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Archivio per Passato

Dr. Myas and Sister Lade (Victoriana 25) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la continua ricerca delle origini e risvolti del Fantastico, tramite la rubrica Victoriana, analizza approfonditamente pezzi di realtà passata, che poi non è molto diversa dall’attuale. Un estratto:

Ora, se il tema dell’identità costituisce una sorta di ossessione letteraria lungo tutto l’arco dell’epoca vittoriana (pensiamo solo alla sensation novel), in forme sempre più clamorose, in queste testimonianze ne cogliamo le trasformazioni ultime, già imbevute dei dubbi del Novecento; e del resto proprio Dion Fortune, coi suoi studi di psicologia e psicanalisi e i tentativi di sposare la tradizione ermetica alle moderne scienze umane (Freud, Jung) testimonia che il quadro sta cambiando.

Compton stesso argomenta del resto che una persona può conoscere per vie ordinarie una profonda modifica di personalità (a proposito di un impagabile personaggio, il dottor Vulsame, che da alcolista diventa militante dell’Esercito della Salvezza, sia pure senza perdere spiacevolezza); e lui stesso al termine dell’avventura si ritrova mutato parecchio rispetto all’uomo dell’incontro parigino del 1905. A fronte poi dell’ipotesi razionalista della doppia identità avanzatagli dall’amico dottor Habaden – Alice Lade crederebbe di ospitare in sé quella dell’ammiratissimo coniuge morto – e guardata da Compton con una certa avversione, resta da chiedersi se questo sia un narratore affidabile. Pirandello, potremmo dire, non è lontano. Ma la fecondità del linguaggio fantastico sta nell’imbarazzo che ci resta, nell’impossibilità di una risposta certa, e nel fatto che in fondo quel dubbio dal caso del singolo, sulla sua vera identità sessuale, dilaga a interpellare ansie e insicurezze, pregiudizi e nervi scoperti di un’intera società. Allora come oggi, fino – potremmo dire – agli sbarellamenti reazionari di certi dibattiti su gender & dintorni.

Hidden Identity


Nei medaglioni di un passato emerso come Ra.

SEBASTIANE – IL PRIMO FILM SODOMITICO IN LATINO | Il filo a piombo delle scienze


Sul blog di Marco “Antares666” Moretti una splendida e approfondita, molto colta recensione a Sebastiane, un film del ’76 in cui si tratteggia la figura di un presunto amante dell’imperatore Diocleziano; in quel contesto Marco approfondisce il contesto storico di allora, inizi IV secolo d.C., con l’incipiente predominio cristiano successivo, però, a una feroce persecuzione da parte di Diocleziano. Il film è parlato in latino. Imperdibile!

Ultima delle persecuzioni contro i Cristiani, quella ordinata da Diocleziano nell’anno 303 fu la più devastante e iniziò in modo un po’ diverso da quanto è descritto nel film. Occorre innanzitutto dire che esisteva nella capitale Nicomedia (attuale Izmit, Turchia), una chiesa alla luce del sole, proprio davanti al Palazzo Imperiale. Era un edificio importante, che aveva anche pretese artistiche. Dettaglio non trascurabile, il luogo di culto sorgeva su un colle che dominava il Palazzo, cosa che creava senza dubbio più di un fastidio. Non si deve dimenticare che Diocleziano si decise a perseguitare i Cristiani dopo un periodo di tolleranza davvero lungo, iniziato con Gallieno nel 260 e noto come Piccola Pace della Chiesa. Il casus belli non ebbe a che fare con incendi inspiegabili, ma con un episodio ancor più singolare. Il retore cristiano Lattanzio scrisse che, trovandosi Diocleziano e Galerio in Antiochia, alcuni aruspici stessero scrutando le viscere degli animali sacrificati, sperando di leggervi il futuro. Non riuscendo nel loro intento, l’aruspice capo affermò che la causa stava nella presenza in loco di un gran numero di fedeli di Cristo, tra cui anche membri della famiglia imperiale. A ogni movimento degli aruspici, i presenti non facevano che segnarsi e recitare preghiere esauguratorie. Così il rituale abortì e fu interrotto. L’Imperatore andò su tutte le furie ed emanò in quattro e quattr’otto il primo editto persecutorio, che fece innanzitutto affiggere alle pareti delle stanze e dei corridoi del Palazzo. La chiesa di Nicomedia fu rasa al suolo senza esitazione. Gli incendi menzionati da Jarman ci furono, ma si verificarono a persecuzione già iniziata e provocarono il suo inasprimento, con l’emanazione di altri tre editti. Non fu mai trovato alcun responsabile di questi fuochi, ma alcuni ritengono strano che Galerio in quell’occasione abbandonasse in fretta e furia la città, temendo di essere linciato dai Cristiani. A iniziare da Edward Gibbon, numerosi storici hanno fatto di tutto per sminuire la portata dell’opera di Diocleziano, riducendo il numero delle vittime e dando vita a una forma di negazionismo. Per quanto mi riguarda, concordo invece con quanto Stephen Williams ha scritto nel 1985: “Anche ammettendo un margine per l’invenzione, ciò che rimane è abbastanza terribile. A differenza di Gibbon, noi viviamo in un’epoca che ha sperimentato cose simili, e sappiamo quanto sia insano il civilizzato sorriso di incredulità di fronte a tali resoconti. Le cose possono essere, e sono state, cattive quanto le nostre peggiori immaginazioni.”

Cambiati per me


Sembro ancora lì, a lasciarmi andare alle onde, e mi domando sui cicli storici che mi hanno coinvolto insieme ai luoghi, cambiati perfettamente per me.

Plastilina


Snowdrifts in spring

Il rimando è scorso via mentre scorgevo lumi arcaici farsi veri, e la realtà si modificava sotto di me come plastilina.

Bosco sacra by night


Insaccato nel buio abissale dei secoli, l’ho rivista.

Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.) « Studia Humanitatis – παιδεία


Lo scannatoio, le sue origini. Da StudioHumanitatis.

Sebbene sovrastasse così immensa sventura, la città che contro i Fidenati, i Veienti e gli altri popoli confinanti era ricorsa all’estremo rimedio, nominando in molte circostanze un dittatore, in quell’occasione – a tal punto il destino accieca gli animi, quando non vuole che si annulli la sua incombente violenza – non cercò, contro un nemico mai visto e mai sentito nominare, che portava la guerra dall’Oceano e dagli estremi confini della terra, nessuna autorità, nessun aiuto straordinario. Il supremo comando era nelle mani di quei tribuni per la cui temerarietà ci si era tirati addosso la guerra, ed essi facevano una leva per nulla più accurata di quella che si era soliti fare per guerre ordinarie, sminuendo anzi l’importanza che a questa attribuiva la pubblica opinione. Frattanto i Galli, quando seppero che ai violatori del diritto umano si era perfino reso onore, e che ci si era fatti giuoco della loro ambasceria, ardenti d’ira, incapace com’è quel popolo di frenarla, immediatamente, levate le insegne, si misero in cammino a marce forzate. E mentre al tumulto destato dalla loro precipitosa avanzata le città atterrite correvano alle armi, e i contadini si davano alla fuga, essi, dovunque passavano, gridavano a squarciagola ch’erano diretti a Roma, occupando coi cavalli e con gli uomini, che avanzavano spiegati in lungo e in largo, uno spazio immenso. La rapida marcia dei nemici, benché fosse stata preceduta dalla fama e dai messi inviati dai Chiusini e poi via via da altri popoli, destò a Roma grandissimo terrore, poiché a stento si poté andar loro incontro, con un esercito quasi improvvisato e raccolto in fretta e furia, a undici miglia dall’Urbe, là dove il fiume Allia, scendendo con un letto assai profondo dai monti Crustumini, confluisce nel Tevere non molto al di sotto della strada. Già ogni luogo, di fronte e all’intorno, era pieno di nemici, e quella gente, portata per natura agli inutili schiamazzi, aveva fatto echeggiare ovunque l’orrendo frastuono dei suoi selvaggi canti e dalle grida di varia natura.

Allora i tribuni militari, senza aver prima scelto una posizione adatta per l’accampamento, senza essersi assicurata la protezione d’una trincea dove potersi rifugiare, senza ricordarsi almeno degli dèi se non degli uomini, senza aver preso gli auspici e senza aver fatto i sacrifici propiziatori, schierarono l’esercito, distendendolo alle ali per evitare di essere circondati dal gran numero dei nemici: ciò nonostante non potevano opporre un fronte uguale al loro, mentre assottigliando il centro, lo rendevano debole e quasi disunito. Sulla destra v’era una piccola altura, che si decise di far occupare dalle truppe di riserva, e questa mossa, come segnò l’inizio del panico e della fuga, così rappresentò l’unica via di salvezza per i fuggitivi. Infatti Brenno, principe dei Galli, temendo soprattutto, data la scarsezza dei nemici, uno stratagemma, convinto che l’altura fosse stata occupata con lo scopo di permettere ai rincalzi di assalirli alle spalle e di fianco non appena i Galli avessero sferrato un attacco frontale contro il grosso delle nostre legioni, operò una conversione e marciò contro le truppe di riserva, non dubitando che, se le avesse sloggiate da quella posizione, nella pianura la vittoria sarebbe poi stata facile per i suoi ch’erano tanto superiore di numero: a tal punto, non solo la fortuna, ma anche la tattica stava dalla parte dei barbari. Dall’altra non v’era nulla che desse l’idea d’un esercito romano, né presso i comandanti, né presso i soldati. La paura e il desiderio di fuggire, insieme con l’oblio d’ogni dovere, avevano talmente invaso gli animi, che furono assai più quelli che preferirono rifugiarsi a Veio, nella città dei nemici, nonostante l’ostacolo del Tevere, anziché direttamente a Roma, presso le spose e i figli. La posizione protesse per poco tempo le riserve; nel resto dell’esercito, appena fu inteso il grido di guerra, di fianco dai più vicini, alle spalle dai più lontani, quasi ancor prima d’aver visto il nemico sconosciuto, senza avere, non solo tentato il combattimento, ma neppure levato il grido di guerra, freschi ed illesi com’erano, si diedero alla fuga; nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettate le armi, fu fatta una gran carneficina, e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio, donde non soltanto non fu mandato a Roma alcun aiuto, ma neppure la notizia della disfatta. Quelli dell’ala destra, ch’erano rimasti lontano dal fiume e più sotto il monto, si diressero tutti a Roma, e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca.

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