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Sangue Selvaggio | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di un’antologia Spaghetti-Horror a cura di Nicola Lombardi: Sangue Selvaggio. La quarta:

Esistono territori, a Ovest, al di là dei sogni, in cui il mondo si sfalda in fantastici inferni popolati da demoni e spettri, pistoleri d’oltretomba e antiche divinità assetate di vendetta.

Un universo intriso di sangue e polvere da sparo, sospeso nel tempo e nello spazio, che otto grandi autori hanno esplorato per raccontarci incubi e visioni di un West selvaggio e allucinato, accompagnandoci in una cavalcata senza freni nelle più tenebrose terre dell’immaginazione. Là dove vita e morte si incontrano. Oltre la Frontiera.

Otto grandi autori impegnati in storie ambientate nel vecchio e tenebroso West: Danilo Arona, Luigi Boccia, Stefano Di Marino, Claudio Foti, Maico Morellini, Luigi Musolino, Gianfranco Staltari e Claudio Vergnani.

Remoria, capitale del Cyberpunk – Carlo Valeri – Medium


Su Medium.com una breve recensione a Remoria, di Valerio Mattioli, metasaggioromanzo che mi ha davvero aperto universi insperati.

Che cos’è Remoria? È il negativo occulto di Roma, la sua anti-storia, il rimosso che emerge come un rigurgito e preme verso la superficie della città fondata da Romolo. L’autore Valerio Mattioli, classe 1978, ha scritto per Blow Up, Vice, Prismo, Il Tascabile. Già autore di Superonda. Storia segreta della musica italiana (Baldini & Castoldi 2016), ha firmato saggi sul Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, ma soprattutto a lui si deve la prima pubblicazione in Italia di Realismo capitalista di Mark Fisher, per la casa editrice Nero di cui lo stesso Mattioli è editor.

Il GRA come ouroboros: l’anello dell’occulto, tempo ciclico (e parallelo), senza inizio né fine che contiene e risucchia il quadrato geometrico di Romulia. Accelerazione, velocità, auto-annientamento. Credo, senza mezzi termini, che Remoria. La città invertita (edito da minimum fax) sia un libro epocale, e anche superbamente generazionale nel modo in cui racconta (e crea) gli stimoli percettivi, culturali degli anni ’90, cioè la generazione del sottoscritto e dello stesso Mattioli, mettendola in comunicazione con quella della controcultura del ‘77.

Mattioli rilegge la borgatasfera e la sua storia: il “sacerdote” Pasolini che apre il sabba per poi essere risucchiato dall’Accademia e dalla gentrificazione (le gigantografie dei lounge bar al Pigneto le conosciamo bene, giusto?). E poi l’eroina certo, quella posthippie e tardoromantica raccontata da Claudio Caligari in Amore tossico, (anno 1983, location: Ostia) e quella onirica in bianco e nero del Nico D’Alessandria de L’imperatore di Roma (anno 1987, location: le rovine di Roma). C’è l’iperstizione del geniale demiurgo Stefano Tamburini (1955–1986) con i suoi esperimenti grafici e il suo Rank Xerox, il coatto sintetico che anticipa il futuro e i soggetti sociali dei decenni che seguirono.

Il ciclo dell’Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano | Fantascienza.com


Su Delos 216 è uscito un mini special – qui, qui e qui – dedicato alla creazione più famosa di Lanfranco Fabriani, un concept spaziotemporale in cui l’UCCI – Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano – manovra le dimensioni per fini di controllo – in definitiva, chi controlla il passato poi controlla il futuro. Per DelosDigital è nel frattempo disponibile la terza puntata della seria intitolata Il lastrico del tempo – ricordo che la prima vinse il Premio Urania nel 2001 proprio con Lungo i vicoli del tempo e la seconda confermò il Premio nel 2004 con Nelle nebbie del tempo – e quale occasione migliore ora di parlare degli aspetti del metamondo di Lanfranco?

In principio fu Leonardo Da Vinci. Il geniale scienziato e inventore scoprì il principio del trasferimento temporale, ma a Leonardo mancavano sia una matematica più raffinata sia una tecnologia adeguata per poter realizzare una vera e propria macchina del tempo. Così si limitò a descrivendolo nel Codice d’Aquitania, un testo che successivamente finì nelle mani di alcune nazioni, compresa l’Italia, dando così vita ad altrettanti servizi segreti temporali. Gli agenti italiani sono molto fieri di quest’invenzione, proprio per il fatto che sia stata inventata da un italiano e anche per il fatto che le macchine del tempo vengono per l’appunto chiamate Macchine di Leonardo.

Ecco come Fabriani descrive una macchina di Leonardo nel racconto Vent’anni dopo:

La macchina sembrava un grosso parallelepipedo, con una vaga forma umana leggermente scavata sulla faccia superiore. Si protese verso la piccola console dei comandi su un lato, con le quattro manopole per impostare le coordinate spaziali e temporali e un paio di pulsanti, e controllò che le coordinate selezionate sullo schermo digitale fossero corrette.

Alcune di queste macchine, tuttavia, nel corso del tempo sono state per così dire, “acquisite” illecitamente anche da soggetti diversi dalle nazioni e negli stessi apparati ufficiali non mancano corruzione e tentativi per cambiare gli eventi storici: da qui la necessità di salvaguardare il più possibile la Storia con la S maiuscola, dando vita a veri e propri servizi segreti con tanto di agenti che scorrazzano nel tempo, fondi economici creati ad hoc e tutto l’apparato burocratico che occorre per tenere in piedi un ufficio cronotemporale segreto. Già perché, ovviamente, a qualcuno può saltare in mente di andare indietro nel tempo per impedire la scoperta dell’America, oppure di uccidere la madre dell’imperatore Federico II e impedire la nascita di quest’ultimo. In pratica di cambiare la vita di una singola persona o di un’intera nazione e, perché no, dell’intero Occidente.

In Italia a preservare la Storia italiana c’è l’UCCI, Ufficio Centrale Cronotemporale Italiano, la cui sede si trova nel centro di Roma, a due passi dal Ministero della Giustizia, tra il Ghetto e il Vaticano e tra il Monte di Pietà e Campo de’ Fiori, in un palazzo eretto nel 1590 dai principi Barberini. Ufficialmente è la sede dell’Ufficio per il Controllo dei Combustibili Inquinanti, che fa capo al Ministero dell’Ambiente. L’UCCI è a tutti gli effetti un vero e proprio servizio segreto, ma più segreto degli altri. La sua esistenza e quella delle Macchine di Leonardo sono note a pochissimi politici e funzionari dello Stato Italiano.

Il servizio segreto temporale italiano ha sezioni e propri uomini dislocati in vari momenti cruciali della storia d’Italia e non solo. L’obiettivo è appunto tenere d’occhio personaggi importanti o fare in modo che certi eventi significativi della Storia si svolgano nel modo giusto. Ogni Sezione è composta da un capo e da vari agenti, che si infiltrano nella città e nella società scelta, diventando essi stessi soggetti attivi, quindi mercanti o appartenenti all’aristocrazia. Per questo vengono forniti di abiti o di soldi appropriati e non è inusuale che durante una missione uno o più agenti possano perdere una macchina di Leonardo, rendendo la missione ancora più complicata del normale.

Ogni agente, ovviamente, è sempre pronto all’azione e anche ad uccidere se è necessario.

Immaginario virale: le mutazioni del contagio – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniDaltriTempi Giovanni De Matteo mette in scena un articolo colto e capace di spaziare nei vari angoli del Fantastico e spesso della SF che hanno indagato ipotesi di pandemie, collassi planetari, apocalissi di varia e avariata natura. In questo momento, rinfrescare la memoria fa sempre bene, soprattutto a chi non frequenta il genere e si spaventa per quello che potrebbe realmente succedere.

Benché sopravanzato nell’immaginario del Dopoguerra dalle ansie legate all’olocausto nucleare, e in tempi più recenti dalla minaccia di un impatto astronomico portata sul grande schermo da una lunga sequenza di disaster movie e dalle più che giustificate preoccupazioni relative ai cambiamenti climatici, il rischio rappresentato da una possibile pandemia può rivendicare a ragione una nobile primogenitura nel prolifico filone di catastrofi ideate dalla fantascienza.
L’assunto su cui tutto quel macrogenere di visioni apocalittiche e post-apocalittiche si fonda è di mettere il lettore di fronte a pericoli tipicamente al di fuori della sua portata, in un’escalation di disastri sempre più cupi e irreversibili che culmina nell’estinzione della civiltà come la conosciamo.
Autori e sceneggiatori ci hanno lasciato un ricco campionario di esperienze immaginarie che si sforzano di delineare ciò che potrebbe succedere prima, durante e dopo l’esplosione di un’epidemia di portata globale.
Senza pretese di esaustività, proveremo a passarle in rassegna nei prossimi capitoli, partendo dalle istanze distopiche (letterarie, ma anche cinematografiche e seriali) provenienti dai territori di genere della fantascienza e dell’horror, ma senza trascurare quelle elaborate nell’alveo della letteratura senza etichette.

L’inizio della fine di tutte le cose
Prendiamo la madre putativa della fantascienza, Mary Wollstonecraft Shelley: dieci anni dopo aver scritto la prima parola di Frankenstein, il capolavoro da cui sarebbe scaturito tutto il fantastico moderno e a cui avrebbe inevitabilmente legato la sua fama, la scrittrice inglese diede alle stampe L’ultimo uomo (1826), in cui un’epidemia di peste porta al collasso della società umana del tardo XXI secolo: un manipolo di superstiti si avventura per un mondo devastato, tra esplosioni di panico e manifestazioni di isteria collettiva, alla ricerca di un ultimo approdo sicuro.
Nel 1842 è Edgar Allan Poe che suggella in un crescendo di suspense la fine di qualsiasi illusione di controllo di fronte al dilagare del morbo: i protagonisti de La maschera della Morte Rossa sono invitati dal principe Prospero a trascorrere nel suo castello l’isolamento necessario a sottrarsi a una terribile pestilenza, ma tra spettacoli e danze scopriranno loro malgrado che nessuno è davvero al sicuro, in uno degli explicit più sontuosi e pietrificanti di tutta la letteratura:

“E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della «Morte Rossa», giunta come un ladro nella notte. E a uno a uno i gaudenti caddero nelle sale delle loro gozzoviglie irrorate di sangue, e ciascuno morì nell’atteggiamento disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d’ebano si estinse con quella dell’ultimo dei cortigiani festosi. E le fiamme dei tripodi si spensero. E l’Oscurità, la Decomposizione e la «Morte Rossa» regnarono indisturbate su tutto”.

Il giorno in cui tutto cambiò: sopravviventi…
A Poe si rifà dichiaratamente anche Alan D. Altieri nel racconto L’ultimo rogo della Morte Rossa: l’agente speciale Brenda Rolf, assegnata alla scorta del presidente Calvin J. Prosper, assiste al collasso degli Stati Uniti e del mondo sotto i colpi di una inesorabile pandemia di febbre emorragica. Il maestro italiano dell’apocalisse offre molteplici scorci sull’Armageddon che attende l’umanità al varco, e le cause biologiche e ambientali dell’annientamento riservano numerose variazioni sul tema nel suo ricco carnet di distruzioni totali. Si pensi al giorno dell’Ecclesiaste: “Ventiquattro ore. Forse addirittura meno. È possibile che l’intero genere umano sia andato in polvere, letteralmente in polvere, nell’arco di una notte” come si legge in Miss Ecclesiaste, tema successivamente ripreso nel seguito Un’alba per l’Ecclesiaste.

Cosa è andato storto? Presente e futuro della pandemia secondo David Quammen – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un’intervista a David Quammen sulla pandemia che ci angoscia. Partiamo da un libro uscito nel 2012. Un estratto:

Il gusto di aver ragione e l’aver recentemente scalato le classifiche di vendita non rendono meno amaro il successo per lo statunitense David Quammen, che nel suo libro Spillover (W. W. Norton & Company 2012, Adelphi 2014) ha preconizzato il rischio di un’epidemia da coronavirus a partire da uno spillover (un salto di specie) da pipistrello a umano, probabilmente in Cina. Quammen non è un indovino, ma uno scrittore e divulgatore che ha proposto al grande pubblico – con uno stile narrativo e una fluidità invidiabile – il risultato di ricerche scientifiche ben note tra gli studiosi. È buffo leggere nei lanci del libro pre-pandemia frasi come “dopo averlo letto non riuscirai più a dormire” – in verità abbiamo dormito fin troppo, affabulati dalla retorica di leader politici inefficienti e in malafede. Ma se non abbiamo ascoltato i suggerimenti di Quammen in passato, possiamo farlo adesso: è per questo che ho intervistato l’autore per porgli qualche domanda in merito all’attuale situazione mondiale.

Nel 2012 hai scritto che ci saremmo dovuti aspettare un coronavirus pandemico, probabilmente uno spillover da un pipistrello. In una conferenza del 1997, Donald S. Burke ha predetto la SARS. Solo poche nazioni erano in qualche modo preparate a questa eventualità ed è stato fatto molto poco per prevenire la pandemia. Eravamo sicuri che si sarebbe verificata, ma a quanto pare non riusciamo a reagire a rischi certi ma indeterminati. Perché?

Gli scienziati sapevano che stava arrivando il virus e l’hanno detto ai politici. I politici però si sono rifiutati di fare i passi necessari, perché erano troppo costosi e non volevano rischiare di spendere molto per qualcosa che stava per verificarsi ma che poteva non accadere nei prossimi quattro anni – ovvero durante il proprio mandato.

Viviamo una crisi sia medica che ecologica. Scrivi che quelle che stiamo vivendo “sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo”. Il COVID-19 da solo ci ha portato una grave crisi, ma cosa accadrebbe se due catastrofi accadessero contemporaneamente? Non è solo una questione di sfortuna, considerato che il riscaldamento climatico rende più probabili eventi catastrofici. Per esempio, che cosa succederebbe se dovessimo combattere qualcosa di simile agli incendi australiani e una pandemia come questa nello stesso momento?

Hai ragione, il nostro comportamento nei confronti del pianeta sta causando molti danni: il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e l’insorgenza di malattie sono i tre problemi più grandi. Il cambiamento climatico non ha causato la COVID-19 ma questi due fenomeni hanno le stesse cause: 7,7 miliardi di esseri umani, intelligenti, affamati e in cerca di risorse in modo così avido e diffuso che… il clima sta cambiando, la biodiversità si sta perdendo e nuove malattie stanno migrando dai loro consueti ospiti per infettare l’uomo. Quando queste tre grandi tendenze e le altre conseguenze cominceranno ad accumularsi l’una sull’altra, si verificherà uno stato di grave emergenza, e tutti i miliardi di dollari che potremmo aver speso per la prevenzione, così come tutta la comodità e il lusso che abbiamo guadagnato dal dilagante consumo di combustibili fossili e di altre risorse, ci sembreranno di poco conto, rispetto al prezzo che dovremo pagare.

Il mio intervento su Anticorpi Letterari


Ecco il video integrale del mio intervento di ieri sulla pagina Facebook di AnticorpiLetterari. Grazie ancora a Giovanni Agnoloni e a tutti coloro che sono intervenuti.

 

The Imperial Roman Armies defeat the Goths – The last phase of the Gothic War in Italy – Novo Scriptorium


Su NovoScriptorium la fase finale della guerra bizantina in Italia contro i Goti, voluta da Giustiniano I di Costantinopoli, prima sotto il comande del generale Belisario e poi sotto Narsete. Qui la prima parte, qui sotto un estratto – in inglese:

When the generals of Justinian marched against him, to finish the war by the capture of Verona and Pavia, he won over them the first victory that the Goths had obtained since their enemies landed in Italy. This was followed by two more successes; the scattered armies of Witiges rallied round the banner of the new king, and at once the cities of Central and Southern Italy began to fall back into Gothic hands, with the same rapidity with which they had yielded to Belisarius. The fact was, that the war had been a cruel strain on the Italians, and that the imperial governors, and still more their fiscal agents, or “logothetes”, had become unbearably oppressive. Italy had lived through the fit of enthusiasm with which it had received the armies of Justinian, and was now regretting the days of Theodoric as a long-lost golden age. Most of its cities were soon in Baduila’s hands; the lmperialists retained only the districts round Rome, Naples, Otranto, and Ravenna. Of Naples they were soon deprived. [A.D. 543.] Baduila invested it, and ere long constrained it to surrender. He treated the inhabitants with a kindness and consideration which no Roman general, except Belisarius, had ever displayed. A speech  which he delivered to his generals soon after this success deserves a record, as showing the character of the man. A Gothic warrior had been convicted of violating the daughter of a Roman. Baduila condemned him to death. His officers came round him to plead for the soldier’s life. He answered them that they must choose that day whether they preferred to save one man’s life or the life of the Gothic race. At the beginning of the war, as they knew well, the Goths had brave soldiers, famous generals, countless treasure, horses, weapons, and all the forts of Italy. And yet under Theodahat—a man who loved gold better than justice—they had so angered God by their unrighteous lives, that all the troubles of the last ten years had come upon them. Now God seemed to have avenged Himself on them enough. He had begun a new course with them, and they must begin a new course with Him, and justice was the only path. As for the present criminal being a valiant hero, let them know that the unjust man and the ravisher was never brave in fight; but that according to a man’s life, such was his luck in battle.

Such was the justice of Baduila; and it seemed as if his dream was about to come true, and that the regenerate Goths would win back all that they had lost. Ere long he was at the gates of Rome, prepared to essay, with 15,000 men, what Witiges had failed to do with 100,000. Lest all his Italian conquests should be lost, Justinian was obliged to send back Belisarius, for no one else could hold back the Goths. But Belisarius was ill-supplied with men; he had fallen into disfavour at Court, and the imperial ministers stinted him of troops and money. Unable to relieve Rome, he had to wait at Portus, by the mouth of the Tiber, watching for a chance to enter the city. That chance he never got. The famine-stricken Romans, angry with the cruel and avaricious Bessas, who commanded the garrison, began to long for the victory of their enemy; and one night some traitors opened the Asinarian Gate, and let in Baduila and his Goths. The King thought that his troubles were over; he assembled his chiefs, and bade them observe how, in the time of Witiges, 7,000 Imperial soldiers* had conquered, and robbed of kingdom and liberty, 100,000 well-armed Goths. But now that they were few, poor, and wretched, the Goths had conquered more than 20,000 of the enemy. And why ? Because of old they looked to anything rather than justice: they had sinned against each other and the Romans. Therefore they must choose henceforth, and be just men and have God with them, or unjust and have God against them.

Baduila had determined to do that which no general since Hannibal had contemplated: he would destroy Rome, and with it all the traditions of the world-empire of the ancient city—to him they seemed but snares, tending to corrupt the mind of the Goths. The people he sent away unharmed—they were but a few thousand left after the horrors of the famine during the siege. But he broke down the walls, and dismantled the palaces and arsenals. For a few weeks Rome was a deserted city, given up to the wolf and the owl [A.D. 550].

For eleven unquiet years, Baduila, the brave and just, ruled Italy, holding his own against Belisarius, till the great general was called home by some wretched court intrigue. But presently Justinian gathered another army, more numerous than any that Belisarius had led, and sent it to Italy, under the command of the eunuch Narses. It was a strange choice that made the chamberlain into a general; but it succeeded. Narses marched round the head of the Adriatic, and invaded Italy from the north. Baduila went forth to meet him at Tagina, in the Apennines. For a long day the Ostrogothic knights rode again and again into the Imperialist ranks; but all their furious charges failed. At evening they reeled back broken, and their king received a mortal wound in the flight [A.D. 553].

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