dal tempo, Enzo Verrengia. Ecco la quarta:

Suoni dal tempo è l’avventura di due “fantarcheologi”, Bren Langster e Gavor Torrance, che per conto della NSA esplorano un’isola dove, a causa di un fenomeno quantistico, si aggregano i suoni di tutte le voci umane, del passato e del futuro. Questo potrebbe avere risvolti militari, poiché analizzandole si verrebbe a conoscenza di intenzioni ostili e non solo. Un racconto Weird che trae spunto da una vicenda realmente avvenuta, un po’ come in The Terror.

Che cos’è il Teriantropismo? – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una lunga trattazione che prende spunto dallo sciamanesimo e indaga le pitture rupestri dell’uomo primitivo, assegnandogli sensi e significati filosofici, trascendentali, sciamanici per l’appunto:

La via di Pan è la via dell’animale. È una via magica e profetica che ha a che fare con il guardarsi e l’ascoltarsi. Non richiede necessariamente una scelta bucolica. Significa riaprire il dialogo con la parte interna di cui dice Shepard e riscoprire come i nostri sensi sopiti siano già sensi animali; entrambe le parti del teriantropo in fondo sono animali. Vuol dire in qualche modo risvegliare quel tipo di emozione che condusse esemplari della nostra stessa specie a raffigurare creature ibride, di cui l’essere umano era solo una parte e gli altri animali, di volta in volta, caso per caso, entravano a far parte dell’essere umano, prendendo posto nella sua cosmologia da pari e creando così un insieme di mondi condiviso, la Natura stessa.

Siamo abituati a considerare Natura e Cultura come due territori contrapposti. Dove finisce uno inizia l’altro, con uno spazio di possibile contatto e contaminazione in mezzo. Tuttavia per alcuni di noi questa separazione non è così ovvia. La Natura è una, unica e comprende ogni cosa, mentre la Cultura è l’insieme di molte culture diverse tra loro – il multiculturalismo. Un’altra prospettiva possibile: anche la Natura è composta dai differenti modi di conoscere il mondo di ogni essere vivente, o meglio, è l’insieme eterogeneo dei mondi abitati da umani e non umani – il multinaturalismo.  Philippe Descola, nel suo celebre Par-delà nature et culture, ha individuato quattro raggruppamenti che sintetizzano i diversi modi di vedere l’esistenza che gli esseri umani hanno sviluppato in varie parti del mondo: totemismo, animismo, analogismo e naturalismo. Ognuno di questi, nelle infinite sfumature e contaminazioni possibili, forma cosmologie perfette e complete in se stesse. Questo modo di concepire l’ontologia di ogni popolo come una prospettiva, ugualmente valida, rispetto all’esistente, ha reso possibile quella che oggi chiamiamo svolta ontologica in antropologia, ovvero quel modo di approcciarsi alle idee cosmologiche dei popoli con un atteggiamento di diversa comprensione.

Io non metto in discussione la scienza, sono uno scienziato. Penso che quello che faccio rispetti le regole del metodo scientifico, e quello che dico non è quindi un rinvio a giudizio per la scienza. Ma penso che si fraintenda spesso la scienza e quella che potremmo chiamare in termini dotti la “cosmologia”. Di cosa si tratta? Semplicemente della visione del mondo, della maniera nella quale pensiamo sia organizzato.

[…]

Non metto quindi in discussione la scienza, sarebbe assurdo. Quello che contesto è l’idea che la cosmologia che ha reso queste scienze possibili sia scientifica. No, essa non lo è, bensì storica, come tutte le cosmologie.

(Philippe Descola, Diversità di natura, diversità di cultura, Book Time, 2011)

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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